Sofia Ventura conduce una polemica schietta e particolareggiata con Luciano Canfora, studioso di straordinaria cultura e raffinatezza, autore di un libro in cui le democrazie liberali occidentali sono solo perenne volontà di dominio, tradimento dei loro stessi valori, eterna violenza colonizzatrice: secondo la Ventura, una semplificazione accattivante, strumentale, infinitamente ingannevole. Al fondo, Nicola Pech aggiunge il suo commento.
Ventura vs Canfora
(e il brodo avvelenato dell’Occidente)
di Sofia Ventura
(pubblicato su huffingtonpost.it il 9 maggio 2026)
Come accade che la qualifica di “europeista” diventi un insulto e che le bandiere dell’Europa vengano bruciate? Come accade che queste parole e azioni riguardino dei ragazzi? Dovremmo studiare con attenzione i flussi comunicativi che raggiungono le nuove generazioni: pillole video, influencer giovanissimi che attingono anch’essi ai flussi digitali, trasformandoli in pretesi saperi triturati o gassosi, ma incredibilmente assertivi. Ma certamente, a monte, vi sono dei “maestri”, che giungono a loro dai rimbalzi del sistema comunicativo e mediatico. Maestri di sapere, grande sapere in alcuni casi, che in questa fase storica e in questo Paese, dove né a destra né a sinistra si è mai compreso molto bene cosa sia la democrazia liberale, come funzioni e come sopravviva – o crolli – in buon numero concorrono a dipingere il mondo dove essa è nata – l’Occidente – come una sorta di “peccato” globale; un metafisico luogo del male i cui abitanti, per mondarsi, devono accettare la resa a ogni sfida o aggressione proveniente da altri mondi, buoni per definizione perché vittime dell’Occidente, dannato nel suo destino di malvagità.
A questo pensavo ascoltando certi giovani influencer molto confusi o le parole di una ragazza che dava del “guerrafondaio” ed “europeista” a Carlo Calenda in un incontro pubblico, e osservando quel filmato di simboli europei bruciati da ragazzi a una manifestazione del 25 aprile. E inevitabilmente connettendo quegli atteggiamenti a tante parole, letture, interpretazioni che corrono nello spazio integrato dei media. E parlo di “spazio”, non di dibattito pubblico, perché, anche senza pretendere che quest’ultimo esista nella forma illuministicamente pensata da Jürgen Habermas per la “sfera pubblica”, nell’oggi non riscontro un reale e serio dibattito sulle grandi tematiche, ma semplicemente una continua messa in scena mediatica delle “posizioni” più in voga su quelle tematiche: talk show, festival culturali, interviste e articoli di “opinione” sulla stampa, video su Instagram, Youtube o TikTok. E libri. Libri che in alcuni casi, non tutti fortunatamente, partecipano del racconto unidimensionale dell’oggi, senza preoccuparsi di misurarsi con la realtà per come essa si manifesta attraverso lo studio scientifico e la rilevazione empirica; libri che piuttosto giocano con essa, ritoccandola o torcendola per renderla compatibile con la narrazione – spesso ideologica – che si vuole proporre.
È questo il caso, a me pare, del breve libro pubblicato nel gennaio di quest’anno per Laterza da Luciano Canfora, dal titolo Il porcospino d’acciaio: Occidente, ultimo atto. Canfora resta uno studioso di straordinaria cultura, acume e capacità di connessione storica. Proprio per questo, il problema è serio: il libro non manca di intelligenza, ma la mette al servizio di una costruzione ideologica chiusa. Canfora utilizza le sue doti intellettuali e la sua erudizione per servirci la sua soggettiva visione ideologica del mondo e dell’Occidente senza preoccuparsi né della fondatezza delle sue affermazioni storiche né della coerenza logica delle sue argomentazioni. Canfora pesca fatti storici a piacimento e li propone come a lui più garba, al tempo stesso flirtando con un determinismo che più che da storico è da filosofo della storia, per poi smentire quella prospettiva allorquando con sapienza mostra la relatività delle concettualizzazioni con le quali interpretiamo il mondo e la complessità delle dinamiche storiche alle quali queste pretendono riferirsi.
Partiamo da qui. Con alcuni cenni nella prima parte del suo libro e con una trattazione più ampia nella seconda, Luciano Canfora ricostruisce, partendo dall’antichità classica e in particolare dal mondo greco, la mutevolezza del confine tra Oriente e Occidente, sino a giungere ai secoli a noi più prossimi, per problematizzare le appartenenze all’Occidente nelle percezioni coeve. Un volo d’uccello affascinante e interessante di per sé, che però – coerentemente con quello che è il vero filo rosso del libro, ovvero il preteso disvelamento dell’essenza unidimensionale dell’Occidente, la sua tensione perenne al dominio sul resto del mondo – ha la pretesa di dimostrare l’intrinseca “falsità” dell’esistenza di un Occidente, invece che limitarsi ad essere ciò che è, ovvero una interessante argomentazione della “relatività” delle concettualizzazioni di cui sopra si diceva. Sorprendentemente, però, questo Occidente torna ad essere una entità chiaramente riconoscibile quando viene concepito come l’incarnazione della perenne volontà di dominio.
E così Canfora riprende Arnold J. Toynbee, autore di una monumentale lettura della storia umana attraverso il paradigma delle civiltà, non di rado interpretata più come filosofia della storia che come storiografia empirica: “Per quanto diversi possano essere gli uni dagli altri i popoli non occidentali in fatto di razza, lingua, civiltà, religione, se un occidentale chiederà loro che opinione abbiano sull’Occidente, ne riceverà sempre la stessa risposta. Russi, musulmani, indù, cinesi, giapponesi e tutti gli altri saranno in ciò perfettamente concordi: l’Occidente – essi diranno – è stato l’aggressore capitale dei tempi”.
L’Occidente, dunque, esiste solo laddove viene ricondotto alla sua unica dimensione di volontà di dominio. Le contraddizioni interne a un mondo comunque visto come occidentale – si pensi alla rottura della Rivoluzione francese e alle fratture da essa prodotte tra le potenze di allora o alla lacerazione tragica del nazionalsocialismo tedesco, considerato da due protagonisti dell’Occidente novecentesco come Winston Churchill e Franklin D. Roosevelt come la barbarie contro la quale combattere per difendere la “civiltà” – non rendono semplicemente problematica la percezione dell’Occidente, ma in qualche modo la delegittimano. Ovvero, o l’Occidente lo riconosciamo per quello che è – cerco di leggere l’argomentazione generale, un po’ a salti, di Canfora – cioè un’entità che ha come elemento di riconoscibilità la sua volontà di dominare il mondo, volontà che ha raggiunto la sua massima espressione nell’esperienza coloniale tra XIX e XX secolo, oppure dobbiamo riconoscere che si tratta di un immenso inganno. Una sovrastruttura ideologica usata da una parte di mondo – Europa e Stati Uniti – per imporsi sulla parte restante, sfruttarla e assoggettarla. Ancor più specificamente, il riconoscersi dei paesi e delle società di quella parte di mondo nell’idea di Occidente attraverso la condivisione di forme istituzionali, modi di governo e soprattutto valori, è, appunto, sovrastruttura ideologica. Scrive Canfora: “il concetto stesso di Occidente non regge. È una parola che imbelletta la politica di potenza facendo intravedere i ‘valori’. I quali, ove tradotti in pratica, comporterebbero crisi radicale dell’Occidente armato”.
Lo studioso contesta l’uso strumentale dei “valori” occidentali – libertà, democrazia, separazione dei poteri – per legittimare il dominio dell’Occidente sulle altre parti del mondo. Lo si potrebbe seguire se il suo discorso costituisse una critica a tale uso, all’uso di valori che nella realtà delle nostre società – con tutti i limiti e contraddizioni delle cose umane – hanno trovato concretizzazioni. Ma non è questo il punto di caduta della riflessione canforiana, che tende – piuttosto – a disconoscere tali concretizzazioni per confinare i valori nell’ambito della strumentazione ideologica a copertura dei misfatti occidentali, ancorché in modo ambiguo:
“L’inganno consiste dunque nell’aggredire il mondo, sostenendo di fare ciò nel nome e per la propagazione di quei ‘valori’ in realtà tutt’altro che stabilmente assodati persino in casa propria (…). L’intuizione e la conquista, peraltro precaria, di quei valori furono, nel corso di secoli, oggetto di lotta all’interno di ciascuno dei singoli paesi raggruppati, volta a volta, sotto l’etichetta ‘Occidente’: lotta dove più dove meno vittoriosa: valori esposti a continuo rischio di sospensione o annullamento, all’interno stesso di quei paesi dove quei ‘valori’ furono concettualmente e conflittualmente formalizzati, affermati, calpestati, derisi, rivendicati in uno scontro che non ha fine”.
Si riconosce dunque l’elaborazione di quei valori, il loro essere oggetto di conflitto nella loro origine, affermazione e riaffermazione, suggerendo però che nella bilancia della Storia prevalga il loro tradimento. Tanto che è poi difficile riconoscerli come “caratterizzanti” di un mondo. E questo si coglie chiaramente in alcuni esempi empirici pescati e proposti in modo fuorviante. A partire dall’affermazione per cui “dei ‘pesi e contrappesi’, nella ‘più grande democrazia del mondo’ non c’è mai stata l’ombra”. La storia americana, dei suoi conflitti, delle sue crisi, dei suoi avanzamenti, confuta platealmente questa affermazione apodittica. Intere tradizioni di studi storici, giuridici e politologici la smentiscono. Il sistema americano ha conosciuto esclusioni, diseguaglianze, crisi costituzionali e torsioni oligarchiche; ma proprio la storia di quei conflitti dimostra che i pesi e contrappesi sono esistiti, hanno operato, sono stati violati, riattivati, aggirati o deformati. Non sono un mito privo di realtà storica. Altrettanto sorprendente è la più specifica pretesa secondo la quale il “presidente nomina i giudici della Corte suprema, e questi possono prevalere sui giudici dei singoli Stati. Ergo, il presidente fa da contrappeso a sé stesso”. Il presidente propone i giudici della Corte Suprema, ma la nomina richiede il consenso del Senato. E la Corte prevale sugli Stati solo nelle materie federali. Il sistema è certamente problematico, perché politicizza la composizione della Corte e può produrre squilibri duraturi. Ma storicamente la Corte è rimasta un potere separato, con giudici a vita, non un contrappeso del presidente su sé stesso.
Queste affermazioni, peraltro, accecano rispetto alle trasformazioni della democrazia americana e anche alle sue degenerazioni, in particolare quelle attuali. Canfora si prende gioco dei leader europei e delle istituzioni europee che ora denunciano quanto accade negli Stati Uniti ad opera del presidente Donald Trump. Si prende gioco di loro appunto perché non riconosce le dinamiche costituzionali storicamente concretizzatesi oltreoceano. Questi leader sembrano parergli degli sciocchi, come sciocchi gli parranno quanti, giuristi, storici, politologi, hanno scritto nell’ultimo anno dell’attacco allo Stato di diritto e dell’arretramento democratico negli Stati Uniti. Nessuno di loro si era accorto che lo Stato di diritto negli Stati Uniti non è mai esistito!
Un altro passaggio, a tal proposito, interessante riguarda la natura politica di Germania e Gran Bretagna alla vigilia della Prima guerra mondiale, laddove si nota che nella prima già esisteva il suffragio universale, non ancora compiutamente realizzato nella seconda. La notazione servirebbe a fornire “prova empirica” della relatività delle differenze tra “autocrazie” e “democrazie”, corollario della scarsa significatività dei “valori” per definire le nostre – a questo punto supposte? – democrazie. Credo che qui basti rammentare il peso della storia costituzionale inglese e britannica, la progressiva affermazione del parlamentarismo, il riconoscimento di prerogative fondamentali – dall’habeas corpus in avanti – nella costituzione non scritta britannica, e la natura autocratica della Germania imperiale, nonostante la presenza del suffragio universale maschile, per sottolineare l’ovvio, ovvero la natura meramente funzionale alla polemica dell’affermazione di Canfora. Il Reichstag era eletto a suffragio universale maschile, ma il governo non dipendeva dalla sua fiducia: dipendeva dall’imperatore. Nel caso britannico, al contrario, l’incompiutezza del suffragio coesisteva con una più lunga e consolidata tradizione di responsabilità parlamentare del governo.
Si potrebbe continuare, ma allora si dovrebbe scrivere un altro libro, immensamente meno colto e brillante, ma un po’ più prossimo alla realtà empirica. Basti notare, comunque, come altri riferimenti storici – dalle politiche degli Stati Uniti nel Pacifico e in Oriente a partire dallo sgancio delle bombe atomiche sul Giappone, alla natura della Nato, al diritto di voto negli Stati Uniti – siano presentati ritagliando con le cesoie la realtà, in modo che questi vadano a sostegno della tesi principale: il dominio come essenza dell’Occidente, che in realtà non è Occidente, ma insieme di poteri orientati all’aggressione e all’imposizione; e delle tesi accessorie, innanzitutto la natura dubbia e pretestuosa della distinzione tra democrazie e autocrazie. Come se, sia detto per inciso, la vita di decine e centinaia di milioni di persone da diversi decenni nelle une e nelle altre risultasse più o meno equivalente.
Merita essere rilevato, inoltre, il fatto che, ad eccezione dell’antichità, pare quasi che imperialismo, conquista, schiavitù, dominio e violenza espansiva siano un prodotto esclusivo dell’Occidente. Cosa che con tutta evidenza non è, se gettiamo lo sguardo sugli ultimi secoli, ad esempio, della storia arabo-musulmana, ottomana, cinese, russa. Naturalmente il colonialismo occidentale, per il convergere di fattori economici, politici, istituzionali, culturali, tecnologici, in un complesso sistema di cause ed effetti, ha avuto una portata e una pervasività esponenzialmente maggiore, portando il sistema gerarchico centro-periferia a livello globale. Ma qui sta la differenza, non in una sua natura intrinsecamente aggressiva che si è scontrata con altre nature intrinsecamente “buone”, o non aggressive.
Parimenti, la tesi di Canfora della “ricolonizzazione”, ovvero la prosecuzione del dominio occidentale dopo la fine degli imperi formali, attraverso strumenti economici, militari, finanziari, ideologici e – naturalmente – propagandistici mascherati dal linguaggio di libertà e democrazia, è sostenuta con le stesse argomentazioni assolutizzanti, poggianti su realtà sempre unidimensionali. Non perché non esistano realtà di ingerenza e sfruttamento da paesi occidentali verso paesi non occidentali, ma perché queste non esauriscono la natura dei primi e del “sistema” culturale nel quale sono inserite. Il concetto di “colonizzazione” viene qui “stiracchiato”, come avrebbe detto Giovanni Sartori, per potere disegnare una ineluttabile continuità tra varie fasi “coloniali”, per potere continuare ad addossare sull’oggi dell’Occidente – sia quel che sia – il peso del colonialismo di ieri; anzi, più che il peso, la prosecuzione della stessa condotta devastatrice. In sovrappiù, si dimenticano le politiche di ingerenza, presenza, sfruttamento che, con modalità diverse – e talvolta con tratti di durezza e coercizione che impediscono di riservare la categoria del dominio al solo Occidente –, Russia e Cina perseguono nell’epoca contemporanea verso altri mondi non occidentali, a partire dall’Africa. Ma queste potenze non ricevono alcun “rimprovero”.
Anzi, è interessante come della Russia/Unione Sovietica, ad esempio, si affermi il ruolo centrale, quasi scatenante, nella decolonizzazione in virtù della Rivoluzione del 1917. Senza nulla togliere al ruolo delle organizzazioni comuniste in Africa e in Asia, in alcuni casi particolarmente abili nell’egemonizzare rivoluzioni avviate da altri o nel liquidare compagni di strada non comunisti, anche in questo caso siamo nel campo perlomeno delle forzature storiche. Ma ciò che è interessante è che proprio questo è il ruolo che viene attribuito alla Russia/Unione Sovietica nella storia mondiale, un ruolo di “emancipazione” e “liberazione”. Non ci si sofferma, però, né sulla natura totalitaria da essa assunta nella forma sovietica, dunque tutt’altro che emancipatrice dell’essere umano, né, soprattutto, sulla natura imperialista, di un colonialismo “continentale” di assoggettamento e repressione di popoli, attuato tanto dalla Russia quanto dall’Unione Sovietica, con la sua riorganizzazione “rivoluzionaria” dell’Impero. Si guardi, a tal proposito, all’Asia centrale: conquistata dall’Impero zarista nel XIX secolo, fu poi reinquadrata dall’Unione Sovietica in una struttura imperiale solo formalmente federalista, ma sostanzialmente centrata su Mosca.
Dunque, non meraviglia che Canfora non riesca, o non voglia, riconoscere nella sua lettura della guerra di invasione russa dell’Ucraina – quasi dimenticata nel libro, ma ben presente in sue interviste e scritti – alcuna volontà “imperiale” o “coloniale”, attribuendo tale volontà agli Stati Uniti e alla NATO. Se la storia mondiale viene letta come una lunga sequenza di aggressioni occidentali e di reazioni emancipatrici del resto del mondo, l’Ucraina non può apparire come un soggetto politico autonomo. Diventa quasi inevitabilmente un teatro, uno strumento, una pedina dell’Occidente. Il popolo ucraino non può avere la dignità di un popolo che vuole sfuggire all’assoggettamento, poiché il suo aggressore, nella filosofia della storia canforiana, è parte del movimento di emancipazione contro l’Occidente falso e aggressore, colonialista sempre. Anche se oggi – secondo Canfora – è all’ultimo atto nella sua perdente lotta contro le migrazioni, finale risposta alla sua intrinseca essenza aggressiva e colonizzatrice. Le migrazioni come risposta all’aggressione coloniale di sempre dell’Occidente: l’ennesima semplificazione estrema, molto eurocentrica, potremmo osservare.
L’Europa, naturalmente, costituisce il cuore di questa civiltà/non civiltà aggreditrice. Se negli anni passati l’Europa, nel suo formato più ridotto di Unione europea, era letta criticamente da Canfora come costruzione neoliberale e tecnocratica, ma con possibilità di rinascita, ora, con il conflitto apertosi nel febbraio 2022 e la risposta europea di sostegno all’Ucraina e di fatto di riconoscimento della sua alterità dalla Russia, negli scritti più recenti essa appare al filologo e classicista come un corpo morente, ridotto ad apparato politico-militare eterodiretto. La delegittimazione che emerge dall’equiparazione che fa tra Ue e Bce nel libro è coerente con questa lettura liquidatoria, così come il trattamento che riserva ai leader europei, con quelli britannico e americano impegnati nell’ultima e destinata al fallimento impresa “coloniale”:
“L’Occidente armato e post-democratico, al di là dei tanti conflitti locali, ha uno stabile punto di attrito diretto e violento contro ‘il resto del mondo’: l’ondata migratoria. Su questo terreno fanno la stessa politica il socialista Sanchez, il laburista Starmer, il fringuello liberale Macron, il ‘duro’ Trump, la nazionalista Le Pen, la AfD tedesca, Minniti (PD) al tempo suo, e il governo Salvini-Meloni”.
Che si tratti di leader in ruoli differenti, radicalmente diversi culturalmente, ideologicamente e nel loro rapporto con l’integrazione europea, con idee diverse sull’immigrazione e con politiche migratorie anche diverse nel caso dei leader di governo, è indifferente: galleggiano tutti nel brodo avvelenato dell’Occidente.
D’altro canto, il dileggio parte dal titolo. Il porcospino d’acciaio è stato evocato da Ursula von der Leyen con riferimento a ciò che deve diventare l’Ucraina con il sostegno soprattutto militare dell’Europa, per essere parte della difesa dell’Europa stessa da invasori. Ma la consonanza metallica lo trasforma, nel libro del grande studioso, nel tallone di ferro: da difesa a repressione e offesa. Senza un perché.
È davvero impressionante la capacità di Canfora di muoversi tra le fasi storiche della storia umana, nei loro particolari, e anche nella cronaca, con approfondimenti – se vuole – e connessioni. Così come è vivissimo il suo spirito critico. Avrebbe potuto mettere tutto ciò al servizio di un pensiero critico costruttivo. Innamorato della sua ideologia di sempre, ha preferito esercitare le sue doti per legittimare l’idea che al nostro mondo imperfetto sia preferibile quasi qualunque altra cosa, purché a noi estranea. Con una operazione metodologica che, presentando una filosofia della storia come analisi empirica, appare perlomeno molto discutibile e per le nuove generazioni poco educativa. Ma che, proprio per questo, risulta perfetta nel contemporaneo disordine informativo pop: un tempo in cui la complessità viene evocata per poi essere sacrificata alla più semplice delle narrazioni, o alle provocazioni più accattivanti.
La pedagogia della rassegnazione
di Nicola Pech
Il dibattito pubblico occidentale sembra muoversi sempre più dentro un recinto ben definito: quello per cui ogni critica radicale all’Occidente viene sì tollerata, persino esibita come prova della nostra superiorità politica e morale, ma immediatamente neutralizzata attraverso una formula retorica semplice e potentissima: l’Occidente sarà pure imperfetto, ma resta comunque il migliore dei mondi possibili. È il refrain che torna sempre uguale: si vota, esiste il dissenso, le donne possono uscire di casa senza velo, i giornali criticano il governo. E tutto questo dovrebbe bastare a chiudere la discussione. Ogni ulteriore critica diventa allora eccessiva, ingrata, pretestuosa, talvolta perfino sospetta.
Si può criticare l’Occidente, certo, ma è inaccettabile mettere in discussione il suo primato morale. Ancora meno tollerabile è suggerire che i problemi non siano soltanto le sue contraddizioni, bensì il modello stesso che si è imposto nel mondo negli ultimi due secoli. Eppure pare lampante ciò che continuamente viene rimosso: l’egemonia politica ed economica dell’Occidente non si è affermata attraverso un pacifico concorso di virtù democratiche, ma tramite colonialismo, aggressione militare, sfruttamento sistematico e coercizione economica. Sempre, però, accompagnati dalla stessa narrazione: noi rappresentiamo il progresso, la civiltà, la libertà; dunque abbiamo il diritto, anzi il dovere, di esportare i nostri valori, con ogni mezzo.
L’Inghilterra coloniale parlava di civilizzazione, gli Stati Uniti hanno parlato di esportazione della democrazia, la NATO parla oggi di difesa dell’ordine liberale. Cambiano le parole, resta intatta la logica di fondo: una presunta superiorità che giustifica rapporti di dominio.
E allora viene da chiedersi: quali risultati ha prodotto questo modello egemone?
Alcuni di questi risultati non sono interpretazioni ideologiche o opinioni: sono fatti storici, dati economici e scientifici verificabili.
Ha prodotto una crisi ecologica globale che ci sta spingendo verso il baratro. Ha prodotto una polarizzazione estrema della ricchezza, sia tra Stati sia dentro le stesse società occidentali. Ha costruito un sistema economico che prospera sull’estrazione continua di risorse e sfruttamento del lavoro da Paesi impoveriti, destabilizzati, depredati. Ha normalizzato uno stato di guerra permanente. E oggi, ancora, ci espone al rischio concreto di un conflitto nucleare globale.
Ma tutto questo, nel racconto dominante, diventa un dettaglio. Perché il punto essenziale resta sempre un altro: “Sì, certo, abbiamo molte aree grigie. Però siamo comunque meglio degli altri”. Non esiste alternativa. “There is no alternative”, diceva Margaret Thatcher. E quarant’anni dopo quella formula continua a infestare il dibattito pubblico occidentale.
E l’aspetto più sintomatico è che questo modo di ragionare ha finito per accomunare destra e sinistra. Anzi: è stata soprattutto una certa sinistra degli anni Novanta, quella dei Blair, Clinton, Schroeder e della Terza Via, a trasformare definitivamente l’adattamento al sistema in un valore. Una sinistra che aveva ormai interiorizzato il mercato globale, la competizione permanente, il consumismo come orizzonte inevitabile dell’esistenza. Una destra travestita da sinistra, imbellettata di libertà formali mentre accettava senza più opposizione le logiche del capitalismo finanziario. Da quel momento la politica ha smesso di immaginare alternative e ha iniziato semplicemente ad amministrare l’esistente. L’Occidente può essere criticato, purché la critica non produca conseguenze politiche e non alimenti la possibilità concreta di pensare un altro modello di società. Ed è questo il nodo: ogni aspirazione a qualcosa di migliore viene considerata quantomeno infantile, se non pericolosa. Il compito del cittadino non è trasformare il mondo, ma accettarlo adattandosi.
È un dispositivo perfetto di sterilizzazione del dissenso: se convinci le persone che ogni alternativa sarebbe peggiore, allora hai già vinto. Non serve più reprimere apertamente. Basta inoculare paura: paura del caos, paura del nemico esterno, paura del cambiamento. E così il sistema si autoriproduce da solo.
Lavora, consuma, obbedisci e poi crepa. È una pedagogia della rassegnazione travestita da realismo politico, un anestetico collettivo efficace, da cui deriva una visione che finisce inevitabilmente per demolire ogni tensione libertaria, ogni slancio rivoluzionario nel senso più autentico del termine: quello che rifiuta l’idea che il potere esistente sia naturale, inevitabile o eterno.
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Carlo, con questa storia del neonazismo sei partito per la tangente.
Riprendi il controllo di te stesso.
Ringrazia la democrazia, che ti consente perfino lo sproloquio.
“nel 2030 l’Europa potrebbe risultare una indiscutibile “fortezza neonazista””
La storia insegna che dura poco prima di autodistruggersi…se a te pare una soluzione auspicabile e fausta, io rispondo affermativamente alla tua domanda
“Cha fai, combatti contro i mulini a vento come Don Chisciotte?”
E con orgoglio e determinazione, anche!
E’ che anche tu sei ancora nel limbo dell’occidente vecchia maniera, quello ann9i ’70-80, quello dei buoni, quello che tutela ed esporta i diritti aglòi altri ecc ecc ecc.
Il mondo è cambiato radicalmente e il concetto di Occidente NON è più quello di allora, ma un concetto diametralmente opposto, appunto come lo hai descritto tu. Così in effetti si comporta l’Occidente dei gg nostri ma perché c’è la richiesta crescente della base in tale direzione. Quello che interessa è sia verso l’esterno (protezione e se del caso guerra ai non occidentali) che all’interno: su tale fronte la richiesta crescente è che vengano estinti irreversibilmente i vari NO TAV di ieri oppure gli antagonisti stile Bologna lunedì scorso (città a ferro e fuoco), nonché ogni rischio al nostra star bene. Egoismo^ probabilmente è questa la caratteristica che connota l’Occidente del Terzo Millennio (avviene così non perché lo auspico io, ma perché lo richiedono neonazisti tedeschi, più i francesi, più i britannici ecc ecc ecc).
Possibile che veda solo io un agente destabilizzante anti Euro€forte (e prima della bolla2008 lo era) che contrappone l ideologia e gli spettri del passato alla geoeconomia logica e geografica?? Che fa di tutto per indebolire Bruxelles e gli stati membri? Che sposta la linea rossa dei confini Nato a suo piacere accatastando e militarizzando di soppiatto mentre imperversa un fenomeno globale chiamato Covidd19 .Con un governo Ucraino che dopo anni di impenetrabilita’ è finalmente burattiNato da Washington? …che fa poi saltare gasdotti nel mar del nord e inginocchiare le nostre industrie gasdipendenti per poi con un altro presidente che prosegue linea e lavoro (ancora in corso)stringere lo stretto budello asiatico e precipitarci in una spirale dei prezzi che l austerity degli anni ’70 era una barzelletta…ah è stato Putin!Il sogno di una continentale EuroRussia rimane tale!
Giappone (che fa parte del G7) e Brasile sono indiscutibilmente parte dell’Occidente, c’entrano poco i valori e l’architettura costituzionale, invece c’entrano0 gli interessi geopolitici, militari ed economici. L’Arabia saudita, pur con notevoli differenze socio-culturtali rispetto all’Europa, come Nazione è filo occidentale, o meglio filo statunitense (ma gli USA, seppur non abbiano più voglia di pagare la difesa dell’Europa, fanno sempre parte dell’Occidente, anzi ne sono il leader, Turmp non c’entra nulla). Invece la Russia, specie nell’attuale versione governata in modo pressoché dittatoriale da Putin, NON vuole far parte dell’Occidente, anzi ci è esplicitamente nemica: oltre a bombardare sistematicamente l’Ucraina, insidia quasi ogni giorno i vari paesi dell’Europa Orientale con i suoi sconfinamenti (droni ecc). E poi interviene con attacchi cyber nella quotidianità dell’Europa. Inoltre Putin è chiaramente un vassallo della Cina (lo si è visto nella recente visita a Pechino, qualche mese fa) e la Cina è il principale player antioccidentale. Insomma, oggi come oggi, la Russia “gioca” nell’altra squadra (a noi avversaria) e non nella nostra. Basta guardare e si capisce al volo§: certo che, se hai ancora il cappuccio nero indosso ieri negli assalti al cantiere TAV, ovvio che la tua vista non sia “ottimale”… e non capisci nulla della realtà in cui sei immerso.
In Italia, il Centro Destra, se coinvolge Vannacci, nelle politiche 2027 è accreditato di vincere: lo dicono già i sondaggi attuali. In quel caso Vannacci (ora è al 7%) nel nuovo governo Meloni, avrà un ministero, presumibilmente la Difesa. Il prossimo sarà cmq un governo molto più a destra dell’attuale Inoltre con il premio di maggioranza della legge elettorale ora in discussione, il Centro Destra compreso Vannacci, se vincerà, nel 2029 avrà i numeri per eleggere da solo (dalla terza votazione in poi) Giorgia Meloni al Quirinale. In tal caso, chi andrà a Palazzo Ghigi? Io spero Guido Crosetto. Ma c’è chi dice che a Ghigi andrà addirittura Vannacci. Preparati a vivere con la combinazione Meloni (Quirinale)-Vannacci (Chigi).
Seghe mentali queste mie? Forse: fra il dire e il fare, nella realtà c’è sempre di mezzo il mare. Ma se prendiamo gli attuali numeri dei sondaggi e li proiettiamo nelle prossime elezioni dei principali paesi europei, nel 2030 l’Europa potrebbe risultare una indiscutibile “fortezza neonazista”. Questo non accadrà perché lo “voglio” io, ma perché i trend socio-culturali della grande pancia elettorale europea spingono in tale direzione.
Cha fai, combatti contro i mulini a vento come Don Chisciotte? Il trend è quello, che piaccia a me oppure no, non rileva un fico secco. Proiettando gli attuali sondaggi (quindi con tutti i se e i ma della questione), entro il 2030 potresti esser circondato da neofascisti. Facciamo il punto. Le prossime elezioni tedesche sono i calendario nel 2029 (a meno d8i elezioni anticipate): oggi AfD è accreditata del 30% a livello nazionale (40% nell’ex DDR, dove raggiunge l’80% fra gli under 30) e la CDU (la destra moderata di governo) del 22%. Insieme fanno 52%, possono costituire un governo da soli e nomineranno la leader di Afd (primo partito) alla Cancelleria. Un’emula di Hitler guiderà la Germania! In Francia nelle presidenziali 2027 la Le Pen (in subordine Bardella) è accreditata del 36%. In UK, l’estrema destra di Farage è già al 25%, i Conservatori sono al 20%: in caso di elezioni faranno loro un governo con ragionamenti analoghi a quelli delle Germania. In Spagna, se l’attuale governo socialista dovesse cadere per i tantissimi scandali di corrusione (146 indagati..), si andrà a elezioni: il Partito Popolare (destra moderata) è dato al 27%, Vox (destra radicale) alcuni lo danno al 16%, altri già al 20%. difficile che i socialisti riescano a fare un loro nuovo governo.
Che sia un trend dominante potrebbe essere, puoi continuare a ripeterlo MILARDI di volte, ma questo non lo rende saggio, desiderabile e tantomeno giusto.
Che esista qualcosa come l’ “occidente” e cosa sia è cosa tutta da dimostrare, ma di sicuro per come la intendi e usi tu è solo una semplificazione ideologica e completamente falsa tesa ad avvalorare una visione politica ben precisa.
Anche tu che Einstein non hai idea di chi sia e che quanto a legnosità non temi concorrenti, potresti arrivare a capire che l’occidentalità di Giappone o Brasile non è certo inferiore a quello della Russia (di Putin o no) o dell’Arabia Saudita.
E qualunque italiano con un minimo di conoscenza storica e amor di Patria e che non sia un perfetto idiota dovrebbe temere moltissimo l’ascesa di AfD, anche se perfettamente democratica anziché bearsene.
Patetica o meno la mia visione, questo è il trend dominante in Occidente. Si va verso “democrature”, basta guardarsi intorno. L’ho gia’ spiegato MILARDI di volte. Prossimamente a Berlino (amministeative) sono accrediti di vincere alla grande i neonazisti dell’AdF. Sarà l’inizio della loro probabile ascesa “democratica” (cioe’ elezione dopo elezione) verso la Cancelleria (2029).
Certo che quanto a tua capacità di capire i concetti sei proprio legnoso. Che c’entra la Russia? La Russia di Putin è un avversario dell’Occidente, a prescindere dal suo tasso di democrazia, che cmq è pressoché nullo… ma non è questo il punto. Il punto è che la Russia di Putin NON fa parte dell’Occidente e anzi gli è nemica. Non ci vuole Einstein per capire concetto così semplice
Che abbia ragione oppure no, una cosa è certa: Carlone non le manda a dire.
😀 😀 😀
Che l’idea e la pretesa degli USA di rappresentare una eccezionalità unica al mondo, serbatoio e esportatori di democrazia e diritti non sia tua è palese.
Che il 90% dell’umanità (almeno) ritenga questa idea una stronzata altrettanto.
La tua concezione di “democrazia” = “voto” è semplicemente patetica.
E diventa ridicola quando ti scagli contro la non democratica Russia.
Altrettanto dicasi per Israele è una democrazia. La controprova è che a fine ottobre si voterà. che poi la volontà popolare del POPOLO di Israele faccia vincere una coalizione di governo in ogni caso e’ espansionista, colonialista e imperialista NON incide sul concetto di democrazia del sistema. E’ che voi avete un concetto errato di democrazia, così come avete un concetto errato di Occidente (che proiettate come il contenitore del vs concetto di democrazia). Tenetevi pure i concetti che vi piacciono di più, non è questo il punto, bensì la vs pretesta di imporre alla realtà le vs preferenze: vi stanno sulle palle gli USA e quindi NON li considerate la sentinella della democrazia, vi sta sulla palle Israele e quindi la considerate una nazione fascista, vi sta sulle palle il pensiero filosofico di destra e allora Sparta è un modello perdente perché oggi è ridotta a rovine, mentre Atene è la capitale della Grecia. Ma quest’iltimo punto nulla ha a che fare con la tipologia di democrazia dell’Atene antica, che era tutt’altro che democratica nel senso in cui piacerebbe a voi (lo ha spiegato bene Ezio e non ripeto). Per cui tenetevi pure i vs concetti, ma proprio questi dimostrano che siete com0pletamente fuori strada, sia in termini ideali che in termini di analisi del passato e del presente (non parliamo del futuro: come potete pensare di capire qualcosa di ciò che deve “ancora” avvenire, quando dimostrate sistematicamente che non capite nulla di ciò che è o è già stato)
Appunto. con alcuni di voi sembra di interfacciarsi con extraterrestri appena atterrati da pianeti lontani, per cui non “sanno” nulla delle cose del nostro pianeta. prima di lanciarvi in tiritere ridicole, dovreste almeno fare un giro du google (oggi alimentato anche da IA). Digitate miraggio spartano e vedrtete cosa si intende: non è una mia definizione, ma roba che esiste da tempo immemore.
Per “USA sentinella della democrazia”, google risponde: “L’idea degli Stati Uniti come “sentinella” o difensore globale della democrazia è un concetto centrale della loro politica estera, fondato sulla proiezione di potere, sulla retorica dei diritti umani e sul ruolo assunto dopo la Seconda guerra mondiale. Questo ruolo è spesso messo in discussione da contraddizioni interne ed esterne.” Neppure questo concetto, quindi, è una “mia” invenzione
meno male che invece Matteo pensa per tutti noi. Lui si che è un vero pensatore…….
SCHIERE DI PENSATORI.
Di questi pensatori c’è d’averne solo paura. Anche il nazismo ha avuto dei pensatori che hanno peoma teorizzato e poi messo in pratica lo sterminio di chi non era di razza eletta.
Anche su questo ci sarebbe tanto da dire e da contestare agli esportatori di democrazia made in CIA.
Schiere di pensatori, addirittura…ma in effetti ci sono stati anche “pensatori” che esaltavano il fascismo e facevano carriera, ma questo non ha reso il fascismo più accettabile, semmai ha screditato i “pensatori” (a partire da Gentile)
Comunque credo che solo tu possa considerare gli USA la principale espressione della democrazia occidentale…d’altra parte consideri anche Israele una democrazia!
Siccome ci sono schiere di pensatori che, da decenni, hanno affinato il concetto ideologico del miraggio spartano, non è un’idea presa a caso la notte scorsa. La valutazione di perdente è discutibilissime e unicamente frutto di clima da curva dello stadio. L’Atene classica non ha innescato la democrazia attuale dell’Occidente, che è invece figlia dell’Illuminismo e della Rivoluzione Francese. Altrettanto dicasi per l’accentramento di potere nell’esecutivo: il sistema presidenziale puro non è mica stato inventato ieri sera! Gli USA sono governati con questo meccanismo da 250 anni e sono sempre considerati la principale espressione della democrazia occidentale.
“Proprio un bel miraggio del terrore.”
Ma sopratutto un miraggio perdente, come già rimarcato, destinato a finire nell’estinzione, icona per menti piccole, che si perdono in un mito di gloria e forza senza essere capaci di leggere il reale.
Quello dell’uomo (o dell’esecutivo) forte e giusto che con tutti i poteri e libero da vincoli pensa e opera il bene di tutti, i quali gli si affidano e volenterosamente cooperano.
Oppure vengono costretti dalla mano forte del potere a cui è giusto affidarsi.
Le solite balle, insomma, per giustificare privilegi ed oppressione
Il miraggio spartano è un concetto molto articolato, addirittura complicato e oltrepassa anche i confini delle destre in senso stretto. Pesco una delle tante risposte dopo che ho digitato miraggio spartano su google:
Il contributo mette a fuoco alcuni temi e alcuni momenti della fortuna del cosiddetto miraggio spartano, l’idea cioè che Sparta fosse una città di uomini forti e incorrotti dal denaro. In particolare si concentra sull’identificazione di Sparta con Roma, città difesa dal valore dei suoi abitanti, e con la Russia e l’Unione Sovietica, arrivando a toccare vicende recentissime come il conflitto con l’Ucraina per la Crimea.
Miraggio spartano
Proprio un bel miraggio del terrore. Chi nasceva con qualche difetto fisico veniva soppresso. Complimenti alle destre per il miraggio di rispetto della vita.
Miraggio di selezione della razza. Complimenti.
Non credo che nessuno voglia minimamene reincarnarsi nell’organizzazione sociale di Sparta, specie nella versione originale. Che però Sparta sia un’icona delle destre internazionali (anche contemporanee) è un dato oggettivo. Non a caso si parla di “miraggio spartano” per definire tale fenomeno. Ma è un riferimento ammantato di mito, non è un obiettivo concreto. La sola ipotesi di introduzione di un esecutivo “forte”, ma eletto a suffragio universale (ripetto all’oligarcia di allora) costituisce contemporaneamente un miglioramento e un addolcimento in senso democratico rispetto alla Sparta classica (che cmq aveva numerosi estimatori anche fra i conservatori ateniesi del suo tempo).
“Sparta dichiarava ogni anno ritualmente guerra agli Iloti”
Che poi è quello che facciamo noi parlando a ogni pié sospinto della “volontà di sopraffazione della Cina” o l’impossibilità dei musulami di convivere con noi.
O come fa il decreto ucraino che impone per legge l'”impossibilità di condurre negoziati” con la Russia.
@15: Messa cosi’ sono d’accordo. Sparta di fatto non ci ha lasciato nulla, se non l’ammirazione per certi comportamenti bellici, non solo e non tanto perche’ sia ridotta a quattro sassi, ma anche e sopratutto perche’ le sue dottrine e pratiche sul piano politico e sociale ci sono completamente estranee se non ripugnanti. Quando si parla di “nuova Sparta” in senso positivo (ad es. a proposito dell’ Ucraina) lo si fa pensando al coraggio e alla determinazione in guerra, non certo al razzismo biologico come cardine dello Stato. Per dire, Sparta dichiarava ogni anno ritualmente guerra agli Iloti (i contadini schiavi) in modo che fosse legalmente possibile ammazzargli senza ragione.
In effetti ho espresso proprio male il mio pensiero Ezio, che corrisponde comunque esattamente con quanto scrivi tu:
“l’esempio di Sparta non è in alcun modo riproponibile oggi perché l’elemento centrale della società lacedemone era non tanto il predominio dell’esecutivo (anzi, questa era rigidamente controllato), quanto le rigidissima separazione su base etnica e linguistica tra una minoranza dominante di ceppo dorico”
come forse la mia frase precedente lasciava capire, di Sparta rimane solo testimonianza archeologica mentre Atene è a tutt’oggi la capitale greca.
Chi vorrebbe riproporre la mentalità spartana farebbe meglio a pensarci su.
“Cercare di piegare la storia per giustificare le proprie ideologie è come minimo difficile e comunque falso e falsificante…sopratutto se la storia la si conosce poco e male.”
Verissimo, tant’è che si arriva a scrivere atroci stupidaggini come questa:
“Sparta fu sconfitta e cancellata da Atene”
Come esempio di “conoscere la storia poco e male”, direi che siamo proprio a posto. Come dovrebbe essere noto a chiunque voglia pretendere anche solo di accennare a queste vicende, la Guerra del Peloponneso terminò con la completa vittoria di Sparta e la sconfitta di Atene, con tutte le conseguenze del caso sul piano politico ed economico. Sparta fu poi a sua volta sconfitta da Tebe prima che finissero tutti sotto il dominio macedone (giusto “premio” per la loro estrema litigiosità fratricida), ma questo è un altro discorso.
Piuttosto, l’esempio di Sparta non è in alcun modo riproponibile oggi perché l’elemento centrale della società lacedemone era non tanto il predominio dell’esecutivo (anzi, questa era rigidamente controllato), quanto le rigidissima separazione su base etnica e linguistica tra una minoranza dominante di ceppo dorico (organizzata come una comunità militare e aristocratica basata sull’assoluta uguaglianza tra tutti i cittadini), e la maggioranza della popolazione soggetta di origine ionica. L’unico esempio moderno di una società riconducibile ai concetti spartani (anche se in forma molto annacquata) è stato il Sud Africa dell’ apartheid.
Quindi, parafrasando, o Troia era una città ittita o era una città greca feudo degli ittiti o era una colonia greca come tante altre. [Nota a margine: nell’Iliade comunque non c’è traccia di popoli che non siano greci, e tantomeno si parla di Troia come tributaria di alcuni*
Troia era comunque in Anatolia, e quindi in tutti i casi l’omerica guerra di Troia è un palese indizio dell’espansionismo costitutivo dalle civiltà “occidentale” fin dai primordi, non dello scontro tra occidente e oriente, ma dell’aggressività della civiltà greca e, per estensione a mio parere un po’ forzata, della nostra.
Quanto all’Oriente definito come lussureggiante e assolutista, mi pare una definizione come minimo campata sul nulla di una lettura coloniale ottocentesca.
Infine, circa inevitabile virata verso il modello Sparta, io ci starei attento: con tutto il suo maggior potere esecutivo rispetto ai poteri degli altri organi dello Stato, cosa resta di Sparta oggi? Quattro sassi di uno scavo archeologico, mentre Atene è la capitale.
Sparta fu sconfitta e cancellata da Atene (che comunque era bella guerrafondaia anche lei, by-the-way)
Cercare di piegare la storia per giustificare le proprie ideologie è come minimo difficile e comunque falso e falsificante…sopratutto se la storia la si conosce poco e male.
Perfetta la precisazione di Ezio. La Storia la scrivono i vincitori, il che conferma quanto sia vago (a volte del tutto inesistente) il confine fra cronaca oggettiva e la cosiddetta propaganda. per questo mi viene il latte alle ginocchia quando si invoca “propaganda” per tacitare le tesi avverse. Tutto è propaganda, perché ovviamente io vedo le cose dal mio punto di vista, mentre il mio avversario le vede dal suo punto di vista. La lettura dei fenomeni è sempre soggettiva, anche per una semplice partita di calcio. Gli spagnoli hanno esaltato la vittoria di domenica sera (campionato del mondo di calcio), mentre gli argentini nei hanno dato un’altra versione. Chissà cosa saremmo oggi se nella Guerra di Troia avessero vinto i troiani, distruggendo completamente l’intera armata degli Achei. magari noi occidentali saremmo diventati tutti sudditi dell’impero ittita, poi persiano ecc, e, per estensione, del mondo “orientale”. Forse non esisterebbe neppure il concetto di Occidente. Con i se e con i ma non si fa la storia. La Storia che conosciamo è raccontata da Omero (o, meglio, dai poemi omerici, perché omero potrebbe essere una pluralità di persone…), cioè dagli Occidentali che hanno inevitabilmente portato acqua al loro (cioè al nostro) mulino. Idem con patate sull’attualità dell’oggi, dove ogni singolo caso di cronaca scatena visioni diametralmente opposte: non esiste neppure più la cronaca, viviamo immersi nella propaganda (da una parte come dall’altra), per cui accusare gli interlocutori di “propaganda” è ridicolo.
“Troia era una città greca come Atene o Sparta e i troiani erano altrettanto greci dei loro assalitori, parlavano la stessa lingua, adoravano gli stessi dei, usavano le stesse spade e ragionavano nello stesso modo…”
Più esattamente, questo è il modo in cui Omero descrive le cose, ma è quantomeno dubbio che corrispondano alla realtá storica.
L’ “Iliade” è stata composta nell’ambiente dorico dell’ VIII secolo a.C, che non ha prossoché alcun punto in comune con i protagonisti storici della Guerra di Troia del XIII secolo a.C. (Achei e Troiani) sul piano etnico, linguistico, culturale e religioso. Omero parla di quello che per per lui e per i suoi ascoltatori era un passato mitico e leggendario, e i suoi personaggi parlano, agiscono, combattono e si rapportano al divino in base ad una versione fortemente idealizzata delle regole interne della società dorica. Il rapporto tra i poema di Omero e la realtà storica della Guerra di Troia è più o meno lo stesso di quello tra i romanzi del ciclo arturiano della Tavola Rotonda, composti nel XII-XIII secolo per riflettere gli ideali cavallereschi della società feudale, e la (possibile) realtà storica di Artur come capo celtico nel turbolento IV secolo, tra il ritiro della presenza romana dall’Inghilterra e l’invasione sassone.
Cmq non ho scritto che la popolazione di Troia fosse ittita. Era una città stato molto potente, ma la sua (presumibile) posizione sulle coste dell’Anatolia rende probabile che fosse un “feudo” del grande impero ittita e non connessa all’insieme delle città stato della Grecia classica. Per questo motivo, secondo l’autore, la guerra di Troia è il più antico episodio (di cui si hanno riscontri) della grande contrapposizione Occidente Vs Oriente
L’ipotesi in questione è esplicitamente riportata nel saggio che ho letto. Relata refero
Insomma, Matteo! Cosí Carlo si arrabbia e poi si scatenerà in almeno una ventina di commenti sull’Iliade, Elena di Troia, Agamennone, Patroclo e tutto il resto della banda.
E speriamo che non gli salti il ghiribizzo di infilarci pure l’Odissea, perché lí sono altri dieci anni…
Colpa tua.
Mi sa che le tue letture e le tue riflessioni raggiungano profondità paragonabile a quella della piscina al cui bordo di cui leggi rispetto alla profondità del mare Egeo della realtà (forse un po’ meno)
“è probabile che Troia fosse espressione del grande impero ittita, espansionista, colonialista, schiavista”
Troia era una città greca come Atene o Sparta e i troiani erano altrettanto greci dei loro assalitori, parlavano la stessa lingua, adoravano gli stessi dei, usavano le stesse spade e ragionavano nello stesso modo…aveva solo la “colpa” di essere in un luogo da cui poteva ostacolare/controllare l’espansione a est e nord della altre città greche
Purtroppo non esiste il paradiso su questa terra.
Però esistono posti peggiori di altri. A volte molto peggiori.
Mixando anche con l’osservazione di Telleschi, ovvio che preferisco (oggi come allora) l’occidente. Il concetto di democrazia è molto relativo. Allora anche nella nobilissima Atene vigeva una evidente oligarchia. considerando che la schiavitù era abitudinaria anche nella Grecia classica, alla fin fine non c’era una grandissima differenza fra Oriente e Occidente. significativo però che la contrapposizione fra queste due visioni del mondo abbia radici così antiche e abbia fatto scorrere così tanto sangue. Se proiettiamo all’oggi le citta stato greche di allora, credo che dobbiamo inevitabilmente virare verso il modello Sparta, proprio per fronteggiare adeguatamente i 3/4 dell’attuale popolazione mondiale che NON sono occidentali. Il modello Sparta attualizzato significa, come ho già scritto milioni di volte, un maggior potere esecutivo rispetto ai poteri degli altri organi dello Stato. Il carattere democratico di fondo è garantito dal fatto che l’esecutivo è eletto a suffragio universale (fra chi ne ha la facoltà, non compresi quelli irregolari e di passaggio…) e sta in carica un periodo di tempo prestabilita. Questa scelta NON è il tradimento dell’Occidente come invece non poche anime belle (compreso lo stesso Canfora) tendono a insinuare per il timore che tale modello così rigido possa esser poco rispettoso anche al suo interno.
In genere conviene nascere nella classe giusta più che nel paese giusto. Peraltro nella stessa Atene, forse l’esperimento democratico più avanzato, su 250/300000 abitanti i diritti politici erano limitati a 30/50000 cittadini, maschi ovviamente. Anche se in antico avessero vinto i persiani la condizione delle classi popolari non sarebbe cambiata granché.
Carlo, qualche moderna e acuta “anima bella” antioccidentale, sedicente progressista, ha definito gli Spartani come i nazisti dell’antichità.
Considerando le satrapie sanguinarie dell’Oriente – che le “anime belle” si guardano bene dal criticare – ti pongo un quesito: a quei tempi dove avresti preferito nascere?
In Grecia (Sparta, Atene, Tebe, Corinto, Argo, Egira, Delfi, ecc.)? Oppure in quel di Persepoli, sotto quel tipetto irascibile di Serse, colui che fece frustare (a sangue?) le acque in burrasca dell’Ellesponto perché gli ostacolavano la traversata verso la Grecia?
Infatti gli ideali, anche quelli più puri, si devono confrontare ogni giorno con la realtà e spesso devi ricorrere alla armi o per difenderti (dalle Termopili alla guerra contro l’Isis) o per irrobustire i la tua posizione oppure ancora per tutelare i tuoi interessi. Da che mondo è mondo, ogni entità (città, comune, signoria, principato, nazione, impero…) tende a espandersi, ovviamente a scapito di altre entità, con le quali guerreggia e da cui, se vince, incamera territori o posizioni vantaggiose (ers controllo delle materie prime). come ho già detto m,ille volte, non è sbagliato bombardare il regime iraniano, è sbagliato iniziare a farlo e poi fermarsi a metà. O inizi e vai fino in fondo (per cambiare regime a vantaggio sia del popolo iraniano che dell’Occidente nel suo complesso) oppure convivi con un regime indiscutibilmente non occidentale e lo “accetti” (come è stato fatto dal 1979 in poi). Se vogliamo parlare di tradimento dei valori occidentali, lo ravviso in questo errore strategico (di fare le cose a metà), per cui ora abbiamo solo i danni dell’azione militare, senza aver alcun vantaggio condiviso: probabilmente gli unici a trarre vantaggi sono gli amichetti di Trump che hanno comperato/venduto asset finanziari in base alle sue dritte prima delle azioni. questo è il vero tradimento della visione occidentale.
Nelle mie rilassanti letture pomeridiane a bordo piscina, sono giusto reduce da un libro che descrive gli “eroi” (spesso anche “eroine”) dell’antichità, partendo dalla Guerra di Troia. In quel saggio, tutt’altro che “politico”, l’assioma di fondo è che la Guerra di Troia è il primo atto noto della contrapposizione strutturale (e insanabile) fra Occidente e Oriente. In particolare si tratta di una contrapposizione fra l’Oriente lussureggiante e assolutista (è probabile che Troia fosse espressione del grande impero ittita, espansionista, colonialista, schiavista) e l’Occidente, diviso in una miriade di citta stato, alcune delle quali (Atene su tutte) sono considerate la culla delle democrazia nelle versione più aurea del termine. (in questo senso sono la “culla” dell’Occidente). Eppure anche l’Occidente di allora presentava esempi di città dall’ordinamento molto rigido e con un potere molto accentrato (Sparta su tutte, non a caso un’icona delle destre di ogni tempo). Insomma giungere alla conclusione che l’Occidente abbia “tradito” i suoi valori più profondi la trovo una tesi un po’ velleitaria.