Una lettrice di d.repubblica.it riflette sulla totale disumanizzazione dell’organizzazione lavorativa, soprattutto riguardo al corpo delle donne e al suo essere ciclico.
La risposta di Sarah Barberis (esperta di empowerment): “Solo l’equilibrio tra diritti, consapevolezza e corresponsabilità può davvero cambiare la cultura del lavoro”.
Il corpo delle donne e i modelli organizzativi
(un complesso esercizio di equilibrio)
di Sarah Barberis
(pubblicato su d.repubblica.it il 2 luglio 2026)
E’ il grande rimosso delle strutture organizzative del lavoro: il corpo, soprattutto quello femminile. I suoi bisogni, le sue variazioni, le sue straordinarietà vengono spesso percepiti come un ostacolo alla produttività. Women Up vuole invece riportare al centro il racconto del corpo, dei suoi ritmi e del modo in cui questi si intrecciano con le aspettative di una produttività continua.
Diverse ricerche internazionali mostrano che circa il 70% delle donne dichiara di aver sperimentato un impatto negativo dei sintomi mestruali sulla propria attività lavorativa, ma il tema resta in gran parte invisibile nei contesti professionali e raramente affrontato nei luoghi decisionali. La lettera di Flavia nasce proprio da questo scarto tra esperienza vissuta e cultura del lavoro: una riflessione sul ciclo mestruale non solo come fatto biologico, ma come lente attraverso cui interrogare i modelli organizzativi, il diritto al riposo e il rapporto tra corpo e performance.
Risponde alla lettrice Francesca Parviero, esperta in cultura del lavoro inclusiva ed equa ed empowerment femminile.
Cara redazione,
sono una responsabile social media per una nota azienda italiana e volevo scrivervi perché c’è qualcosa di cui non si parla mai nelle riviste, ma che sui social media è un argomento che vedo passare sempre di più. Il ciclo mestruale e come influenza la vita di ciascuna di noi. È una cosa che accade ogni mese alla maggior parte delle donne in età fertile eppure a parte nelle pubblicità di assorbenti, non se ne parla. Io mi sono sempre arrangiata, nascondendo nelle mani l’assorbente prima di andare al bagno non tanto per vergogna, ma per paura di suscitare sdegno, ribrezzo e schifo nei colleghi, soprattutto maschi. Se avevo dolore calavo un antidolorifico, cercando di sopprimere qualsiasi segnale del corpo, come se il ciclo fosse una malattia. Poi ho letto un libro che mi ha aperto la mente. Perché ho capito la natura ciclica della mia vita di donna: il ciclo ricrea le quattro stagioni della natura dividendo il mese in quattro parti. Primavera, quella parte in cui si formano i follicoli e riprendo energie dopo aver sanguinato, estate, l’ovulazione in cui il corpo mi dona energia e posso dedicarmi di più ai progetti, autunno, premestruo in cui il corpo mi fa pagare eventuali errori del mese (sforzi eccessivi, troppo o poco cibo, ecc.) e poi di nuovo l’inverno, con il sanguinamento. Tutto questo è natura, non malattia.
Sono tanti cambiamenti, continui e importanti, ma mi pare evidente che questo significhi che una donna non può lavorare in base ai ritmi di un uomo, legati al testosterone e quindi alle 24 ore. Su questo siamo proprio diversi.
Il mio problema è che ora sono proprio arrabbiata: vorrei dedicare ai giorni di mestruo tutto il riposo possibile, prendermi dei giorni per me, non esserci per niente e per nessuno, solo per me. Ma in questa società se non sei produttiva, sei cattiva.
Eppure credo che il riposo mestruale mi renda molto più presente e capace di donare e restituire un ottimo lavoro, nelle fasi in cui ho più energia. Ma perché questa differenza di cicli, di ascolto, di riposo, non viene mai presa in considerazione? Ora, io come social media manager sono già costretta a fare sempre straordinari, lavorare di notte se ci sono “emergenze”, ma mi chiedo come abbiamo fatto ad arrivare a questo punto, completamente disconnesse dal nostro corpo?
Come posso spiegare questa cosa ai miei datori di lavoro senza incontrare il loro pregiudizio o peggio ancora la loro totale indifferenza? A me sembra proprio naturale il bisogno di dosare le energie durante il mese e non mi sembra, invece, così essenziale essere sempre produttive al 100%. Perché ci obblighiamo come umanità a questa tortura? Per arricchire chi?
Grazie, Flavia
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Cara Flavia,
capisco molto bene la tua riflessione. E sono d’accordo, le organizzazioni del futuro devono essere sempre più capaci di rispondere alla complessità umana reale, molto più varia e sfaccettata di quanto i modelli organizzativi tradizionali abbiano previsto: per troppo tempo il lavoro è stato progettato intorno a un’idea implicita di persona universale che assomigliava molto a un uomo disponibile a garantire continuità, presenza e produttività costante. Oggi sappiamo che la realtà è diversa: esistono corpi, biografie, fasi della vita, responsabilità di cura ed esperienze differenti che influenzano il nostro modo di stare nel lavoro. Qualche anno fa, una grande azienda ci chiese di progettare un percorso sul tema della diversità e dell’inclusione. La richiesta era particolare: parlare del genere femminile, ma coinvolgendo l’intera popolazione aziendale, uomini compresi. Decidemmo, allora, di costruire un ciclo di incontri dedicato ai diversi passaggi del ciclo di vita di donne e uomini e ai loro impatti sul percorso professionale. Parlammo di mestruazioni, gravidanza, maternità, menopausa, ma anche di paternità, cura e trasformazioni identitarie. Fu un successo sorprendente. Gli uomini presenti ci dissero che nessuno aveva mai raccontato loro apertamente questi temi, nonostante li avessero vissuti per tutta la vita accanto a madri, compagne, figlie e colleghe. Molti confessarono di non avere mai avuto strumenti per comprenderli davvero. È qui che entra in gioco il vero empowerment: non quello rivolto esclusivamente alle donne, ma quello culturale, che coinvolge tutti e tutte. Perché nessuno ci ha mai insegnato a parlare della dimensione umana nelle organizzazioni. Anzi, per anni abbiamo semplicemente adattato persone molto diverse a modelli pensati per pochi.
Detto questo, credo anche che esista un secondo piano della questione. L’azienda non è soltanto la somma dei bisogni individuali delle persone che la compongono. È un sistema complesso fatto di interdipendenze, ruoli, processi e responsabilità che spesso trascendono il singolo individuo. Per questo faccio fatica a immaginare organizzazioni strutturate interamente sulla base delle esigenze personali di ciascuno. Da donna che conosce bene dolori, disagi e difficoltà legate al ciclo mestruale, comprendo perfettamente ciò che racconti. Ma non tutte le donne vivono il ciclo nello stesso modo. E, fortunatamente, non tutte sperimentano il bisogno di fermarsi completamente durante quei giorni. Per questo ritengo che strumenti come il congedo mestruale, già previsti in alcuni Paesi, possano rappresentare una risposta importante. Non perché tutte le donne ne abbiano bisogno, ma perché alcune sì, e meritano di poter vivere senza sensi di colpa né stigma. Allo stesso tempo, credo sia fondamentale sviluppare dentro le organizzazioni uno sguardo imprenditoriale diffuso, basato sulla condivisione di visione, responsabilità e reciprocità. È questo equilibrio tra diritti, consapevolezza e corresponsabilità che può davvero cambiare la cultura del lavoro.
E allora, Flavia, ti rispondo così: non credo che il lavoro debba essere organizzato in funzione delle donne. Ma non credo nemmeno che debba continuare a essere organizzato soltanto secondo modelli costruiti da e per gli uomini, come troppo spesso è accaduto finora. Difendiamo i diritti conquistati, rifiutiamo la normalizzazione delle emergenze continue, delle reperibilità permanenti e dell’iperproduttività che descrivi. Ma coltiviamo anche agency, consapevolezza e capacità di incidere nei contesti che abitiamo. Le organizzazioni sono sistemi complessi e forse non potranno mai adattarsi completamente alla ciclicità di ogni individuo. L’umanità che le compone, però, ha il diritto di essere vista, ascoltata e considerata. Perché quando le persone stanno meglio, lavorano meglio. E anche le organizzazioni ne beneficiano. E il/la buon leader, con doti manageriali contemporanee e mentalità imprenditoriale, questo lo sa bene.
Francesca
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Tutti hanno bisogno di controllare e gestire i ritmi del proprio tempo, anche gli uomini.