La tessera del CAI
di Matteo Will Bertolotti
(pubblicato su sassbaloss.wordpress.com il 6 gennaio 2020)
Quintino Sella, il 15 agosto 1863, in seguito alla prima ascensione italiana del Monviso inviò una lettera a Bartolomeo Gastaldi. Ecco alcuni punti:
«A Londra si è fatto un Club Alpino, cioè persone che spendono qualche settimana dell’anno a salire le Alpi, le nostre Alpi!
Or non si potrebbe fare alcunché di simile a noi?
Io crederei di sì […] E mi pare che non ci debba voler molto per indurre i nostri giovani, che seppero d’un tratto passare dalle mollezze del lusso alla vita del soldato, a dar di piglio al bastone ferrato ed a procurarsi la maschia soddisfazione di solcare in varie direzioni e sino alle più alte cime queste meravigliose Alpi, che ogni popolo ci invidia».
Sono le basi per la nascita del CAI che avverrà ufficialmente il 23 ottobre del 1863 in una sala del Castello del Valentino a Torino.
Ai tempi il sodalizio era per pochi; l’obbligo dei soci durava tre anni e la quota annuale era di 20 lire più una tassa d’iscrizione, sempre di 20 lire. Al 31 dicembre del 1863 gli iscritti erano circa 200.
Questa è la tessera di Carolina Palazzi datata 1882.
Lentamente nascono le prime sezioni; dopo la prima guerra mondiale la tessera assume una nuova grafica. Alcune associazioni simili al CAI, come ad esempio la UGET di Torino, hanno una tessera molto simile graficamente.
La tessera della UGET (Unione Giovani Escursionisti Torinese, fondata in Torino nel 1913, e Sezione CAI dal 1931) ha dimensione e grafica molto simile a quella dei CAI.
Parallelamente al CAI nasce la SUCAI (Stazione Universitaria Club Alpino Italiano) con l’intento di catalizzare i giovani. La SUCAI ha una storia piuttosto travagliata e alterna momenti felici ad altri meno. Ad un certo punto venne dato ordine di ritirare tutte le tessere SUCAI per controllare esattamente il flusso dei giovani.
Il libro 1863-1963 I Cento Anni del Club Alpino Italiano riporta che nel 1932 “il Presidente del CAI constatava nel primo numero della Rivista Mensile la mancanza di giovanissimi in montagna. Molti giovani partecipavano, è vero alle adunate, alle gite sezionali, ma poi si squagliavano e più spesso si trovavano a tifare a una partita di calcio o a bighellonare in qualche dancing piuttosto che tirare il collo su per le rocce e i canaloni.
Le cause di tutto questo erano tante e concomitanti e ci si domandava come intervenire. Anzitutto occorreva l’esempio, a cominciare dai presidenti sezionali che dovevano camminare, come lo facevano in passato.
Se cominciamo, soggiungeva, dai figli a farli marciare sempre in automobile e mai a piedi, a temere gli spifferi d’aria come causa di morte sicura, a fasciarli e a sfasciarli di panni e di coperte a ogni mutare di tempo, a paventare per loro la fatica rude e sana dell’aria, del gelo e dell’altezza, non si preparano soldati della montagna ma clementi da ping-pong!”.
Di conseguenza venivano emanate norme per l’inquadramento degli universitari fascisti e pubblicato il testo dell’accordo con i Gruppi Universitari Fascisti (GUF).
Ed ecco così nascere anche l’apposita tessera.
Il 1935 è l’anno della svolta. Spuntano le nuove tessere e con esse una frase di Benito Mussolini:
“Sono fiero di appartenere al Club Alpino Italiano, scuola di italianità e ardimento”.
Nel 1938 vennero modificati gli articoli 12 e 13 dello Statuto. Il CAI si trovò così a cambiare nome: l’acronimo d’ora in poi avrebbe significato “Centro Alpinistico Italiano”.
“Si sostituiva Club con Centro in quanto faceva pensare a un’attività regolata da direttive unitarie e inoltre l’analogia di tale parola con il nome di altri istituti di carattere militare, ben si adatta all’ente alpinistico, che aveva l’onore di collaborare con i comandi militari per lo studio e la difesa delle nostre montagne”.
Terminata la seconda guerra mondiale venne cambiata la frase sulla terza pagina. Al posto di Mussolini fu il turno di Quintino Sella (Presidente Generale del CAI dal 1876 al 1884).
Alcune tessere furono stampate con questa dicitura:
“In montagna, il sentimento del bello e del grande, dopo avere agito sull’intelletto, per misteriosa armonia delle facoltà umane, opera sul morale”.
Altre con:
“Correte alle Alpi alle montagne, o giovani animosi, che vi troverete forza, bellezza, sapere e virtù”.
Alcune tessere vennero sostituite, come in questo caso: Emanuele Recchia, nonostante sia socio dal 1931, ha la tessera con la scritta di Sella. I bollini partono dal 1945.
Le tessere con la scritta di Sella si esaurirono molto presto e nel 1947 è il turno di Guido Rey. Con mio grande stupore scopro che la frase pubblicata è la seguente:
“La montagna è fatta per tutti, non solo per gli alpinisti: per coloro che desiderano il riposo nella quiete, come per coloro che cercano nella fatica un riposo più forte”.
Nel 1954 il CAI sostituisce nuovamente la frase. Purtroppo non sono riuscito a risalire all’anno esatto. L’autore resta Guido Rey, è il turno della “Lotta coll’Alpe”:
“Io credetti e credo la lotta coll’Alpe utile come il lavoro, nobile come un’arte bella come una fede”.
Arriva il Nuovo Mattino e con esso le rivoluzioni alpinistiche e culturali.
A Bismantova non c’è vetta e la sommità è completamente piatta. Otello Incerti, giornalista de L’Unità conia il termine “Pace coll’Alpe”, denominazione nata appunto in contrasto alla “Lotta coll’Alpe”. A farsi promotore di quello che poi sarà un cambio di mentalità è Carlo Possa il quale scriverà questo breve articolo provocatorio su Il Cusna:
«Si sta formando tra gli alpinisti reggiani un nuovo gruppo di punta. Per ora c’è solo il nome: “La pace coll’Alpe”. Chi siano i membri di preciso non si sa: forse non lo sanno nemmeno loro, perché, pur essendo vicini alle idee de “la pace coll’Alpe” non sanno nemmeno che questo gruppo si sta formando.
Detta così la cosa sembra un po’ complicata, ma col tempo “la pace coll’Alpe” definirà meglio le proprie caratteristiche. Per ora è un gruppo “underground” (sotterraneo), senza schermi prestabiliti, senza burocrazia, senza dirigenti e domande di ammissione. Chi sentirà lo “spirito” della pace coll’Alpe ne farà automaticamente parte, sempre che la cosa lo interessi. Ma qual è lo “spirito” che caratterizza questo gruppo? Provate a rispondere a queste domande:
1) Ritieni errata l’affermazione: “Osa, osa sempre e sarai simile a un Dio?”
2) Sei convinto che l’alpinismo non è solo sacrificio?
3) Ti danno fastidio quegli alpinisti che parlano solo di chiodi e di gradi?
4) Vai in montagna anche per stare in compagnia?
5) Sapresti rinunciare ad una ascensione difficile per una scampagnata con gli amici?
6) Sei mai stato alle Calanques, o ci vorresti comunque andare?
Ecco, se avete risposto sì a queste domande siete anche voi della pace coll’Alpe.
Tutti possono sentirsi membri del gruppo, ed in particolare le ragazze, perché il futuro dell’alpinismo non è nel chiodo a pressione, ma nelle donne, come ha detto un noto accademico vicino allo spirito della pace coll’Alpe».
Possa avrà un intenso scambio epistolare con Gian Piero Motti che il 25 novembre del 1972 gli scriverà:
«Caro Carlo,
[…] Ho ricevuto la tua lettera con vero piacere e devo una volta di più dirti che condivido appieno le tue idee. È strano, ma alcuni di noi stanno avvertendo che qualcosa non funziona, che non va, che è ora forse di ritornare indietro a valori più veri. Da un po’ torno dalle grandi salite con l’amaro in bocca, mi sono chiesto ancora perché e credo finalmente di avere capito.
Gli è che quest’alpinismo sta diventando qualcosa che ti allontana dalla natura, che ti porta ad essere solo, a dimenticare tante cose. Ma ripeto, un certo alpinismo. Perché non è stato sempre così e può anche essere diverso. È che ho una gran voglia di andare ancora alla ricerca di angoli solitari e sperduti, di riscoprire la natura alpina, mi prende il desiderio struggente di salvare un mondo che purtroppo si sta spegnendo in una lenta agonia. Sono stanco di rifugi affollati, stanco di code all’attacco delle pareti, stanco di invidie e di gelosie, di calunnie, stanco di discussioni insulse sul sesto grado con l’unico fine di stabilire una classifica di più forti, stanco che Rudatis ci rompa i coglioni con la sua filosofia nietzschiana, che inviti i giovani a lasciarci la pelle. Ebbene, Carlo, forse è giunto il giorno di buttare via le corde, i chiodi, le staffe, come hai detto giustamente tu. Forse è il giorno di ritornare alle origini, di salvare il salvabile. Siamo ancora in tempo, attuiamo questo ritorno ai monti e lasciamo che i “grandi” si necrotizzino con le loro ambizioni e che mascherino i loro complessi di inferiorità con le loro imprese esaltanti. No, non mi è passata la voglia di arrampicare, forse non mi passerà mai, ma voglio essere libero, libero da tutti i preconcetti, fuori da un sistema che ahimè sta invischiando anche l’alpinismo.
E pensare che l’alpinismo dovrebbe essere una liberazione, dovrebbe essere, il paragone è grande ma non è fuori luogo, un po’ come lo zen ed il tao, dovrebbe essere un mezzo per giungere alla “PERCEZIONE”.
Invece non è così. Allora mi sono veramente rotto: quest’anno sono andato a fare la parete ovest delle Petites Jorasses. Ho dormito in terra al refuge de Leschaux, calpestato da francesi, giapponesi, tedeschi, inglesi e italiani.
All’alba ho dovuto assistere alla corsa per arrivare primi all’attacco della Nord delle Jorasses o della parete che pure noi abbiamo salito. Ho visto scene incredibili. Ma ripeto, dov’è l’avventura? Ho salito la via Lacedelli alla Scotoni mentre al laghetto di Lagazuoi un folto pubblico applaudiva e squittiva a seconda delle situazioni. Ora è autunno e rubando qualche giornata al lavoro me ne vado girando con la mia ragazza per i valloni delle nostre montagne piemontesi che in questa stagione sono ancora più belle e malinconiche.
A volte ci sorprendiamo a scoprire angoli di una bellezza incredibile. Eppure sovente sono apparsi ai nostri occhi. Pavese un giorno disse che sovente oggetti ed immagini ci passano davanti agli occhi per giorni, per anni e noi non li vediamo neppure. Poi un giorno, miracolosamente, ci appaiono in tutta la loro bellezza.
Così me ne torno a casa sereno, felice, con il desiderio di vedere ancora, di girare ancora, di scoprire ancora quello che è il vero volto della natura alpina. Caro Carlo è veramente giunto il momento di salvare l’uomo, il giorno X in cui l’uomo torni ad essere veramente tale. Hai visto Arancia Meccanica? È fantastico. Il pubblico, idiota, in sala rideva.
Io non avrei riso molto. Troppo da vicino mi ricordava “il nuovo mondo” di Huxley. Recentemente è uscito un libro splendido, unico. E ha un titolo altrettanto bello Lassù gli ultimi, di Gian Franco Bini, un ragazzo che ha speso più di due anni per darci un quadro di un mondo che forse fra trent’anni non ci sarà più. Il mondo dei valligiani, il mondo che ci ha fatto amare la montagna, quello che ci ha incantato gli occhi la prima volta che nell’infanzia abbiamo scorto il profilo di un monte.
Cercalo questo libro, leggilo, osserva una ad una le fotografie e poi mi dirai se anche a te non ha messo addosso un senso di infinita tristezza, uno struggimento, un rammarico per qualcosa che andiamo distruggendo con le nostre mani. Sul numero di settembre della Rivista Mensile uscirà un mio articolo dal titolo significativo “I Falliti”. È il capitolo di addio ad un certo alpinismo. Un articolo che mi attirerà critiche, che mi alienerà amicizie (erano poi tali?). Non mi importa, ne acquisterò altre più vere. Ma io penso finalmente di aver detto la verità, penso finalmente di aver detto ciò che mi girava dentro da anni.
E chi ha orecchie per intendere intenda. E a noi cosa resta? Restano le Prealpi Francesi, con la loro semplice, immensa solitudine, restano in autunno le severe e tristi montagne piemontesi, resta l’Appennino emiliano con le due piccole, meravigliose cascate, ma ancora per quanto?
Il sistema, terribile, sta macinando, sta integrando, lava i cervelli, necrotizza le menti. Il rischio è enorme. Si tratta di perdere la semplicità.
Caro Carlo, verrò senz’altro alla Pietra, ma tu verrai una domenica d’autunno qui tra le nostre montagne ed andremo in cerca di qualcosa di bello. Per ora siamo in pochi, domani forse in molti».
La Pace coll’Alpe, lentamente porterà a una rivoluzione e a una nuova sostituzione della frase di Guido Rey sulle tessere del CAI. Il tutto avverrà quasi in silenzio in occasione dell’assemblea dei delegati di Merano nel 1995 dopo la decisione precedentemente assunta da parte del Consiglio Direttivo Centrale.
Si torna alla frase pubblicata nel 1947:
“La montagna è fatta per tutti, non solo per gli Alpinisti: per coloro che desiderano il riposo nella quiete come per coloro che cercano nella fatica un riposo ancora più grande”.
Nel marzo del 2020, in piena emergenza Covid-19, il Presidente Generale del CAI Vincenzo Torti annuncia che sulle tessere del CAI sarà stampata una nuova frase. E’ la volta di Luigi Bombardieri:
“La montagna è scuola di carattere, onestà, solidarietà umana e amore per la natura”.
Dal sito della Fondazione Bombardieri:
“Luigi Bombardieri nasce a Milano il 10 giugno 1900. Si diploma ragioniere e svolge la sua attività lavorativa dal 1921 presso la Banca d’Italia sede di Sondrio e, dal 1923, presso la Cassa di Risparmio delle Provincie Lombarde, filiale di Sondrio.
Nel 1934 diventa capo filiale e nel 1948, direttore di filiale, sempre a Sondrio. All’interno della banca ricopre anche altri incarichi di prestigio.
Dal 1930 pubblica alcuni articoli e relazioni di carattere turistico e alpinistico sul giornale La Valtellina e su La rivista mensile del CAI. Nel 1946 è consigliere della “Pro Mutis” e, sempre nello stesso anno, rappresenta il Comitato di Liberazione Nazionale nel costituendo consiglio di amministrazione dell’Ente Provinciale del Turismo.
Nel 1951 è membro della consulta economica provinciale presso la Camera di Commercio, Industria e Agricoltura di Sondrio. Muore il 28 aprile 1957 per la caduta dell’elicottero, pilotato dal Maggiore Secondo Pagano, mentre si recava alla capanna Marinelli, a causa dell’urto con il cavo della teleferica.
Fu consigliere della Sezione Valtellinese del CAI dal 1924. Vicepresidente dal 1933 e presidente dal 1937 al 1946, rimase poi nel consiglio e si prese a cuore in particolare l’ampliamento della capanna Marinelli, che dopo la sua morte venne intestata anche a suo nome.
Svolse la sua attività alpinistica più impegnativa nel periodo dal 1923 al 1938.
Fu uno degli alpinisti valtellinesi più rappresentativi della sua epoca e fu ammesso tra gli Accademici del CAI con Alfredo Corti.
Il suo nome è legato, anche per stretti vincoli di amicizia, con quello della Guida Alpina Cesare Folatti (detto Piz) con il quale fece le salite più importanti.
Fu un antesignano della scuola di alpinismo e di sci alpinismo, e alla sua morte, per sua volontà testamentaria, venne istituita la “Fondazione L. Bombardieri” con una “sezione educativa” per sostenere l’apprendimento della conoscenza dell’ambiente delle nostre montagne, quindi anche la scuola di alpinismo e ogni iniziativa didattica indirizzata allo scopo da lui indicato.
Il suo nome è legato soprattutto alla prima ascensione di quello che verrà chiamato “Canalone Folatti”. Così lui stesso scrive: “Addì 21 luglio 1933, XI, le guide Folatti e Mitta, zavorrate dal sottoscritto, hanno compiuto la prima ascensione al Colle d’Argient dello Scerscen Superiore per il canalone di ghiaccio…”.
L’impresa era stata tentata poco tempo prima dalla cordata di Alfredo Corti, Peppo Fojanini e il cap. Gennaro Sora, che dovettero rinunciare per le scariche di ghiaccio.
Ecco la sua principale attività alpinistica:
1923 Via Baroni al Monte Disgrazia, con Luigi Mambretti e Giudice (non meglio identificato, NdR);
1927 Spigolo nord della Cima di Caspoggio, con Amedeo Pansera e Carlo Tiengo;
1932 Pizzo Cassandra per cresta nord-est, 2a salita; Traversata completa delle Cime di Musella; Traversata della Cresta Guzza da est a ovest, con Cesare Folatti; Traversata Roseg-Scerscen-Bernina, con Folatti, 1a italiana, parete nord del Monte Cristallo, con Folatti, 1a salita;
1933 Canalone Folatti, con Folatti e Peppino Mitta, la salita; parete nord del Piz Tuckett, con Folatti, 2a salita;
1934 Spigolo nord del Pizzo Trafoi; 1935 Cresta Guzza, parete nord, con Folatti, 1a italiana; parete nord del Pizzo Tresero, con Folatti, 2a salita;
1936 Parete nord del Pizzo di San Matteo, con Folatti, 1a italiana;
1937 Prima discesa del Canalone nord della Forcola di Bellavista alla Vedretta di Pers, con Folatti. Il canalone era stato percorso in salita quindici giorni prima da alcuni svizzeri “con difficoltà molto inferiori”;
1938 Parete nord del Pizzo Verona, sempre con Folatti, 1a salita.
Compì inoltre altre traversate impegnative e salite nelle Retiche e nelle Orobie con un paio di puntate nelle Dolomiti e nella zona del Cervino.
Inventò nel 1935 l’arpione Roseg: chiodo semi tubolare da ghiaccio prima, poi, il definitivo, tubolare con feritoie, leggerissimo, secondo un principio su cui sono basati molti chiodi successivi e seguito ancora oggi.
L’arpione trovò poi un’applicazione nel doppio arpione Roseg, adatto per la sua affidabilità e sicurezza soprattutto nelle soste”.
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Per cui. Caro amico, ti piace il CAI? Benissimo sei il benvenuto, ma ti devi iscrivere solo se condividi la filosofia e riconosci l’impostazione e anche le regole interne del club. Viceversa non ti piace l’impostazione del CAI? Altrettanto bene, ma, guarda, il mondo è grande, prendi la tuia strada e vai in montagna per conto9 tuo… I soci CAI (che cmq restano numerosi: 350.000 a livello nazionale) devono esserlo SOLO se lo vogliono e lo sentono, altrimenti sono element9i di fastidio e di nervosismo all’interno del CAI. A questo punto sono anche cadute le scuse tecnico-orgaizzative che 50 ann8i fa circa di fatto “obbligavano” tutti a essere iscritti al CAI: per cui chi NON ama la filosofia del club, anche quel suo sapore di fondo un po elitario (figlio dell’impostazione originaria di fine Ottocento), la sua “ministerialità” (patacche, gradi, ruoli, regolamenti, assemblee, verbali, firme e contro firme, biblioteca, magari anche ristorante/bar interno, vampi fa bocce ecc ecc ecc), ha tutta la libertà per andare in montagna SENZA essere iscritto al CAI. Ne consegue che chi NON ama il clima da club ha non solo il diritto, ma addirittura il dovere di starsene fuori dal CAI: questo vale non solo in termini di effettivo tesseramento individuale, ma anche di rispetto dei nostri gusti. Se a noi caiani piace far arte del CAI “caiano” proprio per il suo clima da club, dovete accettarlo e rispettare il nostro diritto di far parte di un’associazione. Il CAI deve piacere a noi che ne facciamo parte e NON a chi ne prende le distanze.
Bellissimo lavoro di ricerca storica (specie er la raccolta delle varie tessere): complimenti davvero! L’essenza dell’analisi conferma che il CAI è un club, cioè un’associazione di libera adesione e NON una federazione sportiva cui è obbligatorio essere tesserati per praticare il corrispondente sport. anche in un passato molto lontano, ma a maggior ragione negli anni in cui i boomer come me hanno approcciato la montagna (sostanzialmente dai Sessanta ai primi Novanta)era praticamente impossibile andare in montagna senza essere iscritti al CAI. Tutto ciò ja creato un equivoco di fondo di cui paradossalmente ha pagato pegno il CAI Stesso, vissuto come una longa manu del sistema (cuoi andare in montagna? Bene: iscriviti al CAI dei panzoni con la patacca sul maglione!). per molti era fonte di orticaria. con lo sgretolamento a cavallo del 2000 si è creato un altro fenomeno che io chiamo la “disintermediazione del CAI”: ovvero si può andare in montagna anche senza essere soci CAI. questo fenomeno che in genere è mal visto dai dirigenti (nazionali ma anche locali) a mio parere è invece salutare per il CAI: stiamo tornando al contesto di “libera adesione” individuale al CAI. CONT
L’articolo conferma, con storie sicuramente interessanti, che il Cai, fin dalle sue origini, è un ente che se la canta e se la suona e non sopporta i vecchi (infatti insegue i giovani), che però ne costituiscono la struttura.
Club!
La parola evoca la sensazione di avere a che fare con qualcosa di elitario: molto probabilmente era cosi nell’800.
Per fortuna le cose sono cambiate: le montagne nel tempo si sono riempite di popolo.
Gia, il popolo.
L’orgoglio delle masse popolari, che commuove, che tocca i cuori degli uomini sensibili – sullo sfondo un canto in sottovoce calante : avanti popolo alla riscossa ban die ra ro sa ban d r a ros a –
Il popolo: che schifo.
Il club rimane lì, un po polveroso: una forza minore, un po come i vigili urbani: impettiti si, ma vuoi mettere quando arrivano quelli del Col moschin.