No Tav e Alta Felicità

A distanza di ben oltre un mese dai fatti, con il tempo necessario per riflettere a mente fredda su quanto accaduto, Nicola Pech, vicepresidente di Mountain Wilderness, torna sui fatti della Val di Susa e del Festival Alta Felicità, ma soprattutto prova ad allargare lo sguardo alle prospettive dell’ambientalismo e alla pluralità delle diverse culture lo animano. Quella che segue è una riflessione personale e non rappresenta la posizione ufficiale di Mountain Wilderness. Un’associazione che, del resto, raccoglie una biodiversità di sensibilità: dal movimento nonviolento e dall’eredità di Alex Langer fino a posizioni e percorsi differenti, che convivono nel confronto e nel dibattito interno. È proprio questa pluralità di idee, con la capacità di metterle in relazione, una delle ricchezze di Mountain Wilderness.

No Tav e Alta Felicità
(la domanda che l’ambientalismo non può più eludere)
di Nicola Pech
(pubblicato su mountainwilderness.it il 28 agosto 2026)

Quello che è accaduto il 25 luglio 2026 in Val di Susa, intorno al Festival Alta Felicità, dovrebbe spingerci a guardare oltre la cronaca degli scontri, delle pietre e dei lacrimogeni. La storia della Val di Susa è molto più complessa di quella raccontata da Tv, giornali e social network. Il movimento No Tav è una delle più importanti esperienze di resistenza civile della storia italiana recente: ha coinvolto amministratori locali, tecnici, avvocati, associazioni e migliaia di cittadini. Ha prodotto controinformazione, studi, ricorsi, mobilitazioni e presidi. Ha conosciuto forme diverse di conflitto, da quelle istituzionali a quelle più radicali, ma il suo tratto fondamentale resta quello di una comunità che da oltre trent’anni resiste a un’opera inutile, costosissima e devastante.

25 luglio 2026

Il movimento non è riuscito a fermare la Torino-Lione e i cantieri, sebbene molto a rilento e tra mille difficoltà tecniche ed economiche, proseguono: ma sarebbe miope considerare questa una sconfitta senza appello.
La lotta No Tav ha rallentato per decenni il progetto, ha imposto un confronto politico obbligando ad affrontare il dialogo con la popolazione e ha portato nel dibattito pubblico la questione dell’utilità delle grandi opere e del loro impatto sui territori. Questa è una vittoria che non può essere cancellata dal fatto che la Tav si stia costruendo.
Ed è proprio qui che si apre la questione che riguarda tutto l’ambientalismo.

Se guardiamo alle grandi opere degli ultimi anni, dobbiamo riconoscere una realtà difficile da contestare: le forme di protesta che restano rigorosamente dentro i confini di una legalità interpretata e gestita dal potere hanno spesso prodotto risultati insufficienti, quando non nulli.
Manifestare, organizzare convegni, raccogliere firme e ricorrere alle vie legali sono azioni necessarie, ma spesso del tutto inefficaci. Il potere concede volentieri questi spazi di dissenso perché sa che sono spesso del tutto inoffensivi, incapaci di scalfire decisioni già prese altrove. Pretendendo di dettare regole e modalità della protesta, l’autorità la neutralizza sul nascere, riducendola a rituale sterile. Si protesta contro un nuovo impianto di risalita o una strada, si denunciano i danni ambientali, ma l’esito è già scritto: una volta spenti i riflettori di questa messinscena regolamentata, si torna a casa. E nel silenzio generale, le istituzioni proseguono imperterrite: i cantieri aprono, i boschi cadono e il cemento avanza, ignorando ogni richiesta.

La pista da bob di Cortina è l’esempio recente più evidente di questo meccanismo: uno scempio ambientale realizzato per le Olimpiadi, con un costo per la collettività che ha superato i cento milioni di euro. Contro quest’opera si è tentato di tutto: ricorsi legali, esposti, mobilitazioni e continue richieste di un tavolo di confronto. Risultato? Zero.


Lo stesso discorso vale per una lunga stagione di infrastrutture progettate in nome di uno sviluppo che troppo spesso coincide con nuovo consumo di suolo, trasformazione irreversibile dei territori, sperpero di denaro pubblico, interessi privati.
Di fronte a tutto questo, dobbiamo avere il coraggio di riconoscere che esiste una forma di violenza molto più feroce, cinica e subdola di quella che vediamo nelle immagini degli scontri di piazza. È la violenza sistematica esercitata dallo Stato: da un lato, quella istituzionale che violenta la natura e le comunità imponendo opere devastanti contro ogni ragione ambientale e contro la volontà dei territori; dall’altro, quella repressiva che usa il braccio armato e la forza delle leggi speciali per silenziare, criminalizzare e schiacciare chiunque provi a opporsi.
La prima violenza, quella degli scontri di piazza, viene sistematicamente manipolata, ingigantita e riproposta in modo ossessivo per criminalizzare il dissenso. La seconda, una violenza brutale contro gli esseri umani e contro la natura, viene invece spacciata, venduta e imposta come sviluppo o superiore interesse nazionale.

Gli incidenti avvenuti al Festival Alta Felicità impongono oggi una riflessione sul futuro delle lotte ambientaliste, in una fase in cui il vento della repressione soffia sempre più forte. La questione non è se scegliere la violenza, ma capire come continuare a costruire conflitto sociale e opposizione politica mentre gli spazi democratici vengono progressivamente ridotti.
I Ddl Sicurezza, la criminalizzazione di forme storiche di protesta, l’uso della sorveglianza tecnologica e del riconoscimento facciale nelle piazze, insieme alla sostanziale impunità di troppi episodi di violenza delle forze dell’ordine, delineano un quadro preoccupante. È in questo contesto che la vicenda No Tav torna a interrogarci: non per legittimare ogni forma di azione, ma per ricordarci che la disobbedienza e la radicalità, quando inserite in una strategia politica e sociale, hanno spesso aperto spazi che la sola protesta istituzionale non era riuscita a conquistare.

Il movimento ambientalista deve quindi interrogarsi su come reinventare le proprie pratiche senza rinunciare alla capacità di mobilitazione e di conflitto. La sfida è tenere insieme la mobilitazione dal basso, il lavoro nelle istituzioni, la battaglia culturale e giuridica, la disobbedienza civile, l’azione diretta e la costruzione di comunità capaci di resistere nel tempo. È questa una delle lezioni più forti che la Val di Susa consegna ancora oggi a chi difende i territori.

* Va detto, per amore di verità, che quella dell’ambientalismo, nonostante le molte sconfitte, non è stata affatto una storia di soli fallimenti. Gli ecomostri abbattuti, i parchi nazionali istituiti, le aree sottratte alla cementificazione, alcune vallate salvate dalla speculazione turistica e sciistica sono il risultato concreto di battaglie che hanno avuto successo. Vittorie spesso parziali e faticosamente conquistate, ma significative: dimostrano che resistere, battersi e organizzarsi può ancora servire.

Festival Alta Felicità, NO TAV e Askatasuna
a cura della Redazione

Il movimento No TAV non è un’organizzazione unica con una tessera e una struttura gerarchica nazionale. È una galassia di comitati locali, presìdi, associazioni, centri sociali, gruppi politici e singoli militanti, con posizioni e modalità di azione differenti.
Alta Felicità è un festival organizzato da centinaia di volontari appartenenti al movimento No TAV: la decima edizione si è tenuta a Venaus, in Val di Susa, dal 24 al 26 luglio 2026, con il supporto del comune stesso. Il programma comprendeva campeggio, concerti, dibattiti e iniziative politiche e culturali contro la Torino-Lione. Il festival ha ospitato concerti di 99 Posse, Asian Dub Foundation e altri artisti, mentre il campeggio funzionava come una struttura organizzativa molto più ampia del solo spazio concerti. In questa sorta di grande appuntamento pubblico della galassia No TAV, si può ben capire come sul palco si esibiscano musicisti e artisti che sostengono la causa, mentre contemporaneamente nell’area del campeggio si svolgono discussioni e iniziative politiche.

Parallelamente al festival tradizionalmente si è sempre organizzata una grande mobilitazione verso i cantieri TAV. Di ciò si trova ampia traccia nel sito ufficiale del festival. Nel 2026 il corteo del 25 luglio è partito da Venaus e si è diretto verso i cantieri di San Didero e Chiomonte. La stessa Prefettura aveva predisposto misure di sicurezza specifiche proprio in previsione di possibili azioni presso i cantieri durante i giorni del festival.
Gli scontri non coincidono dunque con il festival, né si può dire che tutti i partecipanti al festival abbiano preso parte agli scontri. Nel 2026, secondo le ricostruzioni delle autorità e della stampa, alcuni gruppi più radicali si sono separati dal corteo e hanno tentato di raggiungere e attaccare i cantieri; ci sono stati lanci di oggetti, danneggiamenti e scontri con le forze dell’ordine.

Il punto controverso è quanto il festival sia semplicemente il grande momento pubblico della protesta No TAV e quanto costituisca anche un contesto logistico per le frange più radicali. Dopo gli scontri del 2026, per esempio, la polizia ha identificato oltre 800 persone all’uscita del festival e ha sostenuto che alcuni degli antagonisti coinvolti negli assalti potessero essere partiti dal campeggio del festival o esservi rientrati dopo gli scontri.
Questo non è però un fenomeno nuovo: anche in passato ci sono stati scontri al termine di cortei organizzati nell’ambito dell’Alta Felicità. Nel 2021, per esempio, ANSA riferì di scontri presso il cantiere dopo un corteo partito nell’ambito del festival.

Askatasuna è un centro sociale (nato nei primi anni 2000) autogestito e collettivo politico dell’area antagonista torinese, noto soprattutto per il suo coinvolgimento nelle mobilitazioni No TAV. I suo nome significa “libertà” in lingua basca. Organizza attività culturali, politiche e sociali, ma anche mobilitazioni di piazza e, per questi motivi, è diventato uno dei riferimenti della componente più radicale del movimento No TAV.

Le autorità e parte della stampa hanno evidenziato negli anni la presenza, nell’ambiente No TAV, di militanti dell’area antagonista e di centri sociali, tra cui Askatasuna. Nel 2024, per esempio, il Corriere della Sera riportava che secondo gli investigatori della Questura il presidio No TAV di Venaus, situato fuori dall’area ufficiale del festival, sarebbe stato utilizzato come appoggio logistico dagli organizzatori, fra cui attivisti No TAV e di Askatasuna. La stessa inchiesta distingueva il presidio dall’area comunale dove si svolgevano i concerti.

Dopo gli scontri del 25 luglio 2026, la Questura ha controllato proprio le strade di uscita da Venaus e i partecipanti al campeggio del festival: oltre 1.000 persone sono state sottoposte a controllo. La motivazione dichiarata era individuare i responsabili degli scontri avvenuti ai cantieri, nei quali la Questura riferisce di oltre 120 appartenenti alle forze dell’ordine feriti.

Il giorno successivo la Questura ha riferito di 436 persone identificate dopo la manifestazione, di materiale pirotecnico ed esplosivo sequestrato, oltre a maschere antigas, ordigni artigianali e bottiglie incendiarie.

E, nell’ambito delle misure preventive legate al festival, il Questore ha emesso nel 2026 nove D.A.C.Ur. (Divieto di Accesso alle Aree Urbane) e cinque fogli di via nei confronti di soggetti ritenuti gravitanti nell’area antagonista.

Altro elemento: il 23 luglio la Polizia aveva fermato tre cittadini francesi diretti verso la zona e trovato nel veicolo fumogeni, petardi, tronchesi, un flessibile, materiale per il travisamento, caschi, maschere e liquidi infiammabili.

Il ministro dell’Interno Piantedosi ha definito gli episodi non come semplice dissenso, ma come violenza organizzata, mentre gli investigatori hanno esplicitamente considerato possibile la presenza tra i partecipanti al campeggio di esponenti del cosiddetto Black Bloc coinvolti nelle violenze.

No Tav e Alta Felicità ultima modifica: 2026-09-09T05:43:00+02:00 da GognaBlog

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6 pensieri su “No Tav e Alta Felicità”

  1. Buongiorno, il commento della Redazione, aggiunge poco o niente.
    Bruciando tutto, fanno odiare  il Movimento
    NoTav, che comunque ci sarà sempre, con o senza i centri sociali.
     
     
     

  2. Io tra le righe leggo una specie di “chiamata alle armi di fronte al potere oppressivo” perchè i mezzi legali non funzionano. Se questa è un’opinione dell’autore ok ( si fa per dire) ma se questa è la linea dell’associazione per me è intollerabile. Inoltre sono state proprio le battaglie legali e pacifiche quelle che hanno portato risultati e smosso la coscienza di tante persone che magari erano disinteressate alle questioni ambientali. Sicuramente la mobilitazione pacifica ha portato tante persone a considerare la pista di Cortina una schifezza di cui chiedere conto ai politici. I casini ormai rituali della Val di Susa hanno ottenuto l’effetto contrario. Personalmente “all’interno della sua biodiversità” mi chiedo dove stia andando MW.

  3. Quando si parla di “Biodiversità delle sensibilità” si entra immediatamente nel campo minato della semantica farfallina sul quale si aprono mille possibilità di dire tutto e il contrario di tutto senza interferire con una possibile intellegenza minima di un dicorso condivisibile.
    Già, perchè se possono essere condivisibili le ragioni di una valle, le paure dei suoi abitanti per delle trasformazioni anche radicali delle condizioni di vita, insomma tutto ciò che giustamente si può definire la paura del nuovo, diventa difficile digerire la monopolizzazione di una condizione legittima da parte di istanze antagoniste, radicalizzate in una visione del mondo aprioristicamente conflittuale.
    Questo articolo, pur contrappuntato con una specie di bon ton istituzionale, non si trattiene dallincendiare, metaforicamente dico, qualche camionetta della polizia in nome di una retorica un poco bolsa, stereotipata in slogan che non possono avere inerlocutori.
    In fondo dispiace che gente adulta abbia ancora queste pulsioni adoleescenziali di spaccare tutto, cercando pretesti per sfogare rabbie che non appartengono piu a nessuna realtà sociale con problemi concreti, ma alle frustrazioni di un ceto medio fallito.

  4. Il sistema Italia ha fallito. Ha fallito in tutto, dalla sanità ai trasporti, dai migranti alla scuola ,dalla politica ambientale a quella sociale e come diceva mio babbo, è tutto un magna magna. Siamo italiani, punto. E ciaone ne`

  5. Non ho ben capito il senso del commento della Redazione all’articolo di Pech, che illustrava assai bene le anime del movimento e la necessità per il dissenso di forzare i confini imposti dalle istituzioni.
    La lunghezza del commento -quasi pari a quella dell’articolo- e le argomentazioni filogovernative fanno sospettare lo zampino del solito giornalista torinese, per cui c’è da sperare che almeno stavolta egli sia pago di questo trattamento di favore, e ci eviti i quindici su trenta suoi inutili e ripetitivi commenti, a cui purtroppo questo blog ci ha abituato.

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