Lockdown, Day 42
di Mirko Giorgi
Per dovere di cronaca, prima di collegarmi con la rete sarda della Montagna-terapia, ho dato un’occhiata al bollettino pandemico.
Ieri, in Italia, si contavano circa 180.241 casi confermati di COVID-19 e 23.753 morti dall’inizio dell’epidemia. È l’equivalente di una città come Oristano cancellata dalla mappa. In poco più di un mese.
Circa tre settimane fa si è toccato il punto di massima pressione sui reparti di terapia intensiva e sul personale medico. In moltissimi ospedali del Nord l’emergenza sanitaria voleva dire questo: decidere chi attaccare ai respiratori e chi no. La domanda non era più come salvare tutti, ma chi salvare per primo. Come in guerra.
Nei reparti saturi, la medicina si è trasformata in triage terminale. E con essa il medico: da curante a giudice. Ogni scelta pesa come una colpa.
I fortunati diventano corpi in stato larvale, consegnati a tubi, pompe e monitor. Sedati e immobili, a pancia sotto. Respirano per interposta macchina. Nessun caro può tenergli la mano mentre lottano tra la vita e la morte. Credo che in questi giorni chiunque abbia più di cinque anni cerchi di scacciarlo dalla mente. Io per primo.
E oggi, 20 aprile 2020, giorno 42 dall’inizio della quarantena, in chat batte male: vedo solo facce scoglionate. A giudicare dall’aria che tira, direi che non siamo nell’umore giusto per abbandonarci al consueto cazzeggio dopaminergico. La vedo dura risalire la china e mi sta entrando pure il mal di testa. Mi accuccio sul letto e, poco convinto, avvio lo screen recording della videochat.
Gabriella (Samassi):
«Da un giorno all’altro… all’improvviso… tutte le sicurezze che avevamo sono… sono svanite. È diventato tutto diverso».
Marisa (Lanusei):
«È diventato un incubo».
Enrico (Villacidro):
«Io ho paura che arrivi anche qui in Sardegna… io sono in pena per i miei che sono molto anziani e hanno bisogno di cure… ho paura per loro».
Roberto (Villacidro):
«Già la nostra patologia è una cosa delicata… ci ricorda quando ci siamo ammalati, quando eravamo rinchiusi in casa… adesso ci riporta di nuovo a quel passato».
Giovanni (Villacidro):
«Scusate tutti… un attimo solo… Giancarlo è da un po’che vuole intervenire… Giancarlo, puoi parlare».
Giancarlo (Guspini):
«Sono tutto sedato».
Giancarlo ha la bocca aperta, la testa che cade lentamente in avanti, il viso sfranto di chi non dorme da giorni.
«Anche se c’ho gli occhi chiusi… vi ascolto».
Ieri era in buona, è riuscito persino a leggerci due pagine della sua rocambolesca autobiografia, ma la voce era così impastata e le parole così sfracellate che non si capiva nulla.
Dall’inizio del lockdown ho accumulato tanto di quel girato che mi tremano i polsi. Girato, si fa per dire: faccine francobollate, illuminate dalla luce fredda di un PC o di un telefonino. Voci sgranate, rumori domestici e scorci di case sconosciute. Presto dovrò tirarci fuori una ventina di minuti buoni. Buoni per raccontare, a chi sopravvivrà a questa Iradiddio targata SARS-CoV-2, che in Sardegna, nel periodo più tragico e deprimente della nostra storia recente, una comunità rizomatica di guarenti (così si definiscono: non pazienti, non malati, ma persone in mossa, in divenire; un nome che rifiuta la passività e ribalta lo stigma) ha avuto la buona idea di aprire diverse stanze virtuali di conversazione. Una contromisura pratica per frenare la discesa all’inferno. Tutti sappiamo che gli effetti del confinamento possono essere fatali. Spaventosi come una carestia. Una fame che non riguarda lo stomaco, ma il bisogno primario di contatto fisico: la sensazione elementare di non essere soli.
Estratto della prima videocall del gruppo di regia (marzo 2020)
Luca (San Sperate):
«Tenete conto che si sono bloccate tutte le attività a livello clinico, ok? Questo cazzo di Covid… scusate il termine, ha bloccato tutto quanto. Per cui vengono contingentate tutte quante le altre cose».
Ignazio (Sanluri):
«Non sappiamo quanto durerà questa quarantena. Non sappiamo nulla. Qualcosa dovremo inventarci».
Marco Francesco (Villacidro):
«I ragazzi hanno bisogno di comunicare tra loro. Stare soli con sé stessi non li aiuterà mai. Dobbiamo muoverci in fretta».
Luca:
«Se l’esterno si chiude, cerchiamo un modo per non chiuderci dentro. Dobbiamo ricreare dei gruppi».
Renato (Nuraminis):
«Si può fare. Posso creare dei gruppi di chat in video, sia per i brief sia per i medici e i gruppi di sostegno. Se volete posso cominciare già domani».
Mario (Cagliari), trova un nome semplice e accogliente: A casa con Andalas.
«Nella sfiga più nera, almeno proviamo a mantenere la continuità relazionale.»
Il gruppo ragiona sui risvolti organizzativi, poi delibera.
Mario:
«Ok Renato, siamo tutti d’accordo, comincia pure. Io intanto butto giù una bozza di progetto e ne parlo con la Fondazione di Sardegna.»
Andalas de Amistade Trekking (Villacidro) finanzia il necessario upgrade informatico della comunità — che detto così suona come una pratica ministeriale, ma in realtà significa: smartphone che non si piantano alla prima videochiamata. Nel giro di pochi giorni, grazie a dispositivi finalmente all’altezza e alla pazienza quasi monastica di Renato, anche i più ostinatamente low-tech imparano dove pigiare e quando. E, cosa tutt’altro che secondaria, come continuare a fare grooming da remoto, in assenza di corpo.
Parte così una proliferazione di stanze tematiche che oscillano tra l’utile e l’assurdo: dalla chat di supporto psichiatrico on demand al bar del cazzeggio; poi lezioni di inglese, dibattiti a ruota libera, focus sull’outdoor training e sulla montagna-terapia.
Si rivedono vecchi filmati, si scambiano video fatti in casa, tra il demenziale e il necessario: piccoli atti di presenza, argini contro la sparizione (vedi al fondo “In chiusura alcuni link video”).
È il nostro diario pandemico. Un palinsesto che raccoglie molte adesioni: sono coinvolti numerosi Centri di Salute Mentale della Sardegna, da Olbia a Iglesias. Più che un blocco unico, questa comunità assomiglia a un arcipelago: isolotti sparsi, uniti da ponti e passerelle attraversabili.
Succede che, giorno dopo giorno, si crea una certa intimità tra gli habitué del bar del cazzeggio. Nel nostro angolo digitale circolano ilarità e leggerezza: scherziamo, ci punzecchiamo senza freni, volano prese di culo salaci e sfottò al limite del consentito. Cibo per lo spirito. Quando in un gruppo si comincia a ridacchiare dei rispettivi difetti è un buon segno: vuol dire che c’è affetto, fiducia, complicità. Sono anticorpi anche questi. Proteggono dalla solitudine estrema.
Ma oggi le battute argute di Marisa ce le possiamo scordare. Ha l’aria afflitta, se ne sta muta. È stravaccata sul letto di camera sua: una faccina assorta e distante, schiacciata contro un muro bianco e spoglio. Anche Gabriella, di solito in prima fila a far casino, oggi viaggia a fari spenti. Mi sembra tesa.
Giovanni:
«Scusa Gabriella… io non ti sento… riesci ad alzare il volume?».
«È già al massimo, Giovanni».
«Scusa ancora… puoi parlare».
Giovanni è la gentilezza incarnata, sempre posato, mai sopra le righe. È bravo nel rianimare i discorsi esausti, nel riannodare le voci disperse, persino i rantoli di pensieri selvaggi che offre il menù del giorno. È così dolce che lo amano tutti.
Gabriella:
«Ho detto che è il pianeta a essere in zona rossa, non un singolo paese… questo virus attacca i polmoni. Capite cosa voglio dire? Attacca i polmoni. CAPITE?».
Poi, in uno scatto di stizza, alza la voce:
«LA PANDEMIA È UN SINTOMO. NON UNA CALAMITÀ. UN SINTOMO. PERCHÉ NON LO VOGLIAMO CAPIRE? SIAMO DIVENTATI TUTTI CIECHI?».
Silenzio. Nessuno parla.
La pausa è lunga e mi cala la palpebra.
Itria (Portoscuso):
«Ho sentito in un documentario che ogni due secondi viene cancellata una foresta grande quanto un campo da calcio… ventiquattr’ore su ventiquattro…».
Renato:
«Stiamo togliendo spazio agli altri viventi. E il virus, a un certo punto, trova il modo di passare dagli animali all’uomo. Si chiama Zoonosi. È sempre successo».
Alessandra (Lanusei):
«Il coronavirus viene da un pipistrello, questo si sa».
Ketty (Guspini):
«Comunque… non so… io penso che questa pandemia sia tipo un messaggio, per tutti».
Renato:
«Ketty… scusa… la natura non invia messaggi. Non condanna. Non avverte. È indifferente alle vicende umane».
Avevo voglia di cose croccanti e sfiziose, mica di polpettoni. Sto per cedere al pisolo.
Giovanni:
«Però Papa Francesco dice che dobbiamo ascoltare il grido della terra e dei poveri. Il pianeta sta soffrendo, no?».
Mi intrometto, ingoiando uno sbadiglio:
«Renato intende dire che le pandemie non sono messaggi, ma conseguenze. Da ateo, però, dico che questo Papa ragiona bene».
Tra me e me: il punto è tutto lì, in quello scarto sottile. La pandemia non parla a noi. Parla di noi.
Sale un chiacchiericcio confuso. Sembrano formarsi due schieramenti: animisti e illuministi, più o meno. Per i primi la natura è sacra e parlante; per i secondi è un ecosistema in equilibrio precario. Nessuna animosità, nessuna disputa filosofica: in fondo condividiamo le stesse paure. Il pianeta è fragile, ci contiene. Noi sapiens siamo solo un nodo provvisorio di una rete più grande. Se non cambiamo rotta in fretta, ci aspetta un futuro di merda (vedi più sotto).
Gabriella:
«L’essere umano ha sempre questa smania di andare oltre… di forzare i limiti… non ce ne libereremo mai, fino a quando non sarà troppo tardi per rimediare».
Alessandra:
«Prima o poi doveva tornarci indietro tutto quello che abbiamo fatto alla natura».
Gabriella:
«Ve lo ricordate il discorso di Fausto De Stefani a Sentieri di Libertà? Era l’estate del 2016».
Un coro di Sì… Sì. Mentre loro parlano vado a ripescare la clip di Fausto che parla sotto la Perda Liana, davanti a 350 persone.
Marisa:
«Fausto diceva che l’uomo sta stuprando la natura…».
Gabriella:
«E che i dirigenti devono ascoltarla. Che dovremmo cominciare a lottare… a lottare sul serio».
Borbottio agitato. Il clima si surriscalda.
Lavoce arrocchita di Roberto sovrasta le altre. È partita a macchinetta:
«Sì. Sì. Dobbiamo lottare… Sì… Sì… dobbiamo lottare… Sì… Sì…».
Poi Giovanni, incredibilmente, prende fuoco:
«PERCHÉ SI FA UN TRATTAMENTO SANITARIO OBBLIGATORIO A UN RAGAZZO CHE URLA PER STRADA… MENTRE… MENTRE CI SONO DEI CAPI DI STATO CHE SI VANTANO DI DISTRUGGERE LA FORESTA AMAZZONICA E NON GLI SI FA NIENTE?… PERCHÉ… PERCHÉ DOBBIAMO ACCETTARE TUTTO QUESTO? PERCHÉ?».
Mi drizzo a sedere. Lo conosco da anni, mai visto così incazzato. Folate di rabbia arrivano da ogni dove. Ho la pelle d’oca. Sta montando una maretta.
A quel punto Roberto sbrocca e va in loop:
“SONO LORO I VERI PAZZI… QUESTA È LA REALTÀ DELLE COSE… BOLSONARO È UN PAZZO… QUESTA È LA REALTÀ DELLE COSE… TRUMP È UN PAZZO… QUESTA È LA REALTÀ DELLE COSE… CI VUOLE POLITICA SANA… POLITICA SANA… QUESTA È LA REALTÀ DELLE COSE… LA REALTÀ DELLE COSE…”.
Questa l’abbiamo già sentita. Un’iperbole trita: le sorti del mondo in mano a dei leader folli.
Forse è solo il delirio di un guarente di area progressista. Una scarica di rabbia impotente.
O forse abbiamo paura di ammettere che è davvero questa la realtà delle cose.
Un futuro di merda
“Nessuno credeva possibile un crash del sistema, sebbene i sintomi fossero visibili da anni. Pensavamo che l’apocalisse e l’arca di Noè fossero solo invenzioni letterarie di preti invasati. Un metodo suggestivo per tenere a bada la gente. Niente più che una metafora per ingenui, tanto tragica quanto grottesca.
Ci sbagliavamo di grosso. Si sono manifestate entrambe. In un colpo solo.
La pioggia di fotoni che ci sta decimando non accenna a fermarsi. Gli incendi durano da mesi. Inesorabili.
Siamo fritti. Letteralmente.
Un carosello di eventi climatici estremi: video virali che facevano il giro del mondo, milioni di visualizzazioni in pochi minuti. Non c’è niente di più spettacolare di un disastro naturale. Fa traffico. Monetizza.
Provavi empatia per le vittime, certo, ma sembrava che le disgrazie colpissero sempre e solo gli altri, i vicini meno fortunati di te. E anche se le analogie col Titanic abbondavano, ti sentivi al sicuro dentro casa, nella tua cuccetta digitalizzata, servito e riverito, come in una crociera di lusso. In realtà la catastrofe era già stata prevista in ogni dettaglio.
I giganti del web e i turbo-capitalisti, come sempre ottimisti, assicuravano di avere tutto sotto controllo. “Dobbiamo solo imparare ad adattarci a un clima modificato” — dicevano — “sono sfighe che l’umanità ha già affrontato nel passato. Ce la caveremo anche questa volta. Magari non tutti, ma state certi che penseremo a misure preventive più performanti, a materiali più resilienti, a new town più confortevoli, a piani di evacuazione più tempestivi, a fosse comuni più dignitose”.
Si può sempre fare di più.
Dopotutto il progresso non si è mai inceppato: perché dovrebbe succedere proprio adesso?
Be’, è venuto giù tutto.
Prima a pezzetti, poi di schianto.
La colpa è anche nostra: potevamo ribellarci ma non ci siamo mossi.
Vuoi perché la speranza è l’ultima a morire,
vuoi perché la politica aveva stufato,
vuoi perché ci mancava la spina dorsale.
Ti rovinavi la carriera, se facevi il rompicoglioni.
Diciamola tutta: era più redditizio passare da lecchino che da menagramo.
Così, per paura di perdere quel poco, abbiamo perso tutto.
Siamo noi i perdenti. Inutile girarci intorno.
Ora sono in fila per la distribuzione settimanale dei broncodilatatori. Mi spetta una tanichetta di acqua potabile e un sacchetto di cibi liofilizzati. Il caffè solo la domenica. Mi brucia il petto. Ogni giorno inalo miasmi di particolato, fumi di incendi, microplastiche in sospensione.
Temo che non ne avrò ancora per molto.
Qui da noi l’aspettativa di vita è tornata all’età del ferro.
La beffa è che pensavamo fossero tutti dei fuori di testa. Intendo la tribù dei post-umanisti, quelli che hanno vinto. Dicevano di essere una nuova razza di pionieri galattici, una stirpe di supereroi che avrebbe colonizzato nuovi mondi. Come si fa a credere a una cosa simile?
Si proclamavano infallibili e immortali come gli dei dell’antica Grecia. Non è ridicolo?
La loro boria, più che allarmarci, ci faceva sorridere. Erano geniali e ricchissimi, certo, ma la loro intelligenza smisurata aveva qualcosa di puerile. Sembrava vivessero dentro uno dei loro videogiochi preferiti, chiusi nel loro mondo fatto di niente.
Li abbiamo sottovalutati.
Ed eccoci qui.
Una nemesi.
Noi che li guardavamo dall’alto in basso.
Ci hanno abbandonati su un pianeta morente e dalle orbite esterne ci studiano. Hanno costruito il laboratorio più sofisticato mai stato concepito, e noi, “i sacrificabili”, ne siamo parte integrante. Cavie preziose di un esperimento darwiniano rivoluzionario.
I satelliti sono puntati su di noi. Registrano ogni minima variazione dei parametri vitali.
Ci vedono come aggregati di cellule malconce, corredi genetici in trasformazione, mammiferi sottoposti a pressioni selettive spietate. Una specie provvisoria. Un modello difettoso.
Si chiedono quale traiettoria prenderà l’evoluzione delle creature dopo il collasso della biosfera.
Quale sarà il destino dei Sapiens non modificati?
Quale corso prenderà la loro piccola, insignificante antropologia?
Si estingueranno, muteranno?
O saranno i ratti e gli scarafaggi a ereditare ciò che resta del pianeta terra?
Non è un pilot di Black Mirror.
È la realtà delle cose.
Oggi.
In chiusura, alcuni link video.
Ritratti di una libera comunità terapeutica: non un luogo, ma una trama di relazioni. Una comunità senza indirizzo, diffusa, rizomatica, abitata dai guarenti che compaiono in queste pagine.
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Molto bello, grazie! Sembra passato un secolo, a dire il vero. Fa bene riguardare e ripensare queste storie, seppur recenti, da dentro i servizi di salute mentale oggi che sono al limite, anzi sotto il limite, della sopravvivenza. Grazie, continuiamo a camminare!
Bravo come sempre Mirko. Il tuo scritto é autentico, vivo e capace di alternare ironia e malinconia con grande naturalezza. Questa è condivisione e solidarietà umana. Complimenti a tutti e un abbraccio virtuale alla comunità dei Guarenti