Un manifesto femminicidio
di Maria Nadotti
(pubblicato su Almanacco Doppiozero, 2 luglio 2015)
Di recente, in Italia, si è parlato molto di un paio di argomenti che politici di mestiere, media e parecchie aree di movimento hanno voluto mettere in stretta correlazione: femminicidi e pubblicità sessista.
Partiamo dal sillogismo non-solo-boldriniano secondo il quale l’immagine del corpo femminile che scorre quotidianamente sotto i nostri occhi – su giornali e riviste, muri cittadini, fiancate di autobus e tram – rappresenterebbe un vero e proprio oltraggio alle donne, nonché un’induzione a fare di loro e del loro corpo reale ciò che agli uomini pare e piace, tipo sottometterle, maltrattarle, umiliarle, seviziarle, su su fino alla loro eliminazione fisica, ormai da noi sbrigativamente detta femminicidio.
Secondo la vulgata politicamente corretta oggi in vigore nel nostro paese, la pubblicità si sarebbe trasformata, insomma, da strumento di semplice induzione all’acquisto in strumento di induzione all’offesa e al crimine nei confronti delle donne in carne e ossa.
Va da sé che qualsiasi persona di buon senso non può rinunciare a distinguere tra donne reali e loro rappresentazione. Ma stiamo pure sul terreno proposto dalla pur tardiva correttezza politica nostrana e supponiamo che davvero non ci sia soluzione di continuità tra immagine pubblicitaria ‘sessista’ e crimine. Che, dunque, nei confronti della suddetta immagine, vada esercitato un controllo implacabile sia dall’alto delle istituzioni pubbliche sia dal basso dei movimenti. Stato e società civile sarebbero, dunque, una volta tanto, alleati anche da noi su un terreno ad alto tasso di ecologia sociale. Come non domandarsi, tuttavia, quale sarebbe il fine e quali gli strumenti, per non parlare delle linee-guida, di questa alleanza virtuosa?
Il fine, se ho ben capito, sarebbe una specie di bonifica del territorio. Si tratterebbe, insomma, di ripulire il panorama dalle immagini lesive della dignità della donna, lasciando in circolazione solo immagini pubblicitarie neutre o inoffensive, capaci di rivolgersi a consumatori/trici potenziali senza sfiorare nemmeno di sguincio il terreno friabile e torbido del desiderio e delle sue scatenate e scatenanti figurazioni.
Idealmente si tratterebbe addirittura di spostare sul proprio terreno i pubblicitari e i marchi per cui lavorano, di convertirli alla logica annuncio pubblicitario = messaggio dalla parte delle donne.
Gli strumenti andrebbero da commissioni di vigilanza occhiute e severe a codici deontologici capaci di imbrigliare la spregiudicata fantasia dei pubblicitari, da direttive locali dettate da furori momentanei (e dunque ciechi) a un possibile testo di legge capace di regolamentare una materia dai contorni – ammettiamolo pure – non proprio nitidi. Un apparato censorio o auto-censorio in piena regola, volto alla tutela di chi da parte di chi? Le linee-guida, punto estremamente dolente di questo quadro, sono quanto di più insidioso si possa immaginare. Chi giudica rischia, infatti, di fare più danni – quantomeno semantici – del giudicato.
Si veda, tanto per fare un esempio, l’insipienza con cui, il 28 giugno 2013, la pur benintenzionata Giunta del Comune di Milano approva la delibera n. 1288, volta a contrastare la diffusione di pubblicità irrispettose nei confronti delle donne. Secondo gli estensori, sono da mettere al bando “le immagini che rappresentano o incitano atti di violenza fisica o morale; le immagini volgari, indecenti, ripugnanti, devianti da quello che la comunità percepisce come normale”.
Senza entrare nel ginepraio politico e culturale suscitato inevitabilmente dall’uso a dir poco leggero di quest’ultimo termine, un aggettivo o categoria dello spirito che interi movimenti hanno messo in crisi da alcuni decenni in tutto il mondo, viene da domandarsi perché mai le donne (in quanto donne?) dovrebbero affidarsi alla tutela del cattolico, maschilista e familistico Stato italiano e delle sue commissioni di vigilanza. Non so perché, ma mi viene in mente una vecchia filastrocca: “Barbablù, Barbablù, da me stessa proteggimi tu”.
Torniamo, dunque, all’imperante sillogismo da cui sono partita e guardiamo meglio. Il mondo parallelo della pubblicità, poroso come una spugna, veloce come un levriero, sfuggente come un’anguilla, tutto è meno che nemico dei potenziali consumatori cui si rivolge. Se una pubblicità non piace al pubblico perché nel paese gli umori sono cambiati, la si cestina e se ne inventa un’altra al passo con i tempi. Oggi va la pubblicità ‘consapevole’? Bene, l’annuncio pubblicitario si trasforma in manifesto, in volantino politico, in messaggio edificante.
Prendete il mea culpa di alcuni produttori nostrani: che prenda la forma dell’autofustigazione barilliana o imbocchi la via scaltra dei tanti marchi che hanno sottoscritto le campagne “contro la violenza sulle donne” (Yamamay, Carpisa, Coconuda & Co), di che altro si tratta se non di un aggiornamento, di un adeguamento al livello di coscienza che i potenziali consumatori hanno di sé? Se per vendere lo stesso abitino, lo stesso rossetto, la stessa automobile è meglio rinunciare ai corpi-oggetto di seduttrici variamente dominanti o dominate e rimpiazzarle con guerriere o vittime stanche di guerra, perché no? Sangue e lacrime, come è noto, si addicono al mercato e, in tempi in cui le banche possono essere etiche e le guerre umanitarie, perché non immaginarsi che Spartaco vesta Prada?
Sul piano della rappresentazione del corpo femminile si assiste, tuttavia, a uno strano fenomeno: tra le livide e martoriate modelle usate, che so, da Versace, Valentino o Mila Schön un decennio fa e le livide e martoriate modelle di campagne ‘progressiste’ quali “Ferma il bastardo” nell’anno in corso c’è una sorta di sinistra continuità. D’accordo, le prime forse se l’erano cercata, mentre le seconde sono raffigurate come vittime innocenti, ma a noi che effetto fa rifletterci in queste immagini di donne sempre e comunque tutte occhi neri o definitivamente chiusi? Dovrebbero innalzare la coscienza di sé delle donne e magari la loro autostima? O rendere puramente glamour la loro condizione di minorità?
Il punto, dunque, non può che essere un altro. In una democrazia ‘avanzata’ come la nostra, immersa fino al collo nelle dinamiche del neoliberismo più sfrenato, non è forse ora di cominciare a porsi un interrogativo più generale e che a farlo siano proprio le donne?
Se in regime di libero mercato la pubblicità è indispensabile come il vapore nell’industria tessile di fine Ottocento e se la pubblicità ha come fine supremo quello di scontornare un prodotto dall’altro, di renderlo appetibile, di suscitare in noi (uomini e donne) la pulsione all’acquisto e il desiderio di essere diversi da ciò che oggi siamo, non è il caso di domandarsi se a nuocere siano soltanto le immagini pubblicitarie ‘sessiste’ e ‘discriminatorie’ o, più generalmente, tutte quelle forme di ‘persuasione’ che spingono a consumi o a sogni che nessuno si può più permettere in chiaro?
Per dirla in modo spiccio, non è che per l’ennesima volta, con la scusa di tutelare l’immagine femminile, per ipocrisia, ingenuità o balordaggine il vero problema scompaia dietro a un suo epifenomeno?
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Quando quello che c’è nella testa di certe persona si scontra con la realtà si crea una frattura che a volte esplode in violenza contro gli altri o contro se stessi. Sicuramente processi che iniziano e si fissano nell’infanzia credo.
Un amico mi chiese :”che faresti se tua moglie ti lasciasse?”….io gli risposi che avrei fatto una festa con gli amici e sarei andato a scalare…..
Le consiglio sempre di lasciarmi per uno molto ricco o molto forte
Expo, certo che dipende dalla cultura e dall’autocontrollo delle persone coinvolte.
La pubblicità non è che un risvolto, un epifenomeno della cultura che l’ha generata e a sua volta contribuisce a creare e a consolidare la medesima cultura.
Quello che sembra a me è che è ben vero che la pubblicità c’è sempre stata, che il corpo delle donne è sempre stato sfruttato, ecc. però è evidente che la pressione all’omologazione, al conformarsi non sia mai stata così forte come adesso, in particolare sulle giovani generazioni, attraverso in particolare i cosiddetti social.
E questo crea un mucchio di disastri, dalla diffusione delle malattie mentali al dover aderire a canoni di comportamento imposti per sentirsi giusti. Il che aumenta a dismisura i casi di chi considera ovvio che la donna sia sua proprietà (e qualche volta anche viceversa)
Uno dei problemi più grossi della nostra società, è che la società assume le “medicine” più balzane , prescritte da “medici” che hanno fatto una “diagnosi” che non è stata in alcun modo avvalorata dai fatti.
L’alpinista mediocre che scrive puo’ essersi consumato di pippe davanti ad una pubblicità con una parte anatomica della Hunziker, ma non si sogna di torcerle un capello , ne di considerarla un “oggetto” in quanto gnocca.
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Credo ci sia qualcosa di più profondo, che qualcuno nell’articolo ha sfiorato: empiricamente queste esplosioni di violenza accadono quando si avvicinano ambizioni ed aspettative iperboliche ad una realtà mediocre.
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Pensare che il manovale 19enne napoletano di ieri , abbia spaccato la testa di una ragazzina di 15 perché non lo voleva, o che la stessa dinamica che ha portato a 3 accoltellamenti di escort e mogli in settimana, dipenda dalle pubblicità sbottonate e non dalla cultura e dall’autocontrollo delle persone coinvolte , mi sembra una vaccata.
Caro Fabio siccome non sono ( non mi ricordo il nome dell’autore di sole e acciaio) non userò la catana ma bensì mi impiccherò al tramonto su un bell ‘ulivo qui sulle colline toscane ……al fianco dell ex ministro speranza e naturalmente della Ferragni…un po’ come Gesù tra i due ladroni
“Poi come ripeto spesso penso che oggi non vada bene in assoluto essere maschi etero bianchi e magri…
Ma io lo sono!”
Caro Fetido, hai considerato la possibilità di un suicidio onorevole con una katana, per espiare le tue colpe di maschio, eterosessuale, bianco, magro?
E, aggiungo io, pure di occidentale, colonialista, sfruttatore, inquinatore, prevaricatore.
Trattasi di nove colpe da espiare con un unico sbudellamento. È un affare!
Ricordo perfettamente entrambi i manifesti, ma in particolare quello che ho citato, perché quello del 1973 fu lanciato proprio a Torino (la Jesus Jeans era una azienda torinese) e inondò letteralmente gli spazi pubblicitari posti all’esterno dei pullman cittadini, nonché i cartelloni pubblicitari fissi in città. In pratica camminando per le strade cittadine, pur voltando lo sguardo di qua e di là, eri costantemente assediato da ‘ste chiappe in formato king size. Fece molto più scalpore il manifesto del 1973 del secondo manifesto, che cmq un po’ di attenzione attirò anch’esso. Ma il concetto che rileva qui è che non è vero che esista una correlazione fra aumento dei contenuti sessisti nella pubblicità e aumento dei femminicidi. Le cause dei femminicidi sono altre e molto più profonde. In più la pubblicità è sempre stata ammiccante e, a mia memoria, era molto più spavaldamente provocatoria nei decenni passati. Un manifesto a tutte chiappe come quello di Jesus Jeans oggi non uscirebbe per niente. Per cui io penso che la pubblicità fosse molto più “sessista” in passato.
La visione della donna come preda e/o oggetto sessuale è trasversale e vi siamo immersi come pesci nell’acqua.
La pubblicità è una delle tante manifestazioni di questo fatto.
Quello che cambia continuamente è la sensibilità (più o meno) comune verso queste tematiche.
Fetido:
Cazzate vittimiste, se mi si concede il francesismo.
Come maschi-bianchi-etero COLLETTIVAMENTE abbiamo certamente diversi scheletri nell’armadio, poi individualmente ognuno faccia i conti col proprio vissuto e la propria coscienza… e chi è senza peccato scagli la prima pietra.
Il problema semmai è che dovrebbe esserci una controparte in cui anche le donne( o chi per loro) possano godere con gli occhi….questo manca di sicuro….perché negarlo …..anche alle donne ( o chi per loro) piace il corpo dell’ uomo….
Poi come ripeto spesso penso che oggi non vada bene in assoluto essere maschi etero bianchi e magri…..
Ma io lo sono !
E’ probabile che tu ricordassi “Roberta lo slip dei vent’anni” scritto sotto il culo della Hunziker nel ’95, piuttosto che il manifesto del ’73, quando avevi 12 anni.
Come ho cercato di dire, secondo me il vero problema non sono i manifesti pubblicitari, ma la pervasività e l’onnipresenza dei social, la distorsione della realtà e il modello che veicolano.
Dire “niente di nuovo”, “è sempre stato così” significa semplicemente negare che il problema esista.
Non è falso in assoluto, ma parziale, perché è cambiata la scala e la pervasività ed è autoassolutorio, mentre invece il problema esiste e i femminicidi ne sono un risvolto.
Chi mi ama, mi segua. Chissà se si riesce a vedere il manifesto dal link. L’anno è il 1973 e la scritta (tra l’altro perfino border line in termini sacrileghi) è addirittura sovrascritta (e non scritta in basso come ricordavo) su quel ben di Dio:
https://milanomanifesti.it/manifesto-originale-poster-vintage/chi-mi-ama-mi-segua-jeans-jesus/?lang=en
L’utilizzo di riferimenti al corpo femminile per attirare è vecchio come il mondo. Stature dell’età classica, quadri rinascimentali, manifesti Anni Trenta (ma anche anni Cinquanta-Sessanta) di stazioni sciistiche sono i primissimi esempi che mi vengono in mente, ma ce ne sono milioni. Non mi pare che, ai giorni nostri, ci sia una “regressione” sessista nel mondo pubblicitario. Il famoso manifesto “chi mi ama, mi segua”, scritto sotto a un bel culo di femmina fasciato da short aderentissimi in tessuto jeans ha tappezzato i gli spazi pubblicitari dei bus nell’austera Torino negli anni Settanta. Quindi niente di nuovo sotto il sole. Il collegamento fra sessismo pubblicitario e femminicidi è poi del tutto infondato. A parte che io sono convinto che non siano aumentati di numero i cosiddetti femminicidi, ma semplicemente che vi sia molto più enfatizzazione mediatica di tale fenomeno. Sia chiaro: l’enfatizzazione mediatica è un meccanismo a 360 gradi, oggi basta una normalissima baruffa matrimoniale all’uscita dall’aereo e la notizia fra il giro del mondo. Che i femminicidi siano un oggettivo problema non ci piove, che siano aumentati ho i miei dubbi, però preciso che esprimo una sensazione: infatti non esistono statistiche in merito e mi pare inoltre che proprio il concetto di femminicidio sia molto complesso da circoscrivere giuridicamente (non tutti gli omicidi di donne sono femminicidi). In tale quadro molto nebuloso, l’eventuale correlazione fra pubblicità sessista e aumento dei femminicidi è davvvero tirata per i capelli.
Del resto non è utile attribuire il femminicidio al masclilismo o addirittura al patriarcato. La spiegazione sociologica non spiega nulla. La crudeltà dimostra che tra gli uomini si aggirano insospettati mostri, come supponeva anni fa la mitologia greca.
Ora ci divertiamo: Abolire la pubblicità. Abolire il mercato. Abolire il denaro. Abolire la civiltà industriale e, meglio ancora, tutto l’Occidente. Cinquemila culture umane ne hanno fatto a meno (anche se qualcuna aveva altri guai).
Chissà, forse ci penserà la Terra.
“non è che per ipocrisia, ingenuità o balordaggine il vero problema scompaia dietro a un suo epifenomeno?”
Bella domanda…e quindi?
Non ho risposta, ma è evidente che è in atto una regressione a modelli tossici, vessatori e portatori di violenza nella società e quindi nel rapporto uomo/donna (ma anche nei rapporti internazionali o di lavoro o verso il dissenso).
L’assurdo articolo su questo blog che l’altro ieri si rifaceva a una (inesistente e ideologica) “virtù maschile” ne è palese testimonianza.
Ed è altrettanto evidente che le prime vittime sono generazioni più giovani, che ormai vivono completamente immerse in un mondo virtuale avulso dal mondo e basato sulla realtà virtuale dei social.
In particolare i soggetti più deboli (che comunque esistono e di cui bisogna tenere conto e aver cura), quelli cioé che non sono persone di buon senso e non riescono a distinguere tra donne reali e loro rappresentazione, finiscono stritolati tra quello che sono, quello che vorrebbero essere e quello che pensano di dover essere.
Domenica un diciannovenne ha ucciso una quattordicenne perché voleva lasciarlo.