Essere irraggiungibili

In passato le persone più importanti erano quelle più ricercate. Ora il vero lusso sta nel potersi permettere di sparire, almeno per un po’.

Essere irraggiungibili
(l’ultima frontiera del lusso)
di Germano D’Acquisto
(pubblicato su d.repubblica.it l’8 settembre 2026)

Qualche anno fa, a cena, la persona più importante era quella che riceveva più telefonate. Il cellulare restava sul tavolo come una pistola nei western: bastava guardarlo per capire chi comandava. Oggi è successo l’opposto. Quello davvero potente è l’unico che non lo tira fuori dalla tasca. Non vibra, non controlla, non fotografa il piatto. A un certo punto qualcuno gli chiede: «Ma se ti cercano?». Lui continua a mangiare. Benvenuti nella nuova aristocrazia dell’irreperibilità.

Abbiamo passato vent’anni a trasformare la connessione in status. Prima BlackBerry, poi iPhone, WhatsApp, Instagram, Teams, messaggi vocali, gruppi di genitori, newsletter, notifiche push. Il risultato è che oggi chiunque possieda il nostro numero si sente autorizzato a entrare nella nostra giornata. E possibilmente a ricevere risposta entro i tempi di un pit stop.

Provate a spegnere il telefono per quattro ore durante un normale martedì. Non silenzioso: spento. Dopo venti minuti vi sentirete come Julian Assange. Dopo un’ora qualcuno avrà scritto «tutto bene?». Dopo due, un conoscente particolarmente ansioso potrebbe già informarsi presso i parenti. La reperibilità è diventata una funzione biologica: respirare, mangiare, rispondere su WhatsApp. Per questo il vero lusso contemporaneo non è possedere uno yacht. È poter dire: «Scusa, non avevo visto».

La moda, che intercetta le nevrosi collettive qualche minuto prima dei sociologi, l’ha capito. Dopo anni di sfilate progettate per produrre miliardi di immagini, The Row ha fatto parlare di sé vietando i telefoni durante uno show parigino. Il paradosso era perfetto: nell’industria che ha trasformato tutto in contenuto, il privilegio consisteva improvvisamente nel non poterne produrre. Insomma, più la tecnologia promette di essere ovunque, più desideriamo qualcosa che non possa seguirci. Una conversazione non registrata, una cena che non finisca nelle Stories, un concerto guardato con gli occhi invece che attraverso lo schermo di un telefono tenuto a trenta centimetri dalla faccia. Non basta più indossare un cappotto color cammello senza logo. Bisogna riuscire a scomparire.

Le celebrity più affascinanti stanno tornando a essere quelle di cui sappiamo meno. In un ecosistema in cui conosciamo la colazione, l’allenamento, il cane, il divorzio e possibilmente il livello di cortisolo di persone mai incontrate, il mistero è diventato rivoluzionario. Greta Garbo oggi non avrebbe bisogno di pronunciare «I want to be alone». Le basterebbe togliere la doppia spunta blu.

Il cinema lo sa da sempre: una star funziona anche grazie a ciò che non vediamo. Venezia ha celebrato George Clooney con il Leone d’Oro alla carriera. Clooney appartiene all’ultima generazione di divi capaci di scomparire tra un film e l’altro. Oggi un giovane attore può essere fotografato mentre compra una bottiglia d’acqua a Los Feliz e venti minuti dopo quella bottiglia possiede probabilmente una fan page. Mi accorgo di essere perfettamente contaminato anch’io. Se mando un messaggio e dopo qualche ora non ricevo risposta, attraverso tutte le fasi del lutto: stupore, irritazione, rilettura del testo, controllo dell’ultima connessione, ipotesi di incidente stradale. Solo alla fine considero la possibilità più offensiva: quella persona sta semplicemente facendo altro. Succede anche quando viaggio. Arrivo in un luogo senza campo e la prima reazione è il panico. Alzo il telefono verso il cielo come un rabdomante, mi sposto di qualche metro, cerco disperatamente una tacca. Poi capisco che non arriverà. E dopo dieci minuti provo una sensazione ormai quasi vintage: sollievo.

Il telefono doveva liberarci dall’ufficio. Ha fatto qualcosa di molto più efficiente: ha trasformato qualsiasi posto in un ufficio. Taxi, spiaggia, letto, museo, aeroporto, bagno del ristorante. Abbiamo conquistato il diritto di lavorare ovunque e solo dopo abbiamo scoperto che significava poter lavorare sempre.

Naturalmente c’è un dettaglio poco instagrammabile: l’irreperibilità non è democratica.

Il rider deve rispondere. Il freelance pure. Il dipendente controlla Slack, il medico l’ospedale, il genitore la scuola, il giornalista la redazione. Sparire presuppone che qualcuno possa aspettarti. Più sali nella gerarchia, più puoi permetterti un «non avevo visto». In basso, invece, le notifiche hanno la stessa allegria delle cartelle esattoriali.

La vera trasformazione del lusso è questa. Per secoli abbiamo ostentato ciò che possedevamo: palazzi, automobili, gioielli, tavoli nei ristoranti impossibili. Oggi cominciamo a ostentare ciò da cui possiamo sottrarci. Email, telefonate, gruppi WhatsApp, inviti, aggiornamenti, perfino opinioni.

Il privilegio non è più essere dappertutto. È sapere che qualcosa sta succedendo senza sentire l’obbligo di esserci. Perciò, se una sera vedete al ristorante qualcuno che mangia senza telefono sul tavolo, non pensate che sia distratto, maleducato o tecnologicamente arretrato.

Potrebbe semplicemente essere la persona più ricca della sala.

Il commento
di Carlo Crovella

Leggendo questo articolo ho constatato che, da sempre, vivo nel luasso più sfrenato. Infatti tengo il cellulare sempre silenziato (per cui non mi accorgo neppure quando squilla), esco quasi sempre senza il telefono, ho perfino staccato il citofono e, se qualcuno suona al campanello di casa, non mi alzo neppure dalla sedia per vedere chi c’è.

L’irreperibilità non è democratica, afferma l’articolo. Sì, penso anch’io sia vero, ma per godere di questo privilegio non è necessario essere dei Super VIP. Basta saper mettere i giusti paletti all’umanità. In fondo è semplice, tecnicamente.

Veniamo invece da una fase storica di 25-30 anni in cui, dopo l’esplosione della tecnologia nelle comunicazioni personali, il mito è stato “essere iperconnessi”, cioè poter parlare con tutti, in qualsiasi momento e da qualsiasi luogo (compresa una barca a vela in mezzo all’Oceano Pacifico).

Alla fine però abbiamo scoperto (anzi: avete scoperto perché io sono sempre stato fuori da questa bagarre…) che “il troppo stroppia” anche in questo campo. Anzi, soprattutto in questo campo.

In fondo per essere irreperibili basta poco: silenziare i telefoni, non farsi trovare, comunicare solo via mail cui si accede solo tramite pc e non dallo smartphone, sennò sono come WhatsApp).

Il punto è che per attuare questa strategia bisogna saperne pagare il prezzo umano, che è la non completa disponibilità degli altri quando li contattiamo. Fenomeno che frena assai molti individui, che, nel loro intimo, sarebbero in realtà desiderosi di maggior privacy. E’ ovvio che accade così: non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca. Se la gente non mi trova facilmente, non sarà facilmente a disposizione quando la cerco io…

Non c’è una risposta oggettivamente “giusta”: ognuno faccia le sue scelte, privilegiando il mix di combinazioni che più si adatta alle sue preferenze.

Essere irraggiungibili ultima modifica: 2026-10-20T05:52:00+02:00 da GognaBlog

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1 commento su “Essere irraggiungibili”

  1. Essere irraggiungibili è un lusso per pochi saggi, purtroppo sempre pochi. Il contraltare è la massa di italioti che vive per esternare sui social la propria vita: vacanze, abbigliamenti griffati, fisico, tatuaggi, ecc.   Il tutto alla ricerca dei “mi piace”, dei followers, senza i quali non si è nessuno. La ricerca continua del giudizio degli altri è indice di scarsa autostima.

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