C’era un tempo in cui la montagna era isolamento, disagio e silenzio. I sentieri erano percorsi con lentezza, il respiro misurava il passo e la quota, la cima era traguardo interiore più che immagine condivisa. La montagna, in sé, non è cambiata: sono cambiate le nostre aspettative, i nostri ritmi, il nostro sguardo. La sua bellezza rimane, ma il modo in cui la interpretiamo dice molto di noi. C’è chi la vive come sfida fisica, chi come rifugio spirituale, chi come palcoscenico per la propria immagine. E in questo incontro tra natura e narrazione, qualcosa si guadagna come accessibilità, consapevolezza ambientale, comunità, ma qualcosa si perde: il silenzio, la lentezza, l’intimità del cammino.
La montagna venduta?
di Riccardo Dall’Ara
(pubblicato su Adamello n. 138/2025)
L’andare in montagna
Il primo contatto il più delle volte è casuale: l’amico che ti trascina a forza oppure la bellezza di un panorama che ti colpisce percorrendo una strada di montagna. Certo, si rimane attratti da tanto splendore. Ma sicuramente non è questa la sola componente scatenante il bisogno di appagare la nostra curiosità. Non ci si accontenta di godere dall’esterno di tanta grandiosità, vogliamo, per così dire, “toccare con mano”.
Il primo approccio di solito è con la media montagna, per farsi le gambe, per poi passare ad itinerari più impegnativi di alta montagna.
Allorché si incomincia a frequentare i luoghi alpini i nostri palati diventano sempre più esigenti, le nostre esperienze si accumulano e allora l’istinto diventa aggressivo: vogliamo “conquistare” o meglio “assalire” la montagna. Tanto è vero che il frequentare l’ambiente montano è diventato un fenomeno di massa, lo si vede dall’affollamento nei rifugi e sui sentieri. Non voglio ora entrare nel merito dell’aspetto ecologicamente degradante che comporta un tale sovraffollamento della montagna, ma una nota di riflessione è in questo senso doverosa e impellente.
Il fenomeno dell’overtourism nelle Dolomiti è ormai sotto gli occhi di tutti: sentieri congestionati, tornelli per regolare l’accesso, traffico paralizzato sui valichi e un turismo “mordi e fuggì” alimentato dai social, dove la montagna diventa sfondo per un selfie più che luogo da vivere con rispetto.
Il paradosso della bellezza condivisa
Le Dolomiti sono patrimonio UNESCO, ma la loro fama le ha rese vittime del loro stesso successo. “Sul Seceda in Val Gardena, la Provincia di Bolzano sta subendo un grave fenomeno di overtourism, caratterizzato da code interminabili e affollamenti eccessivi per l’impianto, tanto da provocare malcontento e proteste. È apparso un tornello a pagamento, installato da alcuni proprietari terrieri come protesta contro l’eccessivo turismo, per monetizzare l’accesso al popolare punto panoramico. L’iniziativa, che prevedeva 5 euro di pedaggio, ha suscitato polemiche e il Club Alpino Italiano ha ribadito che “la montagna deve restare libera e accessibile a tutti”.
La provocazione – chiudere i valichi e gli impianti – è radicale, ma non priva di senso. Sarebbe un modo per rallentare il turismo di massa, scoraggiando l’accesso facile e immediato. Restituire alla montagna il suo ritmo, fatto di fatica, silenzio e contemplazione. Favorire un turismo consapevole, dove chi arriva lo fa con rispetto e preparazione.
Ma ci sono anche controindicazioni
Una tale decisione penalizzerebbe le economie locali che vivono di turismo. Escluderebbe categorie fragili (anziani, disabili, famiglie con bambini) che non possono affrontare salite impegnative. Potrebbe spostare il problema altrove, senza risolverlo.
Alternative più sostenibili
Prenotazioni obbligatorie per alcune escursioni, come già avviene alle Tre Cime di Lavaredo;
limiti giornalieri di accesso, con monitoraggio digitale;
educazione ambientale e campagne contro il turismo da “like”;
incentivi al turismo lento: escursioni guidate, soggiorni più lunghi, trasporti pubblici potenziati.
La mia provocazione è utile perché costringe a pensare in grande. Forse non serve chiudere tutto, ma ripensare il modo in cui la montagna viene vissuta e raccontata. Se la bellezza diventa consumo, non resta che il vuoto.
Manifesto per un turismo consapevole
1. La montagna non è un parco giochi, è un ecosistema fragile. Ogni passo lascia un’impronta. Cammina con rispetto, scegli sentieri segnalati, non calpestare prati e pascoli.
2. Il silenzio è parte del paesaggio. Evita rumori inutili. Spegni la musica, ascolta il vento, il canto degli uccelli, il suono dei tuoi passi.
3. Non cercare la montagna perfetta per un selfie. Cerca l’esperienza, non la foto. La bellezza non si misura in like.
4. Porta con te solo ciò che puoi riportare indietro. Rifiuti, plastica, mozziconi: nulla deve restare. La tua presenza non deve lasciare traccia.
5. Scegli la lentezza. Rinuncia agli impianti, se puoi. Salire a piedi è parte dell’esperienza. La fatica è rispetto.
6. Sostieni chi vive la montagna tutto l’anno. Acquista prodotti locali, dormi nei rifugi, ascolta chi conosce il territorio.
7. Informati prima di partire. Conosci il meteo, la difficoltà del percorso, le regole del parco. La montagna non perdona l’improvvisazione.
8. Rispetta gli animali e le piante. Non disturbare la fauna, non raccogliere fiori. Sei ospite, non padrone.
9. Condividi valori, non solo itinerari. Parla di rispetto, di cura, di bellezza autentica. Contagia con il tuo esempio.
10. La montagna è di tutti, ma non per tutti. Non tutto deve essere accessibile. Alcuni luoghi devono restare selvaggi, per proteggere ciò che non si può ricreare.
“Ogni passo è una promessa: custodire, non consumare”.
Il senso dell’andarci oggi
Per alcuni la montagna è ancora ritiro, silenzio, fatica. Un luogo dove ritrovare se stessi.
Per altri è palcoscenico: un luogo da conquistare, fotografare, condividere.
In mezzo, c’è chi cerca esperienze genuine, ma si ritrova in coda su un sentiero virale.
La montagna non è cambiata. Siamo cambiati noi, nel modo in cui la interpretiamo. Abbiamo portato con noi la velocità, la connessione, il bisogno di raccontarci. E questo ha trasformato l’esperienza. Nel paesaggio alpino si incrociano ora l’alpinista che cerca l’adrenalina della parete verticale, ora l’escursionista domenicale in cerca di scenari instagrammabili; chi fa trekking per staccare dalla frenesia urbana e chi cerca nell’outdoor una nuova identità da condividere online. Le modalità di vivere la montagna riflettono tensioni sociali, desideri individuali e, a volte, contraddizioni profonde.
Abbiamo trasformato la montagna in un set fotografico, in un palcoscenico per l’ego, in un luogo da consumare a colpi di click e performance. Ma la montagna non ci deve nulla. Non ci applaude, non ci premia. E quando decidiamo di ignorarla, ci ricorda brutalmente chi comanda. Forse è tempo di smettere di salire per dimostrare qualcosa. E iniziare a salire per imparare qualcosa.
Perché se continuiamo a trattarla come un prodotto, un giorno ci presenterà il conto. E non accetterà scuse. E credo che noi non avremmo il diritto di vantarle.
Scopri di più da GognaBlog
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

D’accordo con la prima metà del post 12: se non si mettono i piedi nel piatto degli interessi economici di ogni provenienza ( cioè anche degli interessi locali in montagna) si rischia di non capire cosa sta succedendo e di limitarsi alle osservazioni morali sul comportamenti dei visitatori.
Torno a ripetere che l’attestazione dell’ Unesco c’entra (relativamente) poco: da molti anni siamo in crisi economica, e questo ciclo ha ormai da anni incrociato un cambiamento tecnologico epocale nella storia del mondo , cioè la rivoluzione digitale. In questa fase , su internet si è sviluppato moltissimo l’attrazione per i viaggi in posti particolarmente iconici, e le Dolomiti lo sono per eccellenza perché sono le montagne più belle del mondo , non perché l’abbia detto l’unesco. Perché l’unesco? Dice anche che il sistema delle Grotte carniche della pinno centrale o le colline del prosecco. Sono siti unesco , ma non si vedono le file chilometriche di istituzioni di tornelli a pagamento per attraversare un prato o il pagamento per scattare foto da una chiesa (posti dove pagano attualmente migliaia di persone al giorno nei periodi di punta) con la scusa dei “turisti incivili”(non che non esistono , ma semplicemente ci vuol poco a fare un incontro ad accordarsi con la provincia o il comune o la regione di lasciar passare la gente magari con qualche cartello di divieto e qualche filo a presidio e poi farsi dare qualche migliaio di euro in fondo all’anno per mettere a posto i danni a qualche metro quadro di erba… Ma è meglio incassare molto di più privatamente….).
Il fatto è che se gli enti locali non sono avveduti , ormai gli interessi li travolgono da tutte le parti , dall’interesse del piccolo contadino all’interesse della grande catena alberghiera che vuole costruire o storpiare Qualcosa di pre-esistente , son fiori di milioni che girano e non si riesce a fermarli.
Il demonio anti-montagna è l’accumulazione di denaro , molto più della maleducazione (anche se certo esiste pure quella) . Solo che il denaro concerne tutti , la maleducazione potrebbe concernere solo i turisti.
Ormai gli enti locali e le Dolomiti in generale hanno scelto: e hanno scelto per censo. Perché si può raccontare la favoletta dei maleducati eccetera eccetera , ma la realtà è che alla fine delle chiacchiere , sono posti sempre più inavvicinabili dalle persone normali , educate o meno , allenate o meno . E negare questo , io credo , porta qualsiasi analisi fuori dalla realtà……
Hai ragione Matteo. Ma io ho trovato tanta gente sul Bianco una trentina di anni fa entrambe le volte in cui ci sono stato. Idem per il Cervino. Ci sono mete affollate da sempre. Probabilmente adesso ancora di piú. Però mi sembra che l’accesso a queste destinazioni sia molto piú regolamentato adesso rispetto al passato. Nella mia “prima” al Bianco al Gouter avevo dormito sotto ad un tavolo nella sala da pranzo (e sopra al tavolo ci dormiva un altro …). Adesso si prenota mesi prima altrimenti “ciccia”. Si gira sui tacchi e si torna giú.
“La montagna che richiede fatica vera non credo che sarà mai afflitta da fenomeni di overturism.”
No?
Prova la cima del Bianco, il Cervino o la normale all’Everest e poi mi dici…
Il saluto in montagna ha origini lontane. Risale a quando si era in pochi ed è un’usanza che mi piace rispettare, anche se è evidente che, su un sentiero affollato, salutare tutti è stupido e neanch’io lo faccio (sarebbe come salutare tutti quelli che si incrociano in piazza in un giorno di mercato).
Lo snobismo di chi si rifiuta di salutare per partito preso mi fa invece venire in mente il sussiego di una gran dama che deve immergersi, suo malgrado, in una piscina piena di “plebei”.
In alto adige e trentino hanno overtourism perché lo hanno creato loro con poliriche che hanno incentivato negli anni il turismo a dismisura perché faceva comodo alle casse dei vari comuni ed enti e anche ai lrivati. Quanti con gli incentivi provinciali hanno ristrutturato il vecchio maso di famiglia o la casa creando l’hotel o un b&b? Adesso si lamentano..ma per favore.
E voi altri malmostosi cosa avete ancora contro il salutarsi sui sentieri? È una buona consuetudine. Quando c’è affollato non ci vado proprio. Se trovo folle di gente ci sta non salutare tutti, però rispondo se salutano. Ad ogni modo evito quei posti affollati, ci sono un sacco di mete ancora sconosciute alle folle.
Un po’ ti capisco, Cominetti … anche a me, a volte, viene voglia di non salutare, specie quando sono su percorsi molto frequentati in periodi “caldi” (chessó, una salita al “Vittorio” un sabato pomeriggio di inizio agosto). Peró credo che in questie situazioni agisca in me una sorta di “snobismo montano” che mi porta a tenere in poca considerazione (volevo dire “disprezzare” ma il neologismo mi sembrava troppo forte …) i cd “cannibali crovelliani”, ma dopo qualche saluto non ricambiato, prende il sopravvento la mia solita cortesia sabauda e quindi riprendo a salutare tutti. Tra l’altro questa cosa del salutare in montagna è una pratica diffusa a livello internazionale. Ad esempio in Germania ci si saluta con “servus” ossia “servo” nell’accezione goldoniana del termine (“servo vostro”) che è poi simile al nostro “ciao” che deriva invece da “scciavo” ossia “schiavo vostro” e anche in questo caso mi viene in mente Arlecchino e il suo caratteristico inchino. In Germania la pratica è così diffusa che il termine “servus” lo si ritrova anche stampato su tutti i sacchetti verdi di quella specie di santuario dei montagnini che é il negozio Shuster a Monaco di Baviera.
Il fatto che la gente oggi non saluti più sui sentieri è una delle poche cose buone del cannibalismo.
Non ho mai capito perché in città o nei paesi chi non si conosce non si saluta, a meno che uno non entri in un negozio, in un ufficio, ecc., e invece in montagna tutti si salutano. Anzi, oggi certi ti salutano zelanti perché hanno sentito dire che sui sentieri ci si saluta. Preferisco quelli che non salutano.
Io dal 20 luglio a fine agosto non saluto neppure chi mi saluta.
La visione urbanocentrica di ogni cosa la trovo insopportabile.
Non mi pare proprio che chi arriva in un luogo montano attraverso un tornello lo faccia con rispetto.
Concordo in tutto, la mia generazione e’ cresciuta con un forte senso di rispetto alla maestosita’ e silenzio in montagna come nei boschi. Oltre che a questo e’ completamente scomparsa l’educazione ed incontri persone che non salutano e non rispettano le basi di comportamento. Purtoppo imperversa quel senso comune di strafottenza e maleducazione. Ma la colpa e’ di chi ha voluto portare la gente comodamente ovunque, c’e’ poco da lamentarsi ora. L’abbiamo creata noi questa situazione, lasciandola fare per avere sempre piu’ guadagni. Se la gente predende la cucina gourmet nei rifugi e’ perche’ c’e’ chi lo fa e gli altri si devono adeguare.
Un piccolo elogio della “fatica” che diventa “piacere” quando si è allenati. Mi ricorda il motore a due tempi del mio Guzzi Enduro che avevo in gioventù. Quando il motore entrava “in coppia” bastava sfiorare la manopola dell’accelleratore e la moto balzava in avanti come spinta da una invisibile energia. Ecco, quando sono allenato (purtroppo sempre più raramente causa l’anagrafe implacabile …) sento il mio corpo reagire come il motore Guzzi. Una forza invisibile che ti spinge. Ma per raggiungere questa magica condizione bisogna allenarsi e allenarsi e allenarsi. E questo richiede fatica. Quindi è un gatto che si morde la coda. Per non sentire la fatica bisogna essere allenati, ma per essere allenati bisogna faticare accettando il patimento che procura e sapendo il premio che produrrà.
La maggior parte delle persone non ama la fatica. E questo rappresenta la salvezza della montagna. Dio non voglia che malefici marchingegni come gli esoscheletri permettano anche ai “maranza” l’accesso veloce e svogliato alle nostre magnifiche “terre alte”.
Purtroppo, grazie ai teorici del sovraffollamento, o ai finti disinteressati (leggi GGAA, portatori di interesse/operatori turistici), e al disimpegno generale (molto presente anche fra gli avventori del blog), la “montagna che richiede fatica” – classica retorica smunta – rischia, è anch’essa in balia delle intenzioni di singoli privati, delle amministrazioni “lungimiranti”, o ancora di chi crede che il turismo sia una risorsa industriale. Qui, per esempio, c’è pieno di intellettuali di questo tipo, con l’aggiunta del “disinteresse conveniente” di cui una certa generazione è particolarmente afflitta 😉 In una parola: i rivisitatori del plaisir!
Più fatica, più disagi, meno comfort. In altre parole: “più montagna per pochi”. Una montagna “faticosa” non attira le masse, che invece cercano la comodità, pert cui una montagna “scomoda” tornerà ad essere una montagna per pochi, i pochi che amano o sono quanto meno disposti a sobbarcarsi la “fatica” (che non significa solo sudare, ma significa disagi e scomodità, con la “S” privativa).
Paino piano, post dopo post, comment dopo commento, stiamo convergendo verso le mie tesi (qui esposte a partire dela 2019!), che inizialmente hanno suscitato reazioni isteriche e “dagli al fascista elittario che vuole ridurre il diritto di accedere alla montagna”.
I due fenomeni son o ormai sempre più incompatibili: una montagna per tutti NON può più convivere con la tutela della montagna e soprattutto del suo ambiente naturale. Per cui è necessario un approccio significativamente diverso, incentrato sulla fatica e sulla scomodità come strumento, cioè come prezzo da pagare per “meritarsi” la montagna.
C’ha pensato Bosco col suo commento 1 a mettere tutto a posto.
La montagna, se vista come valvola di sfogo del cittadino stressato, sarà sempre un qualcosa che non va bene.
Prova ne è che il cittadino che ha la seconda casa in montagna, la prima cosa che fa (senza conoscere la realtà locale nei suoi aspetti umani e sociali), si lamenta con il Comune che non fa questo e quello…
Come al mare, al lago, in collina, anche in montagna ci si svende (o meglio: vende) per campare ma ci si tiene una grande parte vergine da ogni logorio della vita moderna che per restare tale non ha bisogno di nulla. E sottolineo: di nulla! Perché la fatica che si fa per raggiungerla è niente rispetto alla fatica che il corpo richiede per sopravvivere a Milano. È solo un esempio, ma è anche una verità che anche un bambino idiota può scoprire.
Manca una “esse” (“S”). Il titolo purtroppo più azzeccato ai tempi è: “la montagna svenduta”.
Da una cultura nativa del continente americano: “Non lasciate mai orme così profonde che il vento non le possa cancellare”
La montagna che richiede fatica vera non credo che sarà mai afflitta da fenomeni di overturism.