Il 26 luglio 1875 nasceva in Svizzera Carl Gustav Jung, uno dei padri della psicanalisi. Il 9 dicembre 1986 Enrico Filippini provò a tracciare un bilancio della sua eredità culturale dopo un convegno organizzato a Milano a 25 anni della sua morte (6 giugno 1961).
Quante risse tra gli eredi di Jung
di Enrico Filippini
(pubblicato su repubblica.it il 26 luglio 2025)
Se io fossi uno psicoanalista (freudiano, junghiano, kleiniano, bioniano, winnicottiano, lacaniano…) non pubblicherei mai una riga e non parteciperei mai a convegni e congressi aperti al pubblico e ai giornalisti. Sono convinto che la letteratura analitica dovrebbe essere esoterica e segreta, anche se mi rendo conto del perché non possa essere così. Sarebbe un po’ lungo spiegare le ragioni di questa mia convinzione, ma posso sintetizzare così: a mio avviso, l’unico interesse di tutta la faccenda è nella seduta, nel rapporto concreto tra il paziente e l’analista, mentre quasi tutta la letteratura analitica è, come diceva Lacan, babillage. Tuttavia, l’altro giorno ho scritto che andavo a Milano per assistere al convegno del Centro italiano di psicologia analitica in occasione del venticinquesimo anniversario della morte di Carl Gustav Jung, sulla sua “Presenza ed eredità culturale”.
Ci sono andato, e ora che ne torno cercherò di borbottare qualcosa sulle sensazioni che questo convegno mi ha dato, perché effettivamente, da quello che chiamavo il “catafalco di Jung”, qualche sospiro è arrivato. Ma non riesco a liberarmi dalla sensazione principale, che è di sgomento: mi aspettavo di trovar lì qualche decina di persone; ce ne saranno state migliaia. Come spiegava Hans Dieckmann, c’è una Jungwelle, “un’onda junghiana” che sale: cosa vorrà dire? Non è difficilissimo formulare un’ipotesi, per quel poco che vale. Nel mondo massificato, informatizzato, falsificato, anonimizzato, disincantato, svuotato di religione, di idee, di speranze, persino di desideri, sussistono bisogni spirituali che non sanno più bene come trovare soddisfazione. L’onda junghiana viene dalla California, che non è soltanto quel posto verso cui rotolano tutte le follie d’America, come diceva Henry Miller, ma anche quel luogo in cui l’universale follia è più dura e palese. La seconda sensazione è che questa ondata junghiana riguardi principalmente le donne, perché donne in gran parte erano le persone che stavano lì.
Forse nello junghismo c’è qualcosa di femminile, non soltanto perché Jung prediligeva l’anima all’animus, né soltanto perché nel 1950 si compiacque che il Papa, col dogma dell’Assunzione, avesse aggregato la Vergine Maria alla Santa Trinità, ma perché nella movenza della sua opera immensa c’è una trepidazione, una “sensibilità” e una ricettività che generalmente vengono attribuite alle donne. La terza sensazione è che questo convegno sia stato progettato come un consesso ecumenico e compositivo di conflitti e di differenze interne alle Associazioni, come qualcosa da contrapporre a quella vasta dissidenza junghiana che con le Associazioni non ha nulla a che fare. Ma che nello stesso tempo abbia mostrato come lo junghismo sia affetto, forse felicemente, da rissosità, se non addirittura da polverizzazione. Su questo poi tornerò. Ma poiché il mio principio fondamentale è “il principio del piacere”, voglio dire subito quali relazioni mi sono piaciute di più. La prima è quella di Mariella Loriga sulle trasformazioni della psicologia femminile nella società attuale; la seconda è quella di Augusto Romano, intitolata Jung come testimone scomodo. Questa predilezione dipende dal fatto che queste relazioni sono entrate nel concreto della situazione analitica: la prima riguardo al suo “materiale”, la seconda riguardo ai modi in cui essa ha luogo. Mariella Loriga ha detto che, nonostante o forse a causa dei mutamenti socio-politici della situazione femminile negli ultimi venti-trent’anni (mutamenti tutti a favore della donna), la patologia femminile non è diminuita, ma si è trasformata: “La generalizzata sindrome isterica di un tempo tende a volgere in depressione”. La donna, non più subalterna, non più puella, non più innamorata del padre e occlusa o bloccata da questo stesso amore, è diventata “l’Amazzone corazzata”, ma priva di nutrimento materno: intenta non più tanto a sconfiggere il padre, quanto a distinguersi da una madre non realizzata, risucchiata dalla depressione, cioè dalla svalutazione di ogni rapporto.
Per quel poco che so di queste cose, è proprio così. La relazione di Romano mi è piaciuta perché, soprattutto nella sua parte iniziale, ha cercato di mostrare in quali condizioni s’inaugura un’analisi junghiana. Citerò solo un punto: il paziente che conosce vagamente Jung pensa che sia più duttile, meno rigido di Freud, ma anche più vago, più mistico, più fumoso, meno forte, aperto a bisogni religiosi e spirituali, ma proprio per ciò meno “vero”.
Appunto per questo, l’analisi junghiana gli appare come “un’analisi di seconda classe”, ma gli appare tale nel momento stesso in cui la sceglie. Basta questo per far capire quali ambiguità, e quali tentazioni elusive accompagnino il gesto un po’ folle, ma in molti casi obbligato, di andare a farsi analizzare. Le condizioni a cui accennavo non sono però soltanto interiori, ma anche, come per le donne, intensamente storiche: se si tratta di recuperare un mondo di “immagini” profonde e reali, è difficile farlo in un mondo frastornato dall’ossessione del visibile e dell’immediato, travolta da infinite immagini vuote che corrono via. In questo senso si potrebbe forse azzardare che le famose “resistenze” all’analisi siano fatte per intero dalla nostra vita sociale quotidiana. E in questo senso si potrebbe anche interpretare, al tempo stesso, l'”inattualità “è la “presenza” del conturbante profeta zurighese. Ma è su questa attualità-inattualità e su questa presenza-assenza che gli junghiani, ciascuno dei quali è ai propri occhi l’unico junghiano (e questo è forse proprio il bello dell’”eredità” di Jung), si polverizzano o perlomeno si picchiano. Poiché non si può descrivere una polverizzazione, mi limiterò a tracciare una linea divisoria, la linea del conflitto sulla divisione dell’”eredità”. Semplificando si può dire che da una parte della linea stanno i “mitici”, dall’altra i “razionali”.
Qui, il capofila dei mitici era James Hillman, che è stato direttore dello Jung Institute di Zurigo, che oggi lavora in America è che è abbastanza noto in Italia per vari libri, il migliore dei quali è secondo me Re-visione della psicologia. Nella sua relazione, dove l’eredità di Jung è definita “demoniaca”, Hillman ha insistito sul carattere eretico dell’opera junghiana: eretica storicamente, teologicamente, geograficamente, psicologicamente, scientificamente, metodologicamente: per esempio nel demolire la psicologia associativa, nel rivalutare cose come i fenomeni occulti e lo spiritismo, o nel cercare la verità nel senso dell’”inferiorità psicopatica”. Naturalmente, poche cose mi piacciono quanto l’eresia, e poche proposizioni mi possono piacere quanto questa di Edgar Wind, che Hillman usa quasi quale emblema dell’impresa junghiana: “Ciò che è comune può essere compreso come una riduzione dell’eccezionale, ma l’eccezionale non può essere compreso amplificando il comune…”. Tuttavia, l’euforia “politeistica” ed “eretica” di Hillman è davvero troppo “californiana “, troppo ottimistica, troppo giuliva, troppo stile liberazione e nuovo radicalismo. Inoltre, non si formula mai un programma di eresia: si è eretici oppure non lo si è. Infine, l’idea hillmaniana che il radicalismo cominci col non-adattamento e che l’individuazione sia “la realizzazione dell’idiosincrasia innata, dell’innata diversità” del soggetto mi sembra del tutto improduttiva sul piano della psicoterapia e, in definitiva, anche sul piano dell’antropologia.
Tuttavia, dall’altra parte della linea – dove sta quel neojungsmo che Luigi Zoja ha chiamato, nella sua introduzione, “italiano” – l’obiezione principale che si fa ai californiani è di essere cultori del mito e custodi del morto patrimonio dottrinale di Jung: archetipi, anima mundi, inconscio collettivo, psiche “oggettiva”; tutte quelle cose che sono ben note a lettori della stampa rosa. Umberto Galimberti dice a Hillman: la psiche non è qualcosa di storicamente immutabile come il corpo, come la natura, è qualcosa di storicamente determinato e legato alla sua mobilità; il mito (per esempio il mito di Edipo) non ci serve più; noi siamo nell’epoca del predominio della scienza e della tecnica; il sofferente, il malato, e il pazzo si rivolgono non più alla parola del mito, ma alla “parola competente”. È difficile dire che non sia così anche se a me sarebbe piaciuto sapere che cos’è la parola competente: come si articola, come viene al mondo, come funziona. Mario Trevi, che ha da poco varato la rivista Metaxù e che è il leader dello junghismo romano e dunque italiano, respinge radicalmente i “contenuti” dell’eredità junghiana, diciamo: il gravane archetipo.
La sua opzione è per un “pensare psicologico” come “ermeneutica”, cioè come indefinita e infinita interpretazione di diversi livelli della realtà, delle interazioni tra paziente e terapeuta, della specificità della realtà psicologica, insomma per una “comprensione” non scientifica di questa realtà. Anche qui, è difficile non essere d’accordo, benché la “forma” del pensare di Jung sia poi così difficilmente definibile da far pensare che, se si buttano i contenuti, si butta l’acqua col bambino dentro.
Certo, è bello sentire da Dieter Baumann, il quale di Jung era nipote, che a un giovane psichiatra che gli chiedeva quale fosse il suo metodo nella terapia delle nevrosi, egli rispondesse. “Non c’è metodo”: metodo nel senso naturalistico e fossilizzante della parola. Ma è anche vero che Jung era, per usare i termini di Adolf Guggenbuhl-Craig, uno “sciamano”: colui che assume, impersona, recita il conflitto. Se è molto difficile per i figli coltivare l’orto che Jung ha loro lasciato in eredità, una maniera per coltivarlo potrebbe essere questa, sciamanica: non molto razionale.
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