Gli Stati Uniti e il loro progetto militare mondiale
di Thierry Meyssan
(traduzione di Rachele Marmetti)
(già pubblicato su www.ariannaeditrice.it il 25 agosto 2017. Fonte: Megachip)
Lettura: spessore-weight**, impegno-effort*, disimpegno-entertainment***
In questo momento, il presidente siriano Bashar el-Assad è il solo che si sia adattato alla nuova “grande strategia statunitense”; gli altri continuano a ragionare come se i conflitti in corso fossero la continuazione di quelli che abbiamo conosciuto dopo la fine della seconda guerra mondiale. S’insiste a interpretare gli avvenimenti come tentativi degli Stati Uniti di accaparrarsi risorse naturali rovesciando governi.
Io penso, e in quest’articolo svilupperò il mio pensiero, che simili interpretazioni siano errate e potrebbero far precipitare l’umanità intera in un inferno.
La concezione strategica degli Stati Uniti
Negli ultimi settant’anni l’ossessione degli strateghi statunitensi non è stata difendere gli americani, bensì conservare la propria superiorità militare sul resto del mondo. Nel decennio intercorso tra la caduta dell’URSS e gli attentati dell’11 settembre 2001 hanno cercato i modi per intimorire chi opponeva loro resistenza.
Harlan K. Ullman ha sviluppato l’idea di terrorizzare le popolazioni dandogli mazzate in testa (Shock and awe, lo choc e la soggezione) [1]. Si trattava di agire ispirandosi idealmente alla bomba atomica usata contro i giapponesi, che ha trovato soluzione pratica nel bombardamento di Bagdad con una pioggia di missili da crociera.
Gli straussiani (ossia i discepoli del filosofo Leo Strauss) sognavano di condurre e vincere diverse guerre alla volta (Full-spectrum dominance, dominazione in ogni direzione). Abbiamo quindi assistito alle guerre d’Afghanistan e d’Iraq, svolte sotto un medesimo comando [2].
L’ammiraglio Arthur K. Cebrowski raccomandava che le forze armate venissero riorganizzate in modo che fosse possibile processare e condividere una grande quantità di dati in modo simultaneo. In tal modo i robot potrebbero un giorno suggerirci istantaneamente le tattiche migliori [3]. Come stiamo per vedere, le profonde riforme iniziate dall’ammiraglio non hanno tardato a produrre frutti velenosi.
La concezione neoimperialista degli Stati Uniti
Queste idee e queste fantasie hanno dapprima condotto il presidente Bush e la US Navy a organizzare il più vasto sistema di sequestri internazionali e di tortura, di cui sono state vittime 80.000 persone. Indi hanno indotto il presidente Obama a mettere in moto un sistema di uccisioni, soprattutto con l’uso di droni, ma anche ricorrendo a commando armati. Questo sistema opera in 80 Paesi e dispone di un budget annuale di 14 miliardi di dollari [4].
A decorrere dall’11 settembre 2001, l’assistente dell’ammiraglio Cebrowski, Thomas P. M. Barnett, ha impartito al Pentagono e nelle accademie militari numerose conferenze per dare l’annuncio di quella che avrebbe dovuto essere, secondo il Pentagono, la nuova mappa del mondo [5].
Il progetto è diventato fattibile grazie alle riforme strutturali delle forze armate statunitensi, riforme ispirate a questa nuova visione del mondo. Il progetto sembrò a tal punto delirante che gli osservatori stranieri lo liquidarono frettolosamente come l’ennesimo strumento retorico per spaventare i popoli che gli Stati Uniti aspirano a dominare.
Barnett affermava che, per conservare l’egemonia sul mondo, gli Stati Uniti devono «svolgere il ruolo del fuoco» e dividere il pianeta in due parti. Da un lato gli Stati stabili (i membri del G8 e i loro alleati), dall’altro il resto del mondo, considerato alla stregua di mero bacino di risorse naturali. A differenza dei predecessori, Barnett non riteneva l’accesso alle risorse naturali d’importanza vitale per Washington, bensì voleva che gli Stati stabili potessero accedervi unicamente attraverso la forza militare statunitense. Conveniva quindi distruggere sistematicamente tutte le strutture statali dei Paesi compresi nel bacino di risorse, in modo che nessuno di loro potesse un giorno opporsi al volere di Washington, né trattare direttamente con gli Stati stabili.
Nel discorso sullo stato dell’unione del gennaio 1980 il presidente Carter espose la propria dottrina: Washington considerava l’approvvigionamento dell’economia americana con il petrolio del Golfo una questione di sicurezza nazionale [6].
Per controllare la regione, il Pentagono ha in seguito creato il CentCom. Oggi però Washington preleva da Iraq e Libia meno petrolio di prima delle guerre contro questi Paesi; ma cosa può importargliene?
Distruggere le strutture statali significa condannare le nazioni al caos, concetto attinto da Leo Strauss, cui però Barnett attribuisce nuovo significato. Per il filosofo ebreo, dopo il disastro della Repubblica di Weimar e la Shoah, il popolo ebraico non può contare sulle democrazie. L’unico mezzo per proteggersi da un nuovo nazismo è instaurare una propria dittatura mondiale – in nome del Bene, ovviamente. Bisogna dunque distruggere gli Stati che resistono, cacciarli nel caos e ricostruirli poi secondo nuove leggi [7].
È quanto sosteneva Condoleezza Rice nei primi giorni della guerra del 2006 contro il Libano, quando Israele sembrava dovesse uscirne vincente:
«Non vedo che interesse abbiamo a far ricorso alla diplomazia se questo significa tornare allo status quo ante nei rapporti tra Israele e Libano. Credo sarebbe un errore. Quello che viviamo ora è l’inizio, le contrazioni della nascita di un nuovo Medio Oriente; qualunque sia la cosa che facciamo dobbiamo essere sicuri di avanzare verso un nuovo Medio Oriente e che non stiamo tornando alla situazione precedente».
Per Barnett invece non bisogna portare al caos i soli popoli che resistono, ma tutti quelli che non hanno raggiunto un determinato livello di vita. E quando saranno sottomessi al caos occorrerà mantenerveli.
Del resto, l’influenza degli straussiani sul Pentagono è diminuita dopo la morte di Andrew Marshall, creatore del «fulcro dell’Asia» [8].
Una delle grandi divergenze tra il pensiero di Barnett e quello dei predecessori è che la guerra non deve necessariamente essere condotta contro quello o quell’altro Stato per ragioni politiche, ma contro quelle intere regioni del mondo che non sono integrate nel sistema economico globale. Ovviamente bisognerà cominciare da un dato Paese, per poi favorire il contagio del conflitto, fino alla distruzione totale, come accade nel Medio Oriente Allargato. Oggi la guerra prosegue, anche con spiegamento di blindati, in Tunisia, Libia, Egitto (Sinai), Palestina, Libano (Ain al-Hilweh e Ras Baalbeck), Siria, Iraq, Arabia Saudita (Qatif), Bahrein, Yemen, Turchia (Diyarbakir) e Afghanistan.
In ragione di ciò, la strategia neoimperialista di Barnett tenderà sempre più ad appoggiarsi su elementi propri della retorica di Bernard Lewis e di Samuel Huntington: lo “scontro di civiltà” [9]. Poiché è impossibile trovare giustificazione alla nostra indifferenza verso la sorte dei popoli del bacino di risorse naturali, ci potremo sempre convincere che trattasi di civiltà incompatibili con la nostra.
Secondo questa mappa, estratta da un Powerpoint presentato da Thomas P. M. Barbett nella conferenza tenuta nel 2003 al Pentagono, tutti gli Stati della zona rosa devono essere distrutti. Questo progetto non ha nulla a che fare né, sul piano nazionale, con la lotta di classe, né con lo sfruttamento di risorse naturali. Dopo il Medio Oriente allargato, gli Stati Uniti si apprestano a ridurre in rovina l’America Latina del nord-ovest.
La messa in atto del neoimperialismo degli Stati Uniti
È esattamente questa la politica messa in atto dall’11 settembre. Non c’è guerra che sia finita. Da sedici anni le condizioni di vita degli afgani sono ogni giorno vieppiù terribili e pericolose. La ricostruzione dello Stato afgano, annunciata sul modello di Germania e Giappone dopo la seconda guerra mondiale, non è mai iniziata. La presenza di truppe NATO non ha migliorato le condizioni di vita della popolazione, le ha al contrario peggiorate. Non si può non prendere atto che la presenza NATO è oggi la causa del problema. Nonostante i discorsi confortanti sugli aiuti internazionali, le truppe NATO sono in Afghanistan unicamente per aggravare e mantenere il caos.
Mai, a ogni intervento NATO, le giustificazioni ufficiali delle guerre si sono rivelate veritiere. Non lo sono state per la guerra contro l’Afghanistan (la responsabilità dei Talebani negli attentati dell’11 settembre), per quella contro l’Iraq (il sostegno del presidente Hussein ai terroristi dell’11 settembre e la presenza di armi di distruzione di massa per colpire gli Stati Uniti), per quella contro la Libia (il bombardamento della popolazione da parte delle forze armate), per quella contro la Siria (la dittatura del presidente Assad e la setta degli Alauiti). Neppure il rovesciamento di un governo ha mai posto fine a un conflitto. Tutte queste guerre non si interrompono, chiunque sia al potere.
Le “primavere arabe”, benché immaginate dall’MI6 nel solco della “rivolta araba del 1916” e delle prodezze di Lawrence d’Arabia, s’inscrivono nella medesima strategia USA. La Tunisia è diventata ingestibile. Fortunatamente, in Egitto la situazione è stata ripresa in mano dall’esercito e il Paese oggi sta cercando di tornare a galla. La Libia è diventata un campo di battaglia, ma non da quando il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha adottato la risoluzione a protezione della popolazione, bensì dopo l’assassinio di Mu’ammar Gheddafi e la vittoria della NATO. La Siria rappresenta un’eccezione, giacché lo Stato non è mai caduto nelle mani dei Fratelli Mussulmani, che quindi non hanno potuto instaurare il caos nel Paese. Però numerosi gruppi jihadisti legati alla Confraternita hanno controllato – e ancora controllano – parti del territorio, dove sono riusciti a generare il caos. Né il Califfato di Daesh, né Idleb, controllato da Al Qaeda, costituiscono Stati dove l’islam possa fiorire, ma zone di terrore senza scuole né ospedali.
È probabile che grazie al proprio popolo, all’esercito e agli alleati russi, libanesi e iraniani, la Siria riesca a sfuggire al destino tracciato per lei da Washington, ma il Medio Oriente Allargato continuerà a bruciare fino a quando le popolazioni non capiranno qual è il piano dei nemici. In America Latina vediamo che è iniziato ora il medesimo processo di distruzione. I media occidentali parlano con sdegno dei disordini in Venezuela, ma la guerra che sta cominciando non si limiterà a questo Paese, si estenderà all’intera regione, benché le condizioni economiche e politiche degli Stati che la compongono siano molto diverse.
I limiti del neoimperialismo degli Stati Uniti
Gli strateghi statunitensi si compiacciono nel paragonare il potere USA a quello dell’Impero Romano. Però i Romani portavano sicurezza e grande ricchezza ai popoli che conquistavano e poi integravano. L’Impero Romano costruiva monumenti e razionalizzava società. Al contrario, il neoimperialismo statunitense non intende portare nulla né ai popoli degli Stati stabili, né tantomeno ai popoli del bacino di risorse naturali. Prevede di taglieggiare i primi e pianifica di distruggere i vincoli sociali che sottostanno all’unità nazionale dei secondi. E soprattutto non vuole sterminare le popolazioni degli Stati del bacino di sfruttamento, ha bisogno che soffrano affinché il caos in cui sono costretti a vivere impedisca agli Stati stabili di andare a cercare direttamente da loro, senza la protezione militare statunitense, le risorse naturali di cui necessitano.
Finora il progetto imperialista teneva conto che “non si può fare la frittata senza rompere le uova”, ossia ammetteva la possibilità di compiere massacri collaterali per estendere il proprio dominio. Ora invece pianifica massacri generalizzati per consolidare definitivamente la propria autorità.
Il neoimperialismo statunitense implica che gli altri Stati del G8 e i loro alleati accettino di lasciare che le forze armate USA “proteggano” all’estero i loro interessi. Se questo non pone problemi con l’Unione Europea, sottomessa ormai da lungo tempo, si dovrà invece discutere con il Regno Unito e sarà impossibile con Russia e Cina.
Ricordando la “relazione speciale” con Washington, Londra già ha reclamato di essere associata al progetto statunitense di governo del mondo. In questo consiste il significato del viaggio di Theresa May negli Stati Uniti nel gennaio scorso, rimasto però senza risposta [10].
È del resto impensabile che le forze armate USA garantiscano la sicurezza delle “vie della seta”, come oggi fanno, insieme ai loro omologhi britannici, per le vie di comunicazione marittime e aeree. Ed è altrettanto inimmaginabile mettere in ginocchio la Russia, esclusa dal G8 a causa del suo impegno in Siria e Crimea.
Note
[1] Shock and awe: achieving rapid dominance, Harlan K. Ullman & al., ACT Center for Advanced Concepts and Technology, 1996.
[2] Full Spectrum Dominance. U.S. Power in Iraq and Beyond, Rahul Mahajan, Seven Stories Press, 2003.
[3] Network Centric Warfare : Developing and Leveraging Information Superiority, David S. Alberts, John J. Garstka & Frederick P. Stein, CCRP, 1999.
[4] Predator empire : drone warfare and full spectrum dominance, Ian G. R. Shaw, University of Minnesota Press, 2016.
[5] The Pentagon’s New Map, Thomas P. M. Barnett, Putnam Publishing Group, 2004.
[6] “State of the Union Address 1980”, by Jimmy Carter, Voltaire Network, 23 January 1980.
[7] Alcuni specialisti interpretano il pensiero politico di Leo Strauss in modo completamente diverso. Da parte mia non mi interesso tanto al pensiero del filosofo, quanto a ciò che professano quelli che al Pentagono, a torto o a ragione, si richiamano a lui. Political Ideas of Leo Strauss, Shadia B. Drury, Palgrave Macmillan, 1988. Leo Strauss and the Politics of American Empire, Anne Norton, Yale University Press, 2005. Leo Strauss and the conservative movement in America : a critical appraisal, Paul Edward Gottfried, Cambridge University Press, 2011. Straussophobia: Defending Leo Strauss and Straussians Against Shadia Drury and Other Accusers, Peter Minowitz, Lexington Books, 2016.
[8] The Last Warrior: Andrew Marshall and the Shaping of Modern American Defense Strategy, Chapter 9, Andrew F. Krepinevich & Barry D. Watts, Basic Books, 2015.
[9] « The Clash of Civilizations ? » ; « The West Unique, Not Universal », Foreign Affairs, 1993 & 1996 ; The Clash of Civilizations and the Remaking of World Order, Samuel Huntington, Simon & Schuster, 1996.
[10] “Theresa May addresses US Republican leaders”, by Theresa May, Voltaire Network, 27 January 2017.
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Secondo me loro si accordano molto più facilmente di tutti gli altri.
Articolo realmente inquietante che spiega piuttosto bene l’attuale situazione.
Purtroppo però non accenna che di sfuggita a quello che penso sarà il vero problema nel medio termine e cioé come la visione imperiale USA intenda trattare (o semplicemente rapportarsi) con Russia e Cina che hanno già iniziato a contrapporsi e sempre di più lo faranno.
Sopratutto quando le risorse inizieranno realmente a scarseggiare e l’attuale modello di sviluppo inizierà realmente a “cigolare”
Quello che si vede finora, comunque (il tentativo di isolare e circondare la Russia portando conflitti di bassa intensità nel suo cortile di casa in atto da alcuni anni e quello che sta sviluppandosi in Corea del Nord pare qualcosa di molto simile) non fanno presagire nulla di buono
Resto poi assolutamente attonito da come una buona campagna pubblicitaria e l’ideologia possano essere convincenti fino a creare una realtà alternativa: non sono certo gli USA che hanno vinto la seconda guerra mondiale liberandoci dal nazi-fascismo, ma piuttosto (e quasi solo) il povero mugik russo
Hanno pure la gopro sull’elmetto
il prosciutto è buono ma per mangiare. Non per metterselo sugli occhi!
Gli statunitensi fanno affari sempre, per loro tutto è fatto per fare affari. E così pure i russi e i cinesi, per citarne tre di quelli vincenti (seconda guerra mondiale). Di solito tutti gli altri che fanno discorsi di sinistra, hanno perso, dipendono dai vincenti e non hanno la più pallida idea di cosa siano gli affari… Li confondono con ipocrisia moralista di solito con le lezioni ideologiche o idealiste/populiste che a loro fan molto comodo, perché le vendono molto bene al popolino godereccio, educandolo ad essere parassitario come loro.
Ma forse non capisco ancora quelli che dicono di sapere, ma non sono mai capaci di fare alcunchè.
Ben detto, Alberto!
Credevo che per la propaganda politica antiamericana io dovessi rivolgermi al Manifesto o alla defunta Unità. Non al Gognablog.
Articolo pieno di odio per gli Usa. I radicalchic vari ne godono, l’odio imperversa contro l’unico baluardo alla barbarie islamica dei terroristi musulmani. Tutti questi pseudocommentatori politici, e i loro fiancheggiatori sono complici dei terroristi. Appoggerò sempre e dovunque gli Usa, sono loro che ci hanno liberato dal nazifascismo, non certo i partigiani, un granello ininfluente nella IIguerra mondiale.
Forse non è necessario riesumare le maschere di pace con le quali gli Stati Uniti travestono la propria politica estera per le sue recite sul palco teatrale del mondo.
Basta qualcosa di più semplice di assolutamente meno malizioso, perfino genuino.
In tutte le loro espressioni culturali troviamo un richiamo a Dio. Non a caso i discorsi del Presidente di turno – e suppongo non solo i suoi – termino con un immancabile God bless America. Neppure quelli del Papa.
La loro storia, breve ed effettivamente a mio modo di vedere, possibile solo se caricata a pieno regime di entusiasmo, sotiene a tutt’oggi l’idea dell’americanità.
Ovvero che attraverso la propria forza, quella breve storia che ha capovolto tutto e creato dal niente altrettanto, possa proseguire. È così che si può meglio cogliere il valore delle armi da fuoco libere, della pena di morte, del dominio sui neri, sugli ispanici, sul mondo.
Dunque una base assai umana e genuina, direi invidiabile, ma anche spirituale, sulla quale appoggia a tutt’oggi la politica egemonica.
Ed è questo il punto che permette di riconoscere come sia possibile – per loro, a cuor sereno – parlare di pace e far decollare droni armati.
Loro hanno fatto così da sempre. Da sempre la storia ha riconosciuto l’efficacia di quelle modalità. Per quale motivo dovrebbero – come potrebbero – separarsi da loro stessi?
Gli stessi ispanici, cinesi, afroamericani, indiani che si sono integrati nella società americana esprimono quell’americanità con pari efficacia degli autoctoni: anche il lift di un modesto alberghetto di città, di qualunque colore esso sia, non potrà rinunciare ad esprimere un sorriso, un gesto, una parola di accoglienza a chiunque stia entrando o uscendo dal suo ascensore. A chiunque, con pari affabilità, comunque sia vestito. Ugualmente farà l’ autista peruviana quando sull’autobus le chiederai qualche informazione.
Modalità diffuse, così tanto da esprimere un carattere comunitario. Carattere capace di rappresentare quello spirito di appartenenza che altrove – ammesso possano esservene di altro tipo – non ho visto. Spirito di un’unità, pienamente idoneo ad esprimere quanto sia vero che il destino è tutto nelle nostre mani. Invidiabile superprincipio della società americana.
Scatenarsi unilateralmente – senza il consenso Onu, infrangendo il diritto internazionale – contro l’Afghanistan alla caccia devastatrice di Osama bin Laden o eleggere uno come Trump sono espressioni possibili e di facile comprensione per chi è d’accordo con gli accenni qui esposti.
O per chi sa che tutti noi, sulla spinta dell’entusiasmo, possiamo compiere gesta molto vicine ai nostri ideali.