Perché non ti va più di lavorare

La stanchezza di chi sospetta che il lavoro non serva più a niente.

Perché non ti va più di lavorare
di Redazione di Tlon e Andrea Colamedici
(pubblicato su tlonletter.it il 16 aprile 2026)

C’è una frase che negli ultimi anni abbiamo sentito ripetere da persone molto diverse tra loro. La dicono impiegati di banca, medici di base, giornaliste, insegnanti, consulenti, manager di medio livello, designer, avvocati, e la dicono a bassa voce, come fosse una confidenza un po’ imbarazzante, oppure la dicono ridendo, per non prenderla sul serio. La frase è:
“Non mi va più di lavorare”.

Non riescono più a convincersi che ne valga la pena. Si mettono al lavoro (o anche soltanto pensano al lavoro) e qualcosa dentro si rifiuta.
Chi parla di pigrizia, di sdraiati, di indolenza, non ha capito niente.

Felice Casorati, Bambina su tappeto rosso, 1912

Una stanchezza metafisica
Non si tratta neanche, come si sente dire negli articoli e nei talk aziendali, di semplice burnout, ossia del fatto che siamo esausti perché abbiamo lavorato troppo, abbiamo subìto troppa pressione, la pandemia ha lasciato il segno e le tecnologie digitali ci hanno sovraccaricato di stimoli.
Tutto vero, sì, dolorosamente vero, e però non è tutto qui. Questa spiegazione non riesce a catturare la qualità particolare di questa stanchezza, che evidentemente non è quella di chi ha spalato carbone per dieci ore. È la stanchezza di chi, mentre spala un carbone invisibile, sospetta che il carbone non esista, che la caldaia non esista, e che forse nessuno abbia davvero bisogno di riscaldarsi. La stanchezza contemporanea non nasce dal troppo lavoro, ma dal sospetto che quel lavoro non serva a niente. È una stanchezza metafisica molto prima che muscolare, ed è questo che la rende così difficile da curare.

David Graeber, nel 2018, pubblicò un libro che molti lessero come una provocazione, ma che oggi è inaggirabile per perizia e lucidità. Si chiamava Bullshit Jobs2 e sosteneva una tesi che all’epoca sembrava scandalosa: una quota enorme del lavoro attuale, soprattutto nei settori amministrativi e manageriali, è vissuta come totalmente inutile da chi la compie. Graeber parlava di persone che passavano le giornate a produrre documenti che nessuno leggeva, a coordinare riunioni su progetti che non sarebbero mai partiti o a riempire caselle che servivano solo a dimostrare che qualcuno le stesse riempiendo. E, però, l’essere umano ha un bisogno profondissimo di sentire che quello che fa conta, anche solo per qualcuno e anche solo per un momento, e una civiltà che costringe milioni di persone a fingere quotidianamente che quel che fanno ha un valore anche quando sanno che non ce l’ha, produce una forma di sofferenza che non ha ancora un nome, ma che ha un peso politico gargantuesco.

A distanza di quasi dieci anni abbiamo poi un elemento nuovo, l’Intelligenza Artificiale, che ha allargato il monte delle persone che percepiscono quell’insensatezza includendo anche chi fa lavori creativi. Graeber poteva ancora pensare ai bullshit jobs come a un fenomeno relativamente confinato all’amministrazione e alla burocrazia aziendale: chi scriveva, disegnava, componeva, insegnava davvero, traduceva, progettava, era considerato più o meno al sicuro. Ma oggi anche l’illustratrice che lavora a una copertina, il copywriter che costruisce una campagna, lo sceneggiatore che imbastisce una serie o il traduttore che trasporta un romanzo da una lingua all’altra si trovano davanti allo stesso sospetto che fino a ieri era riservato a chi compilava moduli: che quello che stanno facendo non è necessario. E da una crescente certezza: che nei casi più ordinari possa essere fatto da una macchina con un risultato uguale o migliore, in meno tempo.

Una generazione intera di lavoratori che credeva di essere immune dalla questione del senso si è scoperta, in pochi mesi, esposta più dei colletti bianchi.

Il colletto bianco che svolgeva un bullshit job sapeva, in qualche misura, di farlo. Aveva già fatto i conti con quella sospensione del senso e l’aveva razionalizzata (lo stipendio, la pensione, la famiglia da mantenere). Il professionista creativo, invece, si era costruito identitariamente sul senso del proprio lavoro, e oggi oltre allo stipendio perde la storia che si raccontava su di sé. È un colpo identitario in più rispetto a quello economico. La macchina toglie ai colletti bianchi quello che già sapevano di aver perso, ma toglie ai creativi quello che pensavano di avere ancora.

È quindi cresciuto parecchio il numero di persone che, mentre lavora, sospetta che quello che sta facendo non sia abbastanza necessario da giustificare la propria esistenza in quel ruolo. Anche in quelle professioni che la modernità aveva costruito come riserva di senso.

Edward Hopper, Automat, 1927

Il doppio collasso del senso
Mettiamo in chiaro un punto, prima di procedere col ragionamento: il senso non è una proprietà intrinseca del gesto. Il senso è una relazione tra il gesto e il mondo che lo riceve, ed è anche una facoltà di chi quel gesto lo compie. Tolto uno dei due termini, anche il lavoro più elevato si svuota. Un’insegnante che cerca davvero di far pensare i suoi studenti dentro un sistema scolastico che valuta solo gli output misurabili, si trova ogni giorno a sostenere il peso di un’attività che la struttura attorno a lei non riconosce (e che talvolta ostacola attivamente). La capacità sociale di accogliere il senso si è atrofizzata anche perché i luoghi in cui il senso poteva essere ricevuto, riconosciuto e restituito, si sono ridotti. E la capacità di produrre senso è una facoltà che o si esercita o si atrofizza.

Le persone che oggi non riescono più a lavorare, in molti casi, si trovano davanti al vuoto e non hanno gli strumenti per riempirlo. Hanno perso (o non hanno mai sviluppato) la facoltà di chiedersi cosa abbia senso fare. Il sistema le ha disabituate all’esercizio. Quando provano a farlo, incontrano un silenzio interno che spesso scambiano per stanchezza, ma che è la mancanza di un organo che non è stato allenato. È l’immaginazione pratica: la capacità di vedere cosa potrebbe essere fatto e perché varrebbe la pena di farlo, anche quando nessuno te lo chiede e nessuna metrica lo registra. Quella facoltà oggi è in larghissima parte addormentata.

Tanto il lavoro procedurizzato quanto quello significativo vengono giù, quindi, ma per ragioni diverse. Il primo cade perché era già caduto, e l’IA si limita a togliergli l’ultimo velo. Il secondo cade perché non ha più né destinatari capaci di accoglierlo né soggetti capaci di produrlo, e l’IA ne accelera il collasso. Il punto politico reale è che bisogna ricostruire le condizioni della produzione di senso. Le condizioni esterne, cioè le istituzioni, i tempi, i luoghi, i rituali, le pratiche collettive che permettono a un gesto di essere ricevuto. E le condizioni interne, cioè un’educazione, un’esperienza di vita, una pedagogia diffusa, una disposizione dell’animo che insegnino di nuovo a esercitare la facoltà di chiedersi cosa valga davvero, consapevoli che nulla vale in sé. Senza queste due condizioni, nessun (desiderio di) lavoro sopravvive.

George Tooker, The Subway (1950)

Compito vs attività
C’è poi una distinzione, dietro tutto questo, che le intelligenze artificiali stanno rendendo finalmente visibile: quella tra compito e attività. Un compito è qualcosa che può essere isolato, descritto, replicato, valutato con un bel voto o un bollino colorato. Un’attività è invece qualcosa che ha senso solo dentro una pratica, una storia, un corpo, una relazione significativa. Il management degli ultimi trent’anni ha lavorato instancabilmente a trasformare le attività in compiti, perché i compiti si possono ottimizzare, e quindi delegare, esternalizzare e contabilizzare. Le attività no. L’insegnamento è un’attività. Fare lezione è un compito. Curare è un’attività. Somministrare una terapia è un compito. Ricercare è un’attività. Pubblicare un paper è un compito. Più abbiamo ridotto le attività a compiti, più abbiamo reso le nostre professioni automatizzabili, perché abbiamo smesso di chiederci cosa facevano davvero e abbiamo cominciato a misurarne soltanto l’output.3 E l’IA oggi ci presenta il conto di quella riduzione.

Byung-Chul Han, nella Società della stanchezza, aveva descritto la fatica contemporanea come il prodotto di un soggetto che non è più sfruttato dall’esterno, ma si sfrutta dall’interno, convinto di essere libero e imprenditore di se stesso.
È un’analisi che nel tempo Han ha approfondito, come si vede anche nei libri successivi, ma a cui manca un passaggio decisivo4, perché il soggetto di prestazione non si esaurisce solo perché lavora troppo. Si esaurisce perché, mentre lavora troppo, intuisce che quello che fa non è abbastanza reale da giustificare lo sforzo.

È lo sfruttamento unito alla percezione dell’insensatezza, a produrre questa forma di esaurimento. Una fabbrica di inizio Novecento era un inferno, ma l’operaio sapeva di produrre un pezzo di un’automobile, e l’automobile serviva a qualcuno per muoversi. Un ufficio contemporaneo non è un inferno, ma l’impiegato spesso non sa cosa stia producendo, né a chi serva, né se qualcuno lo voglia davvero. Anzi, spesso sa molto chiaramente che non serve a niente. Ed è proprio questa asimmetria a generare questa forma di asemia collettiva: una perdita della facoltà di produrre o riconoscere segni dotati di significato. È una frattura tra ciò che si fa e la possibilità di significarlo, che sta diventando una condizione di massa.

George Tooker, Government Bureau (1956)

Contro l’efficienza come orizzonte di senso
Lo dico in prima persona, perché pretendere di parlare solo della stanchezza altrui è una forma di vigliaccheria. Anche io faccio un mestiere che, almeno in una parte non piccola, potrebbe essere fatto da una macchina. Scrivo libri, articoli, lezioni, post, mail. Una quota di queste scritture (quella più formale, quella più ricorrente e di servizio, diciamo) è alla portata di un sistema generativo decente. E la tentazione di delegare interamente quella quota, di scaricarla, di liberarmene, è continua. La tentazione è alimentata da un’argomentazione che sembra ragionevole: se posso risparmiare del tempo su quella mail lo userò per pensare meglio, per scrivere quello che davvero conta, per stare con chi amo.

La verità è che non funziona sempre così. Quando deleghi la parte che credevi marginale del tuo lavoro, scopri che era proprio dentro quella parte che si stava costruendo qualcosa di tuo. La fatica della formulazione, lo sforzo di scegliere quella parola e non quella, il ritorno tre volte sullo stesso passaggio, sono il pensiero. Tolto quello, il tempo guadagnato si trasforma in altro tempo da riempire, e il vuoto si presenta più velocemente di prima. E il punto non è tengo tutto per me, scrivo tutto io. Il punto è domandarsi quanto di ciò che delego mi servirebbe piuttosto per allenare il pensiero.

Questa è la prima ragione personale per cui mi rifiuto di accettare la promessa dell’efficienza come orizzonte. Per una constatazione molto pratica: il senso, in quello che faccio, sta nel percorso che mi ha portato a quel risultato, e quel percorso include anche la frustrazione, la fatica, le riscritture, le ore che a un osservatore esterno sembrerebbero perse.

C’è poi una seconda ragione, che è meno facile da dire. Mi sorprendo a misurare quello che faccio sulla base di quanto è stato visto, condiviso, citato. Mi sorprendo a sentire la pressione dell’output continuo, nonostante nessuno mi prema. Ed è il motivo per cui uso sempre meno i social, perché non riesco più neanche a coltivare l’illusione di poterli usare poco ma bene. E se questo accade a chi può scegliere quanto esporsi, figuriamoci cosa accade a chi non può. Il problema è strutturale e non caratteriale, e chi pensa di esserne immune perché ha una professione interessante o un mestiere creativo si sta raccontando una bugia che, prima o poi, gli si presenterà davanti come devastante stanchezza.

Uno dei poster che venne regalato dalla casa editrice ai primi lettori insieme a Ma chi me lo fa fare?

Un problema strutturale, non psicologico
Questa crisi non si risolve con interventi psicologici sul singolo o con la mindfulness aziendale, né con i corsi di resilienza o le app per dormire meglio. Non si risolve nemmeno con il prompt engineering, che è l’ultima versione della promessa neoliberista: impara a convivere con la macchina, attrezzati, aggiornati, altrimenti è colpa tua. Tutte queste risposte, più o meno sensate, individualizzano un problema collettivo e psicologizzano un problema strutturale, e prese da sole lo rendono impossibile da affrontare. Chi si esaurisce davanti al computer non ha bisogno di imparare a respirare meglio. Ha bisogno di una società che si chieda, finalmente, cosa valga la pena fare in un’economia in cui produrre beni e servizi richiede sempre meno tempo umano.

È una domanda che il capitalismo, nella forma in cui lo conosciamo, non sa porsi, perché il suo meccanismo centrale è trasformare il tempo in prezzo. Se il tempo di lavoro necessario diminuisce, il capitalismo risponde inventando nuovo lavoro, spesso inutile, pur di mantenere inalterato il rapporto.
Chi ha responsabilità strutturali in questa partita sono i governi che hanno abbandonato ogni ambizione di ridistribuzione del tempo e le grandi società tecnologiche che costruiscono sistemi sempre più potenti senza assumersi la minima responsabilità sulle conseguenze sociali del loro dispiegamento, rimandando la questione a una futura regolamentazione che sanno perfettamente arriverà sempre troppo tardi.

Ma dentro questa stanchezza diffusa c’è un’intuizione. Quella delle persone che stanno dicendo, sovente senza sapere di dirlo, che l’assetto del lavoro a cui siamo abituati non reggerà, che la coincidenza tra reddito e occupazione, tra dignità e produttività e tra tempo di vita e tempo di prestazione è entrata in una crisi colossale che nessun aggiustamento marginale potrà più sanare. Il problema è che la perdita in corso è altrettanto reale, e ignorarla sarebbe romanticizzare la sofferenza. Quelle stesse persone, in molti casi, non hanno gli strumenti per immaginare cosa fare di sé fuori dal lavoro che le sta esaurendo. Hanno il sospetto giusto e la facoltà atrofizzata. Sentono che qualcosa non torna e non sanno più nominare cosa potrebbe tornare al suo posto. È questa doppia condizione, e non solo la prima metà, che dobbiamo guardare in faccia.

Il compito politico, allora, è doppio anch’esso. Da una parte, smettere di trattare l’esaurimento come patologia individuale e cominciare a riconoscerlo come segnale collettivo di una transizione che il sistema non vuole nominare.
Dall’altra, e questa è la parte più difficile, reinventare le condizioni materiali, educative, istituzionali, perché la facoltà di produrre senso possa essere di nuovo esercitata. Non si tratta di insegnare alle persone a “trovare il proprio scopo”, che è l’ennesima stronzata individualizzante. Si tratta di costruire luoghi, tempi e relazioni in cui il senso possa nascere, essere riconosciuto e scambiato. Le scuole, le università, gli ospedali, i quartieri, le piazze, gli spazi del tempo libero: tutti questi luoghi sono stati, negli ultimi decenni, riconvertiti alla logica della prestazione.

La domanda, allora, è cosa vogliamo costruire perché torni possibile esercitare la facoltà di chiedersi cosa vale la pena fare.
Finché non lo faremo, sempre più persone continueranno a ripetere quella frase che ormai si sente ovunque: “non mi va più di lavorare”.

Perché non ti va più di lavorare ultima modifica: 2026-06-30T05:37:00+02:00 da GognaBlog

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26 pensieri su “Perché non ti va più di lavorare”

  1. Articolo molto interessante. La differenza tra COMPITO e ATTIVITÀ mi ha davvero colpita!

  2. Articolo straordinario, mi spezza le ossa ma finalmente dà un aspetto concreto e quasi solido al malessere che mi porto. Divisa tra due attività una impiegatizia (in pubblica amministrazione) piena di ordini da eseguire in batteria che metto diligentemente in fila tanto da risultare zelante e probabilmente fastidiosa ai colleghi, compilo le famose Cellette di excel con codici e percentuali “normalizzati” che sono assolutamente fittizi, Controlli di Gestione li chiamano, dove il carico di lavoro va ridistribuito (sulla carta) tra tutti i lavoratori del settore, senza distinguo tra chi non viene mai al lavoro e quelli che vengono sempre..dove non hanno senso i veri numeri totalizzati dai singoli, il risultato finale (del volume di lavoro affrontato) va ridistribuito su tutti i dipendenti del reparto, affrontare questo è frustrante! Devo farlo convivere con una attività residuale di libera professione fatta ormai solo per dare sostegno a colleghi professionisti che non ce la fanno da soli ad affrontare i troppi impegni che hanno, ma produce solo perdita di tempo, richiede un impegno mentale che si sta affievolendo ed è sempre più fragile, forse per il decadimento dell’ età e la mancanza di compenso economico, dove mi rimane solo la soddisfazione intellettuale di aver risolto problemi seri alla committenza e ai colleghi. Ma alla fine, tutto ciò che mi rimane è un profondo senso di stanchezza e perdita di senso. Spero che l’analisi offerta da questo articolo eccellente mi aiuti a ritrovare l’indirizzo delle mie giornate…se un indirizzo c’è. Grazie. 

  3. Complimenti, articolo molto approfondito e ben scritto. Mi interrogo da tempo su questo tema e finalmente leggo qualcosa di strutturato in questo senso.
    I modelli stanno saltando uno dopo l’altro. L’uomo sta scoprendo che “efficientare” lo sta distruggendo, sia in maniera conscia che non. Amplificato dal deprezzamento del proprio lavoro. Nulla ha senso, se non lo dai tu, anche se dal chiuso di uno scatolone di cartone, che potrebbe essere pura follia, ma anche protezione da un sistema che sta divorando se stesso alla fine, e fortunatamente aggiungo io.
    Lo facevo notare ad un amico molto preso da tempo da AI e cose simili. Inutile, lui continua ad affascinati, e non gli do torto dopotutto. Anch’io in qualche modo voglio vedere come va a finire questa storia, questa transizione in cui viviamo. Forse una bolla momentanea, forse no. Forse l’uomo attuerà qualche dispositivo di autoprotezione, boh chi lo sa. Di una cosa sono quasi certo, osservandolo da tempo. È che il sistema dovrà reinventarsi, perché ha bisogno comunque dell’uomo. Ma potrei anche sbagliarmi. 

  4. A venti anni sei pieno di voglia di fare, sei produttivo. Ricordo che vedevo i vecchi impiegati bruciati e spenti e nemmeno li giudicavo. Semplicemente non li capivo. Poi nelle grandi organizzazioni burocratiche il sistema è totalmente orientato a favorire i comportamenti negativi e soffocare quelli positivi. Premi i fannulloni, gli arrivati, i chiacchieroni inconcludenti. Quelli che si impegnano sono visti come gli ingenui sfigati. Ok forse hai qualche spiccio in più, ma ci rimetti la salute mentale per il sovraccarico di responsabilità. Alla fine i più saggi cercano di barcamenarsi senza farsi troppo male, in bilico tra una coscienza lavorativa e l’attenzione a non farsi troppo male. E passano i decenni…

  5. Il senso del lavoro è importante, ma non basta. Quando carico di lavoro, stress tossico, richieste assurde e responsabilità non riconosciute aumentano, mentre stipendio, ruolo e rispetto restano fermi, il patto tra azienda e lavoratore si rompe. A quel punto non è che le persone “non hanno più voglia di lavorare”: non hanno più voglia di essere spremute dentro un sistema che pretende sempre di più e riconosce sempre di meno.

  6. un capolavoro questo articolo.meraviglioso mi ha illuminato.lo condivido.concordo totalmente 

  7. Ma oggi c’è un lavoro utilissimo, socialmente utile, che ti porta ad essere riconosciuto, ammirato, rispettato,  famoso:
    L’ INFLUENCER.
    Ecco facciamo tutti l’influencer.

  8. Un lavoro inutile resta inutile anche se pagato bene. 
    Il problema della retribuzione è della dignità del lavoro è sicuramente importantissimo ma non credo sia il tema centrale dell’ articolo.
     

  9. I sociologi del lavoro e gli economisti concordano sul fatto che non siamo davanti a una crisi di “voglia di fare”, ma a una crisi di dignità del lavoro. Se la retribuzione non garantisce una vita dignitosa e la pianificazione del futuro, il lavoro si svuota del suo valore sociale e diventa, per l’appunto, inutile.

  10. Neanche a me….Assistente alla comunicazione e all’ autonomia…va più di lavorare…non ne vale la pena…quanto studio, quanto lavoro, quanta pazienza e quanto Amore per quei bambini ogni giorno per 6/8 ore per 5 giorni a settimana….se ti va bene e vengono a scuola… altrimenti le ore si riducono e il tutto si traduce in riduzione di stipendio…a miseri neanche 10€  netti… Calci pugni graffi morsi…a soli 10€… Non ne vale la pena… perché? È una lotta impari…si lavora ma dopo la scuola non c’è continuità… l’ impegno che metti, i piccoli risultati che raggiungi e per i quali sei felice ma che si annullano non appena questi bimbi varcano la scuola ed entrano tra le mura di casa. E il giorno dopo si ricomincia… più stanchi di prima…per questo non ne vale la pena…e non vorrei più lavorare.
     

  11. Cerchiamo di ribaltare la prospettiva. Non tutti sono in grado di gestire autonomamente la propria libertà perciò servono lavori ” contenitore”. 
    Quello che io faccio in 20 ore di solito i miei colleghi lo fanno in più di 50 ore. Ma non perché io sono più bravo o loro meno…perché non sanno che cazzo fare nel resto del tempo….la paura di tornare a casa dalla moglie/ marito/ figli….stare da soli con sé stessi….e quindi poi ci ritroviamo tutti dentro questo ingranaggio pazzesco per cui non solo molto lavoro sarebbero inutili ma  anche quelli utili vengono appesantiti da lungaggini inutili….

  12. Viviamo un nuovo ciclo della storia umana
    La realtà è sempre stata criticata, e l’uomo fa sempre fatica ad addormentarsi alle nuove prospettive e i cambiamenti
    In un certo senso, però è un vecchio fenomeno, con nuovi contorni 
    Mi ricorda i ragionamenti dei nobili annoiati della Russia del 800 che portò alla nascita del malessere generale e l’embrione della rivoluzione… 
    Famoso il romanzo di Gonciarov “Oblomov” da cui nasce il termine oblomovismo
    Persona che non ha voglia di fare nulla, per l’intima consapevolezza di essere inutile… Nonostante le capacità e il desiderio di cambiare qualcosa, si trascina in un esistenza di componenti di compiti e mai di una qualche iniziativa personale….
    Magari riusciremo a dare una scossa al umanità, anche con costi pesanti, come sono stati i vari rivoluzioni 
    Lo so che il mio è un wishfull thinking, perché la realtà è molto più senza speranze…..

  13. Problemi occidentali della contemporaneità? Una cultura e una società in fase di decadenza o alla vigilia di un grande ribaltamento dei suoi fondamentali?  Ai posteri la sentenza. Racconti sul senso del lavoro provenienti da altri mondi, culturali o temporali sui quali riflettere. Wim Wenders, Perfect Days. La quotidianità contemporanea del pulitore dei gabinetti di Tokio. Primo Levi, La chiave a stella. La vita dell’operaio Faussone in un’epoca che appare molto lontana, ma era solo ieri. 

  14. Mi ci ritrovo perfettamente, io sono un’insegnante (lavoro più che altro sul sostegno) e ogni giorno vedo che mia figlia(7 anni) legge con entusiasmo ciò che vuole e non ciò che deve. Io stessa mi ritrovo a far valere regole in cui non credo; mi sento parte di un ingranaggio della grande macchina sociale. Sento tutti i giorni l’inutilità del mio lavoro. 

  15. Voglio ringraziarti molto per quello che hai scritto. 
    Sono considerazioni che risuonano in profondità nel mio vissuto personale e che hanno un eco sempre più diffuso. Hai saputo leggere un malessere pericoloso, non ancora così evidente, gli hai dato un nome e l’hai spogliato. Francamente non so se nudo fa meno paura, certo è che mi sono sentito meno solo e forse un pò più consapevole, ma, paradossalmente, anche un pò più vicino alla follia completa…
    Grazie per la tua sensibilità e soprattutto, per la tua condivisione!

  16. Quando lavori per circa otto/nove ore tutti i giorni e arrivi se va bene a coprire le spese di casa e non ti puoi permettere altro la voglia ti passa

  17. Mi viene in mente una frase da Il piccolo Principe: La bellezza della tua rosa dipende dal tempo che tu hai speso per lei. 

  18. Rimane la questione del lavoro manuale.
    Sempre denigrato negli anni ma che, se fatto bene, è l’unica cosa che può dare un senso di appagamento.
    Bisognerebbe però smettere di demonizzarlo come qualcosa di “spregevole”

  19. Quelli pericolosi e logoranti saranno  i primi lavori ad essere sostituiti dalle macchine , cosi ci stancheremo a fare altro.

  20. Si Merizzi, lo stradino poi con i fumi dell’asfalto bollente si fa delle salutari inalazioni ai polmoni

  21. Benassi, lo stradino si stanca alla grande perché non lavora per il bene comune, ma per farsi una rapida abbronzatura e per guadagnare un sacco di soldi, mentre gli ammistratori delegati che sfrecciano strombazzando con le loro Porche  davanti agli stradini, non fanno minimamente fatica, perché stanno lavorando per il bene comune!

  22. @3 prova a stare una giornata a spargere asfalto su una strada a queste temperature, poi vediamo se NON stanca.

  23. Articolo che fa pensare. Ho notato però che la parola “soldi” non viene mai citata, credo appositamente.
    In genere però la gente lavora per i “soldi”; la passione, il senso e l’utilità del lavoro vengono spesso messi in secondo piano: faccio un lavoro di m..da che però mi dà tempo libero e soldi per vivere più o meno agiatamente, tanto poi la vita è altrove, magari su una parete di roccia. La frustrazione sul lavoro nasce nel momento in cui i lavori di m..da e anche quelli belli creativi li fanno le macchine o sono sottopagati. A mio giudizio questo problema si risolve, come dice Telleschi, in primo luogo in termini di giustizia sociale: la ricchezza deve essere distribuita molto più equamente di adesso! I lavori inutili e senza senso possono essere anche divertenti e appassionanti. L’arrampicata è in fondo una attività di questo tipo!

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