E se la rigenerazione urbana passasse dal sottrarre anziché dall’aggiungere? Alla scoperta del depaving, la pratica che rompe la barriera di asfalto e cemento e promette di riscrivere il rapporto tra spazio urbano, gestione delle acque e verde urbano.
Cosa vuol dire depaving
(togliere l’asfalto per far respirare le città)
di Valeria Morelli *
(pubblicato su economiacircolare.com il 19 giugno 2026)
Immaginate le nostre città, soffocate da colate di asfalto e cemento che si estendono a perdita d’occhio. Superfici nere e impermeabili che d’estate si trasformano in vere e proprie griglie roventi, contribuendo a quel fenomeno sempre più opprimente delle “isole di calore”. Cosa fare (oltre a provare a scappare dalla città nei mesi più torridi)?
Una delle opere diffuse in questo ambito prende il nome di depaving (o deimpermeabilizzazione) e rappresenta un’azione che sta ridisegnando il volto di metropoli in tutto il mondo (in particolar modo di quelle che ambiscono a diventare “città spugna”), Italia compresa, con l’obiettivo di renderle più resilienti, verdi ed a misura d’uomo.
Cos’è il depaving
Il termine depaving significa letteralmente “rimuovere la pavimentazione”. Si tratta di un processo strategico di rigenerazione urbana che consiste nel rimuovere strati di asfalto e cemento da aree come strade, parcheggi, piazze e cortili scolastici, per riportare alla luce il suolo sottostante. Non si tratta “solo” di sostituire l’asfalto con un altro manto, ma di lavorare per innescare una serie di benefici a catena indispensabili per affrontare le sfide del cambiamento climatico.
Le nostre città, infatti, sono in gran parte impermeabilizzate. Ciò significa che l’acqua piovana, invece di essere assorbita naturalmente dal terreno, scorre in superficie, sovraccaricando i sistemi fognari e causando allagamenti sempre più frequenti e disastrosi. Fermatevi a guardare una strada accanto ad un parco per notare la differenza tra le due aree.
Allo stesso tempo, queste superfici scure assorbono e trattengono un’enorme quantità di calore, innalzando le temperature urbane di diversi gradi rispetto alle aree rurali circostanti, un fenomeno noto come “isola di calore urbana”.
Il depaving è una delle strategie che consente di intervenire su questi due fronti. Rimuovendo l’asfalto, si ripristina la permeabilità del suolo, permettendo all’acqua di infiltrarsi, ricaricare le falde acquifere e ridurre il rischio idrogeologico. Al posto del grigio, si creano spazi verdi, si piantano alberi e arbusti che, con la loro ombra e il processo di evapotraspirazione, contribuiscono a rinfrescare l’ambiente, mitigando le ondate di calore. Ovviamente non basta intervenire su una singola area, ma è fondamentale prevedere interventi a macchia di leopardo un po’ in tutti i contesti urbani che “non lasciano traspirare” il terreno.
I vantaggi di una “città spugna”
L’obiettivo finale del depaving è contribuire a trasformare le nostre metropoli in “città spugna”, capaci di assorbire, gestire e riutilizzare l’acqua piovana in modo naturale ed efficiente.
I vantaggi, però, non si fermano qui:
- Miglioramento della qualità dell’aria e della biodiversità: piante e alberi assorbono CO2 e filtrano gli inquinanti atmosferici. Le nuove aree verdi – se ben studiate – diventano inoltre habitat preziosi per la fauna selvatica, favorendo un aumento della biodiversità urbana (basti pensare agli insetti impollinatori);
- Creazione di nuovi spazi di socialità: aree prima occupate da parcheggi o strade trafficate si trasformano in parchi, giardini pubblici, orti urbani e aree gioco, migliorando la qualità della vita e promuovendo l’interazione sociale;
- Benessere psicofisico: numerosi studi dimostrano l’impatto positivo del verde sulla salute mentale dei cittadini, riducendo lo stress e incoraggiando uno stile di vita più attivo;
- Risparmio energetico: città più fresche richiedono un minor utilizzo di condizionatori, con una conseguente riduzione dei consumi energetici e delle emissioni.
L’Italia che “depavimenta”: gli esempi virtuosi di Milano e Roma
Anche in Italia, seppur con un ritmo più lento rispetto ad altre realtà europee, la pratica del depaving sta prendendo piede. Milano e Roma hanno recentemente messo in campo progetti ambiziosi che hanno l’obiettivo di cambiare il volto di alcune aree.
A Milano, l’amministrazione comunale ha indicato la depavimentazione come uno dei pilastri del suo “Piano Aria e Clima”. Sono molteplici gli interventi avviati per trasformare la città in una “città spugna”. Tra i progetti più recenti figurano la riqualificazione di via Toce nel quartiere Isola, dove 1.800 mq di asfalto sono stati sostituiti con pavimentazione drenante e 720 mq di nuovo verde, con la messa a dimora di 35 alberi.
Altri interventi significativi riguardano Piazza Imperatore Tito, i giardini di via Giovanni da Cermenate e il parcheggio del cimitero di Bruzzano, dove oltre 2.000 mq di superficie sono stati deimpermeabilizzati e rinaturalizzati in collaborazione con il Parco Nord Milano. L’obiettivo complessivo è quello di liberare dall’asfalto oltre 100.000 mq di suolo urbano.
Anche Roma sta puntando con decisione sulla rinaturalizzazione degli spazi urbani. Uno degli esempi più emblematici è il nuovo parco di via Ipponio, vicino a Porta Metronia: quella che, per anni, è stata un’area di cantiere per la Metro C, è stata trasformata in un’oasi verde. Grazie ai lavori di depavimentazione, sono stati rimossi strati di asfalto per far posto a 960 mq di pavimentazione stabilizzata e oltre 1.000 mq di superfici verdi, con la messa a dimora di 14 nuovi alberi e centinaia di arbusti e piante. L’area è stata chiusa diversi anni per il cantiere metro e, invece di riportarla allo stato in cui si trovava in precedenza, è stata riqualificata a verde con un intervento che mira a migliorare il microclima e la capacità drenante del suolo, restituendo al contempo ai cittadini uno spazio pubblico attrezzato con giochi e sedute.
Altri progetti importanti sono in corso a Piazzale Clodio, dove 2.300 mq di asfalto saranno sostituiti da prati e 22 nuovi alberi, e in viale Palmiro Togliatti ove la rimozione dei vecchi autodemolitori consentirà di ampliare il Parco Archeologico di Centocelle. Queste azioni si inseriscono nel più ampio “Piano del Verde e della Natura” attraverso cui l’amministrazione della Capitale mira a rendere la capitale più resiliente al cambiamento climatico.

“Genova è la prima città in Italia a fare una scelta storica: il depaving entra nel Piano Urbanistico Comunale.
Che cosa significa? Che non basta più parlare di riduzione del consumo di suolo. Dobbiamo invertire la rotta: togliere cemento, restituire spazio al verde e alla natura, rendere la città più fresca, più vivibile, più giusta.
È una vera rivoluzione urbana.
Grazie al lavoro dell’assessora Francesca Coppola @fracopp_ e degli uffici dell’Urbanistica, cambiamo le regole del gioco: il suolo non è più una superficie da coprire, ma un ecosistema da proteggere. E il verde non è più solo arredo urbano, ma una vera infrastruttura sociale e climatica.
La nostra campagna di depavimentazione partirà da Cornigliano, quartiere che ha pagato un tributo ambientale altissimo. Toglieremo il cemento dal piazzale davanti a Villa Bombrini per realizzare un parco di oltre 13 ettari, grazie a un finanziamento di oltre 3 milioni di euro di Regione Liguria e Società per Cornigliano.
Interverremo soprattutto nelle aree ad alta frequentazione e nei centri storici, per combattere le isole di calore e tutelare le persone più fragili. E premieremo chi ci aiuta a cambiare la città: abbiamo introdotto incentivi per edilizia pubblica e privata, per chi depavimenta, realizza giardini della pioggia e rinaturalizza il terreno.
Vogliamo che il modello Genova diventi un punto di riferimento europeo.
Per noi una smart city è questo: una città che mette al centro la cura delle persone, la giustizia sociale e la giustizia ambientale“.
Uno sguardo al mondo: le città pioniere del depaving
Se, negli ultimi 2-3 anni, questo termine si sta diffondendo anche nel Belpaese, va detto che in alcune nazioni questa attività viene praticata da quasi 2 decenni. Il movimento del depaving è nato a Portland, in Oregon (USA), nel 2008, grazie all’organizzazione no-profit Depave che ha iniziato a mobilitare i cittadini per rimuovere volontariamente l’asfalto e creare spazi verdi. Da allora, l’esempio di Portland ha ispirato città in tutto il mondo.
In Europa, i paesi del Nord sono all’avanguardia. A Lovanio, in Belgio, il programma “Ontharden” ha portato alla rimozione di vaste aree asfaltate per migliorare la gestione delle acque e creare spazi più vivibili. Ad Amsterdam, l’iniziativa “Tegelwippen” (letteralmente “salto della piastrella”) incentiva i cittadini a rimuovere le piastrelle dai loro giardini per sostituirle con piante e terra.
Parigi sta portando avanti un ambizioso progetto per trasformare Place de Catalogne in una foresta urbana, rimuovendo 4.000 mq di cemento per piantare quasi 500 alberi. In generale in Francia, il governo ha stanziato fondi significativi per la rinaturalizzazione delle città.
Fuori dall’Europa, un caso notevole è quello di Seul, in Corea del Sud, dove è stata addirittura rimossa una strada urbana per riportare alla luce un fiume, il Cheonggyecheon, con enormi benefici per il microclima e la qualità della vita.
Come si realizza un intervento di depaving: un processo per fasi
Rimuovere l’asfalto non è un’operazione improvvisata (né improvvisabile), ma, come spiegato da NonSprecare, segue un processo ben definito che si suddivide in sei fasi:
- Analisi dell’area. Si studiano la tipologia di pavimentazione, la composizione del sottosuolo, le pendenze e il futuro utilizzo dello spazio;
- Rimozione della pavimentazione. L’asfalto o il calcestruzzo vengono demoliti e rimossi. Spesso i materiali inerti vengono recuperati e riciclati, in un’ottica di economia circolare;
- Preparazione del sottofondo. Si interviene sullo strato compatto di ghiaia e stabilizzati che si trova sotto l’asfalto, rimuovendolo o decompattandolo per renderlo permeabile;
- Ripristino del suolo. Si ricostruisce il terreno con terra vegetale e materiali drenanti, per riattivare la sua porosità e vitalità biologica.
- Nuova destinazione d’uso. L’area viene infine trasformata in giardino, parco, orto o semplicemente in una superficie permeabile (come un parcheggio), a seconda del progetto.
Rinunciare a qualche metro quadro di asfalto – a volte a qualche strada o posto auto – non vuol dire tornare indietro o immaginare di vedere passare per strada le diligenze trainate dai cavalli, ma fare un passo deciso verso un futuro più sostenibile o, quanto meno, far fronte agli effetti del cambiamento climatico.
Valeria Morelli * Content Manager e storyteller 2.0. Fa parte del network di Eco Connection Media. Si occupa di strategie di comunicazione web, gestione social, consulenza 2.0 e redazione news e testi SEO. Per Green Factor, all’interno dell’ufficio stampa, si occupa delle relazioni istituzionali.
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Piantare alberi e’ una idea , pero’ prima li devi fare crescere in un vivaio per 4/5 anni , e non arriviamo a un milione , mica mille miliardi..
Poi devi irrigarli , e c’e’ una mortalita’ che con questo clima puo’ arrivare al 50 % di quelli che pianti.
Piantare alberi non e’ sbagliato , ma servirebbe qualcosa di molto piu’ efficiente per riassorbire il co2 circolante.
A maggior chiarimento sulla logica che sta sotto la depavimentazione:
https://gognablog.sherpa-gate.com/clima-e-gestione-del-territorio/
https://gognablog.sherpa-gate.com/pensieri-eretici/
“Ci sono cinque riserve di carbonio che sono biologicamente accessibili in tempi brevi, senza contare le rocce carbonatiche e gli oceani profondi che sono accessibili solo su una scala temporale di migliaia di anni. I cinque bacini accessibili sono l’atmosfera, le piante terrestri, il terriccio in cui crescono le piante terrestri, lo strato superficiale dell’oceano in cui crescono le piante oceaniche e le nostre riserve provate di combustibili fossili. L’atmosfera è il più piccolo serbatoio e i combustibili fossili sono i più grandi, ma tutti e cinque i serbatoi sono di dimensioni comparabili. Tutti interagiscono fortemente tra loro. Per comprenderne uno, è necessario comprenderli tutti.” Fremann Dyson, ‘Pensieri eretici’
Ed ancora:
«L’uomo deve dimostrare che il cervello è un vantaggio evolutivo e non il contrario. La soluzione non è l’auto elettrica. L’unica possibilità è piantare mille miliardi di alberi, di cui non si parla perché non è un’opportunità economica. Ci consente di guadagnare settant’anni in cui trovare altre soluzioni». Solo le piante ci salveranno. Stefano Mancuso, 2021
Saluti.
MS
Io avevo capito che il “depavement” non servisse tanto ad evitare il riverbero locale del calore sul cemento delle citta’ , quanto per attivare quelle “spugne” di CO2 che stanno sotto il cemento e oggi non utilizziamo.
La valenza , nel suo piccolo non e’ locale , e’ sistemica.
Concordo con Crovella e rilancio con un punto : oltre che cambiare lentissimamente l’opinione pubblica rispetto al fenomeno “riscaldamento” , anche qualora cambiasse oggi , ancora servirebbe una classe politica globale che facesse delle leggi cogenti sulle emissioni per tutti gli stati del mondo.
Non e’ mica paglia !
Basta che due o tre stati di buona massa e PIL si oppongano al “nuovo corso delle emissioni” ( e alla conseguente redistribuzione della mappa del PIL mondiale, e scattano guerre , prima commerciali e poi fisiche.
Sempre che qualcuno non creda che accordandoci mi , ti e il Tony facciamo recedere l’emissione di CO2 per tutto il resto del mondo.
Sig. Crovella, ho appena commentato l’articolo odierno ‘coppia Anci e Ance’ in linea con le sue osservazioni che non avevo letto, che prevedono catastrofi intanto che si discute lentissimamente sul cosa fare. Ma noi (forse) non ci saremo …
Tutti concetti bellissimi e da sottoscrivere a tavolino, ma improponibili se non cambia RADICALMENTE la mentalità della popolazione. Poiché i mutamenti del modo statisticamente “medio” del pensare sono lentissimi, abbiamo tempo di vedere la terra esplodere prima che il pensiero comune sia pronto per queste bellissime idee. “Purtroppo” lo possiamo anche aggiungere alla precedente conclusione, ma è così.
Grazie anche a te Mario, illuminante è dir poco! Ma per caso tu e Matteo siete amici? Due menti sopraffine così sarebbe un peccato se non si frequentassero!
Fausto:
Il riscaldamento urbano viene mitigato in maniera del tutto naturale e da anni…in inverno!
Così come d’estate viene mitigato il raffreddamento.
Mi stupisco sempre della qualità delle osservazioni di quest’uomo. Grazie per condividere con noi questi pensieri davvero incredibili…..
Sarebbe interessante sapere come asfalto e calcestruzzo possano essere recuperati e reciclati in un “economia circolare”. Di solito diventano sottofondi per altre colate di cemento e asfalto.
Questa Valeria Morelli poi, con il suo curriculum mi sembra proprio “braccia levate all’agricoltura”, incapace di fare crescere anche una sola pianta di pomodoro. Gente da sedia e tastiera.
“Si può rendere più tollerabile la calura urbana ma non correggere la tendenza del riscaldamento globale. “
Certo Enrico, è ovvio, non esiste LA soluzione al problema: occorre adattarsi e modificare un mondo intero. E questo richiede tempo e tnti approcci differenti.
Però non sarebbe certo poco se si riuscisse a mitigare il riscaldamento urbano, considerando che il riscaldamento urbano porta ad un robusto aumento dei consumi energetici (e quindi delle emissioni) e che ormai più della metà della popolazione della terra vive in agglomerati urbani!
Esperimento molto interessante, con validi presupposti scientifici e ben condiviso da alcuni (speriamo in aumento) sindaci e amministratori cittadini. Non va tuttavia dimenticato che le maggiori temperature nelle aree urbane non sono eccezionali se raffrontate con zone limitrofe (pianure, colline e valli non cementificate) che negli ultimi anni certificano il cambiamento climatico in corso. Si può rendere più tollerabile la calura urbana ma non correggere la tendenza del riscaldamento globale.
Alla luce del fatto che ogni molecola di CO2 che immettiamo in atnosfera , e’ destinata a rimanere la’ fuori per secoli con le conseguenze climatiche che sappiamo , l’idea di stoccare e neutralizzare il CO2 in ammassi separati dall’atmosfera e’ molto meno balzana di quello che sembra..
Alla luce del fatto che ogni molecola di CO2 che immettiamo in atnosfera , e’ destinata a rimanere la’ fuori per secoli con le conseguenze climatiche che sappiamo , l’idea di stoccare e neutralizzare il CO2 in ammassi separati dall’atmosfera e’ molto meno balzana di quello che sembra..
Ecco appunto: distese d’asfalto e cemento.
Quando un terreno viene pavimentato quello che c’è sotto non potendo più scambiare acqua e aria con l’atmosfera crepa rilasciando in un periodo di tempo tutta la CO2 accumulata, in pratica è massa sterile che va sostituita con terreni attivi. Vado a memoria ma si stima che almeno il 20% dell’aumento di CO2 in atmosfera sia addebitabile all’impermeabilizzazione dei suoli e non ai combustibili fossili. Una depavimentazione non può prescindere dalla sostituzione (o rigenerazione) del suolo sottostante.
Oltre alla riduzione dei consumi alla fonte ed alla sostituzione delle fonti fossili con le rinnovabili va perseguito l’obiettivo di incrementare la capacità di accumulo di CO2 nei suoli con l’uso di tecniche colturali che limitino l’aratura dei suoli (che libera CO2) e favoriscano lo stoccaggio di CO2.
Inoltre va dato valore economico all’accumulo naturale di CO2 nelle foreste (v. progetto Carbomark di Regione Veneto di una dozzina di anni fa lasciato miseramente fallire in quanto non funzionale all’industria delle rinnovabili: a 30 Euro/t di CO2 assorbita dall’ecosistema il costo di interventi con le rinnovabili è infatti almeno doppio …).
Consultare a riferimento il sito di Etifor: https://www.etifor.com/it/
Saluti.
MS
Mai stato a Roma eh Bruno?
Roma non è mica solo il centro storico…e anche lì, magari un giretto, chessò, sugli amplissimi marciapiedi di via dei Fori Imperiali per esempio, o la distesa d’asfalto attorno al Colosseo
Telleschi forse la demagogia vera, è pavimentare il suolo in modo esagerato e spesso inutile, come se il problema fosse un ciuffo di erba che ci sporca i piedini. Oddio c’è un ciuffo d’erba, che schifo.
Bravo Roberto ottimo come sempre.
Ci mancava solo il depaving...
Quasi quasi io propongo il cazzing, ai nostri tempi molto in voga.
Anche a Roma e Firenze il comune promette la depavimentazione: due casi emblematici dove la demagogia verde può superare il confine tra il buon senso e la follia. Fanno bene le soprintendenze provinciali alle belle arti a tutelare il centro storico e impedire ai nuovi vandali ogni manomissione. Anche i sampietrini e le lastre sono monumenti e valori da trasmettere ai posteri!
D’accordissimo con te Benassi, quindi anche solo a titolo di esperimento incomincia a tirare via il tetto di casa sperando che ne venga giù tanta…
È indiscutibile che l’eccessiva pavimentazione del suolo, in asfalto e in cemento, unita alle coperture di case e capannoni, sia un grosso problema per l’assorbimento delle acque , rendendo il suolo quasi impermeabile. Se poi ci mettiamo anche la brutta abitudine di tombare fossi e fossetti, il danno è fatto. Ma sembra che non ce ne vogliamo rendere conto.
Ovviamente volevo scrivere depavimentazione
Certo che inventarsi a Portland la pavimentazione è emblematico. Visto che il Portland è il tipo di cemento più diffuso.
Che sia stato un pentimento?