Gli ebrei che avevano previsto la deriva del sionismo

Le posizioni dei primi ebrei antisionisti, tra rabbini, intellettuali e movimenti politici che, dalla fine dell’Ottocento, contestarono il progetto di uno Stato ebraico. Secondo le voci citate, il sionismo avrebbe tradito la vocazione universalista dell’ebraismo, alimentando colonialismo, nazionalismo e conflitti.

Gli ebrei che avevano previsto la deriva del sionismo
di Claudia Carpinella
(pubblicato su it.insideover.com il 18 luglio 2026)

Avevano previsto la deriva del sionismo, la ferocia con la quale si sarebbe affermato e le conseguenze che avrebbe portato con sé. Gli antisionisti più convinti della prima ora erano proprio esponenti della comunità ebraica della diaspora — un fatto che conserva una sua rilevanza. Lo ricorda Brian McGlinchey in un articolo pubblicato su Stark Realities. “Un ebraismo armato di cannoni e baionette invertirebbe i ruoli di Davide e Golia e sarebbe una parodia di se stesso”, dichiarò agli inizi del secolo scorso il rabbino Moritz Güdemann nell’opera Il giudaismo nazionale. Una critica rivolta all‘opuscolo politico di Theodor Herzl, Lo Stato ebraico, destinato a cambiare la storia contemporanea e ad animare le coscienze dei sionisti più ferventi. Oggi, dopo il genocidio di Gaza, la pulizia etnica in Cisgiordania e in Libano, i ruoli di Davide e Golia si sono invertiti, senza più la possibilità di utilizzare il condizionale. Oltre cent’anni dopo, rileggere gli oppositori del sionismo aiuta a comprendere ciò che accade oggi.

“La vocazione dell’ebraismo era la fratellanza”
Il Primo congresso sionista si tenne a Basilea nel 1897, dove Herzl diede forma politica al suo progetto. Ma la città svizzera non fu affatto la sua prima scelta. Avrebbe voluto convocare il congresso a Monaco, e guardava con favore anche a Vienna, ma i leader delle comunità ebraiche di queste e altre città europee non volevano avere nulla a che fare con il sionismo e si opposero fermamente all’iniziativa. Fu per questo che la scelta ricadde su Basilea.

Proprio in quei giorni che il rabbino capo di Vienna, Moritz Güdemann, pubblicò una lunga confutazione dello Stato ebraico. Scriveva: “La missione storica dell’ebraismo non è quella di sostenere le passioni o le fantasie nazionaliste centrifughe dei popoli, e ancora meno di indulgere in esse, ma piuttosto di abolire l’individualismo delle nazioni e lavorare verso l’unione di tutta l’umanità in un’unica famiglia”. Chissà cosa avrebbe pensato oggi il rabbino Güdemann, osservando come Israele abbia completamente disatteso quella sollecitazione per intreprendereinvece una via segnata da crimini contro l’umanità.

“Il sionismo è un progetto coloniale immorale”
Anche tra gli ebrei laici il dissenso nei confronti del neonato sionismo era forte. Il Jewish Labor Bund, partito politico laico e socialista fondato nell’Europa orientale, definì il sionismo “il nemico più malvagio del proletariato ebraico” e lo considerò “un progetto coloniale immorale”. Molly Crabapple, autrice di un libro dedicato al Bund, ha spiegato: “Pensavano che fosse uno strumento dell’imperialismo. I bundisti denunciarono la brutalità che ha sempre accompagnato il sionismo: dall’espropriazione della terra dei palestinesi ai brutali sfratti degli agricoltori locali, fino alla collaborazione, mano nella mano, con l’occupazione britannica”.

Ma l’opposizione al sionismo non riguardava soltanto gli ebrei socialisti dell’Europa orientale. Nello stesso 1897, la Conferenza centrale dei rabbini americani approvò una risoluzione contro il sionismo, affermando che “l’oggetto del giudaismo non è politico o nazionale, ma spirituale”, e che la sua missione consisteva nel promuovere “la pace, la giustizia e l’amore nell’umanità”. L’anno successivo anche l’Unione delle congregazioni ebraiche americane prese posizione contro il sionismo politico con parole altrettanto nette: “Gli ebrei non sono una nazione, ma una comunità religiosa”. Era la conferma che, da una sponda all’altra dell’Atlantico, una parte significativa del mondo ebraico guardava con profonda diffidenza al progetto nazionalista di Herzl, ritenendolo estraneo alla tradizione e ai valori dell’ebraismo.

Le preoccupazioni espresse dagli oppositori del sionismo continuarono a riaffiorare anche negli anni successivi. Dopo la prima guerra mondiale, una parte dell’ebraismo americano presentò persino una petizione al presidente Wilson per metterlo in guardia contro i pericoli insiti nelle insistite richieste di creare uno “Stato ebraico in Palestina”.

Decine di esponenti della comunità ebraica statunitense, guidati da Julius Kahn, sottolinearono “l’alto rischio di conflitti armati derivante dalla creazione di uno Stato ebraico in un’area popolata e venerata anche da musulmani e cristiani”. Condannarono inoltre l’idea di fondare una nuova nazione sulla base della razza o della religione ebraica, sostenendo che fosse incompatibile con gli ideali democratici. La lettera indirizzata al presidente degli Stati Uniti si concludeva con l’auspicio che la Palestina diventasse una “terra di promesse” per tutte le razze e tutte le religioni.

L’opposizione degli ebrei del Medio Oriente
Il dissenso non era soltanto appannaggio dell’Europa e degli Stati Uniti. Anche molti ebrei del Medio Oriente respinsero il progetto sionista, convinti che avrebbe compromesso la loro convivenza secolare con le popolazioni arabe. Nel 1947 il rabbino capo dell’Iraq, Sasson Khdouri ricordò che ebrei e musulmani avevano condiviso per secoli gli stessi diritti e la stessa vita civile, dichiarando senza esitazioni: “Gli ebrei iracheni non sono sionisti e non lo saranno mai”.

Anche nella Palestina mandataria non mancarono voci ebraiche contrarie al progetto di uno Stato nazionale. Tra queste quella del rabbino Chaim Joseph Sonnenfeld, che nel 1929 scriveva: “Il popolo ebraico non desidera mettere le mani su ciò che non è suo, e tanto meno toccare i diritti degli altri abitanti dei luoghi che hanno custodito e venerato”. Parole che appaiono oggi lontanissime dalle rivendicazioni territoriali sostenute dagli esponenti del governo Netanyahu, come Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich – così come dai leader del movimento dei coloni.

Il monito di Einstein
Nota e razionale l’opposizione di Albert Einstein al sionismo. “Preferirei di gran lunga vedere un accordo ragionevole con gli arabi sulla base della convivenza piuttosto che la creazione di uno Stato ebraico”, dichiarò.

Nel 1936 attaccò anche la posizione del primo giudice ebreo della Corte Suprema degli Stati Uniti, Louis Brandeis, secondo cui il “futuro del popolo ebraico dipendeva dall’unificazione all’interno di un territorio coeso”. Einstein ribatté che, al contrario, la sopravvivenza della comunità ebraica era stata favorita proprio dalla sua dispersione geografica. Offrì poi una riflessione che, riletta oggi, appare quanto mai attuale: “Era un bene – dichiarò – che gli ebrei non possedessero strumenti di potere che ci permettessero di commettere grandi stupidità dettate dal fanatismo nazionale”.

La posizione degli ebrei americani
Nel 1942 un gruppo di ebrei riformati statunitensi fondò l’American Council for Judaism (ACJ), facendo dell’antisionismo uno dei suoi principi fondamentali. Tre anni più tardi, il presidente dell’ACJ, Lessing Rosenwald, cercò di convincere Harry Truman sul fatto che “la Palestina non dovesse essere uno Stato musulmano, cristiano o ebraico, ma un Paese in cui le persone di tutte le fedi potessero svolgere la loro piena e uguale parte”.

Per Rosenwald, un’ampia immigrazione ebraica in Palestina era possibile, ma a una condizione: che fosse abbandonata una volta per tutte l’idea “che gli ebrei possiedano diritti nazionali illimitati su quella terra e che il Paese debba assumere la forma di uno Stato razziale o teocratico”.

I timori profetici degli ebrei antisionisti
Studiare le origini dell’antisionismo significa anche smascherare una delle più grandi mistificazioni propagandate da Israele e dai suoi alleati: l’idea che l’antisionismo sia, per sua natura, una forma di antisemitismo. La storia racconta qualcosa di diverso. I primi e più autorevoli oppositori del sionismo furono ebrei, rabbini, intellettuali e dirigenti delle comunità ebraiche della diaspora che vedevano nel progetto sionista un tradimento della vocazione universalista dell’ebraismo e ne temevano le conseguenze politiche e morali.

Timori che, a oltre un secolo di distanza, appaiono oggi tristemente profetici. Molti di quegli esponenti della comunità ebraica avevano previsto che la nascita di uno Stato fondato sul nazionalismo ebraico avrebbe prodotto conflitti permanenti, sopraffazione e violenza. Un monito rimasto tragicamente inascoltato, la cui attualità è oggi testimoniata dal genocidio in corso.

Gli ebrei che avevano previsto la deriva del sionismo ultima modifica: 2026-10-06T04:18:00+02:00 da GognaBlog

Scopri di più da GognaBlog

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

4 pensieri su “Gli ebrei che avevano previsto la deriva del sionismo”

  1. Non dimentichiamo infine che all’intero Occidente (ovviamente quello che conta, cioè quello che sta nelle stanze dei bottoni..), a cominciare dagli USA, fa comodo una Israele gegoraficamente più estesa e militarmente molto potente. Per cui l’Occidente non solo è connivente del sionismo espansionista-colonialista, ma addirittura ne è uno dei mandanti (e neanche tanto occultamente), quanto meno in termini di mancato interesse a fermare le azioni concrete di tale versione attuale del sionismo. In conclusione: il sionismo fa comodo a molti e in genere costoro sono quegli occidentali che stanno nelle varie stanze dei bottoni, per cui realisticamente non ci sarà mai una “vera” crociata contro il sionismo, neppure limitata a dirigersi solo contro l’attale sua versione colonialista.

  2. Stante questa fotografia il dibattito sulla natura del sionismo dei giorni nostri è inutile e fazioso. Il sionismo oggi è così (espansionista, imperialista, colonialista) e sono convinto che la sua attuale natura sia irreversibile (cioè che NON si tornerà al sionismo ideale delle origini). L’attuale versione del sionismo è il comtesto intellettual-ideologico in cui è stato inserito l’espansionismo e il colonialismo degli ebrei residenti in Israele. In altre parole: i coloni che “invadono” la Cisgiordania apparentemente lo fanno per concretizzare l’obiettivo del sionismo ideologico, cioè quello di riappropriarsi di terre un tempo ebraiche (fra cui la samaria e la giudea che appunto costituiscono l’attuale Cisgiordania.). In realtà  vero il contrario: il territorio dell’Israele del 1948 è molto piccolo e non contiene più gli ebrei, che inevitabilmente si “allargano”, usando come copertura il sionismo ideologico. Lo stesso vale per la striscia di gaza che “serve” per costruire i quartieri residenziali lasciando a Tel Aviv e dintorno solo unità immobiliari destiate a uffici e attività commerciali, vista l’effervescenza dell’economia israeliana. CONT

  3. E’ possibile che , in termini strettamente tecnici, queste analisi siano fondate, ovvero che il sionismo abbia preso una deriva esplicitamente imperialista. sta di fatto che il sionismo NON è nato con la costituzione dell’Israele politica (1948), ma molto prima, cioè nell’Ottocento. ha oltre 150 anni di vita. C’era tutto il tempo per correggere le eventuali derive “sbagliate” del sionismo e nessuno si è attivato in tale direzione o quanto meno nessuno ci è riuscito. Toccava agli ebrei al loro interno correggere tutte le eventuali evolzioni malate del sionismo: o nessuno si è attivato in tale direzione o chi lo ha fatto non è riuscito nell’intento. A naso direi che oggi il sionismo coincide quasi esclusivamente con la sua versione imperialista e colonialista, di cui costituisce la cornice ideologica. In parte hanno contribuito a ciò eventi storici (i sistematici attacchi a Israele, dalle due guerre ’67-73 fino al 7 ottobre 2023 e anche ai 20.000 razzi ancora sparati dal 2024 in poi – SULLA POPOLAZIONE CIVILE ISRAELIANA – da Hamas+Hezbollah+Houti+Iran & C.), in parte dipende dal fatto che gli ebrei che sono rimasti a vivere in Israele hanno sposato ideologicamente non il sionismo in quanto tale, ma la sua la versione più aggressiva ed imperialista (altrimenti tale ebrei, non riconoscendosi nel sionismo aggressivo, se ne sono già tornati in Europa e da mo’…). CONT

  4. Chi è senza peccato scagli la prima pietra! come disse Gesù, il primo ebreo a diventare cristiano. Ma già ai suoi tempi gli ebrei erano pressoché scomparsi dalla Palestina. All’idea folle di uno stato ebraico in Palestina corrisponde l’idea ugualmente folle di uno stato islamico in Palestina (“due popoli e due stati”). Come non esiste una nazione ebraica così non esiste una nazione islamica: Gaza era una città egiziana e la Cisgiordania una regione giordana. Col senno di poi certo, ma la spartizione dopo la guerra del 1948 sarebbe stata la soluzione migliore per entrambi i gruppi religiosi senza alimentare il risentimento islamico. Dalla fine della seconda guerra mondiale anche i paesi islamici dal Marocco all’Iran hanno coltivato l’odio religioso e perseguitato gli ebrei e i cristiani per creare stati omogenei e intolleranti.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.