Per anni il rifugio Massi, nell’alta Val di Susa, ha fornito accoglienza a chi cercava di oltrepassare il confine. Ora deve chiudere, ma c’è una rete solidale che cerca nuovi modi d’azione.
Oulx, rifugio e resistenza
di Matteo Cimbal Gullifa *
(pubblicato su jacobinitalia.it il 15 settembre 2026)
Probabilmente molti dei lettori di questo articolo non sanno che cosa abbia rappresentato, negli ultimi otto anni, il rifugio Massi di Oulx per le persone in transito e «senza documenti».
Mi ha sempre colpito la distanza mantenuta dalle grandi strutture della sinistra, partitica o di movimento, nei confronti di un luogo che aveva qualcosa di unico: per ciò che vi accadeva ogni giorno, per le persone che lo attraversavano, per la solidarietà e la forza che si incontravano. Ho incrociato lì una volta Ilaria Salis e so che negli anni sono passati anche altri parlamentari ed europarlamentari, ma queste presenze non si sono quasi mai tradotte in investimenti politici duraturi e proporzionati a ciò che il Massi rappresentava.
Eppure, il rifugio di cui proveremo a raccontare, ha accolto e sostenuto, in poco meno di otto anni, circa 150 mila persone «senza documenti». Significa quasi 19 mila persone ogni anno, più di cinquanta al giorno in media.
Movimento
Oulx è a venti chilometri dalla Francia, nell’alta Val di Susa. Per molte delle persone che sono passate dal Massi quei venti chilometri sono gli ultimi di un viaggio cominciato migliaia di chilometri prima e, in alcuni casi, anni prima. L’organizzazione Medici per i Diritti Umani, che ha lavorato all’interno del rifugio, ha incontrato persone il cui viaggio durava dai due a sei anni. Afghanistan, Pakistan, Iran, Turchia, Grecia, Patrasso, Bari, Oulx. Oppure Costa d’Avorio, Burkina Faso, Mali, Algeria, Tunisia, Lampedusa, Oulx. O ancora Turchia, Grecia, Macedonia, Serbia, Bosnia, Croazia, Slovenia, Trieste, Oulx.
Alì, incontrato a Oulx, veniva da Bamyan, in Afghanistan. Viaggiava da due anni: alla fine era arrivato a Patrasso, dove si era nascosto su un traghetto diretto a Bari, per poi risalire l’Italia fino a Oulx. Un altro ragazzo afghano, la cui storia è stata raccontata da Medici per i Diritti Umani, aveva attraversato a piedi il Pakistan, poi l’Iran, la Turchia e la Grecia. Era stato respinto una volta tra Macedonia e Serbia e circa venti volte tra Bosnia e Croazia. Ogni volta tornava indietro e riprovava. Ancora: un ragazzo iraniano di ventotto anni, intervistato durante una ricerca svolta proprio al Massi, ha raccontato di aver pagato cinquemila euro per attraversare un pezzo di strada mentre stava nascosto sotto un camion. La prima volta era stato scoperto e aveva dovuto pagare ancora. Per finanziare il viaggio suo padre aveva venduto la casa.
Di storie come queste se ne incontrano continuamente, e forse è proprio questo il punto: da anni trattiamo i numeri delle migrazioni con una distanza che fa rabbrividire. Aumentano gli sbarchi, diminuiscono gli sbarchi. Aumentano gli attraversamenti dei Balcani, cala la rotta dalla Spagna. Un valico viene chiuso, si firma un accordo con uno Stato di transito, aumentano i controlli su un confine e per qualche mese i numeri scendono. Il governo di turno rivendica il risultato. Ma le persone non scompaiono. Continuano a muoversi.
Chiuso un confine se ne fa un altro
Nel novembre del 2015 la Francia reintroduce i controlli alle proprie frontiere interne, prima in occasione della Cop21 e poi, dopo gli attentati di Parigi, nell’ambito dello stato di emergenza. Ventimiglia, fino a quel momento uno dei principali punti di attraversamento della frontiera franco-italiana, diventa progressivamente più difficile da superare e dal 2017 un numero crescente di persone comincia a cercare una strada alternativa attraverso l’Alta Val di Susa.
È così che una decisione presa centinaia di chilometri più a sud contribuisce a trasformare un piccolo paese di montagna in un punto delle rotte migratorie europee. Il confine si chiude in un posto e il movimento si ricompone altrove, seguendo una logica che negli anni abbiamo visto ripetersi decine di volte.
I Comuni di frontiera si ritrovano a gestire chi sale verso la Francia e chi torna dopo esser stato respinto. La polizia francese intercetta, respinge e riconsegna. Mentre la polizia italiana – racconta Marco, attivista di lungo corso che per anni ha lavorato intorno al Massi – una volta ricevute quelle persone, spesso non sa nemmeno dove portarle.
È dentro questa situazione che nel settembre del 2018 nasce il rifugio Fraternità Massi, per intuizione di don Luigi Chiampo e con la gestione della Fondazione Talità Kum. All’inizio è una cosa minuscola: una casa civile a pochi metri dalla stazione, con ventiquattro posti letto nel piano seminterrato. Una cucina normale, con i fuochi di casa e un tavolo a cui possono sedersi sei persone. Un operatore, poi due.
Il rifugio apre soprattutto di notte e nasce prima di tutto come punto dove riportare le persone respinte dalla Francia. Il Massi riesce fin dall’inizio a tenere insieme soggetti che del confine hanno idee e obiettivi molto diversi, in alcuni casi apertamente opposti: volontari, attiviste, associazioni, la Diaconia Valdese per l’assistenza legale, Rainbow for Africa per quella sanitaria, la rete No Borders impegnata anche negli aspetti estremamente pratici necessari a facilitare la traversata, ma anche i Comuni, la prefettura, il Ministero dell’Interno e le forze dell’ordine. Marco parla di soggetti mossi da finalità «diverse, a volte antitetiche», e probabilmente è proprio questa una delle caratteristiche politicamente più interessanti del rifugio.
La struttura serve naturalmente alle persone che lo attraversano, che possono mangiare, dormire, lavarsi, curarsi e recuperare vestiti o attrezzature adatte prima di ripartire, ma serve contemporaneamente ai Comuni, alla prefettura e alle forze dell’ordine italiane, perché assorbe una parte degli effetti prodotti dalla chiusura della frontiera francese e impedisce che vengano semplicemente scaricati sulla stazione, sulle strade e sui paesi della valle.
Otto anni sul territorio
Il rifugio cresce perché il bisogno non passa. Da uno o due operatori si arriva a nove o dieci, l’apertura diventa ventiquattro ore al giorno per 365 giorni l’anno, vengono garantiti pasti, docce, assistenza sanitaria e legale e, nel 2021, Talità Kum acquisisce un nuovo immobile che permette di arrivare fino a settanta posti. A quel punto continuare a utilizzare la parola «emergenza» diventa quasi comico. Se un fenomeno dura per anni e per gestirne soltanto uno degli effetti serve un edificio, dieci operatori, decine di letti, medici, avvocati, volontari, Comuni, prefettura e finanziamenti ministeriali, forse non siamo più davanti a qualcosa di eccezionale, ma a una componente stabile del funzionamento della frontiera.
Adesso chi arriva può farsi una doccia, mangiare qualcosa di caldo, recuperare un paio di scarpe, una giacca o vestiti adatti alla montagna, ricaricarsi il cellulare, pregare. Qualcuno prepara i pasti, altri sistemano e distribuiscono il materiale raccolto, mentre intorno al rifugio si garantiscono assistenza sanitaria, supporto legale e psicologico e si condividono le informazioni necessarie per affrontare quello che resta del viaggio.
In una delle pareti c’è anche una cartina, sempre guardata con un certo timore, che indica le vette e i sentieri che circondano il paese di Oulx. In alcuni punti di questa, dei teschi, come quelli di navi pirata, simboleggiano i passi sconsigliati per altezze, temperature o rischi che gli abitanti della zona hanno riconosciuto. Ricorda anche chi ha perso la vita in questo confine, e facilmente ci porta a pensare quanti quotidianamente perdono la vita intorno o per causa di tutti i confini del nostro pianeta. Al Massi si respirano coraggio e paura in un intruglio di emozioni che difficilmente ti levi di dosso, che non vuoi dimenticare e che ti fa crescere. Incroci sguardi che ti porterai sempre dentro.
Per anni una parte importante della struttura economica che ha permesso al Massi di funzionare è passata attraverso MigrAlp, il progetto che mette insieme istituzioni locali, fondi pubblici e associazioni. A questi finanziamenti si aggiungono donatori privati e soprattutto una quantità enorme di lavoro volontario: vestiti, scarpe, coperte e materiale da montagna vengono raccolti e distribuiti senza costi per la struttura, così come una parte del lavoro quotidiano viene assorbita dal tempo di persone che decidono di metterlo gratuitamente a disposizione.
Il punto di rottura arriva alla fine del 2023, quando terminano i fondi europei e ministeriali che avevano garantito una certa stabilità al progetto. Nel 2024 vengono meno circa mezzo milione di euro di risorse pubbliche, mentre mantenere aperto il rifugio costa ormai tra i 700 e gli 800 mila euro l’anno. Da quel momento il Massi si regge sempre di più sulle donazioni e sulle risorse della fondazione, accumulando una distanza tra costi e finanziamenti che diventa progressivamente impossibile da sostenere. Talità Kum prova a tenere aperto il rifugio, assorbendo perdite sempre più difficili, ma nel marzo 2026 è costretta a ridurre drasticamente il servizio: il Massi chiude durante il giorno e resta aperto solo la notte; il primo settembre chiude definitivamente.
Oggi
Marco mi manda questi racconti proprio da Oulx, mentre il rifugio non esiste più. In uno dei vocali si interrompe quasi subito: hanno appena finito di vestire le persone che stanno per partire verso la frontiera e si ritaglia qualche minuto per raccontarmi cosa è successo nelle ultime settimane.
È forse da qui che conviene partire per capire cosa significa davvero la chiusura del Massi (dal 1° settembre 2026). L’edificio chiude, il finanziamento finisce, gli operatori non ci sono più, ma una parte della rete costruita in quegli otto anni rimane sul territorio e continua a fare quello che faceva prima: raccogliere vestiti, scarpe e attrezzatura, preparare chi deve affrontare la montagna, dare indicazioni, capire dove far dormire chi arriva, mantenere insieme una trama di relazioni e conoscenze che non scompare insieme alla struttura.
Alla fine, l’Unione Montana mette a disposizione lo spazio esterno di una grande casa inutilizzata in zona Abbazia, praticamente a fianco del vecchio rifugio, e la Croce Rossa riesce in pochi giorni a costruire un primo hub notturno. Si comincia con delle tende, progressivamente sostituite da moduli abitativi. Oggi quella struttura apre circa dalle otto di sera alle otto del mattino e può ospitare una cinquantina di persone. I minori non accompagnati vengono portati al polo logistico di Bussoleno; per gli altri c’è un posto dove dormire, qualche bevanda calda e del cibo confezionato.
In otto anni intorno al Massi non si è costruito soltanto un servizio, ma una capacità collettiva: competenze, relazioni, forme di organizzazione che hanno permesso di rispondere a bisogni molto concreti e, insieme, di avvicinare centinaia di persone a una realtà che normalmente resta fuori dallo sguardo. Volontari, abitanti della valle, associazioni, militanti, persone arrivate magari per dare una mano una volta e poi rimaste: anche questa capacità di produrre partecipazione, di rendere visibile una frontiera che per molti esiste soltanto nelle statistiche, è una delle eredità politiche del Massi.
Una parte di questa organizzazione esisteva prima del rifugio, un’altra è cresciuta insieme a lui, e oggi continua senza di lui. Non è poca cosa. Se per anni guardiamo alla politica quasi esclusivamente attraverso elezioni, rappresentanza e grandi mobilitazioni, esperienze come questa ricordano che esiste anche una forma molto meno spettacolare di organizzazione: conoscere un territorio, costruirne relazioni, accumulare strumenti e competenze fino al punto di riuscire a fare collettivamente qualcosa che prima non si era in grado di fare.

Persone migranti verso il colle del Monginevro, al confine tra l’Italia e la Francia (Stefano Guidi/Getty Images)
Il problema è che questa autonomia organizzativa non coincide necessariamente con un’autonomia materiale. Si può avere una rete straordinariamente capace di organizzarsi e continuare comunque a non avere i mezzi economici per pagare nove operatori, mantenere un edificio aperto tutto l’anno, comprare cibo, pagare bollette e sostenere centinaia di migliaia di euro di costi. Non è una critica al Massi, che senza denaro pubblico non avrebbe probabilmente mai potuto raggiungere le dimensioni che ha raggiunto, ma piuttosto una domanda che la sua storia pone a chiunque voglia costruire progetti politici destinati a durare e, soprattutto, a entrare in tensione con le politiche esistenti.
Quanto possiamo aspettarci che un progetto che mette concretamente in discussione le politiche europee sulla mobilità e sul colore della pelle dipenda per la propria sopravvivenza economica dalle stesse istituzioni che quelle politiche producono?
Il problema non riguarda soltanto uno specifico governo di destra. La selezione della libertà di movimento sulla base della nazionalità, l’esternalizzazione delle frontiere, gli accordi con i paesi di transito e il tentativo di impedire gli arrivi attraversano da decenni l’Europa politica, da destra a sinistra. È difficile immaginare che strutture che decidano di stare sempre più nettamente dalla parte della libertà di movimento possano contemporaneamente dare per scontato che la propria riproduzione materiale venga garantita a tempo indeterminato dal pubblico. Forse, allora, una parte della discussione sull’autonomia deve tornare a essere economica.
Non nel senso di rifiutare il finanziamento pubblico, né tantomeno di chiedere a ogni progetto sociale di diventare redditizio. Il punto potrebbe essere quasi opposto: costruire, parallelamente al progetto politico, pezzi di economia capaci di produrre reddito e un surplus da riversare proprio nelle attività che un reddito non possono e non devono produrlo.
Cooperative, attività produttive, servizi, patrimonio collettivo. Significa forse crescere più lentamente e impiegare anni per costruire quello che un finanziamento pubblico permetterebbe in pochi mesi. Ma significa anche provare a fare in modo che la possibilità di continuare a esistere non coincida completamente con la durata di un finanziamento.
La rete rimasta a Oulx dimostra che una certa autonomia politica e organizzativa può sopravvivere alla chiusura di un edificio. La domanda che vale la pena iniziare a porsi è come costruire, intorno a quella stessa capacità, anche una forza economica capace un giorno di far sopravvivere gli edifici, gli operatori e i progetti. Perché l’autonomia non sia soltanto la capacità di resistere quando le risorse vengono meno, ma anche quella di costruire le condizioni materiali per continuare a esistere.
Matteo Cimbal Gullifa *, formatosi in Scienze politiche a Milano, vive e lavora tra Italia e Francia occupandosi di migrazioni e movimenti di solidarietà.
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