Wolfgang Herberg, l’estetica come guida
di Gianfranco Valagussa
(pubblicato su Le Dolomiti Bellunesi, estate 2026)
“La bellezza non è che una promessa di felicità (Stendhal)”
Dresda è una città industriale della Sassonia, sorge sulle rive del fiume Elba ed è conosciuta come la Firenze dell’Elba per le caratteristiche artistiche e culturali, che la assimilano alla città d’arte italiana. Per gli alpinisti più attenti è conosciuta per le torri di arenaria, che sorgono ad un’ora dal centro abitato nella regione denominata Svizzera Sassone (Sächsische Schweiz). A chi segue la storia dell’alpinismo non è sfuggita la scelta etica operata dagli alpinisti-arrampicatori di quella regione, improntata sul massimo rispetto per le strutture rocciose, per la fragile materia che le compone. Si è quindi sviluppato su quelle strutture rocciose un tipo di arrampicata decisamente libero dall’uso di infissi stabili. Ciò è stato determinato anche dalla roccia sedimentaria, che è estremamente friabile e richiede sistemi di assicurazione che non si possono “piantare” nelle fessure o perforando la roccia. Vengono usate, in alternativa al metallo, sfere di cordini, infilandole nelle lisce fessure e facendovi passare il rinvio.
A Dresda nel 1909 nasce Wolfgang Herberg. Si laurea in ingegneria alla locale Università, diventando uno dei massimi esperti di Tecnica delle costruzioni. Arriva in Dolomiti negli anni ‘30 ed inizierà il viaggio nei Monti Pallidi dalla parte occidentale: Cinque Dita (Sassolungo), Cima Tosa (Dolomiti di Brenta), proseguendo poi verso le vette più blasonate, in direzione del settore orientale. Rientrano nel programma le cime più conosciute, quali quelle del Sella, la Marmolada, l’Antelao, il Pelmo; saranno queste ultime due le cause della svolta alpinistica del nostro pioniere.
Nel 1932 tenta, senza riuscire, una nuova via sulla parete nord del Pelmo. Nel 1933 viene respinto di nuovo dal monte, e solo cinque anni dopo riuscirà a trovare un percorso di salita, ma l’itinerario rimane sconosciuto. Il giorno successivo al primo fallito tentativo al Pelmo Herberg, questa volta con la moglie, sale sulla cima dell’Antelao; è da quella vetta che scoprirà le guglie, i campanili e le torri degli Spalti di Toro. Sarà una infatuazione che durerà molti anni, portando il nostro teutonico scalatore alla conquista e alla scoperta del mondo solitario delle Dolomiti d’Oltrepiave, quando ancora si chiamavano Prealpi Carniche.
Ci piace pensare che la vista di quelle torri, degli svelti campanili, lo riportasse indietro nel tempo, a quando con la moglie, all’inizio del loro fortunato rapporto, vivevano in una casa solitaria. Si trovava al termine del bosco che sale verso le torri di arenaria, dove c’è il famoso ponte che collega con una tra le torri maggiori, la Torre Bastei (in italiano “bastione”). L’immagine di quel gruppo di torri erose nel tempo da un antico fiume gli torna alla mente guardando da ovest il Crodon di Scodavacca, che sul versante occidentale ospita le Torri del Crodon, terreno d’azione anche del “Diavolo delle Dolomiti” Tita Piaz. Anche il buon diavolo della Val di Fassa rimase rapito da quelle forme che, a lui, ricordavano le sue Torri del Vajolet, che s’innalzano dal Gartl nel Catinaccio.
Herberg, amichevolmente Wolf, dividerà con Piaz, seppur parecchi anni dopo, anche la individuazione di un’altra serie di svettanti campanili, quelli che formano il Castello di Vedorcia. La sequenza di guglie separa la Val Cadin dal Fosso degli Elmi e colpisce l’immaginazione di chi sale in direzione del più blasonato Campanile Toro o dei campanili limitrofi. Mi chiedo sempre, quando passo, come mai ancora oggi siano poco visitate.
Ma Herberg dedicherà l’attenzione soprattutto ai due gruppetti di torri che separano il Cadin d’Arade dalla Forcella Scodavacca, all’inizio dei Monfalconi. Sembrano appoggiarsi una all’altra in ordine crescente di altezza, accostandosi definitivamente alla principale Cima Giaf sul lato meridionale, e per quell’andamento si chiamano “Scala Grande” e “Scala Piccola”.
Torri di Scodavacca, Castello di Vedorcia e Scala Grande e Piccola: tre gruppi di campanili che alla lunga suscitano l’interesse del moderno pioniere Herberg, come già furono rapiti da quelle forme i connazionali Franz Schroffenegger, Otto Bleier, Karl Berger, Viktor Wolf Edler von Glanvell e Karl Doménigg. Come Piaz, che dedicò un campanile del Castello del Cridola alla figlia Olga, anche Wolf dedicherà una cima dei Monfalconi alla figlia Veronica (Vroni), mentre una bassa guglietta che gli sta vicina è diventata “la Bambola”, dando per sempre il nome alla Forcella della Bambola.
Sembrerebbe impossibile che dei sassi svettanti, delle rocce lavorate dal vento e dall’acqua abbiano potuto aiutare umili uomini a capire il loro personale senso della vita. Oggi il termine che più riassume lo stile ed il tempo di vita del pioniere Herberg lo qualificherebbe come visionario, lui che ha sempre avuto negli occhi quelle torri di arenaria, inseguite e riconosciute per tutta la vita.
Se a qualcuno, leggendo queste poche righe, fosse rimasto il dubbio che la tesi affrontata non abbia un senso compiuto, attraverso le immagini qui riportate potrà confrontare paesaggi e forme degli ambienti rocciosi scelti da Herberg.
Se poi non fosse soddisfacente per dimostrare l’importanza del lavoro pioneristico svolto dall’alpinista, basterà scorrere il testo sacro per gli alpinisti, Le Dolomiti Orientali di Antonio Berti – Volume II.
Herberg non ha aperto vie difficili, ha cercato di scoprire nuove vette soprattutto con l’idea fissa dell’avventura, dando a questa un valore qualitativo e mai quantitativo, nonostante il notevole numero di prime salite. Ha privilegiato una visione di conoscenza su quella di conquista, anticipando ciò che sarebbe avvenuto molti anni dopo. Ha misurato altitudini di forcelle e cime fino allora sconosciute, ci ha tramandato mappe di luoghi reconditi come la Scala Grande e Piccola, le Torri di Scodavacca, il Castello di Vedorcia. La conclusione della sua ricerca non poteva che terminare a sud, sul finire della catena dell’Oltrepiave che diventa Col Nudo. Completando la ricerca dei suoi predecessori di lingua tedesca, Herberg ha creato l’opportunità per le generazioni di alpinisti-avventurieri-esploratori successivi: Ferruccio Svaluto Mo- reolo, con molte vie irripetute, e Luca Vallata con i suoi giovani amici, senza dimenticare Alessandro Gogna, Mauro Corona e Dario Sacchet.
Bibliografia
Antonio Berti, Le Dolomiti Orientali, 1928.
Tita Piaz, Mezzo secolo di alpinismo, 1947.
Antonio e Camillo Berti, Dolomiti Orientali, vol. II, 1982.
Ruggero Tremonti, Cridola prima maniera, in Le Dolomiti Bellunesi, 1982.
Luca Visentini, Dolomiti d’Oltrepiave, 1995.
Wolfgang Herberg e Vincenzo Altamura, a cura di Emilio Da Deppo, Le Dolomiti d’Oltrepiave, 2003.
Emilio Da Deppo, Le Dolomiti d’Oltrepiave, in Le Dolomiti Bellunesi, 2003.
Alessandro Gogna, Dolomiti e Calcari di Nord-est, 2007.
Emilio Da Deppo, Le Torri del Crodon di Scodavacca, 2007.
Stefano Burra e Andrea Rizzato, Dolomiti d’Oltrepiave, 2013.
Severino Casara, Sulle Dolomiti del Cadore, 2013.
CAI Domegge di Cadore, Il sentiero alpinistico del 50esimo.
Luca Calvi ed Eugenio Maria Cipriani, Le Dolomiti Friulane, 2019.
Paolo Ascenzi ed Alessandro Gogna, Quando l’alpinismo parlava tedesco, 2023.
Andrea Zannini, Controstoria dell’alpinismo, 2024.
Luca Calvi ed Eugenio Maria Cipriani, In terra incognita, 2024.
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