Clima: la causa Giudizio Universale arriva in Corte d’Appello

Dopo due anni di stallo, la giustizia italiana torna a occuparsi di “Giudizio Universale”, la prima causa climatica intentata contro lo Stato italiano. Il nodo da sciogliere non riguarda le emissioni ma la giurisdizione. Alcuni recenti pronunciamenti fanno ben sperare l’ong A Sud, che ha promosso la causa nel 2021 insieme a 200 ricorrenti e 24 associazioni.

A Roma, durante lo sciopero climatico del 16 ottobre 2026, è comparsa una gigantesca busta verde con la notifica di un atto giudiziario indirizzato all’Avvocatura dello Stato. “Stavolta in tribunale non ci saranno le attiviste e gli attivisti per il clima, non toccherà a loro stare al banco degli imputati perché quel posto sarà occupato dallo Stato italiano”, ha spiegato uno degli attivisti mentre si dirigeva verso il Ministero dell’Ambiente ricordando l’udienza che si che si celebra oggi davanti alla Corte d’Appello di Roma.

Dopo due anni di stallo, la giustizia italiana torna a occuparsi di “Giudizio Universale”, la prima causa climatica intentata contro lo Stato italiano. Promossa dall’ong A Sud insieme a 200 ricorrenti e 24 associazioni, l’azione legale punta a ottenere una condanna dello Stato per aver esposto la popolazione e il territorio alle conseguenze del cambiamento climatico.


Cosa chiedono i ricorrenti
L’atto di citazione, depositato al Tribunale civile di Roma, tiene insieme tre piani: le evidenze scientifiche, gli impegni assunti dall’Italia a livello internazionale ed europeo, e i diritti fondamentali riconosciuti dalla Costituzione e dalle Carte dei diritti.

Secondo i ricorrenti, le acquisizioni scientifiche condivise, proprio perché non controverse, vincolano gli Stati e diventano il parametro con cui giudicarne la condotta. Le proiezioni citate dai legali indicano per l’Italia un aumento di temperatura tra +1,8 e +3,1 °C entro fine secolo, almeno il 20% del territorio a rischio desertificazione, coste esposte a erosione e inondazioni e centinaia di eventi estremi in dieci anni. I dati arrivano da due rapporti di Climate Analytics, uno sugli impatti climatici in Italia e uno sugli scenari di riduzione delle emissioni.

Il cuore della causa è il riconoscimento del diritto umano a un clima stabile e sicuro. Il cambiamento climatico mette a rischio vita, salute, alimentazione, acqua, abitazione e vita familiare. I ricorrenti si appoggiano agli articoli 2 e 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, agli articoli 2 e 32 della Costituzione e agli articoli 2043 e 2051 del Codice civile. Chiedono inoltre di dichiarare lo Stato responsabile di inadempienza e di condannarlo a ridurre le emissioni del 92% entro il 2030 rispetto al 1990.

Il primo grado: decidere di non decidere
Nulla di tutto questo è stato esaminato nel merito. Dopo più di due anni e mezzo di udienze e migliaia di pagine di documentazione, con la sentenza del 26 febbraio 2024 il Tribunale civile di Roma ha dichiarato la domanda inammissibile per difetto assoluto di giurisdizione.

In sostanza, per il Tribunale non esiste in Italia un giudice a cui rivolgersi per ottenere tutela da questo tipo di inadempienza. Una posizione che segna una distanza da altri Paesi europei, dove contenziosi simili si sono chiusi con sentenze di accoglimento.

Il dibattito dopo la sentenza: diritto al clima, separazione dei poteri e carbon budget
Tra i giuristi che hanno commentato la sentenza di primo grado c’è Andrea Molfetta, che in un recente contributo la contesta su più fronti. Sul piano dei diritti, ricorda che la dottrina riconosce ormai ampiamente un diritto a un clima stabile. Lo ha ricondotto all’articolo 8 della Convenzione anche la Corte europea dei diritti dell’uomo, con la sentenza KlimaSeniorinnen dell’aprile 2024, che ha condannato la Svizzera per l’inadeguatezza della sua azione climatica.

Secondo Molfetta il Tribunale non ha poi considerato la riforma costituzionale del 2022 che tutela l’ambiente anche nell’interesse delle future generazioni. Quanto alla separazione dei poteri, richiama la distinzione tracciata dalla Corte europea: agli Stati spetta un ampio margine di discrezionalità sui mezzi, ma molto più ridotto sui fini, che discendono da impegni internazionali sottoscritti, come l’Accordo di Parigi, e dalle evidenze scientifiche. In questa lettura il principio non mette lo Stato al riparo dal giudice, ma chiede ai diversi poteri di stimolarsi a vicenda per tutelare i diritti fondamentali.

Un capitolo a parte riguarda il carbon budget, cioè la quantità di CO₂ che l’Italia può ancora emettere senza compromettere gli obiettivi di Parigi. A luglio 2024 il Centro di ricerca Ceduam dell’Università del Salento, che lavorava a un rapporto commissionato da A Sud, ha chiesto i dati al Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica e all’Ispra. La risposta è stata che non risulta definito né un budget residuo né una “quota equa” dell’Italia: una carenza che Strasburgo, nel caso svizzero, ha inquadrato come una “lacuna critica”

Un gruppo di climatologi incaricato da A Sud ha poi stimato il budget: solo con il criterio dell’uguaglianza pro capite all’Italia resterebbero circa 1,2 miliardi di tonnellate di CO₂ (dall’inizio del 2023). Con i criteri di responsabilità storica e di capacità economica il budget risulterebbe invece già esaurito. Per restare entro quella soglia servirebbe azzerare le emissioni nette intorno al 2029.

Molfetta non nasconde i limiti del contenzioso climatico. Sentenze favorevoli, come quella nella causa olandese promossa da Urgenda, hanno di per sé un effetto diretto minimo sulle emissioni globali. Ma se è vero “che le pronunce, valutate individualmente, non hanno un influsso decisivo sul contenimento della temperatura terrestre – continua Molfetta – nondimeno alle stesse sarebbe possibile riconoscere un effetto palla di neve, in funzione del quale una singola decisione a monte, per quanto connotata da limitata effettività sul fenomeno complessivamente inteso, produrrebbe a valle delle frizioni sui decisori politici, incalzati così a definire strategie globali di contrasto alla crisi climatica di origine antropogenica”.

Cosa aspettarsi dal secondo grado
Il primo nodo che la Corte d’Appello dovrà sciogliere non riguarda le emissioni, ma la giurisdizione: se in Italia esista un giudice che possa pronunciarsi su una causa di questo tipo. È la questione su cui si è fermato il Tribunale, e i ricorrenti, nell’atto di appello, hanno chiesto di accertarla in riforma della sentenza, se necessario con un rinvio pregiudiziale alla Corte di Cassazione. Solo superato questo passaggio si potrà parlare del merito, compresa la richiesta di condannare lo Stato a ridurre le emissioni del 92% entro il 2030 rispetto al 1990.

Sulla carta i ricorrenti partono da uno scenario più favorevole rispetto al 2024. Con una decisione pubblicata il 21 luglio 2025, le Sezioni Unite della Cassazione hanno dato ragione a Greenpeace Italia, ReCommon e dodici cittadine e cittadini che avevano portato in tribunale Eni, il Ministero dell’Economia e Cassa Depositi e Prestiti con la “Giusta Causa”. La Corte ha escluso che in materia climatica si possa invocare un “difetto assoluto di giurisdizione”. Eni aveva sostenuto proprio questo, richiamando come precedente “Giudizio Universale”. La Cassazione ha aggiunto che un contenzioso climatico non è un’invasione delle competenze politiche del legislatore o delle aziende.

Ogni grado conta
“Il Tribunale di Roma ha chiuso la causa senza esaminarla, sostenendo che per i danni da crisi climatica non esistesse un giudice. È una conclusione che oggi non regge più”, dice Luca Saltalamacchia, legale di “Giudizio Universale”. Il riferimento è anche alla sentenza KlimaSeniorinnen e alle Sezioni Unite del luglio 2025. “Non chiediamo ai giudici di fare politica. Chiediamo di verificare se lo Stato abbia rispettato obblighi giuridici precisi e misurabili, che ha sottoscritto. Su questo la Corte d’Appello può e deve pronunciarsi.”

Per A Sud, ogni grado di giudizio conta: le parole della prossima sentenza possono contribuire, sostiene l’associazione, a spostare in avanti un dibattito pubblico ancora inquinato dal negazionismo. La portavoce Marica Di Pierri guarda anche alle piazze: dai Fridays for Future a Ultima Generazione ed Extinction Rebellion, “tornano in piazza attiviste e attivisti che troppo spesso vengono colpite e colpiti da Daspo urbani, denunce e procedimenti penali, la cui unica colpa è averci ricordato l’urgenza di agire”.

Alessandro Coltré *
Giornalista, si occupa di conflitti ambientali, di inquinamento industriale e di riconversione ecologica. Socio della cooperativa Editrice Circolare e redattore di EconomiaCircolare.com. Autore insieme a Rita Cantalino di Molecole, storie di legami e di veleni, serie podcast prodotta da Fandango, A Sud e Valori.it. Per Sveja podcast, assieme a Ylenia Sina cura la rubrica “Fratte – l’ambiente di Roma”.
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L’emergenza climatica è qui: sta già influenzando le nostre vite e non risparmierà nessuno.
Tutti i governi italiani hanno rinviato decisioni coraggiose per prevenire il disastro.
Ma ora non possiamo più aspettare: ne va del nostro futuro.

Questa intollerabile inazione ci spinge a confrontarci con lo Stato e le sue responsabilità.
Siamo cittadine e cittadini, studenti, scienziati, avvocati, attivisti e volontari. Siamo tutti e tutte vittime climatiche.

La Causa Legale
(facciamo causa allo Stato italiano)
a cura di giudiziouniversale.eu

La nostra causa
Oggi i cambiamenti climatici rappresentano un’emergenza ambientale globale e minacciano il godimento dei diritti umani fondamentali quali, tra gli altri, il diritto alla vita, alla salute, all’alimentazione, all’acqua, all’alloggio, alla vita familiare.

Tra di essi, va ricompreso anche il diritto umano ad un clima stabile e sicuro: dal momento che le condizioni climatiche influenzano la tutela degli altri diritti, il riconoscimento di un diritto specifico alla stabilità climatica fornisce ulteriore livello di protezione a tutti i diritti condizionati dal clima.

Un’insufficiente azione climatica a livello globale, così come a livello nazionale, pur di fronte a prove scientifiche schiaccianti, ha già le carte in regola per essere la più grande violazione intergenerazionale dei diritti umani della storia.

Gli attori della causa climatica italiana
Con questa consapevolezza, più di 200 ricorrenti, tra cui 162 adulti, 17 minori (rappresentati in giudizio dai genitori) e 24 associazioni impegnate nella giustizia ambientale e nella difesa dei diritti umani hanno deciso di intraprendere un’azione legale mai intentata prima in Italia.

Oggetto della causa è citare in giudizio lo Stato per inadempienza climatica, ovvero per l’insufficiente impegno nella promozione di adeguate politiche di riduzione delle emissioni clima-alteranti, cui consegue la violazione di numerosi diritti fondamentali riconosciuti dallo Stato italiano.

L’azione legale è promossa nell’ambito della campagna di sensibilizzazione intitolata “Giudizio Universale” e si inserisce a pieno nel solco di altre “climate litigation” portate avanti in diversi paesi del mondo.

I ricorrenti sono assistiti da un team legale composto da avvocati e docenti universitari fondatori della rete di giuristi Legalità per il clima. A patrocinare la causa l’Avv. Luca Saltalamacchia, esperto di tutela dei diritti umani e ambientali e l’Avv. Raffaele Cesari, esperto di Diritto civile dell’ambiente, assieme al Prof. Michele Carducci, dell’Università del Salento, esperto di Diritto climatico.

Le premesse
La premessa su cui si basa “Giudizio Universale” è che le acquisizioni scientifiche condivise, proprio perché non controverse, vincolano gli Stati e costituiscono un parametro di verifica della loro condotta, sia a livello internazionale che nazionale.

Le principali obbligazioni climatiche che lo Stato è tenuto ad osservare derivano da fonti internazionali, regionali e nazionali, tra cui spiccano per rilevanza:

  • Accordi internazionali sul clima (tra cui UNFCCC – Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici del 1992 e Accordo di Parigi del 2015)
  • Fonti internazionali e regionali sui diritti umani (tra cui CEDU, Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, artt. 2 e 8)
  • fonti dell’Unione Europea (tra cui TFUE art.191 e Regolamento UE n.2018/1999)
  • Costituzione italiana (tra cui artt. 2 e 32)
  • Altre fonti di rango nazionale (tra cui Codice Civile, artt. 2043 e 2051)

L’azione legale è indirizzata allo Stato italiano, attraverso un atto di citazione davanti al Tribunale Civile di Roma. La richiesta formulata dall’azione riguarda la condanna dello Stato a realizzare un drastico abbattimento delle emissioni di gas serra per il 2030, in modo da centrare l’obiettivo dell’Accordo di Parigi sul clima, in ordine al contenimento massimo del riscaldamento globale entro 1,5°C e ad ogni modo ben al di sotto dei 2°C a fine secolo.

Nell’atto, si contesta la condotta illecita dello Stato, che non è riuscito a perseguire una politica climatica conforme alle acquisizioni scientifiche più avanzate.

La causa legale non ha affatto un valore simbolico, ma mira ad ottenere un radicale cambiamento nelle politiche climatiche dello Stato, attraverso un deciso aumento delle ambizioni di riduzione e la garanzia di piena tutela dei diritti umani, in ottemperanza alle obbligazioni climatiche che lo Stato è tenuto a osservare per effetto della Costituzione, degli accordi internazionali e delle norme di rango nazionale.

La sentenza
Dopo più di due anni e mezzo di udienze e migliaia di pagine di documentazione prodotta, era lecito aspettarsi che il tribunale entrasse nel merito del giudizio. La scelta stride particolarmente con l’oggetto stesso della causa, che riguarda l’urgenza di un’azione efficace contro i cambiamenti climatici, la cui accelerazione rappresenta una minaccia per il godimento di tutti i diritti umani riconosciuti e tutelati dal nostro ordinamento.

Con la causa si chiedeva al giudice – considerata l’esistenza di un preciso dovere dello Stato nell’agire efficacemente per rispettare gli impegni assunti in ambito climatico e tutelare i diritti fondamentali minacciati dagli stravolgimenti climatici – di riconoscere che l’insufficienza delle politiche climatiche in campo minaccia il godimento dei diritti fondamentali e, di conseguenza, di imporre allo Stato di rivedere al rialzo gli obiettivi di riduzione delle emissioni.

Nella scarna sentenza si afferma, in sostanza, che il tribunale adito non ha competenza per esprimersi. O meglio: che in Italia non esistono tribunali in grado di decidere su questo tipo di domanda, segnando una distanza siderale rispetto ad altri Stati Europei in cui cause analoghe, con analoghi costrutti, basate su simili istituti giuridici di diritto civile, si sono concluse con importanti sentenze di accoglimento.

I contenuti dell’atto di citazione
L’Atto di citazione nello specifico contiene:

  • l’inquadramento dei problemi climatici e della grave e preoccupante condizione planetaria di emergenza climatica, accertata dalla comunità scientifica mondiale e dichiarata anche dalla UE e dall’Italia;
  • la descrizione della specifica condizione di vulnerabilità e fragilità del territorio italiano;
  • la disamina delle fonti giuridiche da cui derivano le obbligazioni climatiche, che lo Stato deve rispettare;
  • il catalogo dei diritti fondamentali, a partire dal diritto umano al clima stabile e sicuro, altrimenti violati dall’emergenza climatica;
  • l’inquadramento della responsabilità climatica dello Stato in base al Codice civile italiano;
  • le richieste al giudice.

Vuoi saperne di più?
Scarica l’Abstract dell’Atto di citazione
Scarica l’Atto di Citazione
Scarica il Dossier con gli atti di indirizzo del Parlamento in materia di emergenza climatica, a cura di A Sud
Scarica la Sentenza 

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La vulnerabilità climatica dell’Italia
L’Italia presenta una straordinaria vulnerabilità agli impatti dei cambiamenti climatici.

I report ufficiali prevedono per il nostro paese aumenti delle temperature compresi tra +1.8°C e +3.1°C nel corso del secolo, una cifra che toccherebbe quota +3.5° / +5.4°C nei più catastrofici tra gli scenari ipotizzati. Con un aumento di temperatura medio globale di 3°C, circa il 50% della regione mediterranea sarebbe torchiata da periodi di siccità costante, anche per 5 o 6 mesi all’anno e l’Italia potrebbe letteralmente trasformarsi “in un deserto”.

Secondo il World Atlas of Desertification, le aree ad alto rischio di desertificazione interessano almeno il 20% del territorio italiano. Le precipitazioni potrebbero ridursi del 30% entro la fine del secolo rispetto al 1971-2000, secondo lo scenario peggiore delineato dall’IPCC:

Intere zone costiere sono a rischio scomparsa per via dell’innalzamento dei mari. Non solo Venezia e l’alto Adriatico, ma anche vaste aree di Abruzzo, Puglia (sull’Adriatico) e Toscana, Lazio, Campania, Sardegna e Sicilia (sul Tirreno) sono a rischio erosione costiera o a rischio inondazione.

L’Italia è anche sempre più drammaticamente battuta da eventi estremi. In dieci anni sono stati 946 gli eventi estremi che hanno interessato 507 Comuni diversi. Secondo il Climate Risk Index 2020, pubblicato annualmente dalla ong tedesca Germanwatch, che prende in considerazione il periodo 2000-2019, l’Italia è al 22° posto per vulnerabilità climatica e addirittura al 6° per numero di morti registrati in eventi climatici estremi.

Le evidenze scientifiche che sostengono le argomentazioni dell’azione legale si riferiscono ai più aggiornati dati disponibili, provenienti da fonti nazionali e internazionali; integrati da due report commissionati dai ricorrenti a uno dei maggiori centri internazionali di studi climatici: Climate Analytics, organizzazione internazionale indipendente di ricerca sul cambiamento climatico. Climate Analytics ha prodotto due Rapporti, allegati all’atto di citazione, in tema di impatti climatici in Italia e di trend di riduzione e scenari emissivi relativi all’Italia.

Vuoi saperne di più?
Scarica il report di Climate Analytics sugli impatti climatici in Italia: “Climate Impacts in Italy”

Le richieste avanzate al giudice
L’obiettivo dell’iniziativa legale consiste nel chiedere al Tribunale civile una pronuncia che imponga l’adozione di decisioni statali di riduzione delle emissioni di gas serra, in grado di rendere definitiva la stabilità climatica e contestualmente garantire la tutela effettiva dei diritti umani per le presenti e future generazioni, in conformità con il dovere costituzionale di solidarietà e con quello internazionale di equità tra gli Stati.

Le principali richieste specifiche avanzate dai ricorrenti al giudice sono:

  • dichiarare che lo Stato italiano è responsabile di inadempienza nel contrasto all’emergenza climatica;
  • condannare lo Stato a ridurre le emissioni di gas a effetto serra del 92% entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990.

Questa percentuale è calcolata tenendo conto delle responsabilità storiche dell’Italia nelle emissioni clima-alteranti e delle capacità tecnologiche e finanziarie attuali; in conformità ai principi di equità e di responsabilità comuni ma differenziate che caratterizzano il diritto climatico.

Questi principi sono di massimo rilievo nel calcolo del “giusto contributo” di riduzione (cosiddetto Fair share) che ogni Stato è tenuto a garantire per contribuire in maniera equa al raggiungimento dell’obiettivo dell’Accordo di Parigi .

Vuoi saperne di più?
– Scarica il Report di Climate Analytics “Obiettivi e politiche climatiche dell’Italia nel rispetto dell’Accordo di Parigi e delle valutazioni di Equity globale” in Italiano / in inglese
– Scarica l’Abstract del report
– Scarica l’Addendum del report (2022)

Le climate litigations come strumento per la giustizia climatica
L’iniziativa italiana si inserisce in uno scenario europeo e globale in cui cittadini e cittadine, giovani, famiglie e associazioni ricorrono sempre più spesso al potere giudiziario per tutelare i propri diritti e quelli delle generazioni future dall’emergenza climatica in uno dei momenti più drammatici dell’esistenza umana sulla terra.

Per approfondire i più rilevanti casi di litigation climatica a livello internazionale, leggi qui.

Clima: la causa Giudizio Universale arriva in Corte d’Appello ultima modifica: 2026-11-01T05:02:00+01:00 da GognaBlog

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2 pensieri su “Clima: la causa Giudizio Universale arriva in Corte d’Appello”

  1. “Chiedono inoltre [ai giudici] di dichiarare lo Stato responsabile di inadempienza e di condannarlo a ridurre le emissioni di gas a effetto serra del 92% [sic] entro il 2030 rispetto al 1990 [sic].”
     
    Ma è una barzelletta?

  2. Sono un convinto sostenitore della tutela dell’ambiente. tutela e non dittatura ideologica dell’ambientalismo. Non fosse altro che per la nostra sopravvivenza (nostri di noi esseri umani) è giusto che conserviamo l’ambiente che è, volere-volare, il contesto in viviamo: se diventa invivibile, moriamo.  a ciò si aggiunte la bellezza dell’ambiente stesso che è come un’opera d’arte da custorire (a prescindere dalla nostra sopravvivenza). In quest’ottica va condotta una battaglia ideologica, che (attenzione!) dovrebbe iniziare dal nostre stesso stile di vita quotidiano: riduciamo la propensione ai consumi (di ogni tipo). A ciò aggiungiamo la pressione per controllo se4mpre più severi sulle emissioni (con la precisazione che andrebbero applicate a TUTTO il pianeta e non solo da noi). sono invece contrario ad azioni giudiziarie come la presente: si cita in giudizio lo Stato (al netto del colore del governo in carica) che di grane sul lato dei conti ne ha già “da vendere e da appendere” (come si dice a Torino). L’obiettivo primario NON deve essere punite lo Stato (che poi siamo tutti noi) per i comportamenti passati, ma convincere l’opinione pubblica a cambiare stile di vita da oggi in poi, anche nel piccolo della quotidianità individuale.

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