Il 23 ottobre 2016 Nalle Hukkataival riusciva a chiudere Burden of Dreams, la prima proposta al mondo di grado 9a boulder (V17).
Burden of Dreams
di Nalle Hukkataival
(pubblicato sulla pagina fb labagarremagazine il 25 settembre 2025)
Burden of Dreams è uno di quei boulder rari da trovare, posti sulla linea sottile tra possibile e impossibile. Non sai se ci riuscirai mai a salirlo, ma lo provi. Più che un progetto è un atto di fede, un investimento a perdere che fai su te stesso. Sono tornato a Lappnor per provarlo per sette anni di fila, tentando di concatenare tra loro una serie di movimenti uno più improbabile dell’altro. Nel tempo il puzzle si è lentamente composto.
Il giorno in cui ce l’ho fatta, dopo il riscaldamento in palestra sono partito da solo in macchina, e mentre ero per strada ha iniziato a piovere. Non prometteva un granché bene. Guidavo verso il blocco e non avevo nessuna fretta, nessuna aspettativa. Ho parcheggiato l’auto e mi sono preparato, avevo con me due lampade e la telecamera. Ho fatto le mie cose con calma, era già notte e sapevo che la temperatura a quel punto non sarebbe più cambiata. In quella stagione dell’anno alle cinque del pomeriggio in Finlandia è già buio pesto. Dopo avere installato luci e telecamere, come prima cosa, ho provato l’uscita una volta e l’ho risolta al primo colpo.
Perfetto.
Ho fatto una lunga pausa senza fare niente e ho cercato di restare caldo senza sprecare energie, dopodiché ho deciso di provare la sequenza di movimenti iniziali partendo da seduto. L’intenzione era quella di provare solo la prima parte della sequenza. Sono partito. Ho fissato la prima tacca con la mano destra e l’ho sentita subito meglio di come l’avessi mai sentita prima. La tenevo in maniera perfetta.
Perfetta.
C’era.
Mi era successo non più di due o tre volte in tutto in questi sette anni, di sentirmi così. Sentivo la mano destra veramente potente sulla tacca e avevo la sensazione che tutto fosse veramente perfetto. La presa era perfetta. Io ero perfetto. Tutto il mondo intorno a me era perfetto.
Allora ho deciso di andare avanti con i movimenti anche per la parte intermedia e ho accoppiato con la mano sinistra cercando di portare anche il pollice sulla tacca e lì, in quel momento, il mio piede sinistro ha toccato terra. E’ durato per un secondo, comunque ho tenuto le prese e ho continuato, in ogni caso era un momento magico ed era stupido interrompersi. Era tutto assurdo, facile. Sono uscito in cima al blocco. In pratica avevo spezzato in due la salita. Sono sceso fino a terra ed ero eccitato e felice, incredulo. Sono andato a controllare che la telecamera avesse registrato.
Era la prima volta che riuscivo a scalare tutto il blocco partendo da seduto. Anche essendomi interrotto e avendo poggiato il piede a terra a metà, era già il mio tentativo migliore. Avrei potuto andarmene contento a casa ma quella convinzione di potercela fare, la sensazione che ho sentito nel mio corpo tenendomi con la presa della mano destra, ha veramente cambiato tutto.
C’è una fondamentale differenza tra il pensare che qualcosa è possibile e il sapere che è possibile perché ci sei quasi riuscito. Quasi. Si tratta di uscire dal mondo dell’impossibile ed entrare in una dimensione successiva. Non è più una faccenda che ha a che fare soltanto con l’arrampicata, da quel punto in avanti. Ha a che fare con te e con quello che succede nella tua mente. E’ un altro affare. Un altro livello di percezione.
Ero davvero appagato e contento ma avevo la sensazione che ci fosse qualcos’altro che doveva ancora succedere, quel giorno. Non avevo aspettative in realtà, ero completamente a mente libera, in un’altra dimensione. Ero lì nel bosco da solo ma avrei anche potuto essere sulla Luna, per come mi sentivo e per come percepivo il mondo intorno a me.
Mi sono riposato bene per un altro po’, poi ho deciso di fare un nuovo tentativo serio. I primi movimenti sono volati ed ero di nuovo quasi al punto dove avevo messo il piede a terra al giro precedente. Ho concentrato tutti i miei sforzi per riuscire a portare il pollice sinistro sopra al bordino della tacca e ho tenuto la sbandierata senza nemmeno sfiorare il terreno con il piede. Quello era già il tentativo più avanzato che avessi mai compiuto su quel sasso.
Poi da lì in avanti non mi ricordo granché di quello che è successo. Ho continuato a scalare e in quell’esatto momento il cervello si è spento. Ho superato la sezione intermedia in una specie di trance e mi sono risvegliato con le mani che tenevano il bordo d’uscita.
Sembrava fatta.
Sembrava.
Avrò provato l’uscita almeno un milione di volte, tenevo il bordo in mano e penzolavo nel vuoto, da solo, al buio, nel silenzio del bosco, e non riuscivo a tenere il piede destro sul piccolo appoggio. Provavo ad appoggiare la punta della scarpa sulla tacca e a tirarmi sotto con le gambe e con il corpo, ma non ci riuscivo.
Durante i tentativi fatti in quest’ultimo anno mi ero reso conto che era una cosa che avrebbe anche potuto succedere, quindi avevo studiato un metodo B. Fai tutti quei movimenti così intensi su quelle tacche così piccole e finisce che la parte superiore del corpo è talmente contratta che è difficile oscillare e tornare con il piede destro sull’appoggio, tenendosi sotto.
Mi ero inventato, quindi, questo metodo di uscita alternativo nell’eventualità non fossi riuscito a posizionarmi come volevo con le gambe. Tallono oltre il bordo e nell’oscurità mi allungo in alto per cercare le prese d’uscita. Ce le ho. Pochi movimenti, mi alzo con i piedi e mi ristabilisco. Cautamente mi alzo in piedi sulla cima del sasso.
È tutto finito.
E’ stato quello il momento in cui ho iniziato a realizzare e a rendermi conto di che cosa era successo. C’ero riuscito. Non è mai quel grande spettacolo che ti fanno vedere nei film. E’ solo un altro tentativo, uno in più dopo le migliaia che hai già fatto. Non c’è nessuno che ti dice: ‘Dai, preparati perché questo sarà il tentativo in cui finalmente riuscirai’. Non sai mai quando può accadere. Quello che funzionerà è solo un altro tentativo tra un milione di altri. È così che va anche la vita, non siamo mai veramente pronti per quello che ci sta per succedere.
Nei film di arrampicata tutto appare più epico: la ricerca, i tentativi, la perseveranza, gli infortuni, il ritorno, altri tentativi ancora. Sette anni sono un pezzo lungo della tua vita. È come se si trattasse necessariamente di qualcosa di speciale, ma alla fine non lo è. In fin dei conti, anche il riuscire in qualcosa che sembrava impossibile diventa soltanto una nuova normalità.
Riuscire in qualcosa che reputavi impossibile è quasi triste, malinconico. Dentro di te senti un grande vuoto. Ci sono così tante emozioni e così tante aspettative che si creano, che finisci necessariamente per immaginarti qualcosa di differente. L’unica cosa che resta, la sensazione indelebile, è che il mondo, mentre te ne ritorni al parcheggio, non sembra più lo stesso di prima. E anche tu, non ti senti più quello di prima.
Visione integrale in
https://www.reddit.com/r/bouldering/comments/1mltfzd/nalle_hukkataival_doing_the_first_ascent_of/?tl=it
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Per chi non l’ha già visto e ha una mezz’ora da perdere, consiglio: The Lappnor Project
La sequenza di apertura è significativa.
Pienamente d’accordo con Giovanni massari
Senza voler fare una scala di valori su cosa sia più interessante tre boulder/alpinismo o altre attività prevalentemente inutili a livello generale (anche se innalzano magari dei limiti umani precedenti) mi sembra che in questa discussione si tenda a dimenticare che BOD sia stato un passo avanti per le capacità umane in quanto tali.
Nalle può essere paragonato ad un esploratore moderno che spinge con la sua visione l’uomo verso nuovi orizzonti con nuovi movimenti che sfidano e vincono la gravità come non era mai successo prima
Da qui nasce tutto il senso dei suoi 7 anni di ricerca (ovviamente non continua sul progetto) in cui il posto dove si svolge non conta gran che ma contano piuttosto le idee e i gesti che da apparentemente impossibile diventano possibili ed anche la frustrazione di un sogno che una volta raggiunto non è più tale.
Mai voluto contare anzi….ripeto se vuoi staccare un attimo dal triste nord est vieni a scalare qui in Toscana ti invito a braccia aperte però vieni preparato,😉
Caro Caminetti, ovviamente il mio atteggiamento è voluto, il fatto che ti senta in dovere di sottolineare le mie ripetizioni, la dice lunga sul tuo acume. Ma del resto, da una GA che in ogni commento cerca di giustificare le proprie scelte sovraffollatrici, e da un randagio come Fetido, possiamo mai ricevere osservazioni? può succedere solo qui, nel magico mondo del GB, perché nella vita vera contate meno di niente 😉 Ciao rivisitatori del plaisir!
Fausto ma ogni volta che scrivi sul blog penso a quanto sei depresso….
Mi dispiace davvero,
però penso che se vieni a scalare con me in toscana potrebbe servirti , c’è il sole, vie spettacolari si mangia bene….gente simpatica , umorismo tagliente ….ti farebbe bene … pensaci
La più parte dei boulderisti che conosco neppure sa dell’esistenza della corda o la rifugge per principio. Nessuno vuole svilire prestazioni atletiche di altissimo livello come questa, né stabilire come e dove un boulderista deve andare a scalare.
Allo stesso tempo si può dire che quel masso è un postaccio e che se dopo questa prestazione uno cade in depressione sono cazzi suoi. Molti alpinisti praticano il bouldering e in quella stretta dell’Adige, continuo a dire, che tira una brutta aria perché ogni commento che arriva da laggiù è microcefalico e ripetitivo.
Ottimo contributo Fausto, è esattamente ciò che penso pure io. Mio padre mi tirò su con cultura alpinistica a fiumi, ora quando gli metto davanti performance di questo tipo ascolta ed osserva curioso, non sposta il piatto con disgusto. Quindi a chi aprì Kundalini bivaccando a metà o a chi salì Fram, dichiarandola via a tutti gli effetti e non una variante, non passò per la testa di fare in qualche modo un torto alla storia. In questo caso ci sono stati i cosiddetti “visionari”, come Manolo, John Gill, Kosterliz e boh,altri, ma ancora prima Preuss, a dimostrare che il luogo poteva sorprendere per la sua modestia o assurdità e che il gesto aveva qualcosa di speciale.
Che branco di alpinoidi che siete 😀 gente che non alzerebbe il culo da terra sul 4° grado-sassi 😀 Nalle, che conosco personalmente, come tutti i grandi boulderisti ha fatto anche molte vie alpinistiche con i controcoglioni, altro che le “classiche” mitragliate di chiodi sul duro che fate voi; p.es ha ripetuto a vista, senza tutti i clamori degli alpinisti nostrani che l’hanno fatta, Masada sul Maor, facendola passare per una “no big deal” (cit.). Burden da solo vale tutte queste imprese “alpinoidi” e quindi Nalle non perde tempo a raccontare le storielle alpinistiche della domenica. Lascia ai rivisitatori del plaisir l’onore di raccontare come si “quasi muore di sete” sul Leone Nemeo a Tessari 😀
Davvero, roba da matti!
Questi ggiovani così nerboruti, nevvero, che invece di dedicarsi alle cose “serie” in montagna perdono tempo a giochicchiare sui sassi… dove andremo a finire, signora mia!
…e chi ha attraversato l’Europa per andare a ripeterlo/tentarlo? Un “posto di m..da” che sembra possedere un certo magnetismo. Ognuno erige i suoi propri santuari, a Nalle gli è costato qualche sottrazione, oppure c’è l’aveva già per altri motivi poverino.
Ecco, nel mio commento numero 1 volevo proprio dire quello che ha scritto Merizzi al 24.
Nalle Hukkataival si sente triste e melanconico? Te credo, dopo sette anni passati lì a provare e riprovare milioni di volte! Qualcuno dovrebbe dirgli che sta arrampicando in un posto di merda! Una specie di grotta sepolcrale piena di muschio. Ci mancano solo pipistrelli e vampiri! A meno che anche lui faccia parte della categoria e dopo mezzanotte esca dalla bara e vada a cimentarsi sul 9a!
Bisognerebbe suggerirgli che con le capacità che possiede, può sperimentare in montagna esperienze ben più gratificanti e antidepressive di questa, per esempio salire la famosa ferrata Walserfall!
In quei sette anni ha fatto anche altre 2/3 cosucce, basta guardare ad esempio qui:
Climbing History – Nalle Hukkataival
Da quello che ho capito ha provato per 7 anni questo boulder…. Ci sarebbe da aprire una discussione specifica solo su questo
Trovo il paragone con i centometristi (o altri sport “misurabili”) solo parzialmente calzante. Negli sport di competizione quello che conta è la vittoria (o il piazzamento), mentre la misura della prestazione è certamente rilevante ma secondaria.
Però, come i centometristi (saltatori, lanciatori, ecc.) sono sempre tesi a migliorare, o perlomeno a consolidare, le misure che ottengono, così, in arrampicata, salire un tiro o un passaggio al proprio limite comporta l’acquisizione di una serie di capacità/competenze fisiche, tecniche e tattiche che, se si vuole progredire, non vanno “dimenticate” dopo aver raggiunto l’obiettivo. Ovviamente mantenere quelle capacità costa fatica e lavoro.
Se negli sport misurabili il cronometro o il metro permettono di sapere se si sta progredendo, regredendo o consolidando il livello, in arrampicata l’unico metro di paragone sono le vie. Quindi, essere (o non essere) in grado di ripetere una via al proprio limite è un’indicazione dello stato di forma, anche se, come già detto, entrano in gioco molti altri fattori (motivazione, logistica, movimenti potenzialmente traumatici che potrebbero causare un infortunio, ecc.).
Una prestazione che ti impegna al limite richiede una forte motivazione. Se sei consapevole, perché ti conosci, di aver raggiunto il tuo limite in una determinata occasione, la motivazione viene meno e quella prestazione non la cerchi più. Penso che sia così per tutti quelli che si conoscono a fondo.
Diverso è per chi non ha raggiunto una buona coscienza di sé, che continuerà a ricercare prestazioni con risultati alterni.
Quindi si potrebbe dire che una via, un tiro, un boulder possono essere ripetuti tecnicamente ma non a livello esperienzale?
vivere per il viaggio, non per la meta. La meta risulta solo un punto, ma la vita é una linea, una retta, costituita geometricamente da infiniti punti. Qualsiasi esperienza é irripetibile, come ogni retta non presenta mai gli stessi punti.
la verità é che per noi mortali, la retta non esiste, é anzi un segmento, con un inizio e una fine. Costruire il segmento più lungo possibile é un ideale da seguire.
Giusto per la precisione: Megos su Action Directe ha sempre passeggiato. Non solo ora che fa il 9c. Ripeto: per farla ci ha messo una manciata di tentativi nell’arco di due ore. Evidentemente gli è congeniale.
Qui un’intervista da planetmountain.com
Comunque in un certo senso le vie al limite sono irripetibili, perché sono irripetibili le sensazioni della prima volta… e perché il limite cambia sempre.
Forse per non cambiare, rovinare, le sensazioni/emozioni che si sono provate la prima volta, sarebbe meglio non ripeterla. Che tutto rimanga un ricordo inciso dentro di noi.
Mettiamola cosi, visto che abbiamo fatto un nome: oggi Megos fa il 9c, per cui su action direct può salire varie volte, non so se la proporzione può essere analoga a fare l’8c e poi l’8a negli anni 80 / 90 ma simile. Ci sta che chi faceva l’8c a quei empi avesse alcuni 8a “congeniali” che poteva fare in ripetuta durante un solo giorno. La sensazione è del tutto personale, individuale. Quante volte abbiamo pensato che quella via in falesia o quella via in montagna non la ripeterò mai piu, proprio perchè risultato di un complesso di fattori irripetibili? Del resto non so quanto centometristi abbiano ripetuto il record in modo sequenziale. Avrebbe voluto direi non essere il loro record. A parte questo, la dedizione ad un progetto verticale, una parete, una vetta, una via, un sasso, è comprensibilmente totalizzante per chi ha animo da farsi totalizzare. Da ventenne, in piena esplosione della scalata (qui in liguria, a Finale), un giorno mi trovavo in una delle vie del centro, non so bene a far che cosa. In lontananza vidi un ragazzo che agitava le braccia e le mani in modo strano, ma non troppo strano per me. Riconobbi poi piu da vicino uno dei miei “soci” di corda che stava mimando i movimenti di un tiro difficile della felesia di Boragni a Finale, gli chiesi “ma per caso stai pensando a quella via?” Stava mimando i movimento di una via che avrebbe poi fatto nel we successivo. Per tornare alle parole di Edlinger del mio commento precedente. Ma la stessa cosa vale per l’alpinismo.
@13
Quindi si potrebbe dire che le vie limite sono irripetibili?
Nel film La Vie au bout des doigts Edlinger dice cosa è l’arrampicata per lui: “sei tu, i tuoi allenamenti…e quella via!”. Sintetizza bene quello che intendevo dire e che credo intenda anche Benassi.
Le vie ai propri limiti si ripetono raramente perchè sono frutto anche di momenti di grazie e di congiunture astrali straordinarie. Non vale la pena intestadirsi. Vale anche per l’alpinismo. Se invece una via la ripeti spesso, vuol dire che non è estrema per te. Megos su action direct oggi ci passeggia…
A proposito della ricerca continua di nuove sfide, ho notato che molto raramente gli arrampicatori di punta (ma anche i peones come me) tornano a ripetere un tiro o un passaggio che è costato molto tempo e lavoro.
Indubbiamente (per i top) ci sono anche motivazioni economiche (sponsor che vogliono “roba fresca”) e logistiche, ma mi sembra che la motivazione principale sia il timore di rovinare il ricordo del momento perfetto della riuscita, o di provare la frustrazione di non essere più in grado di passare.
Ricordo di aver letto un’intervista ad Alexander Megos (che purtroppo non riesco a ritrovare) in cui dichiarava che ogni tanto ripeteva Action Directe “per divertimento”. Certo, lui abita(va?) da quelle parti e per lui non è un tiro poi così difficile (la prima volta la fece in due ore!), ma rimane uno dei pochi esempi di cui io sia a conoscenza.
Vale la pena ricordare che, come molti sapranno, Nalle Hukkataival è praticamente scomparso dai radar poco dopo essere riuscito nella salita di questo progetto.
Evidentemente, con questo traguardo ha ritenuto di aver chiuso un capitolo della sua vita.
Il viaggio, vero!
Ma il viaggio non è solo immaginare, sognare. Il viaggio inizia con l’immaginare, sognare, scoprire, prosegue con l’agire, l’azione e si conclude con ripensare con un filo di nostalgia quell’avventura.
Ma l’appagamento è momentaneo, subito dopo la mente e il corpo ripartono per nuove avventure
Il vuoto che si sente è determinato dal fatto che la felicità coincide con l’immaginare un traguardo e provare a raggiungerlo. Nel momento in cui l’hai raggiunto, esso inizia ad appartenere già al passato. Passato che di solito, almeno per molti e certamente per molti scalatori, porta più nostalgia che felicità. Detto questo, è certamente meglio avere un passato di vie salite piuttosto che di tentativi infranti ma la felicità, ripeto, per me, sta nel viaggio.
Sorprendente quanta sostanza può riversare una prestazione così breve ed intensa. Traspare la quantità di dedizione e rispetto nei confronti di quel blocco. Una sacralità che lega la forza cinetica con le micro asperità… Mi ha ricordato la descrizione Krakaueriana di John Gill.
Personalmente quando sono riuscito a fare qualcosa che ritenevo per me troppo grande, è stata un’ immensa soddisfazione, che ha portato a una bella cosiderazione di me stesso. Poi, in seguito, fallendo in cose piu semplici, queste mi sono pesate doppiamente. Per recuperare ho dovuto alzare l’asticella.
Non credo che si tratti di sensazione di vuoto, quanto piuttosto la necessità di relizzarne un’altra e magari di andare oltre.
Questo articolo mi ha ricordato Heisenberg, come viene raccontato da Rovelli in Helgoland e mi ha suggerito l’idea che il Boudler sta all’alpinismo come la fisica delle particelle sta alla falegnameria.
Per quanto riguarda la sensazione di vuoto che segue una impresa è una costante dell’umanità – ne parlava anceh il Gervasutti di ritorno dal Cervino.
Mi affascina in qualsiasi campo uomo che spinge il suo limite personale un po’ più in là e in questo caso addirittura il limite umano rendendo possibile quello che sembrava impossibile.
Una volta realizzato il suo sogno che ha inseguito per anni con dedizione e disciplina si sente però svuotato ma, per me, non inutile perché quello che ha fatto è diventato il sogno di tantissimi altri.
perché snobbi la pratica o perché preferisci le emozioni senza filtro?
Grazie ma rinuncio alla versione integrale del video accontentandosi della versione su youtube.