Politica sulle cime

Pablo Batalla Cueto svela l’inevitabile intersezione tra alpinismo e ideologia. Lo scrittore e storico asturiano pubblica La bandera en la cumbre, un saggio che analizza l’alpinismo da una prospettiva politica come spazio di disputa, propaganda ed espressione dei valori dominanti di ogni epoca, dall’imperialismo ottocentesco al neoliberismo attuale.

Politica sulle cime
a cura della Redazione di cumbresmountainmagazine.com
(pubblicato su cumbresmountainmagazine.com il 18 settembre 2025)

L’alpinismo, spesso percepito come una ricerca di purezza e di fuga dalla quotidianità, è in realtà un campo profondamente politico. O meglio, politicizzato. 

Questa è la tesi centrale che lo scrittore e storico Pablo Batalla Cueto sviluppa nel suo ultimo libro La bandera en la cumbre-una historia política del montañismo

Il lavoro, pubblicato di recente, funge da catalizzatore provocatorio per discutere di come le ideologie abbiano plasmato e continuino a plasmare il raggiungimento dei vertici.

La storia con la sua bandiera
Batalla Cueto, laureato in Storia all’Università di Salamanca, correttore di bozze, traduttore e saggista con una solida esperienza nell’analisi di fenomeni politici e sociali, costruisce una narrazione tanto erudita quanto affascinante. 

Il suo libro abbraccia un panorama vasto e diversificato, dagli sherpa in sciopero e dalle femministe che piantano bandiere suffragette sulle cime delle montagne agli alpinisti vegani, trans, evangelici e anarchici che praticano l’esperanto. 

Pablo Batalla Cueto

L’opera espone sia la grandezza che la miseria della storia dell’alpinismo, presentandolo a volte come uno spazio di libertà ed emancipazione, a volte di oppressione. Il titolo evocativo si basa su un riferimento a “La montagna incantata” di Thomas Mann: “Non esiste la non-politica, tutto è politica“.

L’autore sostiene che lo sport, e l’alpinismo al suo interno, sono emersi contemporaneamente al capitalismo moderno e alla rivoluzione industriale, “al servizio di tutto ciò“. 

Secondo il testo, “prende cose che già esistono e le sottopone a regole, le mette negli stadi e ne stabilisce il tempo. In altre parole, prende tutto questo e lo trasforma in uno strumento di propaganda e in un mezzo per educare le persone sul capitalismo“. 

Le prime spedizioni britanniche sull’Himalaya sono, per lui, l’esempio perfetto: rappresentano il nazionalismo, l’imperialismo e anche l’epopea liberale dell’uomo autosufficiente che conquista vette che in precedenza erano di esclusivo dominio degli dei.

Sulla vetta dell’Aconcagua
Sulla vetta dell’Aconcagua

Massificazione e (falsa) decolonizzazione neoliberista
Uno degli aspetti più critici della sua analisi si concentra sull’evoluzione contemporanea dell’alpinismo. Batalla Cueto guarda con scetticismo al sovraffollamento di montagne un tempo impraticabili, come il K2 , dove ora “le agenzie ti portano” e offrono persino “doppie ascensioni” con trasferimento in elicottero. 

Egli descrive questo fenomeno come parte di una “accelerazione neoliberista, quella spinta irrefrenabile verso sempre di più”. 

Considera l’ascesa delle gare di montagna e dei record di velocità “atroce e deplorevole, espressione del peggior aspetto sportivo dell’atletica“. Lì, la natura cessa di essere uno spazio fertile e diventa “uno sfondo per il tuo egoismo“.

Un aspetto della sua teoria esplora un’apparente decolonizzazione nel business himalayano. “Ora ci sono molte aziende guidate da nepalesi e pakistani “, riconosce, allontanandosi dal vecchio modello occidentale. 

Tuttavia, avverte che questa transizione avviene spesso “a scapito della sostenibilità ecologica” e senza alcuna vera sfida al sistema. “Stiamo semplicemente combattendo il vecchio imperialismo affidando ai nepalesi la responsabilità di queste aziende, ma la struttura rimane eminentemente gerarchica, liberale e capitalista…”, sostiene. È una liberazione, forse, ma non è sufficiente.

Etica in contraddizione e nuove mobilitazioni
La proposta di Batalla Cueto non è manichea. Esplora le contraddizioni insite nei diversi approcci politici alla montagna. Sostiene che “alcune etiche ideologiche, per quanto motivanti possano essere, vengono corrette da altre“. Lo illustra con l’esempio dell’alpinismo femminista del XIX secolo, dove le donne aristocratiche affermavano il loro genere ma operavano all’interno di un quadro classista, avvalendosi di portatori. Una realtà che deve essere corretta con una prospettiva non coloniale. A sua volta, quella stessa prospettiva deve essere sfumata da una coscienza ecologica.

Infine, l’autore trova speranza nelle mobilitazioni concrete che nascono dall’amore per la montagna, anche se provengono da destini inaspettati.

Descrive il caso dei gruppi di alpinisti in Cile, spesso appartenenti all’alta borghesia e con tendenze conservatrici, che si stanno mobilitando contro la privatizzazione delle montagne. “In un paese diseguale come il Cile, le montagne li mobilitano in un senso che ricorda Allende, per aprire le grandi strade… Ciò che è privato deve essere pubblico“, afferma, sottolineando il potere della natura di generare un attivismo trasversale.

La riflessione acuta di Pablo Batalla Cueto punta a un alpinismo consapevole e misurato e a iniziative che, come quelle che portano i bambini dei quartieri vulnerabili sulla catena montuosa, cercano di rendere la natura “aperta a loro e non solo ai ricchi“.

Politica sulle cime ultima modifica: 2025-10-25T05:04:00+02:00 da GognaBlog

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16 pensieri su “Politica sulle cime”

  1. Non ho certo la pretesa di dire cose esatte, caso mai le mie opinioni. Armando Aste di cui mi fregio di avere conosciuto, di averci mangiato insieme a casa sua un piatto di pastasciutta, di cui ho salito molte delle sue grandi vie, di avergli regalato un cuneo di legno recuperato dalla sua via al Crozzon, non era un tipo facile, aveva il suo caratterino. Era un puro? Non lo so. Sicuramente un grande uomo onesto che ha saputo fare le sue scelte nel rispetto delle sue convinzioni.

  2. Ricerca di purezza nell’alpinismo? La lettura che segue a questa frase non mi sembra esatta. Non si può dire che gli uomini non abbiano nulla di puro in assoluto o che non possano cercare la purezza. L’alpinismo non è né puro né impuro e, filosoficamente, forse si potrebbe dire che esso non sia un’invenzione ma una scoperta. Proprio perché gli esseri umani non sono così puri cercano la purezza sulle montagne e nell’alpinismo, almeno alcuni tra essi. È stato inventato l’alpinismo competitivo, questo si, con la scalata del Monte Bianco, tappa di una storia molto più antica, mentre ci han fatto credere che l’alpinismo sia nato con la salita del gigante delle Alpi. Ma il mito è ormai finalmente incrinato. Persone semplici e analfabete e persone colte avevano compiuto salite alpinistiche già nel ‘600, l’abate Murith scalo’ il Velan prima che altri salissero il Bianco. Non mi sento di giudicare se tale o tal’altro alpinista sia puro o impuro o semipuro. Però, un che di purezza mi sembra di intravederla in Giovanni Gnifetti, Leonardo Murialdo, Achille Ratti, Alberto Maria De Agostini, Arturo Bergamaschi, ARMANDO ASTE.

  3. Ricerca di purezza nell’alpinismo?
    Come potrebbe essere puro l’alpinismo, dal momento che è stato inventato e viene praticato dagli uomini che di puro non hanno nulla?!?!

  4. Come diceva Guido Rossa bisogna andare non solo in cima ma anche laggiù in mezzo agli uomini.

  5. Ciò che è privato viene sottratto da un bene fin prima comune e diventa per pochi appunto “privo”…la scandalose spiagge demaniali  italiane affittate per due lenticchie sono un esempio sono di tutti ma ci sono private . Con le cime di grido si sta facendo la stessa cosa,correndo gli stessi rischi, lucriamo su tutto ,poco rimane immune dalla sciacalleria umana e la sua avidità e quando amministra o ha poteri si giustifica e autoassolve.
    Se proprio proprio serve mette una bombetta d’ avvertimento al report rompicoglioni di turno.
    La montagna presa d assalto come fosse la panacea per curare mali e malesseri più o meno moderni era anche agli albori alpinistici solo merce e soldo.  La visione più idealistica che reale di una montagna che vede  l’umanità procedere verso un utopico “meglio” è solo un passaggio della giostrina che gira ,gira attorno a soldi confini e nazionalismi.
    Le ultime imprese (marchetting) pur essendo al limite dei nostri confini che chiamiamo gradi spesso sono banalizzate dalle continue goprovisioni nei telefonini e pc rendendo piatta merce da like da fagocitare ingordamente che sia l ultima querelle sugli 8mila presunti o la palestrina  muschiosa inesplorata dietro il paese.
    Il vero limite non è poi dato dal grado e difficoltà ma  sarebbe limitare e non imitare ,rinunciare a divulgare a tutti costi e guadagno ciò che si fa,ma siamo più materia che sogni e allora ci vendiamo al miglior offerente ,stato o ditta che sia.Politica ,e commerce.
     
     

  6. L’alpinismo, spesso percepito come una ricerca di purezza e di fuga dalla quotidianità, è in realtà un campo profondamente politico. O meglio, politicizzato. 

    Questa più che l’opinione dell’autore, mi sembra una sentenza unilaterale senza appello. Veri un tempo l’alpinismo veniva sfruttato politicamente e molto  nazionalismo era trasportato sulle vette a suon di bandiere, gagliardetti e inviti alla corte dei potenti. Oggi però non mi sembra che sia più così. Più che politicizzato forse è pubblicizzato.

  7. La corsa alle prime sulle cime, alle pareti, alle vie, alle prime solitarie, alle prime invernali, ect. c’è sempre stata,fa parte della storia dell’alpinismo. Sicuramente sfruttata da certa politica, ma in fondo è insita nella natura umana, al di là di essere di destra o di sinistra, di cui l’alpinismo è uno specchio.

  8. Sulla contiguità tra l’alpinismo e il nazionalismo vale la pena ricordare che l’occupazione italiana del Tirolo austriaco (con le province di Trento e Bolzano) contribuí ad avvelenare i rapporti tra le due comunità linguistiche: dopo la Grande Guerra i rifugi austriaci e tedeschi furono confiscati e assegnati al club alpino italiano provocando una lunga stagione di risentimento e di ostilità. Oggi la presenza di  un club alpino di lingua tedesca, l’Alpenverein Südtirol, accanto a un club alpino di lingua italiana può garantire la riconciliazione e la convivenza tra gruppi etnici differenti.

  9. Quello che volevo dire, al di là della questione gradi è l aspetto politico cioè il grado è diventato un mezzo per dimostrare la propria superiorità sugli altri, anche esso un concetto di destra, quanto la conquista, lontano da ideali di libertà e uguaglianza che in certi periodi l arrampicata è stata in grado di esprimere…

  10. Welzenbach ideò la sua scala (ora UIAA) unicamente per evitare che un alpinista andasse a cacciarsi su difficoltà superiori alle sue capacità. Lo scopo era quindi quello di prevenire incidenti.

  11. È interessante l analisi di Cueto e il suo ragionamento si può senz altro allargare all’ alpinismo e all’ arrampicata sportiva nostrani, dove dopo una ventata libertaria negli anni 70-80 dove il concetto di altopiano voleva opporsi a quello di vetta e conquista,ora anche  l arrampicata si sta richiudendo sul mito del grado inteso come conquista sulle capacità degli altri , la stessa arrampicata trad non è più una forma di rispetto per la parete , ma un esercizio di stile.Credo che l unico modo per uscire da questa deriva sia tornare a considerare i gradi un parametro per capire se possiamo provare o meno una determinata linea e smetterla di arrampicare per dimostrare qualcosa agli altri 

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