L’incidente mortale del 27 marzo 2026 nell’isola greca di Kalymnos (paradiso dell’arrampicata sportiva).
Tragedia a Kalymnos – 1
di Kęstutis Skrupskelis
(pubblicato sulla pagina fb di Kalymnos Climbing il 28 marzo 2026)
Kalymnos (Grecia) è una delle mecche europee dell’arrampicata sportiva. Il tempo è soleggiato, non troppo caldo, e questa è la nostra seconda settimana di arrampicata. Stiamo scalando vicino alla “Parete Olimpica” nel settore “Jurassic Park”. Vie divertenti e roccia incontaminata, dato che l’avvicinamento è piuttosto lungo e non è certo un sentiero. Mentre scendo dalla via, vedo un arrampicatore ceco lì vicino, che scalava una via difficile, fare un lungo volo e, appeso alla corda, scomparire dietro la roccia che separa le nostre vie. La caduta è stata decisamente brutta, quindi grido dall’alto per chiedere se va tutto bene, ma non ricevendo una risposta chiara, afferro lo zaino con il kit di pronto soccorso e mi dirigo verso l’uomo caduto.

I suoi amici lo hanno già calato a terra, lo hanno sistemato in una posizione più comoda e stanno valutando la situazione. L’uomo è cosciente, ha circa 60 anni, è chiaramente sotto shock, con le gambe sanguinanti e graffiate. Visivamente, solo ferite superficiali e una distorsione alla caviglia. Si lamenta però di un fianco contuso e di dolore nella parte bassa della schiena; respira normalmente, reagisce agli stimoli, parla e si comporta in modo appropriato. Cerco di valutare la gravità della situazione e di chiedere aiuto… il segnale del cellulare prende a soli 20 metri più in alto della falesia e, sebbene i cechi coinvolti nell’incidente abbiano chiamato i loro amici per chiedere aiuto, consiglio vivamente di chiamare i soccorsi.
È qui che inizia la parte greca dell’operazione di soccorso… Gli operatori del numero di emergenza generale non parlano inglese. Dico sul serio, non lo parlano. Dopo che siamo stati trasferiti, forse, alla terza persona in linea, cercano in qualche modo di comunicare dicendo che non riescono a determinare la nostra posizione o da dove proviene la chiamata. Dobbiamo ripetere più volte che siamo a Kalymnos, non a Kos, specificare il settore, il punto di accesso e così via. Alla fine, anche dettare le coordinate della posizione si rivela un’impresa ardua per chi riceve la chiamata. Qualche altro “richiamo” da parte dei soccorritori per chiarire la situazione e un netto rifiuto di inviare un elicottero… anche se tutti capiscono che trasportare una persona attraverso quel terreno accidentato sarebbe molto difficile. Sono sicuro che non ce ne sia comunque bisogno…
“I soccorritori sono partiti e vi raggiungeranno a breve” – ricevo questo messaggio dall’operatrice del servizio che ha chiamato. Le dico che stiamo aspettando da un’ora e che ci stiamo affrettando a raccogliere le cose rimaste, poi torniamo dal ferito… la situazione sembra sotto controllo, ma i soccorritori non ci sono… dopo 2 ore, raggiungono la strada, vicino al nostro settore… Dicono che ci vorrà un’altra ora per salire… Si sono chiaramente persi e non sono abituati a muoversi su questo terreno… Gli amici cechi accorsi stanno confortando la vittima e indicando la strada ai soccorritori… 2 ore e mezza dalla chiamata di emergenza… Io ci avevo messo circa un’ora a piedi da casa mia, da Myrties, a venire su fino a qui con l’attrezzatura da arrampicata, senza fretta.
Non mi pronuncerò sulla preparazione fisica dei “soccorritori”, ma la squadra di quattro persone arrivata per prima sembrava più composta da operai edili appena scesi da un’impalcatura, con in mano un kit di pronto soccorso preso dalla macchina… Niente stecche, niente barelle, niente di niente… Cerchiamo di spiegare che il tempo stringe e che abbiamo bisogno di un elicottero, non di una barella, e di altre due ore di trasporto della vittima lungo sentieri impervi… Inutile dire che anche questi soccorritori comunicano solo in greco… Tuttavia, tra loro c’è un membro del servizio di soccorso locale che conosce un po’ di inglese e sembra conoscere il gruppo ceco da prima. La comunicazione a gesti e tramite quella conoscenza ci permette di convincerli della necessità di un elicottero. Passa un’altra ora e arriva un secondo gruppo di soccorritori/vigili del fuoco con una barella. Hanno attrezzature mediche più sofisticate, ma nessun medico nella squadra… per fortuna, almeno hanno un apparecchio per la misura della pressione sanguigna…
Ed ecco i primi segnali che mi preoccupano… la pressione sanguigna sistolica sta calando… non sono un medico, ma cerco di spiegare alla squadra che sospetto un’emorragia interna e che la situazione è davvero grave: dobbiamo fare in fretta… tuttavia, i soccorritori stanno rifacendo la fasciatura sulle abrasioni alla gamba, discutendo di qualcosa in greco…
Mezz’ora dopo, un elicottero è già in arrivo… purtroppo, non c’è una chiara leadership nella squadra di soccorso, anzi, tutti cercano di prendere l’iniziativa… l’elicottero che arriva non riesce a recuperare la vittima perché siamo troppo vicini alle rocce… non posso giudicare la competenza dei piloti, ma di certo non ci sarebbero problemi del genere sui Tatra o sulle Alpi. Ma così stanno le cose…
Adagiamo la vittima su una barella e, lavorando insieme, la trasportiamo in un punto più sicuro indicato dai soccorritori. Purtroppo, il pilota non ritiene sicuro neppure quell’atterraggio. Il tempo stringe e le condizioni dell’uomo stanno chiaramente peggiorando… Si decide di trascinare la vittima fino alla cima della falesia, in una zona rocciosa ma pianeggiante e sgombra. Una squadra di circa 6-7 persone, usando corde e qualsiasi altro mezzo a disposizione, trasporta il ferito lungo la via che stiamo effettivamente scalando. Ora la zona è aperta, con la parete rocciosa più vicina a più di 100 metri di distanza. Il vento si alza… L’elicottero di ritorno ci sorvola a distanza e non tenta nemmeno di atterrare: il vento è troppo forte, riferiscono i soccorritori…
Si sta facendo buio e inizia a piovere… Arriva il primo medico… La pressione sanguigna continua a scendere… La situazione si fa critica.
I soccorritori decidono di scendere verso la strada, anche se al buio, con la pioggia che inizia a cadere e le rocce scivolose, sembra una follia… Cerco di protestare, ma nessuno mi ascolta… Ora, con una squadra di circa 8-10 persone, stiamo portando giù l’uomo su una barella… un soccorritore cade per circa 3 metri da un risalto, si sloga chiaramente una caviglia e continua a scendere zoppicando…
È buio, scivoloso e incredibilmente pericoloso… quasi non si riesce a distinguere se stai sorreggendo la barella o ti stai aggrappando a lei per non cadere. Ci fermiamo a riposare ogni 10-12 minuti. Due persone sgombrano/illuminano il percorso, mentre le altre cercano di spostare la barella passo dopo passo… Tutto è “sull’orlo di un altro disastro”.
In qualche modo riusciamo ad arrivare circa a metà strada… la vittima perde conoscenza… il medico lo sveglia, inserisce il catetere al terzo o quarto tentativo; già speriamo in un farmaco, ma sfortunatamente è giù in macchina…
Caos totale… Pillole e aghi fuoriescono dalla borsa del paramedico; invece di un cuscino, quando la vittima inizia a vomitare, le viene data una borsa piena di siringhe aperte… Uno dei soccorritori si taglia le mani; sanguinano copiosamente… Cerchiamo di continuare a muoverci… Un altro passo, un’altra fermata… la vittima perde di nuovo conoscenza… il medico cerca l’adrenalina… non la trova… capendo cosa serve, gli consegno il mio kit di pronto soccorso, gli do la fiala…
Ancora qualche minuto… ed è finita. Il dottore lo dichiara morto… Qualcuno sta ancora tentando la rianimazione cardiopolmonare, ma il dottore ha già interrotto la manovra… non ci resta che toglierci i caschi e rimanere in silenzio per un momento…
Sono trascorse più di 5 ore dalla chiamata di emergenza e dalla trasmissione delle coordinate al centro di soccorso…
Ci sono volute altre due ore ai soccorritori per trasportare il corpo fino alla strada…
L’incidente si è verificato quando due spit di sosta si sono spezzati, mentre l’arrampicatore, che aveva agganciato una doppia corda all’ancoraggio, iniziava la discesa in moulinette. È riuscito a sganciare tre rinvii, poi l’ancoraggio ha ceduto facendo precipitare l’uomo…
In effetti, credo sia impossibile controllare ogni singolo punto di assicurazione e di sosta su tutte le vie dell’isola, anche se mi piacerebbe credere che i percorsi su un’isola così frequentata dai climber fossero monitorati per garantire il buono stato…
Ma non è questo il punto… più di cinque ore per salvare una vita sono troppe. In Europa. In Grecia. Su un’isola che ormai basa la sua economia quasi esclusivamente dalle persone che vengono qui per scalare, non ci sono squadre di soccorso in stato di allerta… non c’è un medico reperibile… i soccorritori hanno difficoltà a orientarsi sul terreno…
Non so se ho voglia di andare ad arrampicare in un paese dove le garanzie di assistenza sono paragonabili a quelle del Bangladesh… non è proprio consigliabile.
Abbiate cura di voi.

Rapporto della squadra di soccorso di Kalymnos
di Sofia Lagoudi (Kalymnos Rescue Team)
(pubblicato sulla pagina fb di Kalymnos Climbing il 30 marzo 2026)
Innanzitutto, come squadra di soccorso, vogliamo esprimere il nostro dolore e le nostre sincere condoglianze alla famiglia e ai cari di Peter, nonché alla comunità degli scalatori che è in lutto.
È però nostro dovere fare la cronaca dell’incidente descrivendo la situazione e lo sviluppo del nostro contributo.
Per ovvie ragioni, spieghiamo il processo di funzionamento del 112 in Grecia sottolineando che si tratta di un numero di emergenza europeo.
Il 112 è in grado di localizzare la posizione e allertare immediatamente la polizia locale. Che a sua volta avvisa i vigili del fuoco, responsabili delle operazioni al di fuori del tessuto urbano, che a sua volta valuta se è necessario ulteriore aiuto oppure no da parte della squadra di soccorso volontaria di Kalymnos.
La cronaca dell’incidente ha inizio nel momento in cui i familiari e i testimoni della caduta, probabilmente causata da un cedimento del materiale, dopo aver prestato le prime cure alla vittima per le lesioni esterne riportate nella caduta, chiamano subito i soccorsi col 112.
I vigili del fuoco informano via SMS la squadra di soccorso che si è verificato un incidente che ha coinvolto uno scalatore nel settore Jurassic Park, con una gamba fratturata a seguito di una caduta di una quindicina di metri!
Inizia la salita verso il campo di 6 persone, di cui 5 membri dei vigili del fuoco e una persona membro della squadra di soccorso volontaria.
I primi ad arrivare sono il membro della squadra di soccorso con uno dei vigili del fuoco, entrambi senza distintivi, che dichiarano però la loro qualifica.
Al loro arrivo, i soccorritore vengono informati dai familiari del ferito che lo scalatore, nella manovra di discesa dalla via e per il cedimento della sosta, sembra essere precipitato per una quindicina di metri, rimanendo appeso nel vuoto ma dopo un violento impatto sulla roccia. I suoi amici lo hanno calato giù a terra per i rimanenti 5-10 metri circa.
Il soccorritore valuta la gravità della situazione, descrivendo l’arrampicatore come pluriferito e sottolinea ai suoi parenti che la discesa del ferito deve iniziare solo se è immobilizzato in sicurezza su una barella che i vigili del fuoco avrebbero portato in pochi minuti.
I familiari, tuttavia, lo informano che sta arrivando un elicottero. La squadra dei 4 vigili del fuoco arriva sul posto con uno zaino A e una barella.
I vigili del fuoco confermano al soccorritore di aver stabilito un contatto e che l’elicottero è in arrivo, come hanno riferito i familiari. Il soccorritore sottolinea che in un caso simile verificatosi in passato, l’elicottero non era riuscito ad avvicinarsi a causa dell’inaccessibilità della zona e delle condizioni meteorologiche, oltre ad aver affermato che quel tipo di elicottero non è adatto a tali terreni!
Cronaca dell’elicottero:
L’elicottero effettua una prima ricognizione nel luogo in cui si trova il ferito, ma non tenta l’avvicinamento poiché il punto non è accessibile.
In consultazione con il capo dei vigili del fuoco, si decide di spostare il ferito in un punto più elevato indicato dal pilota (percorso difficile per la sicurezza dei soccorritori, del ferito e degli accompagnatori).
Secondo tentativo di avvicinamento dell’elicottero senza esito.
Il pilota informa nuovamente che la squadra dovrà spostare il ferito in un luogo più accessibile per lui, in modo che possa intervenire nuovamente.
Inizia il trasporto del ferito, il percorso è ancora più difficile e pericoloso per i soccorritori, il ferito e i suoi familiari.
Finalmente la squadra arriva sul posto indicato mentre, contemporaneamente, l’elicottero sta effettuando il terzo tentativo. Ma le condizioni meteorologiche non lo consentono (pioggia battente, vento forte).
In quel momento il medico soccorritore volontario arriva sul posto dopo essere riuscito a trovare un sostituto in servizio in ospedale, ma i parenti dell’uomo gravemente ferito lo informano di aver parlato al telefono con un altro medico e di non aver bisogno di altro da lui.
Il medico volontario valuta la situazione, conferma che il ferito presenta lesioni multiple e che le sue condizioni sono destinate a peggiorare.
L’elicottero si allontana e, dopo 10 minuti, comunica al comandante dei vigili del fuoco che NON effettuerà ulteriori interventi a causa delle condizioni meteorologiche (piove e c’è vento) e poiché tra pochi minuti calerà il buio. Sono trascorse tre ore dalla richiesta di soccorso all’ultimo tentativo e alla partenza definitiva dell’elicottero.
Il soccorritore della squadra, dopo gli sforzi infruttuosi dell’approccio aereo durato circa 2 ore e mezza, informa i familiari che l’elicottero è partito definitivamente e suggerisce la soluzione migliore per scendere.
Alcuni compagni dell’uomo ferito suggeriscono di passare la notte lì.
Il soccorritore spiega i pericoli dovuti alle condizioni della persona con lesioni multiple e alle condizioni meteorologiche. Dopo una breve riunione dei compagni, si decide e si concorda che la soluzione migliore è effettivamente quella di scendere.
Si è già fatto buio, il tempo è peggiorato, il che rende la discesa estremamente difficile e pericolosa per tutti i partecipanti.
Date le condizioni meteorologiche, la gravità delle condizioni della persona con lesioni multiple e l’impossibilità di ricorrere all’elisoccorso, vengono chiamati in aiuto ulteriori membri della squadra di soccorso.
Inizia la discesa:
Durante il tragitto, le condizioni del ferito peggiorano e il medico suggerisce l’inserimento di un catetere venoso. Inizialmente i familiari si sono opposti, ma poi vedendo il peggioramento delle condizioni del ferito, hanno acconsentito.
Dopo un po’ Peter smette di respirare, vengono effettuati alcuni tentativi di rianimazione, che vengono interrotti a causa della prognosi sfavorevole (a più di due ore di distanza dalle cure specialistiche ulteriori).
Gli altri membri della squadra giunti sul posto iniziano le procedure per mettere in sicurezza la barella in vista della discesa, dando ora priorità alla sicurezza dei soccorritori e delle altre persone presenti, a causa della pericolosità del terreno.
Nell’ultima parte del percorso, prestano assistenza anche i vigili del fuoco chiamati da Kos. Peter è consegnato all’ambulanza.
Questa è una testimonianza di ciò che abbiamo vissuto, comprendiamo la tristezza e la rabbia per le carenze del soccorso aereo nel nostro Paese, contro le quali lottiamo da anni.
Ciò che è davvero triste e deprimente per il Kalymnos Rescue Team nella solitaria lotta che sta conducendo, senza l’aiuto del meccanismo statale, è che contiamo più di 150 salvataggi, dal 2013, senza perdite umane, con una media di due ore tra avvicinamento e consegna all’ambulanza. E ci troviamo di fronte a un post, cui non spetta a noi rispondere, che appiattisce tutto in modo indifferenziato.
Da tre anni affianchiamo l’ente statale preposto al processo decisionale e ci impegniamo al massimo per fornire assistenza immediata a chiunque abbia bisogno del nostro aiuto sul campo, avendo ricevuto una formazione adeguata sia a livello tecnico che pre-ospedaliero.
(continua in https://gognablog.sherpa-gate.com/tragedia-a-kalymnos-2/)
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Alberto. Hai ragione. Da vecchio barbogio marxista io tendo a dare molta importanza agli aspetti economici sottostanti e a vedere gli aspetti “sovrastrutturali” o “ideologici”, per usare una vecchia terminologia, come una conseguenza ma non c’è dubbio che magari senza volerlo e in modo paradossale certe evoluzioni del “pensiero” arrampicatorio moderno hanno dato una spinta in questa direzione ludica, sportiva, turistica….rendendo autonomo e abnorme ciò che una volta era solo “preparazione”. Però ormai il dentifricio è uscito dal tubetto, non si torna indietro con i rimpianti e magari le azioni “luddiste”. Come dicevano gli antichi “Qui Rodi, qui salta” la situazione andrebbe gestita attraverso un’azione su vari piani da parte della “comunità”. Qualche esempio si vede in giro ma siamo ancora lontani da un approccio sistematico. Ciao ora chiudo.
Roberto, gli interessi economici ci sono, ma non sono la sola causa. Molta responsabilità di questa trasformazione è anche di noi arrampicatori, che stiamo trasformando, con interventi sempre più spinti, le falesie da luoghi selvaggi, come dovrebbero essere, in giardinetti preconfezioneti. Questo induce ad una falsa sicurezza oltre ad inquinare il rapporto diretto con la natura.
Eh si Alberto, il processo di trasformazione è andato molto avanti ed è uscito dai binari e dagli schemi classici, anche mentali. Se si guarda la storia tutto è iniziato più o meno duecento anni fa dalla montagna e poi si è’ allargato e segmentato diventando un’industria anche con forti appendici urbane. Può essere che il ciclo ritorni indietro e si torni alle origini ma per ora non si vedono segnali in questo senso. Troppi interessi economici anche in ballo e conseguenti pressioni espansive verso la logica del Climbing Park. Bisognerebbe prenderne realisticamente atto e mettere in campo una gestione “sistemica” di certi luoghi e situazioni che coinvolga i diversi “portatori di interessi” ma purtroppo una competenza gestionale di questo tipo non è il nostro forte. E quindi più che una gestione sistemica c’è il rischio di rotture sistemiche diffuse come dice l’articolo di Climbing.
Appunto!
Non è che, forse, stiamo esagerando in questa trasformazione…??
dato che sono uscite sia la città che la falesia, cito Tamanrasset, temibile 6c+ Vecchianese nella storica valle dei porci. muretto di partenza molto difficile con il primo resinato bello alto, poco igienico per le caviglie…
Ho appena girato a Gogna un articolo uscito su Climbing che ricostruisce in modo analitico e con freddezza anglosassone la vicenda. Nella parte finale esprime alcune considerazioni sullo stato delle vie a Kalymnos e sui rischi che corre questo popolare sito dopo questo precedente. Perché la questione è che questi luoghi, come anche alcuni da noi, non sono più “terreno di avventura” come lo erano negli anni 60/70 ma sono diventati del Climbing Park. Questo cambia radicalmente il gioco e crea sicuramente aspettative sbagliate, lo sappiamo bene, ma bisogna farci inevitabilmente i conti e probabilmente ci sono anche conseguenze sul piano legale ma non mi addentro in cose che non conosco. Peccato che MG non ci aiuti, ma lo capisco bene. E’ spesso difficile avere un confronto sereno e rispettoso, senza pregiudizi.
Alberto!!!! Sei un mito….
Sdrammatizzo un attimo…. Tanto non si tengono un cazzo con o senza cellulare ….
Mi fai morire ..peccato non son venuto……
@Roberto Pasini
Rifletti, se vuoi leggere il resto del messaggio.
Se il chiodatore è conosciuto, si va da lui in primis, oppure se non conosciuto, si va dal proprietario terriero. Non lo dire in giro però.
Se vi sono vizi sul materiale, il chiodatore si rifà sul produttore se conosciuto, e ha l’onere della prova. Per cui i tasselli in ferramenta da pochi soldi, dovrebbero farti riflettere. Non sono a conoscenza di casi di gente che si è rivalsa sui produttori materiale da armo, in particolare perchè, dopo aver avuto l’onere della prova, si deve essere certi di aver messo il materiale correttamente, in base alle istruzioni che praticamente nessuno legge, e che si abbia fatto delle visite ispettive (!).
Posso dirti, come chiodatore ho fatto togliere il mio nome dalle guide della zona, e pure le mie falesie. Ho varie volte preso per i capelli gli autori di guide che pubblicizzano (sempre e solo scopo di lucro) il lavoro altrui mettendolo sulle guide. Come chiodatore ho una PEC, e se uno mette su una guida “la falesia XYZ chiodata da EP perfettamente” gli scrivo che quando la ho chiodata ero incapace di intendere e di volere, facevo uso di alchool e farmaci, per cui l’autore della guida si deve assumere la responsabilità di cosa ha scritto lui. Non di cosa ho fatto io.
Credo di aver chiarito il concetto.
Ho una RC che comprende anche queste cose.
Sono stato anni e anni senza il telefonino , quindi andando in montagna senza. In molti, scandalizzati, mi dicevano, ma come vai in montagna senza il cellulare?!?!? Se ci andavo prima qundo non c’era, ci posso andare anche ora. L’importante è avere gambe e braccia buone a voglia di faticare.
Ieri ero alla falesia di Vecchiano. Molte vie hanno il nome scritto alla base e poi adesso hanno messo sulle piante delle targhette che indicano dovevsono i settori. Erano tutti contenti perchè così non ci si sbaglia, ed erano tutti con in mano il cellulare a cercare le vie. Intendiamoci, non c’è nulla di male.
Mai avere dei preconcetti.
“Che se vai in Algeria non puoi farti male”
Era andato tutto bene fino a qui…io mi sono fatto male proprio in Algeria, nel mezzo del Sahara.
Soccorso e recupero in autogestione, ovviamente, ma a Tamanrasset mi hanno curato benissimo e assolutamente gratis! 😉
Caro Pasini il tema è complesso, interessante e non a risposta univoca. Me ne sono interessato a lungo, sia per il Muzzerone che è falesia di casa sia in generale. Ma ho finito ieri di farmi sangue cattivo per la pessima idea di intervenire sulla vicenda grossglockner e come tu mi insegni, dopo una certa età il tempo e la serenità sono componenti troppo preziose… quindi non mi spingero in riflessioni sul punto della responsabilità in caso di incidente in falesia spittata. Non è alterigia ma semplice spirito di sopravvivenza 😉
qualcuno ha tirato fuori un concetto a me caro: il “terreno d’avventura”. Che potrebbe diventare (e secondo me dovrebbe diventare) il padre di tutti i beni.
Se venisse istituito questo principio giuridico come in Francia, la smetteremmo con tanti problemi, perché dove non diversamente indicato, il terreno è d’avventura, che si potrebbe riassumere in “legalese”: c@##i tuoi, qui non vigono le regole del centro commerciale, e ognuno è responsabile delle decisioni che prende. Andando a svincolare chiodatori, proprietari, gestori del territorio.
E facendo ricadere le colpe, come dovrebbe essere, sulle decisioni sbagliate di chi si arrischia su gradi troppo alti, vie protette male, chiodi di dubbia tenuta.
Avendo tirato (male) le tacche e le fessure per diverse decadi, quasi rimpiango i “bei tempi andati”, in cui quando ci si faceva male si tornava a casa in silenzio, qualcuno passava a miglior vita senza cercare colpevoli, e il soccorso non era neanche un concetto (non c’erano i telefonini), quindi nei casi più gravi si scendeva in paese col tempo che ci voleva e si chiedeva aiuto e si sperava in un soccorso, ma senza pretese o pronti a lanciare accuse.
Perché era ovvio che la cazzata l’avevamo fatta noi!
Nessun medico ti obbliga a fare la Hasse Brandler!!!
E da qui si impara a studiare la storia delle vie e delle falesie, documentarsi, su chi ha fatto cosa, scoprire quelle 4 regolette sui chiodi, i tasselli e i resinati, i materiali (che poi sono 3, cacchio!) imparare tecniche di autosoccorso (quanti sanno fare un paranco? Quanti danno salire una fissa con un prusik?).
Imparare che le proprie azioni possono avere conseguenze e che padre pio non è sempre li a vegliare su di noi. Che la sicurezza non esiste.
Che se vai in Algeria non puoi farti male, che in Grecia il soccorso ci può mettere ore, che in America se non hai la carta di credito farcita come un big Mac non ti operano, anche se hai l’assicurazione (perché 9 ospedali su 10 non te la riconoscono, quindi Pay first e poi chiedi il rimborso. Una frattura con visita, lastra, gesso e sorriso dell’ortopedico sono 15-20k, sapevatelo)
Quindi prima di partire con una caccia alle streghe e commenti fuori luogo da leoni di tastiera (non parlo di questa discussione, mi riferisco a cosa succede “la fuori”), cominciamo a far pace con la ragione e a ricordarci che non ci deve essere sempre per forza un colpevole.
Lasciamo in sospeso il dilemma etico del chiodatore/manutentore che come tutti i dilemmi etici e’ complicato e fortemente soggettivo e tra il brutale “cazzi loro” e il messianico “io mi farò carico della tua salvezza comunque anche se sei coglione” prevede varie sfumature di grigio. Vorrei fare una domanda ai nostri “uomini di Legge” quelli veri come MG della cui competenza mi fido. Se io attrezzo qualcosa, una via, una catena, dei gradini, una scala, una ferrata….su un terreno demaniale o privato, la pubblicizzo, ci metto la mia firma, individuale o collettiva, magari ci metto un cartello e una segnaletica, se succede qualcosa dovuto a una rottura per varie cause di ciò che ho posato, posso essere chiamato in causa da una eventuale vittima o dai suoi parenti? C’è differenza se sono stato autorizzato o no dal proprietario del terreno? Grazie per la risposta, anche se è un po’ scorretto chiedere un parere professionale senza pagarlo, ma conto sulla solidarietà montagnarda e sulle comuni frequentazioni.
Ma la mamma un cercello glielo ha fatto. Quindi che lo usino.
Oppure gli vanno rimboccate le coperte?
Govi. Ti confesso che come ho raccontato quando domenica ho visto tutta quella gente che si calava dal roccione mi sono detto: ma questo è un campo giochi, non una falesia, chi l’ha aperta si è assunto un bel rischio magari non legale ma etico. Queste allegre compagnie danno per scontato che sia come una palestra indoor ma non è così, anche se la probabilità è bassa. Il cartello francese non è risolutivo ma è comunque qualcosa.
No per carità nessun sogno salvifico, ci mancherebbe. Solo non fare troppi danni agli altri, come nel famoso giuramento di Esculapio. Ma forse con l’età si ama così tanto la vita, non solo la tua, ma la vita in generale, che ti poni tante domande che prima non ti ponevi, come il replicante di Blade Runner nella scena della colomba. Senescenza.
No per carità nessun sogno salvifico, ci mancherebbe. Solo non fare troppi danni agli altri, come nel famoso giuramento di Esculapio. Ma forse con l’età si ama così tanto la vita, non solo la tua, ma la vita in generale, che ti poni tante domande che prima non ti ponevi, come il replicante di Blade Runner nella scena della colomba. Senescenza.
Pasini, in realta’ ci sono due punti di vista, uno puramente “di etica” che rimane personale, e uno piu’ legalistico. Mi pare che sia il secondo che conta, anche perche’ il primo rimane assolutamente opinabile. Io ad esempio non credo per nulla che l’idea originaria dell’apertura di una via con protezioni fisse in falesia implicasse di garantirne la manutenzione. Si e’ scalato per anni su spit da 8mm, a San Nicolo’ gli apritori toglievano spit qui e’ la’ per fare trovare ‘lungo’ agli aspiranti ripetitori… Altro che manutenzione. Non dico che fosse meglio, ma almeno era molto chiaro che stava allo scalatore fare le dovute valutazioni.
Ma ora per la quantita’ di vie e di utenza la situazione e’ cambiata. Sulla carte si potrebbe andare verso due tipi di falesie: mantenuta e non mantenuta. Ma chi si prendera’ la responsabilita’ della prima categoria? E’ piu’ probabile che si resti a lungo nella zona grigia, in cui la manutenzione non e’ dichiarata, ma “si sa che c’e'”. Nelle altre, e’ giusto che lo scalatore prenda i suoi rischi. Per questo affermazioni come “Chiodano i loro giochini, ci si divertono e appena si stufano lasciano tutto in malora” non hanno molto senso… ma che si pretende?
In Francia in molte falesie all’arrivo c’e’ un bel cartello “Terrain d’aventure, site d’escalade sans entretien” anche se le vie sono a protezioni fisse…
Chiunque si attacca su roba che non conosce, messa da sconosciuti in epoca ignota, si deve assumere il rischio. Cambia qualcosa per chi la mette? No, ma non li potrai mai salvare tutti.
Pellizzari. Non ho risposte solo domande. Io non ho attrezzato vie ma solo fatto un po’ di manutenzione, mi sono sentito bene in quel momento ma poi mi sono posto un po’ di domande: e adesso? Non è che così si abbassa la guardia e ci vanno tutti, anche gli sprovveduti? Ma forse sono io che ha un super-io troppo sviluppato. Qualche amico talebano mi ha detto: hai fatto una belinata, bisognava tirar via tutto così ci va solo chi è preparato. Bei dilemmi, invidio chi ha risposte certe e solide.
Se non volete rischiare niente state a casa sul divano, magari cede il chiodo e vi arriva in testa il quadro, voi CAGADUBBI siete pronti a fare causa all’imbianchino!!!
Pasini:
Che non dovrebbero dormire sonni tranquilli sono i lavoratori della Oto Melara, della Leonardo, della Beretta, della Fiocchi e di tutte le altre fabbriche di armi che causano molti più morti dei chiodatori delle falesie.
Condivido.
Come ho gia detto in molti pretendono, brontolano, giudicano, criticano. Ma in pochi lavorano sacrificando il proprio tempo. Forse c’è qualcuno che ha il dovere di lavorare, mentre altri si divertono e basta sfruttando l’impegno e il sacrificio di altri??!?
Troppo facile!
Marco ilfetido, si forse ho esagerato, meglio definirli soldini…
@Roberto Pasini
La tua domanda è lecita. Il sottoscritto aveva suggerito a Aris Theodoropoulos di rimuovere tutti i nomi dei chiodatori dalla guida per evitare responsabilità civile in caso di incidente. Così, hai già una mia risposta su chi penso sia responsabile: chi scala e chi la mette sulle guide. Non ho più le guide di Aris e non so se lo abbia fatto, certamente ha preso soldi dalla vendita di guide con dentro tiri di altri. Non credo il chiodatore sia responsabile, ne in casi di colpa, o colpa grave, dolo escluso. Se lo renderanno responsabile, come stanno indagando già ora a Kalymnos, vedrai una proliferazione di PEC a tutti i comuni dove noi chiodatori abbiamo messo uno spit, come ha già fatto in maniera disarticolata Michel Piola. Il passaggio della PEC, che se ne parla gìà da almeno un lustro, porterà all’assunzione della responsabilità al proprietario del terreno. Ogni comune o proprietario sano di mente, ma anche abbastanza tonto, chiuderà la scalata sul suo terreno.
Diverso è l’atteggiamento morale di responsabilità. Non ho aperto vie a Kalymnos, ma ho venduto 1000 spit, e ammetto ho dormito male fino a che non ho saputo il materiale era di altri. Ammetto mi dispiacerebbe se qualcuno si fa male su dei miei tiri, ma ho 57 anni e dovrei andare a rimettere a posto la roba per ragazzi di 20 che scalano e dove gente va a scrocco da lustri sul mio lavoro e soldi? Fammi capire, veramente pensi questo?
Sebastiano quali soldoni? La Lunigiana non è kalimnos ….purtroppo o per fortuna….. ovviamente si Chioda e si scala per il proprio ego non certo per salvare i bambini che muoiono o di fame in Africa….
rispondendo a Pasini. Molti chiodatori fanno vie per il loro ego, poi alcuni di loro lo spacciano per il lavoro della comunità. Chiodano i loro giochini, ci si divertono e appena si stufano lasciano tutto in malora. Qua dove vivo io (Lunigiana) ci sono centinaia di tiri abbandonati da vent’anni. Adesso con il crescere di questo “sport” molti settori stanno rivivendo grazie alla manodopera di pochi, ovviamente perchè dietro ci sono dei soldoni…
la filosofia di tantissimi è questa: cazzi vostri.
Eviterò di essere prolisso. la mancanza di manutenzi0ne nelle falesie e la mancanza di una figura professionale, con una conoscenza aggiornata sullo stato dell’arte della chiodatura (in verità esistono ma sono pochissime) rende, anzi MANTIENE l’arrampicata “sportiva” outdoor una attività pericolosa. Se in più ci si mette la negligenza di molti frequentatori e la casualità (chiamasi fattore C, sfiga, fortuna ecc…) l’arrampicata outdoor si porterà sempre con sè dei decessi, pochissimi ma sfortunatamente sempre esistenti (nulla da fare). parlando di soccorsi: trent’anni di arrampicate su quell’isola e oggi c’è un morto “a causa” del soccorso. Legge dei grandi numeri oppure trent’anni di incredibile fortuna per tutti?
Quando ero piccolo e uscivo a giocare, mia mamma mi diceva: “evita di farti male!” ma io cosa ci potevo fare?
Domenica sono passato sotto una piccola falesia con diversi monotiri nell’entroterra di Genova che brulicava di gente di ogni tipo ed età, tanti ragazzi e ragazzini, che arrampicava. Avevo appena letto di Kalymnos e si verificata nella mia mente una libera associazione, forse impropria e mi sono chiesto: ma chi ha chiodato questa roba può disinteressarsi del suo destino ? Cosa eventualmente dirà davanti allo specchio se cedesse un ancoraggio da cui con baldanza e festose urla si cala questo popolo allegro e vociante? Poi mi sono sgridato da solo, ma dai non succederà mai, non fare il corvo ma dai meandri della mente la domanda è tornata fuori quando ho aperto il blog e mi sono detto: adesso la pongo alla illustre compagnia. Vediamo se sono io un po’ troppo meditabondo o altri hanno certezze più solide.
Vorrei proporre una domanda alla quale io non ho una risposta ma solo molti dubbi. E’ una domanda che non ha valenza legale ma solo etica e personale. Se in luogo di arrampicata frequentato e famoso qualcuno attrezza una via, la firma, gli da’ un nome e la pubblicizza, può disinteressarsi del suo destino e se succede qualcosa dovuto ad un problema relativo all’attrezzatura della via dire :”il problema non mi riguarda, era lui che doveva stare più accorto e non fidarsi. Io ho aperta e attrezzata la via, l’ho fatta conoscere ma non era mio compito occuparmi del suo destino del tempo”. Non c’è nessun obbligo scritto effettivamente ma si può poi dormire sereni se magari muore un ragazzo/a, un padre o una madre? Io non ho risposta a questo quesito e mi piacerebbe sapere cosa ne pensano magari quelli che si sono assunti queste responsabilità, non in montagna, dove forse la questione è diversa, ma in luoghi popolari di arrampicata come quello di cui qui si parla.
Al Muzzerone sulla parete Striata, dove sono stato a scalare di recente, soprattutto nel settore destro, ci sono itinerari dove è piuttosto evidente che ci sono ancoraggi in un brutto stato. Non so che garanzie possono dare, io non mi ci affiderei. Quindi ci sarebbe da rifare un grande lavoro d richiodatura, più facile a dirsi che ha farsi. Ci vogliono: soldi, tempo e voglia di lavorare e faticare. In quanti di nii arrampicatori siamo disposti a farlo? In molti si brontola, ma in pochi si lavora. Come se ci dovessere essere qualcuno che lo dovrebbe fare per la comunità arrampicatrice . Forse tutti dovremmo riflettere, brontolare meno e impegnarci di più dando ognuno di noi il nostro contributo.
Si si Luciano sono d’accordissimo, dicevo quando è evidente che la sosta è marcia….
Io sinceramente evito abbastanza i posti chiodati sul mare, soprattutto dopo l’incidente del muzzerone che diceva Alberto. Anche se in verità in costiera a Trieste , Napo, vari settori…dove ho scalato una vita Tutta questa problematica non si è mai verificata…..
A ceuse mai sentito che si è rotto uno spit o una sosta….almeno che sappia io…
Quello che dice Enri è vero, in molti danno per scontato che in falesia tutto è sicuro e nulla puo accadere.
@Luciano Regattin
Senza volere insegnare nulla, ti dico cosa mi hanno domandato in tanti in questi anni. Cosa avrebbe dovuto far allarmare? Era in una falesia poco frequentata (=poca gente che prova gli spit prima di te), la via dall’unica foto che ho sul report non aveva magnesio visibile (=poca gente che ci va), piastrine Petzl con data scritta lato poco visibile, ma ben chiara (=0202, febbraio 2002), roccia gialla (=non si lava), sosta casereccia pur con materiali buoni (= non è strano per quel posto?), dadi con scritte vaghe. Il moschettone è lucido per cui si è attaccato al moschettone. Gli spit sembravano buoni? Si, sembravano buoni e questo è un indice, su roccia gialla, di problemi. Il malcapitato aveva casa a Kaly e ci passava dai “6/9 mesi all’anno”. Sarebbe capitato a me? Non te lo so dire, ma non avrei fatto un 7b+ di riscaldamento cosa che non so se era il primo tiro, per cui almeno avrei fatto prima altri due tiri prima, e avrei valutato la cosa. Me la sono mai battuta a gambe levate anche in un posto in culo alla balena a Kaly, perchè gli spit mi parevano tristi? Si, a St Pothis e lo ho scritto sul forum di Planet Mountain. Tutte le pratiche che io faccio per testare le soste sarebbero stati inutili? Non lo so, ma probabilmente si. Nel 2026, ma già dal 2021 da quando ho smesso di andarci, avrei prestato estrema attenzione a tutto ciò che non è nuovo. Concludo: tutti a Kalymnos sanno che hanno trovato anelli di sosta rotti per terra, caduti per gravità. Non posso credere questo caso (anelli), non abbia portato a maggiore cautela e che non abbia fatto alzare le antenne oltre il livello normale a chi arrampica a proprio pericolo ed accetta il rischio connesso. Ha avuto una sfiga colossale? Certamente sì.
Quando ho detto che lascio materiale se la sosta non mi convince non ho detto di essere in grodo di valutare tutte le soste e non ho detto che a me non potrebbe capitare mai. Però è innegabile che in giro vedi gente che si cala su un solo punto di calata, per esempio, e la cosa la si vede spessissimo o che non fa caso se catena e ancoraggi magari sono marci e non aggiunge nulla appunto perchè a quello prima è andata bene. Se si può bisogna stare attenti, valutare e se il caso aggiungere qualcosa anche se nella stessa giornata si sono calate altre 10 persone. Per quanto allo stato delle soste e dei fix corrosi dal mare, se la corrosione non è evidente alla vista, nessuno lo può sapere.
Ad un mio amico al Muzzerone alla falesia della Polveriera si è spezzato un fix e non c’è voltato sopra, ma solo con una trazione. Quindi il problema c’è ed è spesso molto subdolo.
Marco e Enri al 13 e 16.
Come fate a valutare se una sosta non è sicura? Riporto quanto detto da Oviglia, che a esperienza di chiodatura in ambiente marino probabilmente è tra i più esperti in assoluto: “la corrosione interna dell’acciaio inossidabile non è visibile a occhio nudo e può interessare random anche solo alcuni spit di uno stesso tiro. Vale a dire che non tutti i punti possono essere intaccati allo stesso modo.”
Se poi mezz’ora prima sì era calato qualcuno altro dalla stessa sosta e tu lo hai visto, come ti comporti? Poi che si debba avere sempre le antenne ritte sono d’accordo, ma dai non facciamo sempre quelli che loro si sarebbero salvati perché sono previdenti, è stata una sfiga pazzesca che poteva capitare a chiunque altro, magari all’ultimo prima del malcapitato non è accaduto nulla solo per una questione di peso inferiore che gli ha salvato la pelle.
@13
perfettamente d’accordo, quando vedi che la sosta non è il massimo mollo un paio di moschettoni sotto, la vita non vale 20 euro fossero anche 30. Certo se poi si staccano 4 punti…
Fare un autobloccante con anello di cordino, creando un anello chiuso, non è un perditempo è una manovra banale che ti puo salvare la pelle. Certo presuppone che on falesia tu abbia un cordino.
In Italia il socc. Alp. è efficientissimo, non come in Bangladesh. In compenso è a livelli del Bangladesh la sanità pubblica e i P.S. Sarebbe il caso di porsi qualche domanda.
Marco il fetido:
Ci sto facendo un pensierino per il prossimo inverno, Finale è strapieno anche in Febbraio. Tanto una morte in parete a Kalymnos è il meglio che mi può capitare a 65 anni, molto meglio che RSA con il pannolone!
Consiglio da ignorante che ha sempre portato la pelle a casa: sosta di mera? Smonti due rinvii( quelli che volevi cambiare ) e li lasci sugli ultimi due spot sotto la sosta …..difficilmente si romperanno tutti (sosta e ultimi 2 ancoraggi) la vita vale molto di più di due moschettoni e non perditempo a fare fiocchi e fiocchetti coi cordini.
Non do per scontato che mi vengano a prendere però va tenuto in considerazione il tipo di soccorso che un posto può offrire. Va ponderato bene anche questo aspetto.
Voglio dire se uno fa un incidente in motorino a kalymnos e ci lascia le penne perché l’elicottero potrebbe arrivare dopo x ore …..insomma qui non c’entra più niente la sosta marcia…
La dinamica dell’incidente è stata questa. E’ arrivato in sosta e ha passato la corda, non è chiaro se fatto manovra o passato nel moschettone, si è calato, ha tolto due o tre rinvii (i testimoni non lo hanno capito) e a quel punto è partita la sosta. Aveva un rinvio all’imbrago con piastrina, per cui ha rotto almeno un punto sotto la sosta, o è quello che ha strappato smoschettonandolo, avviando un pendolo che ha sollecitato la sosta.. Con lasco lunghissimo, ha prima battuto sulla cengia, e poi, o lo hanno calato, o è arrivato per terra. Si trova il report di Axel Legrand con foto su siti cecoslovacchi. Il sistema citato, implica che tu scali in discesa, ma abbiamo visto che si sono rotti anche i punti sotto, per cui non è efficace.
Nico si è una buona manovra da adottare in caso di calata da ancoraggio/ sosta dubbio. In poche parole con un anello di cordino si costruisce un autobloccante sulla corda che viene dal basso e che passa nei rinvii, una volta fatto l’autobloccante colleghi il cordino all’ imbrago. In questo modo si crea un anello chiuso, escludendo la parte della corda che va all’ancoraggio, e in caso di cedimento della sosta, fai un volo sull’ultimo rinvio come se tu fossi da primo durante la scalata. Certo che se ti cedono anche gli ancoraggi sono cazzi.
Scusate signori, i VVF di Pothia (Kaly) sono come i VVF credo di ogni città italiana: dopo 1 ora e in salita con uniforme, stivali, zaino, arriveranno fisicamente provati. Gli altri sono volontari, non fanno turni, per cui li chiamano al lavoro: “Ciao Bepi, c’è da andare a tirare giù uno, hai tempo?” E Bepi gli risponde con la cazzuola in mano: “speta che finisco di tirare la malta”.
Discorso diverso per chi dovrebbe organizzare questa attività in base alle risorse disponibili. Segnalo che io, all’ospedale di Leonidio, ho dovuto andare a comprare un forbice per togliere il gesso a mio figlio messo in Italia. I primi raggi X erano a due ore di macchina. Sarà sicuramente migliorato, spero.
@Nico: suggerisco di non trovarsi mai in un mare il cui liquido è ignoto, senza aver provato a nuotare prima. Di norma guardare le previsione del tempo (primo tassello della vita, segni esterni di corrosione li attorno, data del tiro o circa data di produzione del materiale) sono meglio che fare quel tipo di ritirata suggerito da Lez Doria. Nota: le piastrine avevano la data incisa.
Vista la presenza di persone esperte in questo blog, mi rivolgo a voi: ho letto in commenti su altri siti che, smontando la via con un prusik sull’altro capo della corda, si potrebbe almeno ridurre il lasco fino all’ultimo rinvio ancora montato, in caso di cedimento della catena.
Secondo voi è una soluzione sensata? Può avere senso adottarla per pulire monotiri strapiombanti, su chiodature datate come tasselli/resinati in acciaio 304 (quello che Oviglia classificherebbe come rischio 4)?
@enri, concordo con te tranne che per una cosa, il tuo incipit.
Nessuno ha detto ai soccorritori di fare i soccorritori. lo hanno scelto loro, e nella caso specifico, a parte uno, erano tutti professionisti pagati, quindi per favore piantiamola con questa fregnaccia del “mettere a rischio la vita del soccorritore”.
Quindi, premesso che non mi aspetto di essere soccorso in Grecia, se però c’è un corpo di persone preposte e pagate, beh, allora è nel mio diritto commentarle e nel caso criticarle. Lo fanno per lavoro. E anche se lo facessero per passione, tanto quanto.
Perché se mi dedico a una causa di volontariato, lo faccio come se fossi in guerra, al massimo e con preparazione.
Non a caso, pensando “perché devo rischiare la vita per loro?”. Se decido di farlo, lo faccio bene!
Ricordo che il pompiere inadeguato e il medico pasticcione sono responsabili del soccorso anche degli abitanti di Kalymnos, non solo degli scalatori.
Far notare che sono probabilmente degli impiegati statali com mentalità assidstenzialistico-laqualunquistica fa bene anche a chi vive li (forse)
“mi piacerebbe credere che i percorsi su un’isola così frequentata dai climber fossero monitorati per garantire il buono stato…
Su un’isola che ormai basa la sua economia…non ci sono squadre di soccorso in stato di allerta… non c’è un medico reperibile… i soccorritori hanno difficoltà a orientarsi sul terreno…
Non so se ho voglia di andare ad arrampicare in un paese dove le garanzie di assistenza sono paragonabili a quelle del Bangladesh”
Non riesco a spiegare quanto trovi repellenti queste frasi, la mentalità che sottende e la modalità che questa genera nell’approcciarsi all’arrampicata.
Ciò che è stato scritto nella prima parte di questo articolo da colui che ha assistito all’incidente e poi partecipato al soccorso non mi trova d’accordo, non tanto sul caso specifico, che non posso valutare, ma piu in generale.
Come si è detto sotto, prima di criticare i soccorsi ci penserei bene. Anche in uno stato evidentemente non cosi specializzato su queste manovre, trattasi comunque di gente che mette a rischio la propria incolumità, se non la vita a volte, per non parlare di chi guida un elicottero. E il fatto di dire che non hai piu voglia di arrampicare in un paese a livello di soccorso del Bangla Desh (che livello ha?) mi verrebbe da controbattere dicendo: Ok vai pure a scalare altrove. In ultimo, la cosa meno comprensibile, è quando dice che periodicamente qualcuno avrebbe dovuto controllare la qualità degli ancoraggi visto il luogo molto frequentato. Qualcuno chi? A me viene da dire che, come sempre, quando succede qualcosa, si trovano subito buoni motivi per dare la colpa agli altri. A me non verrebbe da dare la colpa a qualcun altro se al Muzzerone si staccasse qualche fittone. La scalata anche in falesia non è mai sicura, mai e quindi tutte le esperienze che si sono fatte in anni di pratica devono sempre farci stare all’erta. Si sa che nelle falesie di mare la corrosione degli ancoraggi può fare danni gravi. Se no cosa facciamo? Visto che la diretta Americana ai Dru è molto frequentata ci aspettiamo quindi che chiodi e soste siano periodicamente sostituiti o rinnovati? la scalata anche in falesia è sempre pericoloso solo per il fatto che esiste la forza di gravità. Questo mi sembra quindi un episodio in cui una concomitanza di fattori negativi ha causato la morte di questa persona ma non mi sembrerebbe il caso di dare a croce addosso al soccorso. Certo se avessero fatto piu in fretta, se fossero stati piu preparati, meglio attrezzati…. I soccorsi preparati, con super piloti, costano e uno stato decide se i soldi che ha vanno prima agli ospedali o a chi deve recuperare i climber nelle falesie.
Quello che è successo è tragico, drammatico e chi era li non lo supererà facilmente, perché penso che nessuno, a meno di non aver vissuto una tragedia simile, possa neanche capire il disastro emotivo dei testimoni.
Ma questo non cambia i fatti, cioè che in tutto il mondo “civilizzato” (vi prego di non fare battute, me la stavo facendo io da solo) ci sono zone e zone.
Ci sono problemi, e questioni da capire e dati oggettivi. Che vanno oltre l’inox 304 contro il 316 o il titanio.
Le aree sottopopolate saranno sempre zone di “serie b”, che sia Italia, Francia o Grecia. Pensiamo alla geografia della Grecia, a dove è Kalymnos, quanti abitanti fa e fate finta di essere gli amministratori di uno stato che se la passa tra il male e il molto male. Lo mettereste un elicottero con la stazione etc. etc di cui parlava Emanuele? Avete i soldi per farlo, sapendo che servirà più a scalatori stranieri che a lavoratori greci, che invece non vedranno neanche la pensione a causa dei casini dei loro governi passati?
Che sia privata o pubblica poco cambia, anzi, un privato non lo farebbe mai sapendo che gli scalatori pur di risparmiare mezzo euro rubano i tovaglioli al bar!
E che se gli metti l’assicurazione da 100 euro obbligatoria per pagare il soccorso…. vanno in Turchia.
Avendo pochi soldi (il governo) come gestisce il Dodecanneso, che conta 200.000 abitanti sparsi in 26 isolette che insistono su un territorio ampio come mezz’Italia?
La risposta è: come può! Che non è né una giustificazione né un’accusa. È un fatto. E il fatto di avere i soldi e l’assicurazione non garantisce un soccorso efficiente in pochi minuti come può essere nelle alpi, che insistono su tre tra le regioni più ricche e popolate del mondo.
Per cui giusto discutere, informare, ragionare, cercare soluzioni, analizzare i problemi e le dinamiche. Ma è anche doveroso partire sapendo che il Dodecanneso non è il Mali, ma non è neanche la Svizzera. Con ciò che comporta.
Da ex soccorritore gli interventi prima di criticarli bisogna viverli.
Con la mia esperienza, posso dire che in Svizzera gli equipaggi della Rega sono forniti di pilota, medico e infermiere tutti professionisti. Certo il servizio costa, pero’ iscrivendosi al costo di 50 franchi all’anno sei coperto dalle spese. Purtroppo in altre nazioni non è la stessa cosa e se ti succede un infortunio o malattia sei esposto alle conseguenze. Denigrare i colleghi dicendo che le assistenze sono paragonabili al Bangladesh non é corretto. Rischiare di atterrare in condizioni avverse e pericolose, rischia di creare piu’ vittime…. Purtroppo è cosi…..
Mi permetto di segnalare che un elicottero, che già aveva provato in altri casi un soccorso in quel posto senza riuscirci, con una ora di avvicinamento, ha circa questo costo per essere implementato: “Siamo su base annua a ca. 1,2/1,3 milioni di euro con bimotore e calcolando 500 ore volo annue. Al netto di vitti, alloggi, rimborsi extra, hangar e logistica. Al netto anche di eventuali assicurazioni come potenziali entrate.” .
Abbiate cura di voi.
Non c’è altro da dire in purtroppo