La crisi del maschile

Dagli incel ai guru della ‘mascolinità tradizionale’, la narrazione degli uomini in crisi sembra raccontare un fenomeno nuovo. Ma la storia mostra il contrario: ogni grande trasformazione sociale ha prodotto il racconto di una virilità minacciata.

La crisi del maschile
(un racconto ricorrente che nasconde una trappola)
di Giulia Mattioli
(pubblicato su d.repubblica.it il 5 luglio 2026)

Dalla retorica degli incel ai guru della ‘mascolinità tradizionale’, fino al successo di figure controverse che promettono di restituire forza e potere agli uomini, si è diffusa una narrazione che descrive la maschilità come in crisi: gli uomini avrebbero perso status, autorevolezza e punti di riferimento, schiacciati dai cambiamenti sociali degli ultimi decenni. È un discorso che attraversa social network, cultura pop e dibattito politico, e che affonda le sue radici in trasformazioni molto profonde: il lavoro non è più il principale pilastro dell’identità maschile, la famiglia tradizionale è cambiata e i movimenti femministi hanno ridefinito rapporti di potere, sessualità e modelli relazionali.

Foto: Getty Images

Eppure questa narrazione non è affatto nuova. Come osserva Stefano Ciccone, fondatore della rete nazionale Maschile Plurale, nel saggio Maschi in crisi, “la retorica sulla crisi della virilità non è una novità, riaffiora in tutte le fasi di mutamento e, soprattutto, non è neutrale: è una costruzione retorica che ha l’effetto di riproporre un sistema gerarchico di relazione tra i sessi”. Insomma, non è la prima volta che il ruolo sociale degli uomini viene percepito come indebolito, e non è la prima volta che questa percezione viene usata per cercare di ristabilire il predominio perduto.

Crisi maschile, una storia che si ripete
La mascolinità in crisi accompagna buona parte della modernità, è una sorta di filo rosso che attraversa epoche diverse. Se volessimo ricapitolare le principali fasi ‘critiche’ della mascolinità – o, per meglio dire, del suo costrutto sociale – dovremmo partire con la rivoluzione industriale, quando si consolida l’idea dell’uomo come breadwinner, cioè colui che ha il compito di mantenere economicamente la famiglia. Essere un uomo ‘vero’ significava lavorare, guadagnare e provvedere ai propri cari, ma proprio questa centralità portava con sé una fragilità: se per varie ragioni il ruolo di provider veniva meno (magari a causa di un licenziamento) anche l’identità personale andava in crisi.

Tra fine Ottocento e inizio Novecento, in un contesto attraversato da urbanizzazione rapida e grandi cambiamenti sociali, questa tensione si tradusse in un diffuso timore della ‘decadenza’: in antitesi, l’ideale virile si irrigidì attorno a valori come forza, disciplina e autocontrollo. La Prima guerra mondiale ruppe questo immaginario. Come ricostruiscono diversi storici, la figura dell’eroe combattente, viva nella retorica pubblica, subì una frattura profonda: il corpo maschile, reduce dalle trincee, era diventato vulnerabile, esposto. La guerra rese evidente ciò che la cultura aveva a lungo rimosso, cioè che anche la maschilità può essere colpita, spezzata. Il trauma psicologico dei soldati contribuì ulteriormente a demolire l’idea di invulnerabilità come tratto naturale dell’uomo.

Nel secondo dopoguerra, soprattutto nelle società occidentali, si consolida un nuovo equilibrio: crescita economica, lavoro stabile e welfare rafforzano il modello della famiglia tradizionale come centro della vita sociale. L’identità maschile è sempre più legata al ruolo di lavoratore e padre, ma ora è inserito in una società dei consumi ordinata e prevedibile. Alcuni discorsi culturali del periodo leggevano questa forma di maschilità più ‘regolata’, addomesticata, come perdita di libertà, di vigore e di energia rispetto agli eroici modelli precedenti.

Con gli anni Sessanta e Settanta la trasformazione divenne esplicita: la messa in discussione dei ruoli tradizionali e l’affermazione dei movimenti femministi misero in crisi le gerarchie di genere consolidate.

Quando il potere vacilla: intervista alla storica
Spesso nel dibattito attuale si sostiene che gli uomini siano in difficoltà a causa delle istanze femministe, dell’emancipazione ‘estrema’ delle donne contemporanee, che li avrebbero de-virilizzati. Ma la storia ci suggerisce che parlare di ‘crisi del maschile’ in sé e come evento straordinario sia fuorviante: ogni volta che sono cambiate le condizioni economiche, sociali e culturali di un’epoca, è cambiata anche l’idea di cosa significasse essere uomini, e questo ha sempre prodotto tensioni, resistenze, sentimenti di perdita.

Insomma, sarebbe limitante leggere questa ‘crisi’ come una guerra tra i sessi, il quadro è più complesso di così. È una lettura che offre Vinzia Fiorino, presidente della Società Italiana delle Storiche (SIS), che, per cominciare, si dice “perplessa” da definizioni come ‘crisi’ del maschile, perché sempre “Finalizzate a ristabilire forme tradizionali di dominio maschile”.

Per capire cosa intenda, la storica parte dalla definizione stessa di mascolinità. “È un canone moderno costruito a partire dalla fine del Settecento, anche sull’onda del modello estetico greco, in cui bellezza e rettitudine morale venivano viste come connesse, armonia fisica ed equilibrio interiore erano segni di capacità e autocontrollo”. Parallelamente, “con la nascita dei moderni sistemi politici si definì il cittadino maschio come capo famiglia, difensore della patria e unico soggetto di diritti nella sfera pubblica”, dalla quale la donna venne sistematicamente esclusa. Parlare di crisi della mascolinità significa quindi interrogarsi innanzitutto su quando questo codice, “fondato su superiorità, autorità e potenza”, abbia cominciato a vacillare.

Molti storici collocano una prima incrinatura alla fine dell’Ottocento, in concomitanza con i movimenti femministi e suffragisti. Una lettura che Fiorino considera solo parzialmente convincente. “Non bisogna accettare la logica dei vasi comunicanti per cui se da un lato le donne conquistano qualche quota di potere, dall’altro gli uomini ne perdono altrettante”, osserva. “Mi sembra una lettura semplicistica”. Anche perché proprio quegli anni, ricorda, coincidono con le conquiste imperiali, “che non hanno fatto altro che confermare modelli culturali di dominio fortemente incentrati su una maschilità egemone”. Più decisivi le sembrano invece gli anni Sessanta del Novecento, quando “il femminismo e i grandi cambiamenti culturali mettono davvero in discussione i codici tradizionali della mascolinità”.

Sul piano storico, afferma, il femminismo ha cercato di sfidare “non solo le posizioni di dominio, ma anche le modalità, le forme, i contenuti del potere tradizionale” e, in questo senso, “ha certamente voluto demolire una rappresentazione della mascolinità che si nutriva di arroganza, prepotenza, voglia di dominio”. La violenza di genere resta un tema centrale, ma Fiorino invita anche a guardare alle trasformazioni già avvenute: “la capacità trasformativa del femminismo ha investito la società nel suo complesso. Non a caso, oggi molti uomini vivono la dimensione domestica, quotidiana e la propria affettività secondo stili infinitamente distanti da quelli della mascolinità tradizionale”.

Eppure, la tendenza a vivere l’avanzamento dei diritti delle donne come una perdita di status per gli uomini (il cosiddetto revanscismo) ha una lunga storia. Un esempio viene dalla stampa satirica dell’Otto e Novecento: ogni volta che si discutevano riforme come l’abolizione dell’autorizzazione maritale, il diritto di voto o l’accesso delle donne alle professioni, “la stampa si riempiva di immagini di uomini con grembiulini ai fornelli e donne con lo scettro”. Quelle vignette esprimevano “la paura del crollo dell’intera struttura sociale incentrata su compiti e posti ritenuti erroneamente assegnati dalla natura”. Un altro episodio emblematico fu quello che avvenne durante la manifestazione per l’aborto del 6 dicembre 1975 a Roma: il corteo femminista separatista fu attaccato dal servizio d’ordine di Lotta Continua. Anche a sinistra, sostiene Fiorino, “le donne erano accolte e promosse solo se si muovono all’interno di una logica di emancipazione e di uguaglianza”, mentre venivano “messe ai margini introducevano nel dibattito pubblico prospettive nuove, tradizionalmente considerate non politiche”.

Ma chi trae vantaggio dalla narrazione degli uomini come vittime dei cambiamenti nei rapporti di genere? “Ovviamente gli stessi uomini”, risponde la studiosa. “Il loro dominio e la loro preminenza sono posti a garanzia dell’ordine sociale generale; secondo questa visione, una perdita di status avrebbe ripercussioni sull’intero costrutto sociale. Attivare una narrazione degli uomini come vittime è funzionale al mantenimento dello status quo, che è ancora incentrato su forti asimmetrie di genere”.

Anche sul presente Vinzia Fiorino invita a evitare semplificazioni. Oggi, osserva, “si tende ad attribuire le forme di dominio e quelle di violenza contro le donne a un non meglio specificato patriarcato, che rischia di configurarsi come un grande contenitore”. Ma è una lettura che, a suo giudizio, “impedisce di cogliere gli elementi direttamente legati al tempo attuale”. Più che di patriarcato, Fiorino preferisce parlare di “un contesto di post-patriarcato in cui è attivo, attivissimo, un ordine simbolico incentrato sulla supremazia dell’uomo, sul dominio del paterfamilias, che non tollera scelte di autonomia della partner”. Ma, aggiunge, tutto questo avviene “in un contesto segnato da quella che preferisco definire violenza sistemica: un clima culturale che legittima le ragioni della guerra, il razzismo, lo sfruttamento sempre più spietato della forza lavoro, la reificazione dei soggetti”.

Per questo, conclude, “di fronte ad atti di violenza di genere compiuti da giovanissimi ragazzi non possiamo rispondere solo con i codici secolari del patriarcato”.

La crisi del maschile ultima modifica: 2026-10-20T04:01:00+02:00 da GognaBlog

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1 commento su “La crisi del maschile”

  1. Con la fine del patriarcato ci sarà forse la fine della violenza di genere, ma non ci sarà la fine della “violenza sistemica” (Vinzia Fiorino): anche le donne sostengono la guerra, il razzismo e lo sfruttamento degli operai!

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