Il bivacco alpino nasce come presidio d’emergenza e riparo per gli alpinisti, non come meta turistica low cost. Ma negli ultimi anni parecchi bivacchi, anche di alta quota, hanno perso la loro vocazione originaria. Strutture nate un secolo fa con l’unico scopo di offrire un porto sicuro a escursionisti e scalatori in condizioni di reale necessità o come punto d’appoggio per le ascensioni dell’indomani. Oggi il bivacco viene sempre più percepito come un’attrazione alla moda, una “vacanza gratis” dove tutto è concesso. Si è discusso, a Pieve di Cadore, del problema e con l’occasione è stato presentato il nuovo bivacco “Piero Cosi”, destinato alla cima del Monte Antelao per sostituire lo storico manufatto del 1956, spazzato via da una frana.
Il bivacco Cosi, nido d’aquila dell’Antelao
di Marcello Mason
(pubblicato su Il Cadore, agosto 2026)
“Quel giorno tuo papà si stava recando in macchina a Parma per assistere alla partita di rugby fra la squadra del Petrarca, allenata dal fratello Lando, e quella locale. All’improvviso a Sanguinetto – un comune della provincia di Verona – avvenne l’incidente: ad una stretta curva la vettura sbandava, andando a cozzare con violenza contro una fontana in muratura e sbalzandolo fuori. Raccolto svenuto, da quel momento non aveva più ripreso conoscenza, tanto che il successivo trasporto alla Clinica Chirurgica di Padova, nel disperato tentativo di salvarlo, si era rivelato purtroppo inutile. E l’8 novembre del 1955, a soli 29 anni, egli cessava di vivere”.
Con queste parole verrà spiegata in seguito al piccolo Piero Cosi (porterà, infatti, lo stesso nome del padre) la ragione della sua incomprensibile assenza e la conseguente impossibilità di vederselo accanto, compagno di giochi e nella crescita. Quanto, per altri aspetti, era accaduto a mamma Ida, privata in tal modo del suo grande amore. “Così brava da figurare tra le poche donne in grado, all’epoca, di superare difficoltà di sesto grado”’, avrebbero aggiunto poi i familiari. Tante erano, infatti, le scalate compiute e progettate dai due fino a pochi mesi prima.
Ben note pure agli amici della Sezione del CAI di Padova, con i quali Piero, in particolare, arrampicava sovente lungo le pareti di Rocca Pendice, la palestra di roccia locale. In un atteggiamento costantemente amichevole e disponibile, tanto che tutti lo avrebbero successivamente definito con queste parole: “Attorno a lui i giovanissimi si stringevano spontaneamente, gli anziani lo stimavano ed entravano in amicizia come con un coetaneo”. Non poteva essere diversamente, vista l’abilità con la quale egli riusciva a superare le pareti più impegnative delle Dolomiti, ma ancor più per essersi fatto benvolere incondizionatamente da ognuno. Un legame con i monti che, del resto, verrà un giorno condiviso – bello è sottolinearlo – dal figlio stesso, nonché dal pronipote Carlo, quest’ultimo affermata guida alpina, spesso presente sull’Antelao, la montagna che non avrebbe mai smesso di custodire la memoria del nonno.
Spontaneo e immediato era sorto allora, da parte di tutti, il desiderio di realizzare un bivacco fisso in suo ricordo. E la scelta non poteva rivelarsi più felice, allorché si decise di collocarlo poco sotto la cima di quel monte, il re del Cadore.
Se n’era vista l’importanza anche in considerazione dei tanti incidenti, a volte tragici, lì purtroppo avvenuti negli anni, causati da svariate ragioni, non ultima l’improvviso e spesso drammatico cambiamento del tempo, ma pure in funzione di quanti intendessero frequentare le lunghe ed impegnative vie esistenti sui vari versanti.
Non si perse perciò tempo, affidando il progetto all’artigiano patavino Redento Barcellan, su indicazione della Sezione del CAI di Padova. Il che si tradusse in una costruzione in legno, rivestita di lamiera verniciata di rosso, il tradizionale modello fisso della Fondazione Berti che, nel 1956, troverà collocazione a quota 3102, ad appena 150 metri dalla vetta. Naturalmente, come tutti gli altri, anche questo ricovero di montagna sarebbe risultato incustodito e frequentabile in ogni momento dell’anno.
Nulla fu semplice, per la verità, in un’epoca in cui le tecnologie attuali e l’uso dell’elicottero erano del tutto inimmaginabili. Basti pensare che per prima cosa si dovettero impiegare i muli degli Alpini dalla chiesetta della Madonna del Caravaggio fino alla fine della Val d’Oten. Nella fase successiva si proseguì sino al rifugio Galassi grazie all’aiuto della seconda Compagnia degli Alpini di Belluno. Infine si poté contare sulla terza Compagnia che aveva portato ogni singolo elemento a spalla fino al posto individuato per la collocazione del manufatto. Nemmeno il tempo fu clemente, vista la neve ben presente già all’attacco della via e a causa delle folate di nebbia che avvolgevano ogni cosa, disegnando un paesaggio spettrale e quanto mai disagevole. A dispetto di tutto ciò, Redento proseguì imperturbabile, assieme ad alcuni alpini, l’operazione di montaggio dei vari elementi personalmente costruiti in un cantiere che, per la cronaca, aveva la sede a Padova, a poca distanza dalla Basilica del Santo.
In tal modo, il 9 settembre di quel medesimo anno, giorno dell’inaugurazione, quanti furono presenti alla cerimonia, poterono scorgere la presenza della moglie di Piero, il fratello e la sorella, assieme a tante persone abbarbicate tra quelle rocce non senza difficoltà, visti gli spazi davvero angusti. Il celebrante, Padre Mantovani, nel corso del rito religioso, sottolineò la figura dello scomparso con toccanti parole: “Questa piccola casa è permeata dello spirito di Piero che amava particolarmente l’Antelao. Qui il suo spirito sopravvive e la sua opera è continuata da coloro che restano”.
Da allora il bivacco Cosi ebbe modo di dare indiscutibile prova della sua utilità, come raccontano le stesse pagine del libro dei visitatori, riportando espressioni di gratitudine da parte di chi aveva trovato lì riparo da violenti temporali o improvvise nevicate, non senza aver vissuto l’emozione, alla prima schiarita, di poter scorgere una serie quasi infinita di monti e vette che comprendevano l’Ortles e le cime della Svizzera, e se la giornata era particolarmente tersa, persino la laguna di Venezia, per non dire delle spettacolari albe o tramonti da lì ammirati.
Una realtà, questa, che avrebbe perciò potuto ripetersi indefinitamente, fatti salvi naturalmente gli inevitabili interventi di manutenzione, che indubbiamente, con gli anni, erano divenuti assai impegnativi, riguardando la struttura esterna quanto l’interna e richiedendo ormai la sostituzione dei cavi tiranti di ancoraggio, il rinnovo della pavimentazione in legno e degli arredi. Tanto che si era deciso di rendere momentaneamente inagibile il bivacco a partire dal 2010. Non che la Sezione del CAI di Padova si fosse poi persa d’animo, tutt’altro, iniziando anzi ad affrontare la situazione con impegno di uomini quanto economico.
Le premesse per un lavoro conservativo insomma c’erano tutte, salvo che il destino aveva deciso in modo diverso quanto clamoroso. Tutto avvenne il 12 novembre 2014, quando a San Vito di Cadore fu avvertito l’inconfondibile fragore di una frana imponente proveniente dall’Antelao, tale da suggerire, qualche giorno dopo, una perlustrazione con l’elicottero, allo scopo di stabilirne l’entità e gli eventuali danni arrecati. Il successivo comunicato del Soccorso alpino veneto informava che “a cinquanta metri circa dall’uscita del canale Lindemann, le Laste si sono completamente staccate per tutta la loro lunghezza, e per cinque metri di spessore, fino al bivacco Cosi, che è stato travolto”. Uno scenario così profondamente mutato da dare l’impressione, ad un ipotetico passante, che la piccola costruzione non fosse mai esistita. La Sezione di Padova, passato lo stupore, iniziava a considerare le modalità necessarie per una sua rapida ricostruzione, che tuttavia non poté avvenire per una serie di difficoltà di varia natura. Finché, di recente, veniva data notizia del progetto di un nuovo bivacco sull’Antelao che sarebbe stato presentato nel corso di una conferenza il cui tema veniva anticipato già dalla locandina stessa: “Il turismo dei bivacchi – Quando i bivacchi perdono la loro vocazione emergenziale”.
Ad ospitare l’iniziativa sarebbe stato l’Auditorium Oasi di Pieve di Cadore, la sera del 24 luglio 2026. Nell’affollata sala, l’argomento veniva progressivamente esposto e definito da Bepi Casagrande, in veste di coordinatore e di Presidente della Sezione del CAI di Pieve di Cadore. Erano presenti pure Francesco Abbruscato, Presidente CAI Veneto; Angelo Soravia, Fondazione Berti; Gianfranco Munari, Presidente CAI Padova; Luca Fanton, Sindaco di Calalzo di Cadore; Marco Staunovo Polacco, Presidente Provincia di Belluno; Antonio Montani, Presidente generale Club Alpino Italiano, i responsabili delle Guide Alpine e del Soccorso Alpino e Speleologico.
I vari interventi proponevano, perciò, una profonda riflessione sul problema del quale sta soffrendo da tempo l’ambiente montano, clamorosamente sovraffollato e caratterizzato da una frequentazione spesso irrispettosa dei luoghi, lasciandone per di più desolata testimonianza attraverso l’abbandono di ogni genere di rifiuti e vandalismi. Al riguardo, in particolare, una prima possibile indicazione di buon senso era stata suggerita dal Presidente Montani “costringendo la gente ad arrivarci con le proprie gambe, macinando chilometri, non pochi metri. In questo modo si gustano di più le montagne e in particolare si disincentiva chi arriva in simili luoghi non essendo minimamente preparato per capire dove si trova”.
Alla luce dei recenti avvenimenti, la proposta del nuovo bivacco Cosi poteva apparire una contraddizione in termini, viste le ormai numerose presenze in questi ricoveri notoriamente incustoditi, facendone uso improprio e non di rado trattenendovisi più del dovuto. I successivi interventi di Angelo Soravia e Francesco Abbruscato, integrati anche da una breve ricostruzione storica delle origini di questo manufatto e dello spirito che dovrebbe accompagnare chi si rechi in simili luoghi, rimarcavano quindi la necessità di un deciso cambio di mentalità e nel contempo il ritorno al tradizionale bivacco Berti, rimarcando quanto impropriamente quella proposto sull’Antelao venga definita una nuova opera alpina, dato che in realtà andrebbe a sostituire il bivacco che esisteva un tempo. In ogni caso, a caratterizzarlo sarebbe stato l’arredo quanto mai essenziale, tale da ricordare che il piccolo edificio nasce unicamente come provvidenziale posto di riparo al sopravvenire di difficoltà o agli già accennati problemi legati all’imprevisto mutamento del tempo.
Il Sindaco Fanton, a sua volta, indicava la necessità che questo ricovero presenti tali caratteristiche essenziali, non trasformandosi in un dannoso richiamo per gli sprovveduti che troppo spesso individuano in queste strutture unicamente una personale possibilità di esposizioni mediatiche, così care ai social, per di più giungendovi privi di allenamento ed esperienza alpinistica quanto di conoscenza della severità dell’ambiente. Un comportamento estremamente pericoloso quindi per sé stessi, visto il severo impegno fisico che la salita di questo monte comporta, ma pure sapendo che tutto ciò inevitabilmente comporterebbe il coinvolgimento del Corpo del Soccorso Alpino. Timore comprensibilmente condiviso dal primo cittadino di Calalzo come dalle Guide Alpine. Una situazione che purtroppo trova ennesima conferma nella presente stagione, contraddistinta pur essa da richieste di interventi oltre l’immaginabile.
Al termine della serata e dei vari interventi, chiarite e superate le intuibili difficoltà e problematiche iniziali, sono emersi elementi in grado di condurre alla fattibilità di questo progetto lungamente sognato, sulla base delle modalità prospettate e delle considerazioni fatte, tanto da far sperare di potervi scorgere presto le premesse per il ritorno a nuova vita del bivacco Cosi, la cui sagoma appariva improvvisa, poco sotto la vetta del re del Cadore. Divenendo in seguito indimenticabile.
Scopri di più da GognaBlog
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.








Francamente dubito che un bivacco Cosi possa diventare meta di turismo fine a se’ stesso, visto dov’è, il dislivello da fare e l’abilità montana necessaria per arrivarci, come non lo è il Redaelli in cima al Badile.
Piuttosto rischia di diventare un incentivo a intraprendere una salita anche se non si è perfettamente in grado o se il tempo sconsiglierebbe, perché tanto c’è il bivacco…come avvenne qualche anno fà sul Badile.