Riflessioni sull’arrampicata

Breve riflessione sul cambiamento degli ultimi anni nell’arrampicata amatoriale non agonistica.

Riflessioni sull’arrampicata
di Matteo Marzoli

Mi ricordo che più di una quindicina di anni fa nella nostra piccola palestra si era iscritto un ragazzo che, dopo aver fatto il corso, ha cominciato a frequentare la palestra una o due volte a settimana: fin qui tutto “normale”. Ricordo ancora oggi la sensazione di stranezza che abbiamo provato tutti quando abbiamo scoperto che lui non aveva mai arrampicato su roccia e non aveva neanche l’intenzione di provarci, si divertiva così solo in palestra. Ci abbiamo messo del tempo per riuscire a rielaborare lo shock e accettare la cosa come una scelta assolutamente legittima e rispettabile. Non sapevamo che si trattava di un primo sforzo per iniziare ad accettare qualcosa di nuovo, diverso, strano. Non lo sapevamo, ma era un primo segnale di un cambiamento che poi negli anni a seguire ci ha travolti come una slavina lenta e inarrestabile.

Noi eravamo abituati a vedere la palestra come momento di ritrovo tra amici per allenarsi durante le sere invernali con l’obiettivo di imparare, migliorare e divertirsi di più su roccia. Si trattava di una delle due piccole palestre di tutta la provincia, frequentate da pochi appassionati, in cui avevano molto successo i corsi per bambini e ragazzi. Già la generazione dei nostri padri ci vedeva come alieni scalatori sulla “plastica”, faceva fatica ad accettare l’arrampicata su spit, figuriamoci al chiuso e su plastica. Sulla visione di mio nonno non posso neanche pronunciarmi, una volta esistevano solo l’alpinismo, l’esplorazione e le cime delle montagne.

Negli ultimi quindici anni abbiamo visto le falesie diventare posti sempre più affollati e pieni di gente sempre meno rispettosa; abbiamo visto nascere come funghi palestre enormi sempre più frequentate, rumorose e con la musica alta.

Ad oggi sembrerebbe che più del 50% dei frequentatori delle palestre vada solo in indoor e sta bene così. Una nuova generazione di “scalatori”. Forse è meglio così perché purtroppo nelle falesie non c’è più spazio per tutti.

Ormai è da più di cinque anni che quasi mi vergogno a dire che “faccio arrampicata”, perché non si sa più bene che cos’è: c’è una visione distorta delle cose e non è facile spiegare a chi non è del settore cosa intendi tu per arrampicata. Un tempo la gente era incuriosita dalla cosa e chiedeva per approfondire: se trovavi qualcuno che arrampicava era subito sintonia! Oggi ormai tutti credono di sapere (ognuno a suo modo) in cosa consiste l’arrampicata: ultimamente mi sento sempre rispondere “ah! che bello! anche io!” oppure “anche dei miei amici! io ho solo provato”. Tantissimi ormai hanno almeno provato una volta ad arrampicare in palestra, spesso trascinati dalla compagnia. Tutto molto bello, ma ormai sono pochi quelli che partono con umiltà facendo almeno un corso base: oggi basta avere un amico che ti porta a provare e seguire i profili Instagram giusti, che tempo due o tre sedute si è già “scalatori”; dopo meno di un mese non si accettano più consigli e ci si può ritenere già dei maestri. Per fortuna non sono tutti così, ma purtroppo la gran parte si uniforma alla massa. Penso che i tempi siano quasi maturi per coniare un nuovo termine per indicare questo fenomeno, questa nuova attività. Nel tempo sono nati termini associati alla parola “arrampicata” per indicare “discipline” differenti: arrampicata sportiva, arrampicata indoor, bouldering, speed. Oggi ci vorrebbe una nuova parola che non venga facilmente associata all’arrampicata, perché di questo ormai non si tratta più. Ci vorrebbe un termine nuovo, moderno, che riporti alla mente grandi palestre, sottofondo musicale, gioco, colori, foto, video, condivisione sui social, voce alta, attrezzatura “top” alla moda e l’essere entrati a fare parte di un qualcosa di più grande, ma che non si conosce davvero.

Potremmo usare “ClimbFit”? “Urban Vertical Mood”? “Hold Mood”?

Io, in generale, sono convinto che si debba essere aperti verso le novità, il cambiamento e verso le nuove forme che può assumere uno sport, perché c’è sempre qualcosa di bello da imparare. In questo caso, però, sento che c’è qualcosa di diverso: forse manca del rispetto o dell’umiltà da entrambe le parti? Forse è sempre stato così anche per le generazioni passate? Sono domande a cui probabilmente troverò una risposta solo aspettando una prossima generazione.

In conclusione, questa accettazione penso che mi risulterebbe molto più facile se avesse un nome tutto suo e non venisse chiamata “arrampicata”, ma soprattutto sarebbe tutto più semplice se chi pratica “Indoor ClimbFit” avesse l’umiltà di non chiamarsi “scalatore” e di rispettare a sua volta le generazioni precedenti. Le generazioni precedenti, così come le generazioni future, ci sono e ci saranno sempre in ogni cosa, sono da rispettare e da ringraziare perché quello che tu puoi fare oggi e potrai fare domani è anche grazie a loro.

Riflessioni sull’arrampicata ultima modifica: 2025-05-02T05:27:00+02:00 da GognaBlog

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43 pensieri su “Riflessioni sull’arrampicata”

  1. Andak. La nostalgia del tempo passato colora di rosa anche la ghigliottina disse un grande scrittore. Quindi niente nostalgia. Il confronto con il passato serve solo a capire meglio il presente. Peraltro, come già detto, dietro le apparenze legate alle forme specifiche di un’epoca ci sono molte somiglianze tra i fenomeni che ci riguardano come umani.  Le sessioni serali sulle pareti dei giardinetti urbani con birra finale degli anni ‘70 sono state in fondo solo la versione vintage e più povera delle serate nelle grandi palestre indoor contemporanee. Del resto quattro o cinque generazioni (circa 100 anni più o meno) non sono nulla e non cambiano certo in modo rilevante istinti e motivazioni individuali e collettive della nostra specie, nel bene e purtroppo anche nel male. 

  2. Grazie per averci illuminato….. comunque non giudico nessuno. Si analizza ,si valuta. Non esiste un meglio o un peggio …..Per tua informazione visto che sei così progressista magari non lo sai anche la resina ormai è superata….ci sono fantastiche prese di legno che sono nettamente superiori sia esteticamente, ma soprattutto che funzionalmente. 
    Goditi la tua scalata qualunque essa sia!

  3. Più che nell’articolo, è nei commenti che si percepisce un certo tono da nostalgici incalliti, come se si guardasse ai “bei tempi andati” senza rendersi conto che il cambiamento è parte naturale di ogni evoluzione. Oggi sono le prese di plastica, ieri erano le falesie. Quelle stesse falesie che per molti, un tempo, non erano che un terreno d’allenamento per l’alpinismo, mentre oggi sono considerate da tanti come la massima espressione dell’arrampicata.
    Eppure molti di voi frequentano la falesia senza praticare alpinismo, e non per questo vengono giudicati. Perché allora criticare chi sceglie l’arrampicata indoor?
     
    Serve un po’ di rispetto per ciò che è nuovo, senza erigersi su piedistalli immaginari. Dalle vostre parole traspare quasi l’idea di un decadimento, come se si stesse passando da “discipline nobili” a qualcosa di inferiore. Ma non è così. Tutto cambia, sempre. E ricordiamoci che, in fondo, nemmeno l’alpinismo esisteva fino a pochi secoli fa: è una creazione relativamente recente nella lunga storia dell’uomo.

  4. Capisco ,non mi aspettavo un lessico così volutamente politicamente corretto…. quasi azione cattolica…..per quanto riguarda il discorso Palestina ne resto fuori volentieri….

  5. Direi un pellegrinaggio collettivo ad un  santuario famoso e mitico, accompagnato da riti condivisi da una comunità di adepti più che esercizi spirituali secondo la regola di Sant’Ignazio, pratica  individuale e interiore, ancorché strutturata e guidata. Il “sottostante” emotivo di molte attività collettive apparentemente diverse è lo stesso. Cambiano solo le forme esteriori a seconda dei tempi e dei luoghi ma il sistema operativo che ci muove  è sempre quello. Questo vale anche per altri fenomeni collettivi purtroppo molto più cruenti contemporanei di cui si discute in altri thread del blog. 

  6. Ah però non pensavo….ma dicono anche delle preghiere… cioè fanno esercizi spirituali?

  7. A proposito delle motivazioni che spingono a partecipare ai “raduni” e alla componente “sociale” presente in alcune attività “arrampicatorie” contemporanee che registrano livelli molto elevati di adesione riporto le parole dell’invito a partecipare al Melloblocco riprese da Facebook (lascio volutamente i grassetti originali). 
    “È la settimana del Melloblocco. Ovviamente il meteo dà pioggia, ma non è troppo un problema, perché, come tuttə abbiamo sentito dire: “al Melloblocco non si va per scalare.” E noi siamo d’accordo.Scalare è solo la scusa per stare insieme, conoscersi, fare nuove amicizie.La prestazione può aspettare: ci sono tanti altri weekend per andare in Val Masino, con meno gente sotto i blocchi e sicuramente migliori condizioni.Il nostro consiglio è di andare in valle per vivere l’esperienza di stare insieme a migliaia di persone diverse, ma con la stessa identica passione. Per creare nuove amicizie, condividere un blocco, imparare storie di quella tribù di persone libere, perché capaci di innamorarsi di cose semplici ed effimere, come l’inutile gesto di salire su una roccia.Condividere tempo, spazio ed emozioni, ecco perché andiamo ai festival.Però con attenzione. Anche se ci sentiamo a casa in mezzo agli altri climber e alle pareti, non siamo a casa nostra.
    Siamo ospiti. Dei luoghi, delle comunità che li abitano, delle storie che li attraversano…Un raduno è un’occasione per fare rete, per imparare, per conoscere.Per ascoltare, per farsi domande, per sentirsi parte di qualcosa.E magari, sì, anche per chiudere quel blocco che hai provato solo perché, per una volta, c’erano sotto quarantasette crash e dodici mani a pararti. Ma quello che resta, alla fine, è la passione che si respira, i legami che si creano e i ricordi che rimangono nella testa.”

  8. Il fetido. Sul tema stadio si aprirebbe un altro capitolo che si collega alla discussione sulle Olimpiadi. Gli eventi collettivi, da quelli sportivi ai funerali alle parate, alle processioni,  ai concerti esercitano sulla nostra specie, almeno nella sua stragrande maggioranza,  una grande attrazione da sempre, soprattutto quelle che suscitano forti emozioni, non solo la tifoseria violenta ma anche lo spirito di fratellanza ad esempio. Entrambe pulsioni molto forti. Almeno una volta sicuramente ognuno di noi vi ha partecipato. Oggi entra in gioco grazie ai selfie e ai social anche il famoso “c’ero anch’io” e te lo faccio sapere in tempo reale. Guarda cosa è successo ai funerali di Papa Francesco. Per questo penso sia illusorio pensare di eliminare la dimensione collettiva di molte attività ricreative. Una palestra vuota o una falesia deserta dove nessuno ti vede e dove non si manifestano contemporaneamente competizione e apparenza sarebbe probabilmente attrattiva solo per pochi. I grandi numeri sono una necessità per sostenere il conto economico delle strutture ma non solo. 

  9. Pasini bellissima riflessione. Avevo rimosso che lo sport in generale serve anche a reindirizzare e incanalare quell’energia violenta che abbiamo dentro. In effetti lo sport come terapia sociale non è male. Salvo che poi io noleggerei Un piccolo aereo per bombardare tutti gli stadi quando sono strapieni di gente…..e poi così per cominciare….

  10. C’è anche da considerare che le attività ricreative consentono alle persone di sfuggire almeno momentaneamente alle dure regole dell’attività lavorativa che impongono il contenimento di molte pulsioni che stanno dentro di noi  e la cui libera manifestazione non sarebbe compatibile con la vita organizzativa. Alcune di queste pulsioni sono diciamo “nobili” e trovano nella ricreazione il loro terreno di libera espressione ma altre non sono altrettanto nobili ed escono dalla loro latenza proprio nelle attività ricreative che spesso hanno una funzione compensativa rispetto alle costrizioni quotidiane. Insomma nelle attività ricreative può uscire il lato migliore ma anche il lato peggiore della nostra umanità. Certo alcune attività più di altre esercitano questa funzione liberatoria del lato “oscuro” ma è meglio non fare esempi per non offendere i vari “tifosi” che potrebbero rispondere legittimamente: e tu allora che nel weekend rischi la pelle su dei pezzi di roccia senza alcun senso e per che cosa? Chi è senza peccato….PS. Avete notato che nessuno o quasi nessuno si fa i selfie sul lavoro? Un po’ perché è proibito ma non solo ….

  11. Era proprio quello che intendevo Roberto: semplicemente che all’aumentare del numero aumentano i maleducati e ne ritrovi molti di più in falesia visto il grande aumento delle presenze. Prima c’era solo una nicchia di appassionati che erano in falesia solo perché realmente interessati e magari non per “moda”.
    Detto questo è chiaro che l’arrampicata indoor è diventata oltre che una bellissima attività anche un lucroso business per molti motivi anche dovuti al benessere individuale che uno sport come questo sa dare.
    Io pratico entrambi e non mi stupisco/scandalizzo di certo se molti vanno soltanto in palestra.

  12. Il climbing indoor è ormai un business mondiale. Ha addirittura un suo organo di stampa. Vedi link. Le motivazioni che stanno alla base del suo sviluppo sono molteplici e interessanti da analizzare: dall’attrazione ’ esercitata dalle attività ricreative basate sulla “destrezza” psicomotoria alla componente di socializzazione che caratterizza le grandi palestre urbane. Il tema della “decadenza etica” che sarebbe legata al numero dei praticanti mi sembra più uno schema mentale che una considerazione di una realtà fattuale. Tutta di dimostrare. Non fanno testo singoli episodi di mala-educazione che ognuno può constatare e che peraltro non sono nuovi anche nella comunità alpinistica. Aumentando i numeri probabilmente aumenta anche il valore  assoluto della percentuale di “belinoni”, come si dice in Liguria. E’ da dimostrare che la percentuale sul totale sia aumentata. 
    https://climbingbusinessjournal.com/author/climbing-business-journal/

  13. “la massificazione di un’attività porti con sé anche un decadimento etico”
    Ottima sintesi dell’articolo e del mogugnoso  stato d’animo perenne dell’alpinista sul viale del tramonto.
    Sottofondo suggerito: Party Pravo, E dimmi che non vuoi morire
     

  14. Per chi ama l’arrampicata in primis come piacere del  “gesto” , non soltanto come “mezzo” per muoversi sulla roccia superando pareti, poco importa se essa venga praticata indoor, outdoor o su un muro di contenimento; l’importante è impegnarsi fisicamente e psicologicamente ampliando la gestualità e spingendo il proprio limite e in questo contesto sicuramente la plastica può dare qualcosa alla roccia e viceversa. Penso sia un peccato per ogni generazione privarsi sia dell’una che dell’altra cosa. Poi sicuramente per me il confronto con la roccia in un bel contesto naturale magari yosemitico è un valore aggiunto ma non è detto che sia così per tutti sia per gusto personale che per possibilità economica.Per ciò che riguarda invece i vari comportamenti citati credo semplicemente che la massificazione di un’attività porti con sé anche un decadimento etico dovuto al gran numero di praticanti e che questo si traduca semplicemente in maleducazione come si evince dai casi citati (provare vie troppo oltre il proprio limite o schiamazzare inutilmente mancando di rispetto a chi arrampica nei paraggi).

  15. Comunque per quello che posso dirvi io ,la plastica è superata…..roba anni …non saprei ahahah…..

  16. Non sento l’esigenza di confrontarmi con la roccia. 

    …e già è meglio la plastica. 

  17. Marcello hai fatto benissimo..tra l’altro quel pezzo di falesia sarebbe anche un terreno privato di un tuo collega( mi pare)..io credo che il punto sia proprio questo, cioè quando i due mondi entrano in contatto ….può andare bene ma può anche finire molto male

  18. Concordo con questo pensiero e con quello di AGD, nell’editoriale dell’ ultimo numero cartaceo di Pareti.

  19. “e pensi che ambiente può venir fuori” no…solo un pizzico di nostalgia fisiologica…quel tanto che basta per cercare di guardare le luci e le ombre del presente, come del passato, cercando di non mettersi occhiali da gufo o da Vispa Teresa. Visto che la memoria non è del tutto andata, cara contessa, meglio comunque la plastica del plastico. 

  20. “Del resto mia cara, di che si stupisce?
    Anche l’operaio vuole il figlio dottore”
    Sicuramente lo zoccolo duro del gognablog riconoscerà  questi versi, e forse tirerà un sospiro di nostalgia.
     

  21. Non dimentichiamoci che la plastica costituisce soprattutto un’occasione di ritrovo. Un sostitutivo del biliardo, più sano e oggi di moda.
    Raggiungere la falesia (dove non c’è neppure lo spogliatoio) presuppone più tempo e spesa, quindi perché complicarsi la vita?
    Sono solo infastidito da quelli che arrivsno in falesia e si attaccano a vie storiche che hanno un livello di 5 gradi superiore al loro. Provano e riprovano, discutono e imprecando, con il risultato di rendersi ridicoli agli occhi di chi ci capisce un po’ e di consumare la roccia, sovente di vie capolavoro. 
    L’anno scorso, mentre mi picchiavo con un 7a all’alveare di Montesordo (Finale), tra l’altro aperto da me una 40ntina d’anni prima, degli idioti tentavano senza speranza Viaggio nel Futuro!!!
    Mi sono incazzato al punto da suggerirgli dei quinti più da poco chiodati lì sotto. Ne è nata quasi una rissa ma dopo un po’ ci sono andati e… manco riuscivano a salire di lì. Ad averli apostrofato come idioti credo di avergli fatto un piacere. Ho anche cercato di impartirgli una breve lezione di storia dell’arrampicata,  chissà se è servito…
    Per il resto, ognuno si diverta come vuole, fuori o dentro, ma il rispetto bisogna avercelo! Sennò si è tutti dei sopravviventi alla catena di montaggio dell’esistenza,  che non va mica bene.

  22. Porto la mia piccola e semplice esperienza. Da venticinque anni frequento la collina e la montagna attraverso il cammino. Mi piace, ci sto bene. Cerco di attraversarla e raccontarla con rispetto.
    Da un anno ho iniziato a frequentare una palestra vicino a casa dove si pratica Boulder e arrampicata. Era un desiderio che avevo da una vita ma per innumerevoli ragioni non ho mai esplorato questa attività. In palestra ho fatto un corso base e uno intermedio dove ho imparato le tecniche. La palestra è frequentata da molti giovani: tanti vanno ad arrampicare in falesia e questo per loro è un momento di allenamento serale e un modo per ritrovarsi con amici che condividono questa passione. 
    Io mi muovo in autonomia. Sento che viviamo la natura e la montagna in modo diverso provenendo da ambienti e frequentazioni molto diverse. Però mi sono appassionata. Mi piace come disciplina. Costringe il mio pensiero al presente e a concentrarsi su quel piccolo pezzetto di parete. Tutto il resto ne è fuori. È un esercizio molto importante per chi è abituato a proiettarsi sempre avanti. Aumenta la conoscenza del proprio corpo, dei proprio respiro e dei propri limiti. Ed è lì che si comincia a lavorare e a cercare di migliorarsi continuamente. A piccoli passi per paura di cadere. Non bisogna avere fretta: anche questo un tema di questi anni ben poco conosciuto. Ci vuole il tempo giusto per ogni cosa. È necessario provare, riprovare all’infinito. 
    Al momento mi basta questo. Non sento l’esigenza di confrontarmi con la roccia. Non so se sia giusto così, se mi privo di qualcosa o altro ancora. Lascio comunque aperta ogni porta e la montagna e la natura continuo a viverla in molti altri innumerevoli modi. 
     

  23. Le grandi palestre urbane attuali poco hanno a che vedere con le prime palestrine degli anni “80 per non parlare dei vari “giardinetti” o muri inventati di quell’epoca dove ci si allenava alla sera per la montagna “vera”. Offrono una gamma di servizi e di intrattenimenti che attirano nicchie diverse e in realtà numerose di utenti, dai bimbi agli agonisti….l’aumento dei volumi conseguente alla differenziazione dell’offerta è assolutamente necessaria per la loro sostenibilità economica. Sotto un certo numero di utenti non starebbero in piedi. Le più grandi di Milano ad esempio viaggiano sugli 8.000/10.000 frequentanti. La percentuale del 50% che rimane solo indoor mi pare consistente con indagini di mercato che avevo visto qualche anno relative agli USA. Si tratta comunque di numeri veramente notevoli, anche se non paragonabili ad altre attività ricreative. Reggono industrie specifiche di prodotti dedicati, molte italiane, tra l’altro. Poi ha ragione Cominetti: le condizioni di vita attuali da noi hanno allargato le disponibilità di tempo libero e di denaro che permettono scelte diversificate di divertimento a strati sociali che qualche generazione fa ne erano completamente esclusi in quanto schiacciati sulla soddisfazione dei bisogni  primari. Siamo sicuramente dei privilegiati, almeno sotto questo profilo. 

  24. Analisi impeccabile.
    calandosi nel contesto arrampicatorio attuale è chiaro che se vivi a Milano non puoi andare a scalare tutti i giorni …quindi normalmente la gente va in palestra. È anche una questione di scelte di vita. Io credo che l’arrampicata abbia creato tutta una serie di attività parallele che si sposano bene con il logorio della vita moderna….altrimenti le palestre non sarebbero strapiene….
    Non bisognerebbe cercare un confronto. Sono mondi a volte paralleli. Come ho già detto sta a noi impostare le regole del gioco nei posti in cui siamo ” a casa”. Esempio : arrivi in falesia di casa ci trovi i ragazzini con la musica a palla….la cassa la spengo fine della storia…..altro esempio…arrivo in falesia e trovo la corda lasciata in catena su una via e nessuno sotto , sfilo la corda e scalo….nessun problema….pochi gesti poche parole ….poche regole chiare.

  25. Siamo dei privilegiati, perché possiamo scegliere.

    Bello l’articolo.

  26. Dietro l’aumento complessivo del volume dei praticanti ci sono anche logiche di marketing e di comunicazione.  Allargando e segmentando l’offerta si vanno a prendere fasce di utenti che con un’offerta più limitata avrebbero probabilmente praticato altre attività. In questo modo si inventano anche nuove “categorie” di prodotti. Un esempio è l’evoluzione dell’offerta di scarpette e di abbigliamento per l’arrampicata, dai vecchi jeans sdruciti alle magliette variopinte da palestra. Si tratta di un fenomeno diffuso che riguarda anche altre attività “ricreative”: dal running alla bici…… Sì segmenta e si allarga il mercato, a volte si inventano addirittura nuovi mercati e si aumentano i volumi. Come dicono gli investigatori : follow the money e trovi il bandolo della matassa. Poi sopra o sotto il comportamento di consumo si crea l’ “ideologia” (oggi si direbbe la “narrazione”) che lo sostiene, perché noi uomini non ci accontentiamo di fare cose anche per puro gioco e piacere ma dobbiamo sempre dargli un qualche senso e significato, un “supplemento” di anima, per usare una terminologia antica. Così siamo fatti o meglio così ci siamo evoluti, uomini e arrampicanti. 

  27. Si tende a fare un po’ confusione tra i vari temi dell’arrampicata…vie classiche, allenamento , arrampicata sportiva su roccia…. palestre….
    Ognuno deve seguire i propri modelli e chissà magari a volte diventare un modello per altri….
    Trovare i metodi per perseguire i propri obbiettivi non è facile.
    in generale posso dire che molte palestre hanno come target il plasticomane e non chi si vuole allenare o preparare per vie su roccia ( qualsiasi tipo)

  28. 1) L’autore dello scritto è Matteo Marzoli.
    2) Il titolare del blog è Alessandro Gogna.
    Pertanto non mescoliamo le mele con le pere.
    Se dovessimo attribuire a Gogna la responsabilità di quanto scritto da migliaia di persone – di TUTTE le idee, in campo alpinistico, politico, ecc. – dal dicembre 2013 a oggi, come dovremmo definirlo?
     
    Tolleranza e apertura mentale, dove vi hanno buttate?

  29. Questa riflessione, sul blog di uno dei massimi esponenti del Nuovo Mattino fa un po’ ridere.
    Da giovane rivoluzionario a vecchio brontolone: è la dura legge dell’ età.

  30. Poi in primavera 2026 seguirà il talent:
    ” Ti lascio un rinvio” per ragazzi/e dai 10 ai 16 anni.

  31. Sembra che inizialmente la trasmissione doveva chiamarsi:
    ” È sempre mezzogiorno di pietra” e doveva svolgersi in palestre outdoor, ma poi se pioveva sarebbe stato un casino e anche il Gogna avrebbe storto il naso!!!

  32. Mi sento molto in sintonia con lo spirito dell’articolo. Mi piace la montagna e mi piacciono le vie classiche che, proprio per questo,  raggiungono gradi che per i plasticarranti sarebbero considerati nemmeno entrylevel (poi però, senza uno spit a 10 cm, arrancano). Effettivamente, si vede tanta gente in falesia a fare su e giù sul nulla; si vede tanta gente sulle 5 torri; ma ultimamente se ne vede sempre meno sullo spigolo Dibona alla Grande (solo a titolo di esempio)… Forse meglio così:  io mi tengo quella cacca del quarto grado e le mie ore in croda, loro si tengono la plastica e le ore attaccati ad un 7a senza poesia.
    C’è posto per tutti!

  33. La Ferragni vorrai dire…..mi sembra più idonea per  condurre la prova del vuoto

  34. Ho sentito da fonti sicure , che da ottobre Antonella Clerici condurrà un nuovo format: “La prova del vuoto”.
    Tutti i giorni alle 12.30 per 2 ore e ogni settimana da palestre indoor diverse.

  35. Comunque ciò che descrive verosimilmente l’articolo riguarda un passaggio dell’evoluzione dell’arrampicata sportiva. Attualmente si stanno sviluppando altri spazi singolarmente o contestualmente alle classiche palestre indoor. Chi sarà in grado di cogliere ed anticipare questo fenomeno darà prova di lungimiranza. L’alternativa sempre valida è la classica tana delle tigri domestica nel garage con amici più o meno incattiviti……
    Per quanto riguarda il sovraffollamento delle falesie lo reputo un fenomeno passeggero….ad ogni modo sta a noi renderle luoghi aspri e inospitali a tutti i maleducati e cialtroni che si presentano di volta in volta 

  36. Come il rocciatore, il sassista, l’alpinista, falesista, lo chiamerei plastichista. O Sassista indoor?
    scherzi a parte é difficile spiegare in poche parole le mille sfaccettature dell’arrampicata. Non credo che un nome farà la differenza

  37. Premeso che sono una schiappa oramai nelle falesie che usavo frequentare fatico a trovare una linea libera. Cmq tempo fa su un 5b/c di placca c’era sto tipo monturato di tutto punto e con due set completi di friends addosso belli lucidi (almeno 20 pezzi) che brontolava con il suo assicuratore “odio questa placca, io sono abituato a fare trad…”  vi lascio i commenti 🙂

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