Marzia Bortolameotti

«Per noi donne di montagna il percorso conta quanto la cima e vogliamo stare tranquille senza gli approcci dei provoloni».

Marzia Bortolameotti
di Silvia M. C. Senette

(pubblicato su Corriere del Trentino il 29 aprile 2026)

Il quarantesimo giorno dopo il parto cesareo ero già a Paganella con le pelli di foca: quando scopri l’adrenalina della montagna, non puoi più farne a meno”. Marzia Bortolameotti, classe 1982, è un concentrato di energia cinetica e pragmatismo digitale. Nata e cresciuta a Trento, una laurea in Scienze della Comunicazione e un passato da giornalista sportiva di trincea tra campi di calcio e dirette radiofoniche, ha trasformato una passione viscerale in una realtà che oggi conta 43mila follower su Instagram. «Donne di Montagna» non è solo una community: è un osservatorio, una start-up a impatto sociale e, soprattutto, uno spazio di libertà dove il ritmo lo dicono le donne.

Marzia Bortolameotti con in spalle la figlia Bianca

Marzia, partiamo dalle radici. Lei in montagna ci è nata, ma poi c’è stato il classico «tradimento» adolescenziale: come vi siete ritrovate?
Da piccola ero una specie di Heidi: settimane in camper vicino alle malghe, sui pascoli tra mucche, burro fresco e passeggiate. Mio padre era nel nucleo elicotteri dei vigili del fuoco e a 14 anni faceva già le stagioni al rifugio Tuckett: sveglia alle 5, pulivo i bagni, rifacevo i letti e preparavo colazioni. Poi, come tutti gli adolescenti, ho snobbato le vette per fare spazio ai viaggi e al nuoto agonistico. La montagna è tornata prepotentemente nella mia vita a 28 anni grazie a un ex fidanzato che voleva diventare guida alpina. Mi usava come cavia per le sue ascese: mi ha portato sul Campanile Basso e lì ho capito che non potevo più stare senza quella sensazione di libertà che provi guardare tutto dall’alto.

Ha provato anche la strada del Soccorso Alpino, un ambiente storicamente maschile. Com’è andata?
Ero la mosca bianca in un mondo di uomini. Mi dicevano: “Segui la comunicazione, ma devi saper operare”. Mi sono allenata duramente, ho imparato a chiodare e a fare le manovre di soccorso, ma mi hanno bocciato due volte all’esame pratico: una volta per un chiodo non piantato a regola d’arte, l’altra sul ghiaccio. È stato un periodo tosto, ho seguito la tragedia di rilevanza nazionale come la valanga della Val Lasties, ma dopo tre anni ho capito che quel ciclo era chiuso.

Poi arriva la maternità e quel desiderio quasi ossessivo di tornare in quota…
Ho avuto una gravidanza difficile, a rischio, l’ultimo mese l’ho passata a letto in ospedale. Quando è nata Bianca con un cesareo, la ginecologa è stata categorica: quasi 40 giorni di stop prima di tornare allo scialpinismo. Ho segnato la data sul calendario, mandavo il countdown alle amiche. Il quarantesimo giorno esatto cro a Paganella. La montagna per me è benessere psicofisico co; l’Organizzazione Mondiale della Sanità dice che 120 minuti in natura rigenerano, e per me è una vera necessità biologica.

Come nasce «Donne di Montagna»?
Galeotto fu un rifugio in Val d’Ambiez. Era il 2016 e a un tavolino Adriana, allora presidente della sezione SAT di Zambana, la società alpinisti, mi propose di curare la comunicazione di un congresso sulla montagna al femminile. Portammo sul palco guide alpine, elicotteriste, rifugiste. Là ho avuto il colpo di fulmine: quelle storie non avrebbero esaurirsi in un evento. Così ho iniziato a scavare: perché le donne guida alpina sono solo il 2%? Perché è così difficile per una donna trovare spazio nell’alpinismo? Nel 2017 ho aperto il blog ed è nato tutto.

Cosa cercano le donne che si rivolgono a lei? Quali sono i muri che devono abbattere?
Abbiamo fatto un sondaggio su 500 donne: il 30% non va in montagna perché non sa con chi andare e un altro 30% lamenta esperienze negative nei gruppi misti dove si sente frustrata, ultima della fila, mai all’altezza. L’uomo spesso punta alla vetta, alla prestazione. Il nostro approccio è diverso: piccoli gruppi inclusivi basati sul ritmo della più lenta, dove il percorso conta quanto la cima. Si creano dinamiche potentissime: ho visto sconosciute parlare di endometriosi o tumori attorno a un tavolo di rifugio, piangere di gioia sul Becco di Filadonna, sostenersi a vicenda invece di competere.

La montagna impone sempre più una riflessione sul tema della sicurezza e della prevenzione.
Il post-Covid ha portato in quota tantissimi turisti impreparati che scoprono la montagna attraverso i reel degli influencer, dove tutto sembra facile. Mi sono capitati casi limite: donne che aprivano lo zaino e tiravano fuori la piastra per capelli per un trekking di due giorni, o persone arrivate con le sneaker scivolose. Una volta una suola si è staccata da tutto: abbiamo dovuto scotchare lo scarpone col nastro nero per finire il giro. Con “Donne di Montagna” facciamo anche cultura: chiedo di mandarmi la foto delle calzature prima di partire, impariamo cos’è un ramponabile. L’academy serve a questo: dare strumenti tecnici per l’autonomia in quota.

Marzia Bortolameotti insieme ad un gruppo di donne durante un’escursione

Oltre alla disparità tecnica uomo-donna, le donne cercano un gruppo rosa anche per il timore di approcci indesiderati?
Purtroppo quella dei “provoloni” è una dinamica emersa nelle interviste e nel sondaggio. Molte donne dicono di aver provato a cercare compagnia maschile per sentirsi più sicure, ma poi si sono trovare in situazioni disagio: uomini che con la scusa di aiutare con lo zaino si aspettano qualcosa in cambio. Dover quasi scappare da una situazione in montagna è un trauma. Per questo i nostri gruppi sono vissuti come spazi protetti: vogliamo stare tranquille, goderci la salita senza dover gestire dinamiche di prevaricazione o avance non richieste.

Ha lasciato il posto fisso per questo progetto. Un salto nel vuoto o una scelta calcolata?
Lavoravo a Trentino Marketing, ma dopo il Covid sentivo il bisogno fisico di passare del tempo fuori, non volevo più rimanere in ufficio con il sole che splendeva. Mi sono licenziata che la bambina aveva due anni, ho preso il brevetto di Accompagnatrice di media montagna in Lombardia (durissimo, con selezioni fisiche pesanti) e ho deciso di puntare tutto su “Donne di Montagna”. L’anno scorso, mentre ero in bici in Spagna, ho avuto un’illuminazione: non potevo più considerare questo solo un secondo lavoro. Sono tornata, ho chiesto un logo “potente” e ho iniziato il percorso per trasformarla in start-up.

Dove sta andando «Donne di Montagna»?
Siamo entrate nella Trentino Startup Valley. A breve fonderò la società: l’obiettivo è creare una piattaforma innovativa che parli alla donna europea, ampliando l’orizzontale dalla sola montagna a tutto il mondo outdoor e del benessere in natura. Vogliamo aiutare le donne a prendersi i propri spazi, a non sentirsi sole.

Sua figlia Bianca come vive questa dimensione?
Lei è preparatissima: mi aiuta con i gadget per le mie donne, viene con me a fare i video “mamma e figlia”. L’altro giorno mi ha chiesto: “Mamma, come va con la community?”. È la mia prima sostenitrice.

Dopo tante ascese, qual è oggi la sua escursione del cuore?
La traversata della Vallée Blanche con gli sci da alpinismo: una sciata infinita in un paesaggio stupendo. E poi il mio primo Quattromila l’anno scorso, il Breithorn, sul Monte Rosa. Ma il mio vero traguardo non è una vetta: è vedere due donne che non si conoscevano incontrarsi a un nostro evento, diventare amiche e poi mandarmi la foto della loro prossima cima raggiunta insieme. Quello è il seme che voglio lasciare.

Marzia Bortolameotti ultima modifica: 2026-05-13T05:28:00+02:00 da GognaBlog

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11 pensieri su “Marzia Bortolameotti”

  1. A casa !!!!!a cucinare, a lavare piatti, badare ai figlioli altro che  montagna…..ahahahah …..ma per favore!!!!!!!

  2. Ho incontrato diverse volte donne sole sul sentiero che ho accompagnato, scambiando due chiacchiere e poi addio. Niente avance niente richieste di numeri di telefono anche se in un paio di occasioni mi è stato chiesto… Ero già stabilmente fidanzato/convivente e per caso non ero in montagna con la mia compagna.
    Ho anche fatto l’accompagnatore ma non ho mai cercato la mia compagna in montagna anche se la mia compagna e madre di mia figlia l’ho conosciuta al CAI.
    Generalizzare, uccide.

  3. Mah, quest’avercela col maschio provolone serve solo a concentrare femmine irrisolte che incontrandosi possono solo peggiorare la loro situazione. Il maschio maleducato e stupratore è una connotazione estremamente negativa. Lo stesso vale per la femmina, con il dovuto adeguamento fisico.
    Ma con provolone si è sempre definito il tombeur de femme moderato e anche un po’ sfigato. Tipo l’istruttore CAI che lo fa per rimorchiare, per intenderci.
    Senza considerare che anche la femmina anti-provoloonequando trova quello che le va a genio si trasforma immediatamente in… provoletta.
    È normale che sia così. Sfruttare quest’aspetto umano per farsi clienti, start up e via discorrendo, per una guida Amm o similia, è molto triste e sminuente, sia per la guida che per il/la cliente.
    Però, ognuno tira le frecce che ha al suo arco. Qui parlerei di patetiche freccette.

  4. Una grande conquista dell’inumano è stata l’emancipazione dell’individuo dal suo destino riproduttivo.
    Qui la descrizione di alcuni epifenomeni di una tendenza generale, tendenza che la modernità, o quanto meno la contemporaneità, ha etichettato come progresso; e forse lo è anche.
    Essere se stessi, manifestare se stessi, essere accettati per quello che si è come singoli a se stanti è in effeti una grande conquista. Il fatto che non essere più soggetti al giudizio della gente, ai pregiudizio della società significa anche che non cìè più nessuna società, nessuna comunità, nel bene come nel male.

  5. Esatto il termine suore laiche…domandarsi da dove partï la controriforma.e l’anno

  6. Il monachesimo, come esempio di enclave di genere, ha precorso i tempi, e questa esperienza può aiutarci ad interpretare una tendenza dell’umano che nella forma religiosa oggi ci appare incomprensibile.
    Un consiglio ai compagni di genere: lasciate stare queste suore laiche, non fate i provoloni.
     

  7. Quanto tempo da quando le donne in montagna dovevano arrivare solo alla quota in cui arrivano le margherite …
    W le donne in montagna (a cominciare dalle mie due di famiglia).

  8. Il Trentino se non lo conosci vacci ,merita molto vario e affascinante,mediamente ancora poco antropizzato. I trentini  conoscerli solo  in dosi pediatriche, e se non li conosci …va bene cosï..il loro segreto,i vacanzieri ci stanno max 20 giorni

  9. Semplicemente un’operazione di marketing, una proposta commerciale. 

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