The Bibi files

Il 30 settembre 2026 è arrivato nelle sale italiane il film della regista sudafricana Alexis Bloom. Tratta delle tre indagini che riguardano il primo ministro più longevo della storia del Paese, mostrando anche suoi video trapelati degli interrogatori della polizia israeliana. Tra corruzione, frode, abuso di potere, regali costosi e favori a magnati. Il ritratto impietoso di una cerchia di potere (dalla moglie al primogenito) e del suo rapporto monarchico con i media. Il governo di Tel Aviv non lo sopporta, specie a un mese dalle elezioni decisive.

The Bibi files
(il documentario sul sistema Netanyahu vietato in Israele)
di Anna Maria Selini
(pubblicato su altreconomia.it il 23 settembre 2026, aggiornato)

Mentre Benjamin Netanyahu lotta per rimanere al potere alle prossime elezioni del 27 ottobre 2026 ed è imputato in un processo per corruzione, frode e abuso di potere in corso da sei anni, è arrivato anche in Italia il documentario vietato in Israele, The Bibi files, della regista sudafricana Alexis Bloom.

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e sua moglie Sara durante una visita di Stato a Washington il 9 luglio 2025 © Middle East Images/ABACA – IPA

Contiene alcuni video trapelati degli interrogatori della polizia israeliana tra cui anche a Netanyahu, alla moglie Sara e al figlio Yair, ma anche a magnati e a giornalisti che Bibi ha tentato o è riuscito a epurare, oltre che a vecchi amici e collaboratori del primo ministro israeliano dal mandato più longevo di sempre. Abbiamo visto il film appena uscito (30 settembre 2026).

Netanyahu è seduto dietro una scrivania nel suo ufficio. Alla sua destra ha il ritratto del padre Benzion (ne abbiamo parlato nel podcast Bibi. Le sei vite di Benjamin Netanyahu), alle spalle un planisfero dove, ironia della sorte, svetta l’Arabia Saudita, quella con cui ha fatto di tutto per normalizzare i rapporti cercando di togliere dai tavoli internazionali la questione palestinese. Per molti analisti uno dei motivi all’origine dell’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023.

La cicatrice sul labbro (che si è procurato da bambino infilando la lingua in una presa elettrica) rende il ghigno di Bibi più teso del solito. Appare scocciato e spesso “smemorato”: gli inquirenti diranno che ha risposto “non ricordo” al 95% delle domande, sebbene sia noto per la sua memoria. Alza la voce raramente, qualche volta sbatte i pugni sul tavolo perché sa di essere ripreso, quanto la sua immagine conti e che quei video potrebbero girare, come è effettivamente successo. “Non ha senso”, è la frase che ripete più spesso a chi lo interroga.

Sono tre le indagini, iniziate nel 2016, che lo riguardano; oltre 300 i testimoni ascoltati dalla polizia in più di tre anni, tra di loro anche alcuni degli uomini più potenti di Israele, come l’ex primo ministro Ehud Olmert (a sua volta accusato e finito in carcere per corruzione), il miliardario israelo-americano dei casinò Sheldon Adelson, Yair Lapid, attuale rivale di Netanyahu nelle elezioni politiche ma suo ministro delle Finanze tra 2013 e 2014, e Ami Ayalon, ex capo dello Shin Bet, i servizi interni israeliani.

Nel caso numero 1.000 Netanyahu è accusato, insieme alla terza e attuale moglie Sara Ben-Artzi, di aver ricevuto costosi regali da due uomini d’affari: casse di sigari cubani, champagne rosé, il preferito di Sara, e gioielli, per un totale di 280mila dollari in nove anni, in cambio di esenzioni fiscali e favori.

Nei video si vede Arnon Milchan, vecchio amico di Netanyahu e ricco produttore israeliano di Hollywood, che conferma i costosi regali. “Sento che la moglie lo torturerebbe se non avesse qualcosa da bere”, racconta agli inquirenti, mentre una sua assistente racconta che i cadeaux erano richiesti dalla coppia e che era impossibile dire di no. Le richieste usavano parole in codice e allora i sigari Cohiba, da 1.100 dollari a scatola, erano “foglie verdi”. Netanyahu non nega di aver ricevuto doni costosi (che un primo ministro non può accettare) ma liquida il tutto a pensieri di “amici cari”.

Sara, invece, ha ottenuto gioielli preziosi, oltre a casse di champagne. Un ritratto poco lusinghiero la dipinge come una donna capricciosa, facilmente irascibile e con tratti depressivi. Un suo ex collaboratore racconta che beve champagne come fosse caffè, arrivano fino a 20 bottiglie a settimana. Con gli inquirenti alza spesso la voce: “Ci sono attacchi terroristici e voi indagate sui regali?”, chiede sprezzante, negando le accuse e rilanciando a sua volta che si voglia soltanto far cadere il primo ministro.

Ma è Yair Netanyahu, il primogenito della coppia e secondo figlio di Netanyahu, senza dubbio il più arrogante e aggressivo, oltre che il più “a destra” di tutta la famiglia. Sarebbe stato lui a introdurre nella vita del padre l’attuale ministro della Sicurezza nazionale, Itamar Ben Gvir. “La polizia israeliana è come la Stasi, agite come le forze mafiose”, dice il giovane Netanyahu agli inquirenti. Sarebbe lui per il padre, racconta un amico di Bibi, il suo erede politico, “come se Israele fosse una monarchia e lui il re”.

Yair Netanyahu, secondo figlio del primo ministro israeliano e primogenito del suo matrimonio con Sara, nel 2019. Yair è vicino alle posizioni più “a destra” della politica israeliana © Ambasciata Usa in Israele

In cambio dei costosi regali Netanyahu si sarebbe mosso per far pagare meno tasse all’amico Milchan, ma si sarebbe spinto addirittura a intervenire personalmente per il rinnovo del suo visto Usa che gli era stato negato nel 2023. Insomma, qualche favore di troppo. Così come per Arnon Mozes, il proprietario di Yedioth Ahronoth, il quotidiano più letto di Israele e coinvolto con Bibi nel caso numero 2.000: il primo ministro lo avrebbe aiutato a conservare una posizione di leadership tra i media, in particolare ai danni di Israel Hayom, il primo quotidiano israeliano gratuito, in cambio di una copertura più “morbida” nei suoi confronti.

Riguarda il rapporto con i media (tema caro a Bibi, come abbiamo visto nell’episodio “L’ammiratore di Berlusconi”) anche il caso 4.000. Questa volta chiamato in causa è Shaul Elovitch, proprietario del sito Walla, con qualche problema finanziario di troppo. In cambio della firma di Bibi, come garanzia, tutta la famiglia Netanyahu avrebbe ricevuto una copertura “privilegiata” da parte sua.

Shaul Elovitch è per Bibi una semplice “conoscenza, non un’amicizia”, chiarisce il primo ministro, che nega lo scambio di favori; di certo non si può dire lo stesso per Avi Alkalay, ex giornalista di Walla, rimosso proprio, secondo la sua testimonianza, per compiacere i Netanyahu.

Il sito avrebbe ricevuto telefonate direttamente dallo staff del primo ministro per “suggerire” notizie, interviste e addirittura cambiare le foto sgradite alla first lady, per molti la “Maria Antonietta di Israele”. “Ci sentivamo come in un ristorante al servizio di una sola persona”, dice Alkalay davanti alla telecamera.

I coniugi Netanyahu da parte loro non negano le richieste, riducendole al desiderio di avere “almeno una copertura vera, tra tante cattive e pessime”. Uno dei cavalli di battaglia di Bibi, infatti, è quella che lui chiama “l’industria” formata da pubblico, media e magistrati sempre al lavoro contro di lui.

Ma il documentario va oltre gli interrogatori e ricostruisce la vita privata e le principali tappe della carriera politica di Netanyahu fino al 2024, quando l’offensiva contro Gaza era ancora in corso e gli ostaggi e le loro salme non erano ancora state restituite a Israele, anche perché era stato proprio il Governo Netanyahu a dichiarare che non erano la priorità, come invece era “eliminare Hamas”.

Si parla anche del cosiddetto “Qatargate israeliano” in cui Netanyahu non è indagato, ma (come vedremo nella quinta puntata del podcast, in uscita il 2 ottobre 2026) lo lambisce. Quel che ormai è certo è che Bibi negli anni abbia permesso l’ingresso nella Striscia di Gaza di fantomatiche valigie piene di dollari provenienti dal Qatar, per un valore di oltre un miliardo. “L’ho fatto per garantire la sicurezza nel Sud di Israele”, ha ammesso lui, scaricando la colpa anche sui servizi israeliani, Mossad e Shin Bet, che sarebbero stati d’accordo. Peccato che la misura “di sicurezza” non solo non sia bastata a tenere a bada Hamas ma abbia probabilmente contribuito al 7 ottobre, come ha sostenuto anche Ronen Bar, capo dello Shin Bet, che proprio Bibi ha tentato invano di far licenziare.

La domanda che sorge da The Bibi files e che è estremamente attuale, specie dopo l’inchiesta del quotidiano Haaretz (secondo la quale Netanyahu sarebbe stato informato dal presidente degli Emirati Arabi Uniti 10 giorni prima del 7 ottobre della preparazione di un pesante attacco di Hamas, ma non avrebbe fatto nulla) è: “Quanto hanno pesato i guai giudiziari di Bibi sulle sue decisioni politiche? Quanto uno stato di conflitto permanente, anche tra gli stessi israeliani, è diventato uno strumento per rimanere al potere?”. La questione non riguarda solo Netanyahu ma la gestione del potere politico, gli intrecci con quello economico e soprattutto la deriva della democrazia israeliana. Una prima risposta si avrà tra meno di un mese alle urne.

The Bibi files ultima modifica: 2026-10-01T04:24:00+02:00 da GognaBlog

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