Gli anni che cambiarono l’alpinismo – 7

Gli anni che cambiarono l’alpinismo – 7 (SdA-49)
di Enrico Camanni
(dall’aggiornamento a La storia dell’Alpinismo di Gian Piero Motti)

Ritorno in Patagonia
Gli enormi progressi dell’arrampicata libera nei primi anni Ottanta hanno sicuramente condizionato l’evoluzione del nuovo alpinismo di punta, cioè di quell’alpinismo in grado di coniugare sport e alta montagna. Da un lato hanno permesso un innalzamento e un’accelerazione delle prestazioni sulle pareti di tutto il mondo, dall’altro hanno orientato le rotte degli alpinisti. La ricerca delle alte difficoltà si è dunque concentrata sulle montagne che per struttura, quota e condizioni climatiche consentono di arrampicare come sulle Alpi (o almeno di provarci), abbandonando gradualmente il salvagente delle corde fisse e riducendo tutto l’apparato all’essenziale. È una sfida planetaria, una sfida del granito, che si estende dalle torri del Baltoro agli scudi del Garhwal indiano, dalle muraglie del Pamir alle fortezze del Canada, dalla Terra di Baffin fino all’estrema frontiera patagonica.

Jim Bridwell in vetta al Cerro Torre, 1979.

Tutto ciò spiega la riscoperta e la fortuna di montagne mitiche come il Cerro Torre, il Fitz Roy o le Torri del Paine, un tempo terra di esplorazione, oggi laboratorio di sperimentazione atletica e tecnica: «Prevale la tendenza all’apertura di vie nuove su cime già note rispetto alla ricerca di montagne alpinisticamente sconosciute. In alcuni casi le nuove vie non arrivano sulla vetta della montagna e si può osservare che sembra fuori luogo trasferire oggi in Patagonia la fase attuale di sviluppo delle Alpi o della California, perché là esistono ancora altri orizzonti, altre possibilità di esperienza grandiose». Nell’opinione dei due specialisti Gino Buscaini e Silvia Metzeltin, tratta dal loro studio sulle Ande Patagoniche (Patagonia, Dall’Oglio, 1987), risultano evidenti i limiti dell’alpinismo estremo contemporaneo, che tende a esportare ovunque i modelli più garantiti dell’arrampicata a discapito della fantasia e della scoperta. Comunque l’evoluzione è sicuramente passata per le pareti simbolo della Patagonia, pur trascurando le cime sconosciute.

Eccone le tappe principali. La nuova era si può dire risalga al gennaio del 1979, con l’ascensione dei due californiani Jim Bridwell e Steve Brewer sul Cerro Torre in stile alpino. I due si incontrano per caso alla vigilia di Natale del 1978, si scoprono complementari (Jim è un maestro del granito, Steve eccelle sul ghiaccio) e partono per il Torre. L’esperienza, l’ironia e l’assenza di inibizioni («Ci piace pensare che se non sei spaventato, non ti stai diverrtendo. Se così fosse, il Cerro Torre dovrebbe valere almeno un paio d’anni di Disneyland») li fanno «volare» e in un giorno e mezzo di scalata sono sulla vetta più irreale del mondo, neppure dieci primavere dopo Cesare Maestri. Che cambiamento, che rivoluzione! Negli stessi anni in cui le Alpi registrano la «velocizzazione», due americani hanno innestato la quinta marcia in Patagonia: «Ero certo che ciò che Steve e io avevamo appena fatto era soltanto una premonizione di quanto sarebbero stati capaci di fare i giovani arrampicatori in un prossimo futuro (Jim Bridwell, The American Alpine Journal, 1980)». Anche il temutissimo maltempo patagonico, che giunge improvviso e imprevedibile, verrà ridimensionato proprio dalla velocità.

Nel gennaio del 1980 c’è molta animazione alla base del Torre. Tra i vari pretendenti ci sono anche i francesi Jean Afanassief e Jean Fabre, che hanno appena salito la parete nord del Fitz Roy. Ma gli italiani Bruno De Donà e Giuliano Giongo non sembrano interessati alle due cime maggiori, puntano alla Torre Egger da est, lungo l’impressionante svasatura di roccia e di ghiaccio dove si sono già arenate una spedizione britannica e una neozelandese. La Torre Egger è continuamente flagellata dai venti e dalle tempeste; i due non hanno radio, non hanno chiodi a espansione e soprattutto non dispongono di corde per attrezzare le quaranta lunghezze, ma non intendono mollare. Così, a prezzo di sforzi titanici e di rischi enormi, dopo ben otto tentativi, il 15 marzo vengono rocambolescamente a capo dei 1500 metri di parete.

L’inverno seguente (estate australe) è di nuovo la volta del Cerro Torre, con l’audace impresa di Phil Burke e Tom Proctor sulla parete nord-est. Dopo essere saliti verso il Colle della Conquista, i due inglesi abbordano e superano il grande diedro strapiombante di 300 metri che caratterizza la nuova via. Un ulteriore sistema di diedri con tratti di ghiaccio estremo e precario li porta sotto il fungo sommitale, che risulta inscalabile da quel versante: 1100 metri, EX.

I primi salitori invernale del Cerro Torre. Da sinistra, Maurizio Giarolli, Andrea Sarchi, Ermanno Salvaterra e Paolo Caruso.

Dopo mesi e mesi di sforzi con tecnica himalayana, in due stagioni consecutive, il 15 gennaio 1983 anche i cecoslovacchi Róbert Gálfy, Michal Orolin e Vladimír Petrik hanno finalmente ragione dell’interminabile parete ovest del Fitz Roy: 3000 metri di sviluppo dal ghiacciaio alla vetta. La parte inferiore era già stata salita nel 1977 dagli inglesi Rab Carrington e Alan Rouse.

Intorno al 1983-84 cresce la febbre per la Patagonia. Gli alpinisti di mezzo mondo si accorgono che il mito è a portata di mano e affollano progressivamente il Campo Maestri per tentare i grandi itinerari: via del Compressore al Torre, Supercanaleta e via californiana al Fitz Roy. In una sola stagione i due italiani Maurizio Giarolli ed Ermanno Salvaterra salgono entrambe le montagne, confermando la decennale fedeltà dell’alpinismo trentino e dando corso a una frequentazione quasi rituale.

Nel 1985 giunge infatti l’attesa prima invernale al Cerro Torre da parte degli stessi Giarolli e Salvaterra, con Paolo Caruso e Andrea Sarchi. L’8 luglio è una data importante, un po’ magica; i quattro toccano la cima con tempo bello ma con temperatura di 20 gradi sotto lo zero, scavandosi per 200 metri il cammino nel ghiaccio: «Ancora poco più di mezz’ora ed eravamo tutti e quattro in punta. Il sole stava tramontando sullo Hielo Continental con dei colori metallici. Un freddo polare ci calava lentamente addosso rendendoci molto simili a dei pupazzi senza fili (Alp n. 8)». In novembre gli altri italiani Mario Manica e Renzo Vettori aprono un difficile itinerario di 800 metri sulla parete nord-ovest del Cerro Piergiorgio (VII grado), in gennaio il forte gruppo di Carlo Barbolini, Massimo Boni, Mauro Petronio, Angelo Pozzi, Mauro Rontini e Marco Sterni sale il diedro nord del Fitz Roy (VII), ma nell’estate del 1986 (inverno australe) è già di nuovo tempo di prime invernali con la Supercanaleta del Fitz Roy; gli argentini Eduardo Brenner, Sebastiàn de la Cruz e Gabriel Ruiz non riescono però a raggiungere la vetta e subiscono gravi congelamenti. Un anno dopo, nel massiccio del Paine, si registra l’ascensione invernale di Mario Manica e Luca Leonardi sulle due Torri Nord e Sud.

Nel frattempo un’altra classica espressione dell’estremizzazione alpina ha raggiunto la Patagonia: il 26 novembre 1985 lo specialista svizzero Marco Pedrini ha scalato il Cerro Torre in solitaria. Pedrini si è arrampicato veloce e sicuro, favorito da un tempo incredibilmente mite, assicurandosi solo sulla cuspide terminale; ormai a suo agio sulla via di Maestri, in dicembre è poi tornato ben due volte sul Torre per esigenze cinematografiche, in compagnia di Fulvio Mariani. Il 16 gennaio 1986 l’austriaco Thomas Bubendorfer gli ha fatto eco sulla via californiana al Fitz Roy: 7 ore e mezzo, quasi una formalità.

Nel dicembre 1986 vanno segnalate due belle realizzazioni lombarde sull’Aguja Poincenot (il pilastro nord-ovest e lo sperone sud-est: contemporaneamente sui due antipodi della guglia) e nel novembre seguente ancora una notevole impresa dei trentini: il gran pilastro est della Torre Egger per Maurizio Giarolli ed Elio Orlandi. Ne è risultata una via superba, battezzata Titanic ‘87, anche se l’obiettivo iniziale dei due alpinisti era l’ancor più ambizioso progetto di scavalcare il Cerro Standhardt, la Torre Egger e il Cerro Torre in successione. Ci riproveranno due anni dopo con Salvaterra, che a sua volta vi si cimenterà nuovamente senza successo nel 1991 (traversata Cerro Standhardt-Punta Herron).

Nella stagione 1987-88 i pellegrinaggi patagonici di fine anno assumono i connotati del sovraffollamento. Qualcuno ha l’impressione di trovarsi in qualche campeggio alpinistico di Chamonix. Una sera 16 pretendenti dividono il buco di ghiaccio alla base della via del Compressore, in odore di conformismo; l’italiana Rosanna Manfrini è la prima donna in cima al Cerro Torre. E intanto, sull’altro versante, i due veterani sloveni Janez Jeglič e Silvo Karo (diedro nord-est del Fitz Roy, parete est del Torre e parete sud-est della Torre Egger) realizzano il «colpo del secolo»: la Sud del Cerro Torre, che come esposizione equivale a una Nord sulle Alpi. Dopo aver utilizzato l’elicottero per il trasporto del materiale sul ghiacciaio, iniziano la scalata il 5 novembre 1987, fra cascate d’acqua e cadute di sassi. Attrezzano le prime lunghezze di corda, incontrando granito via via più friabile e strapiombante. Scendono, risalgono, sostituiscono le corde fisse tagliate dalle scariche, proseguono con un’arrampicata artificiale raffinata, problematica e insidiosa; quattro passaggi richiedono l’uso dei gancetti aleatori detti «cliff-hanger». La sera di Santo Stefano contano ormai 750 metri di parete sotto i loro piedi, poi si spingono fino a due giorni dalla vetta e scendono a riposare prima del tentativo definitivo. Devono farcela entro il 25 gennaio 1988, perché scade il biglietto aereo di ritorno, ma il tempo si è intanto fatto scuro e inclemente. Solo il 19 gennaio, durante una schiarita passeggera, possono ritornare in parete: è un finale drammatico, da ultima «chance», finché raggiungono nella bufera la via di Maestri e concludono quello che Bridwell definisce «il più duro itinerario del Sudamerica»: 1200 metri, VII+ e A4, 16 spit di progressione. E dire che il tedesco Matthias Pinn ha spiccato il volo dalla cima del Cerro Torre con il parapendio, leggero come un sogno impossibile, proprio mentre Jeglič e Karo lottavano e soffrivano.

Il riferimento agli spit introduce in Patagonia ragionamenti analoghi alle Alpi. Se su pareti come la Sud del Torre l’arrampicata artificiale ha il netto predominio su quella libera e il chiodo a espansione costituisce ancora un evidente mezzo di progressione, altrove si è già fatto ricorso allo spit per innalzare i limiti della libera con protezioni sicure: per esempio sulle straordinarie Torri del Paine, l’altro scenario privilegiato dell’evoluzione patagonica, dove nel gennaio 1992 l’inglese Simon Yates già lamenta «un campo base pieno di gente e impregnato da una mentalità da impiegati della roccia (Mountain n. 144)». Nel gruppo del Paine sono stati aperti numerosi itinerari di alta e altissima difficoltà, con una visita emblematica di Michel Piola sulla parete est della Torre Sud nello stesso 1992. Ma i giochi del futuro erano già stati fatti da Bernd Arnold, Peter Dittrich, Norbert Bätz, Kurt Albert e Wolfgang Güllich nel gennaio del 1991, con l’incredibile Riders on the Storm sulla parete est della Torre Centrale.

La parete sud del Cerro Torre con i vari itinerari tracciati. La via di Janez Jeglič e Silvo Karo è la numero 3.

Aperta la via in stile tradizionale e con eccezionale dispendio di energie, tutti i 36 tiri di corda sono stati poi tentati in libera dal fuoriclasse tedesco Güllich, il maggiore rappresentante dell’arrampicata estrema in quota a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta. Wolfgang, che morirà l’anno successivo per un incidente d’auto, superò in quell’occasione difficoltà fino al 7c francese, pari al nono grado tradizionale: «All’improvviso inizia a soffiare vento da sud. È un segnale di bel tempo ed è un miracolo per la Patagonia. È raro come i passaggi della cometa di Halley che si può vedere soltanto ogni 75 anni con un forte binocolo e nel luogo giusto. Le pareti sono state asciugate dal vento caldo della notte. I passaggi che nei giorni e nelle settimane passate richiedevano ore e ore, adesso li superiamo giocando in pochi minuti. Mi trovo in una vera e propria estasi da arrampicata e così l’enorme soffitto mi riesce al secondo tentativo e i punti chiave dell’artificiale al terzo. Al crepuscolo è già tutto finito (Alp n. 76)».

Dal 19 al 21 novembre 1992 Bruno De Donà concatena da solo le tre Torri del Paine, salendo la cresta sud della Torre Nord, la parete ovest della Torre Centrale e lo spigolo nord della Torre Sud.

Tornando al Fitz Roy, nel febbraio 1992 si registra la risoluzione di uno dei maggiori problemi sul tappeto: il grandioso ed elegante pilastro orientale, su cui si erano infranti innumerevoli tentativi. Lo svizzero Kaspar Ochsner (nove salite dell’Eigerwand per sette vie diverse) e il cecoslovacco Michal Pitelka (clandestino in Svizzera dall’età di vent’anni) subiscono due mesi di snervanti bufere, attrezzando a fatica il tratto inferiore, prima che un insperato intervallo di alta pressione consenta loro di affrontare seriamente il pilastro. Il tratto chiave di A4, con un pendolo impressionante, li porta a un curioso affioramento di granito grigio che darà il nome alla via. Poi una bellissima arrampicata per diedri e fessure li accompagna in vetta al Fitz Roy e al termine dei 1300 metri di El Corazón, una grande sfida in stile alpino per il futuro.

Il tracciato di Riders on the Storm sulla parete est della Torre Centrale del Paine. Foto: Franz Walter.

Verso il Duemila
A questo punto ogni profezia sarebbe fuori luogo, anche se lo spettro della crisi – onnipresente in almeno un secolo di storia dell’alpinismo – non è mai stato così tangibile e così minaccioso. Per crisi va inteso l’impoverimento culturale, cioè la perduta capacità degli alpinisti di proporre modelli universalmente apprezzabili, mentre la riproduzione in serie degli exploit sembra aver imboccato il tunnel dell’inflazione e dell’anonimato; l’emorragia di significato, paradossalmente, coincide con una sovrabbondanza di interpretazioni. In questo senso gli anni Ottanta rappresentano la grande svolta, la cesura senza ritorno. In termini allegorici, si è assistito a un decollo, a una stupefacente «velocizzazione» e a una sorta di polverizzazione nello spazio, come quei corpi incandescenti che non riescono a sopportare l’impatto con l’atmosfera; in termini sportivi, invece, lo scatto e la progressione hanno portato a uno sbalorditivo innalzamento del limite, con un rapido livellamento verso l’alto delle prestazioni.

Ma cos’era prima l’alpinismo? In vista del terzo millennio, volendo riassumere grossolanamente due secoli di storia, si potrebbe individuare un preludio scientifico (fugace e relativo), una fase di esplorazione e scoperta, un’intensa elaborazione romantica a cavallo tra i due secoli (con volti nuovi, sopravviverà a tutte le tempeste), un periodo eroico (dal Ventennio al secondo dopoguerra), un passaggio antieroico (il tardivo «Sessantotto» dell’alpinismo) e un finale sportivo. È stata proprio la trasgressione degli anni Settanta (là dove si arresta la raffinata analisi di Motti) a innescare involontariamente quel processo di accelerazione che, dal limite del settimo grado UIAA, ha proiettato l’uomo e la donna verso il fantastico traguardo del decimo e oltre. Ciò che non era stato concepibile in duecento anni di evoluzione è diventato realtà in poche, fugaci stagioni.

Le ragioni di questa rivoluzione sono complesse e comprendono l’ingresso delle aziende e degli sponsor sul mercato consumistico della montagna, il superamento della chiusura iniziatica degli alpinisti, gli scambi con le altre culture, la sistematizzazione degli allenamenti e, non ultima, l’influenza dell’arrampicata sportiva, con il suo codice e le sue competizioni (un antico tabù per l’alpinismo). Eppure, tornando a Motti, il miracolo sportivo degli anni Ottanta non sarebbe spiegabile se non si tenesse conto delle modificazioni a livello psicologico. Solo il crollo delle barriere inibitorie e la radicale «desacralizzazione» dell’esperienza alpinistica possono infatti giustificare una progressione così fulminea. Come sempre, non sono i muscoli, ma è la testa che fa la differenza.

Così, mentre cresce l’interesse sociale per la montagna (insostituibile polmone verde per il Duemila), mentre gli alpinisti si interrogano sui guasti ambientali del proprio agire e si assumono finalmente le loro responsabilità, sfumano i riferimenti tradizionali che hanno accompagnato tutta la storia: virilità, avventura, rischio, trasgressione. Lo spit e il telefono cellulare («Pronto, sono in difficoltà, mandate l’elicottero») chiudono l’epoca poetica e austera dell’«Alpe, scuola di vita» e inaugurano un futuro secolarizzato. In questa luce, è difficile prevedere che possa arrestarsi il significativo processo di «spittatura» delle pareti (anche se c’è chi continua e continuerà a fare a meno del chiodo a espansione), perché i nuovi valori della sicurezza e del piacere hanno già soppiantato quelli dell’incognita, del coraggio e dell’intuizione. Il sempiterno dibattito sull’etica continua, come ieri, ma i parametri non sono più quelli.

Questo singolare crollo di «ideologie» in nome di un pragmatismo che ottimizza i risultati, addomesticando gli ostacoli (lo spit equivale al paletto snodato nelle gare di slalom), condiziona naturalmente anche l’alpinismo di punta. La montagna è snobbata dagli organi di informazione e ignorata dal grande pubblico perché il rischio e la ricerca del limite hanno perso gran parte del loro fascino, appiattiti e omologati dai meccanismi del mercato. Dunque l’immaginario collettivo non ha più motivi di coinvolgimento e di partecipazione: «Quando milioni di lettori di magazine o di spettatori televisivi si sono abituati ad associare l’immagine di un ghiacciatore, di un rocciatore, di una cordata, di una guida all’affidabilità commerciale di un prodotto (assicurazioni, automobili, orologi), a quel punto sono pronti anche a digerire una parete nord o la Sud della Noire come se fossero il pronto soccorso del Dottor Kildare o l’American life di Beverly Hills (Alberto Papuzzi, Rivista della Montagna n. 160)». Non circolano più i bei volti di un tempo, quegli eroi in chiaroscuro da prima pagina tagliati a colpi di piccozza, nitidi e inconfondibili come un emblema. Non si fa più audience con l’alpinismo, perché l’eccezionale è diventato routine.

Eppure, osservando con occhio attento la cronaca recente, ci si accorge che la storia va avanti. Nel mare indistinto dei nomi e dei numeri, con o senza etichetta, con o senza riflettori, si scopre che l’evoluzione esiste: basta saperla riconoscere. Nel mondo ci sono pareti ancora da scalare e questo giustificherà sicuramente altri alpinisti, altre passioni, altre fatiche e anche altri lutti. Sì, la storia continuerà, ma sarà sempre più difficile da decifrare e da raccontare.

Torino, dicembre 1993

Nota
L’autore ringrazia Roberto Mantovani, Marco Albino Ferrari e Giuseppe Miotti per la preziosa collaborazione.

Gli anni che cambiarono l’alpinismo – 7 ultima modifica: 2026-02-16T05:45:00+01:00 da GognaBlog

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1 commento su “Gli anni che cambiarono l’alpinismo – 7”

  1. Il cambiamento più significativo per l’alpinismo patagonico c’è stato con le previsioni meteorologiche su Internet. Ci sono vari siti che col tempo diventano sempre più affidabili (Nooa, Accuweather, Windguru…) oppure ci si affida a meteorologi esperti dei luoghi. Praticamente è diventato impossibile incappare in una delle temute tempeste di una volta. Quelle ci sono ancora, ma gli alpinisti le “affrontano” nei bar di El Chaltén o alla sala boulder del Club Andino.
    Diverso è se si affrontano montagne nei bacini dello hielo sur o norte, dove gli avvicinamenti richiedono anche settimane e quindi il maltempo è garantito.

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