Nel massiccio del Monte Bianco, la parete ovest del Petit Dru ha perso il suo pilastro Bonatti 20 anni fa, oggetto di una frana di enormi dimensioni. Dietro la violenza di questo evento si cela un lento processo di instabilità, amplificato dal riscaldamento globale. Due decenni di monitoraggio scientifico forniscono ora un’interpretazione dettagliata di questa grande cicatrice. Ce lo racconta il geomorfologo Ludovic Ravanel.
Il crollo del pilastro Bonatti al Dru
(vent’anni dopo)
di Ludovic Ravanel
(pubblicato su Alpinemag.fr il 4 luglio 2025)
Vent’anni fa, nella notte tra il 29 e il 30 giugno 2005, un evento spettacolare cambiò l’aspetto della parete ovest del Petit Dru 3733 m, vetta granitica emblematica del massiccio del Monte Bianco: anche l’intera comunità alpinistica ne risentì. Quasi 293.000 m³ di roccia crollarono, determinando la definitiva scomparsa del celebre pilastro sud-ovest (ED, 500 m) aperto in solitaria da Walter Bonatti dal 17 al 22 agosto 1955.
Questo crollo roccioso, i cui blocchi ricoprono ancora il piccolo ghiacciaio dei Drus sottostante e la sua morena di oltre 95.000 m² (mentre la polvere copriva più di 5 km² fino al villaggio di Les Praz), è considerato uno dei più grandi tra quelli recenti nelle Alpi francesi. Ancora oggi, la grande cicatrice grigia, alta 700 m e larga 80 m, ricorda questo evento significativo, annunciato il giorno prima da diverse destabilizzazioni.

L’instabilità è stata a lungo in atto. Lungi dall’essere un fenomeno isolato, questo crollo è parte di una dinamica di erosione regressiva (dal basso verso l’alto) ricostruita a partire dalla fine della Piccola Era Glaciale (intorno al 1850) grazie al confronto di decine di fotografie di alta qualità e datate con precisione (Figura 1).
Nel corso del tempo, diversi eventi significativi hanno segnato la storia geomorfologica del sito: 1905, 1950, 1997, 2003… Ogni volta, volumi crescenti si sono staccati da questa parete subverticale scolpita nel granito ercinico. Il crollo del 2005 è stato quindi il culmine di un lento processo di alterazione, decompressione meccanica e fragilizzazione termica legato alla degradazione del permafrost e quindi a una crisi climatica iniziata due anni dopo la grande ondata di calore del 2003 (ricordata da quelle successive, compresa quella ultima del 2025).
Il primo crollo importante avvenne nel 1950. Chris Bonington, raccontando i primi tentativi di scalata della parete ovest in Two Centuries of the History of Mountaineering (1992), riferisce che questo crollo avvenne alla fine dell’estate del 1950, tra i 3220 e i 3330 m di altitudine, con un volume di circa 20.000 m3.
Il periodo dal 1997 al 2005 è stato quello dei crolli più importanti. Il 18 settembre 1997, alle ore 1.33, si verificò il primo crollo; due alpinisti tedeschi che bivaccavano in parete su un’altra via avevano udito dei crolli già alle ore 21. Un secondo crollo si verificò il 28 settembre 1997, nel primo pomeriggio, e poi di nuovo alle ore 18.30. I volumi staccatisi durante i due eventi sembrano essere stati dello stesso ordine, con un volume totale di circa 30.000 m³.
Durante la torrida estate del 2003, all’inizio di agosto, crollarono 10.000 m³ di roccia. La cavità strapiombante che si era formata nel 1997 si “innalzò” di circa dieci metri. Nel 2005, il 29 giugno si verificarono tre primi crolli. Alle 11.03, lo strapiombo formatosi nel 2003 si “alzò” di 120 m. Alle 13.53, la metà sinistra del Pilastro Bonatti si staccò; alle 14.22, la parte sporgente rimasta in loco crollò anch’essa. Allorché il nuovo strapiombo si trovava 140 m sotto la sommità del Pilastro Bonatti, il crollo principale si verificò il 30 giugno intorno alle 3.00 del mattino.
In seguito a questo evento eccezionale, i ricercatori hanno avviato una campagna di tracciamento laser terrestre (TLS) senza precedenti, consentendo di scansionare annualmente l’intera parete ovest per 20 anni (2005-2025). Questa serie di acquisizioni 3D ad alta risoluzione ha permesso di osservare, quantificare e modellare con precisione le dinamiche successive al 2005 (inclusi i 42.000 m3 del 2011), fino alla scomparsa dell’ulteriore porzione del 21 gennaio 2025.
In totale, tra il 2005 e il 2025 sono stati rilevati più di 300 eventi rocciosi, di dimensioni variabili da pochi blocchi a diverse decine di migliaia di metri cubi. L’ultimo si è verificato appunto il 21 gennaio 2025 (Figura 2). E’ stato il grande crollo del 2005 a lasciare il segno nel mondo dell’alpinismo, per la cancellazione di una delle vie più leggendarie, ma nel contempo ha preso il via l’innovativa ricerca sull’evoluzione delle pareti rocciose d’alta montagna.
Ludovic Ravanel è geomorfologo presso il CNRS (laboratorio EDYTEM di Bourget-du-Lac), specializzato nell’impatto dei cambiamenti climatici in montagna. È anche membro della compagnia delle guide alpine di Chamonix. Grazie a questi due ruoli, offre una preziosa prospettiva sui cambiamenti ambientali e sulle loro conseguenze per gli sport d’alta montagna.
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Bonatti, ancora più grande, oltre le ere geologiche,oltre i limiti del tempo, buone arrampicate a tutti!
Bonatti, ancora più grande, oltre le ere geologiche,oltre i limiti del tempo, buone arrampicate a tutti!
È bello leggere di competenze
Bonatti disse che le placche del ramarro suonavano vuote. Aveva ragione
Il pilastro se n’è andato, Bonatti anche. Gli alpinisti non danno tregua e ritracciano vie, ma la natura ricancella. Comunque se non ricordo malele racconto della salita del pilastro, Bonatti parla che il Dru è soggetto a frane. Di sicuro non è lo stesso granito del Capucin.
Le montagne sono nate da qualche milione di anni. La nostra vita è una infinitesima frazione al confronto. Ci è concesso di vedere solo piccoli cambiamenti. Tornassimo tra qualche migliaio di anni le differenze geografiche sarebbero molto più mancate, complice anche qualche “aiutino” dato da noi umani. L’articolo è molto esaustivo, ovviamente con il limite del breve periodo temporale considerato e dell’esame di una piccola porzione delle nostre montagne. Sul solo arco alpino i cambiamenti nell’ultimo secolo sarebbero moltissimi. Ad esempio l’enorme dissoluzione del ghiacciaio del Cengalo avvenuta nel 2017 ha cambiato fisionomia di un’intera valle.
Un raro esempio di completezza e competenza professionale, perlopiù sconosciuto da questa parte delle Alpi.