Metadiario-155 – Lo stupro dell’impossibile (AG1990-002)
La fine inverno del 1990 fu caratterizzata dall’ideazione di Aquila Verde, un’operazione mediatica sulle tracce della ormai ben famosa Goletta Verde di Legambiente.
“Stia attenta a mettere le mani in quell’acqua, signorina!”. Questo fu l’avvertimento di un addetto comunale quando l’agronoma Elisabetta Panina si accingeva ai suoi prelievi. Non eravamo sulle spiagge dell’Adriatico e neppure in riva a qualche fiume superinquinato della campagna milanese: bensì sulle sponde di un ruscello di montagna, il Chisonetto, ormai ridotto a fogna a cielo aperto dagli scarichi non depurati di una grande stazione turistica invernale: Sestrière.
Non avrebbe dovuto essere una sorpresa. Allorché con il settimanale L’Espresso ideammo il progetto Aquila Verde, si sapevano già le condizioni preoccupanti in cui versavano i principali centri turistici alpini, ma i tecnici di Aquila Verde si trovarono di fronte a spettacoli proprio sconfortanti. Dopo aver analizzato aria, acque di scarico, acque potabili e neve, i risultati furono tali da poter paragonare la qualità ambientale della montagna a quella di grandi centri cittadini.
L’idea nacque quasi per caso, chiacchierando con Chiara Beria di Argentine, caporedattrice a Milano de L’Espresso. In fretta furono trovate due aziende desiderose di finanziare progetti utili all’ambiente: la So.Ra.Ro. operava a livello nazionale nel settore dello smaltimento rifiuti ed il Centro Ricerche Chimiche (Montichiari – BS) era un affidabile laboratorio di analisi. Furono fatti prelievi di aria, acqua e neve in nove tra le più note località alpine: Sestrière, Courmayeur, Cervinia, Ponte di Legno/Passo del Tonale, Bormio, Madonna di Campiglio, Val di Fassa, Sesto Pusteria, Cortina d’Ampezzo.
Ben istruita sulle finalità del progetto, Elisabetta tra il luglio e il dicembre 1990 alternò periodi in cui divideva l’ufficio con noi in via Montebello 14 a frequenti uscite in compagnia dei tecnici addetti ai prelievi.
Fu fatto uno studio idrogeologico sugli alvei dei torrenti e sui tracciati delle piste da sci. I prelievi furono ripetuti tre volte, in agosto ed in dicembre, periodi di massima affluenza turistica, ma anche in ottobre, quando la montagna riposa nella sua veste autunnale. A direzione di questo complesso progetto fu scelto il geologo prof. Sergio Mussini.
Per la prima volta quindi fu coordinata una ricerca sullo stato di salute delle nostre Alpi, per indagare quanto vero fosse ancora il luogo comune che in montagna l’aria è pura e le acque sono chiare e cristalline. I risultati delle analisi chimiche, anche se non pretesero di essere completi (il monitoraggio avrebbe dovuto essere esteso a tutti i giorni dell’anno), parlarono chiaro. Se Sestrière aveva problemi con le acque di scarico, Madonnna di Campiglio aveva l’aria inquinata della grande città; se Cervinia continuava a costruire condomini e alberghi su terreno franoso, Sesto Pusteria se la doveva vedere con discariche non controllate.
Gli amministratori avevano certamente le loro responsabilità; molto è da imputare a un veloce quanto inarrestabile “sviluppo” urbanistico che ha stravolto la fisionomia dei centri alpini: da villaggi ottocenteschi e romantici a modernissime cittadine del turismo di agenzia, il passaggio è stato troppo rapido e convulso. Le infrastrutture igieniche non hanno seguito l’avanzare della cementificazione, non si è voluto porre alcun freno alla circolazione automobilistica, il riscaldamento di condomini vuoti durante la settimana rendeva irrespirabile l’aria del weekend. D’altra parte il turista non contribuiva (e non lo fa neppure oggi) a risolvere i problemi, per esempio rinunciando ad andare a sciare in automobile.
E quanto ai pericoli per la salute? Nessuno in particolare, bastava rinunciare all’idea che in montagna si stesse meglio che in pianura; bastava che i bambini non mettessero in bocca la neve, bastava che non si avesse l’idea di fare un bagno nelle acque estive di un torrente di montagna al di sotto di un abitato.
Per porre rimedio a tutto questo occorreva la buona volontà di tutti, amministratori, valligiani e turisti. Era necessario mettere in bilancio opere di risanamento radicale e rinunciare a megaprogetti di sfruttamento che avrebbero peggiorato ancora la situazione.
I risultati dell’indagine, necessariamente riassunti e tradotti in linguaggio accessibile, furono il cuore di numerose puntate dedicate da L’Espresso all’argomento. Queste uscirono a cavallo tra gennaio e febbraio 1991, suscitando grande interesse e molte contestazioni da parte degli enti che si sentivano coinvolti e accusati.
Qui è leggibile (scaricandolo) il pdf delle quattro uscite de L’Espresso (6 gennaio 1991, 3 febbraio 1991, 10 febbraio 1991 e 17 febbraio 1991).
Chi fosse interessato può scaricare il report ufficiale di Aquila Verde 1990 – SOS Alpi, in particolare può saltare alle ultime pagine per le conclusioni.
Ma la primavera 1990 diventò quasi frenetica nel momento in cui iniziammo a organizzare l’operazione Free K2, K2 libero. L’idea era quella di realizzare una missione su quella montagna allo scopo di ripulirla dai rifiuti che tutte le spedizioni che si erano succedute, a partire dagli anni ‘50, avevano abbandonato sui suoi fianchi.
Avevo tre possibilità davanti a me: andare, non andare oppure recarmi al campo base per non impegnarmi più di tanto. Scartai subito l’ultima perché contraria al mio modo di vivere le cose.
Andare significava controllare il mio equilibrio di vita, vedere se c’era spazio per un’azione faticosa, lunga, preceduta da un impegno prima della partenza altrettanto coinvolgente. La risposta fu no. Non ero più quello di undici anni prima. Perfino la consapevolezza di aver contribuito anch’io a deturpare nel 1979 quella montagna non mi diede la forza sufficiente per liberarmi delle mie colpe, per alleggerirmi la coscienza ogni volta che si parla di montagne dignitose.
La rinuncia mi costò, però si rivelò un grosso investimento di energia.
Avevo conosciuto i grandi silenzi e le grandi bolge, montagne temute o solitarie, accanto a pareti che sono arena della moltitudine. Momenti di quiete e momenti di azione. Avevo vissuto nella competizione e nella voglia di dimostrare chi ero, mi ero immerso in paci così profonde da non poterne più distinguere le componenti e i ritmi.
Ero stato molto fortunato perché le montagne della leggenda, dei grandi esploratori e conquistatori, le montagne da sognare mi erano apparse nel loro grandioso mistero.
Questa fortuna oggi è merce rara, occorre spingersi sempre più lontano, nel regno del poco conosciuto. Ciò che è stato epico ha perso molto mistero. Per ritrovarlo ovunque, i modernissimi dovrebbero non sapere nulla del passato.
Per altri versi la civiltà avanza. Prima la strada della Valle dell’Indo e del Karakorum Pass, poi il collegamento Kathmandu-Lhasa: poi la carrozzabile da Skardu ad Askole. La guerra più alta e più inutile del mondo, il Nepal strozzato dall’India, che a sua volta è un magmatico crogiuolo di tensioni religiose, e il Tibet soffocato dalla Cina. Non possiamo fare nulla per queste grandi ingiustizie, se non osservare, forse pregare.
Ero e sono ben lontano da una serena compassione. Il distacco quieto dall’immagine di un’umanità brulicante non si è compiuto e la mia mente vaga spesso su un’immaginaria cartina geografica, a scala diseguale, a zone più o meno bianche, in un già vissuto misto di spazi e tempi diversi, che in comune hanno solo il mio occasionale ruolo di osservatore, attento e compartecipe. Genti ondeggianti come portassero un carico a spalle, pellegrini alla meta di grotte sacre, borbottii di motori diesel all’affannosa scalata di passi rarefatti, uomini vicini alla vetta ridotti a volontà ansimanti.
Potevo e posso riconoscere nel caos di ricordi situazioni e luoghi precisi: spesso mi succedeva di pescare qualcosa che si rifiutava di essere trascinato a galla.
I ricordi sono fonte di grande energia, a patto che non s’inseguano momenti selezionati: questi non torneranno mai più e accettare questa semplice verità è l’investimento di energia che ci è richiesto. I ricordi vivi non sono quelli che s’affollano, è la folla stessa che è viva, pescarvi dentro per isolarvi il singolo bel momento è dissipatorio.
Quando ero a 7400 m il campo 3 sbatteva al vento, stavamo per andarcene e sapevamo che non saremmo più tornati. Della spedizione italiana al K2 del 1954 avevo visto corde e cartine di cioccolata, oltre a qualche barattolo dall’etichetta così ben conservata che vi si poteva leggere l’ingenuità e la freschezza della pubblicità di quei tempi. Della spedizione giapponese del 1976, gigantesca e tecnologica, avevamo incontrato tende intere, campi morsi e pressati dal ghiaccio.
La spedizione francese del 1979 alla Magic Line stava seguendo un percorso come se quella via fosse un obiettivo di guerra: e Patrick Cordier mi dava ragione. La nostra piccola spedizione lasciò sullo Sperone degli Abruzzi due tende, almeno 6-700 metri di corda e materiale vario per i campi di quota.
Dovevamo ripartire e il mio saccopiuma, bello, iper-tecnico e confortevole giaceva lassù a 7400 m, protetto da un’esile tendina che di lì a poco sarebbe stata spianata, poi ghiacciata, poi confusa con i resti delle altre spedizioni.
Dovevamo ripartire e non badavamo alle nostre tracce, incuranti degli insegnamenti dei pellerossa, di John Muir, di Gary Hemming. Non realizzavamo che gli insegnamenti di Messner, di Cozzolino e di pochi altri sull’assassinio dell’impossibile avevano certo creato un nuovo modo di sentire, ma erano ancora troppo legati alla necessità del successo per eliminare non soltanto i mezzi usati ma anche le tracce del nostro passaggio.
Non pensavamo che il nostro comportamento superficiale fosse solo un anello del lungo stupro dell’impossibile, una continuata, ripetitiva volontà di annullamento della montagna-madre. Eravamo stati anche noi i piccoli responsabili di quel processo che aveva portato alla grande tragedia del 1986, quando una folla di piccoli uomini tentò la rapina del K2. Chi è morto non può dire la sua, non può scrollarsi di dosso questi miei vani giudizi. Chi è vivo, se vuole, può essere testimone di accusa o di difesa di se stesso.

Servirsi delle tende, delle corde, dei sacchipiuma altrui, della pista battuta da altri non è male quando non c’è altra scelta. Può essere negativo se si gioisce di questo insperato vantaggio che la sorte ci dà, come se saltare i preliminari con una donna fosse un merito.
Oggi un piccolo generatore di corrente è sufficiente per assicurare al campo base la comunicazione telefonica satellitare: allora si andava a fax. Già a fine anni Ottanta i giornalisti potevano seguire quasi in tempo reale la “grande avventura”. Oggi il pubblico è bombardato da notizie in diretta, da sentimenti sbattuti in prima pagina, da emozioni che pretendono di essere così forti da essere sotto vuoto spinto.
Prima le relazioni scritte, poi le fotografie, poi il cinema. Quindi il fax, la televisione, fino ai social e alle tracce GPS. Non c’è più privacy nei campi base. Nel 1990 si trattava di andare a rovistare nelle latrine dei campi base, nelle discariche dei trekking. C’era stata la morte di Jerzy Kukuczka, si metteva in dubbio la parola di Tomo Česen.
Credevo che già allora fossimo al fondo di ogni sporcizia. Quel luridume che tanto affannosamente condanniamo e cerchiamo di estirpare dai versanti delle nostre montagne non è che lo specchio di un reiterato stupro di cui ogni giorno siamo artefici e testimoni.
La grande energia dei ricordi indistinti, alimentata come un ghiacciaio dalla neve delle piccole cronache e dei grandi sentimenti, è un serbatoio immenso. Il vigore che mettevo nelle mie ascensioni, la voglia di vivere, l’amore che provavo per una montagna più grande di me avevano subito uno spostamento: dalla massa indistinta era nata un’energia che mi spingeva, mi faceva vivere l’ottimismo delle forze che ancora mi rimanevano. Vedere che qualche altro sentiva come me aggiungeva altre forze. Ero contento di osservare che anche altri tendessero agli stessi obiettivi, pur con differenti filosofie. Era una grande consolazione sperare che presto sarebbe nato qualcosa di nuovo: perché comodità, competizione e spazzatura sono la fine dell’avventura: ma sono forse l’inizio di quella dopo.

I partecipanti a Free K2 alla fine furono gli italiani Carlo Alberto Pinelli (leader), Fausto De Stefani, Marcello Marini (medico) e Giampiero Di Federico, il francese Olivier Poulin, i tedeschi Tobias Heymann e Volker Krause, il belga Jean-Claude Legros e il pakistano Parvez Khan. C’erano anche alcuni accompagnatori per il trekking fino al campo base, per esempio il giornalista Stefano Ardito. I primi arrivarono al campo base il 6 agosto. I lavori durarono tre settimane, la pulizia arrivò fino ai 7000 m. Nel corso della spedizione non sono stati raccolti soltanto i rifiuti, ma anche i rimasugli di tende, corde fisse, scalette, corde di metallo che si trovavano lungo la via normale della montagna, lo Sperone degli Abruzzi. Tutto quello che è stato trovato è stato portato a valle, prima al campo base e poi, con dieci giorni di marcia ,fino a Skardu. Si trattava di circa 2500-2600 kg di materiale: 12 km di corde abbandonate, cinquanta tende del tutto inservibili, 30.000 lattine pressate da una macchia appositamente portata fino al campo base. Ovviamente stoviglie, bombole di gas e di ossigeno, scalette di metallo, batterie esauste, imballi di plastica e di metallo. Ciò che poteva essere bruciato lo fu al campo base.
Quell’estate il Baltoro era affollato da 37 spedizioni e da un centinaio di gruppi trekking. L’esercito pakistano aveva campi fissi a causa dell’assurda guerra con l’India e di certo i militari non badavano ai loro rifiuti.
A dispetto dell’entusiasmo era già forte allora il sospetto che di lì a pochi anni la situazione si sarebbe ripetuta uguale a prima: la maggior parte delle spedizioni, quella che avrebbe dovuto essere la crema dell’alpinismo mondiale, avrebbe continuato ad abbandonare lungo lo Sperone degli Abruzzi e al campo base ogni possibile rifiuto.
L’unico aspetto nuovo, rispetto a prima, fu che eravamo riusciti ad ottenere che il governo del Pakistan introducesse una misura per scoraggiare l’abbandono dei rifiuti: si trattava di far pagare una caparra per ogni kg trasportato al campo base, e di controllare al ritorno che venisse portata indietro almeno una certa percentuale (anche se in teoria avrebbe dovuto essere riportato indietro tutto, eccettuati i viveri), e se questa percentuale non fosse raggiunta si faceva pagare alla spedizione una multa. La macchina per compattare le lattine si ruppe e fu necessario riportarla indietro. Inoltre a Skardu furono lasciate altre due grosse macchine, un deferrizzatore in grado di separare il ferro dagli altri metalli, e di un compattatore in grado di pressare il metallo a mattoncini, al fine di renderne più semplice lo smaltimento e il riciclo.

Non vi era però alcuna garanzia che queste misure funzionassero con efficacia e continuità: in un paese povero come il Pakistan non era difficile immaginare che l’ufficiale di collegamento, che avrebbe dovuto controllare l’effettivo trasporto a valle dei rifiuti, potesse venire corrotto; e d’altronde nessuno assicurava che le macchine lasciate a Skardu venissero davvero utilizzate.
Era però un primo passo verso un’autoregolamentazione, o meglio una regolamentazione, considerato che la maggioranza degli alpinisti era rimasta completamente estranea a questa operazione e non vi si riconobbe più di tanto. Era lecito e forse doveroso quindi chiedersi a cosa era servita l’operazione Free K2. Dichiaratamente lo scopo di Free K2 era la pulizia, senza la volontà di salire in vetta. Negli anni seguenti assistemmo a decine di spedizioni il cui vero scopo era di raggiungere la vetta ma che si erano ammantate di un vistoso scialle ecologico. Con il risultato che tutti, anche oggi, si sentono autorizzati a lasciare che le cose vadano come sono sempre andate.
Nel bel mezzo della confusione prima della partenza, trovai anche il modo di fare una puntata nel Briançonnais: il 9 giugno andai alla parete ovest della Petite Aiguillette de Lauzet 2611 m con gli amici Franco Ribetti, Ugo Manera e Lino Castiglia. Scegliemmo di salire il Parcours Santé con uscita l’Étoile. La prima via, un po’ ricercata, era stata aperta dall’alto da Gérard Fiaschi nel 1987 e terminava a metà di l’Étoile, itinerario aperto da Jean-Michel Cambon con Suzy Péguy e Bernard Francou nel 1980 (tra l’altro la prima via ad essere aperta a spit nel Briançonnais). L’insieme delle due vie conta 17 lunghezze di difficoltà assai variabile ma per lo più attestata sul 6a. Ricordo che all’attacco faceva un freddo cane e fui costretto a un resting sul 6a+: poi la temperatura si fece più umana e feci il passo chiave (6c) on sight.
Oltre alla manifestazione contro il progetto di sfruttamento sciistico del Monte Roen (TN), svoltasi nell’inverno 1989-1990, cui non partecipai personalmente, nella primavera ci dedicammo anche a un eventi nelle Alpi Apuane per una più corretta gestione dell’attività estrattiva del marmo e per sollecitare il ripristino ambientale in quelle zone ove le cave non erano più attive.
Organizzammo un grande convegno a Carrara il 16 giugno 1990 per poi spostarci il giorno dopo a Castenuovo di Garfagnana. La mattina salimmo sulla Pania Secca per la via normale dove esponemmo per le foto il nostro striscione, mentre al pomeriggio eravamo nella piazza di Castelnuovo. Lì ci furono altri discorsi, ma soprattutto si tenne una grande festa campestre, dove Fabio Treves e la sua Blues Band fecero da pilastro portante. 200 le persone presenti al convegno, mentre ben 1.500 si divertirono e manifestarono nella festa di Castelnuovo.
Il 14 luglio 1990 ritornai con Bibi a misurarmi ancora sulle smisurate placche di aderenza del granito svizzero di Schoellenen, naturalmente sulla grande classica, la via Inox. Questo grande itinerario era stato aperto dai fratelli Rémy nel 1983, sei lunghezze mai inferiori (ma proprio mai) al VI+, in taluni punti da proteggere a friend. Le prime tre lunghezze (di VII+, ma molti le danno di 7a) le feci con più resting: evidentemente l’aderenza, non essendovici io tanto portato, mi richiedeva un allenamento (soprattutto mentale) che in quel momento non avevo. Di fronte a quella “Caporetto” mi calò l’entusiasmo e mi venne voglia di rinunciare alle altre tre lunghezze (VI+, VIII e VIII-) e così facemmo, senza neppure essere tanto delusi. Francamente: eravamo innamorati pazzi e arrampicare non era certo la sola cosa che ci interessasse. Abitavamo assieme in corso Vercelli 8, tra le altre cose io mi godevo che fosse finito il periodo delle lunghe attese sotto casa sua in via Scarpa 12, quando ci davamo appuntamento magari per le 21 e lei prima delle 21.30 ma anche 21.40 non si faceva mai viva… Quando finalmente scendeva non accennava neppure a eventuali scuse, aveva il ritardo nel DNA, anche se poi in vita sua credo non abbia mai perso né un treno né un aereo. Era così bella che le perdonavo tutto.
Dopo Inox ci trasferimmo alla Tiefenbach Gasthaus, poco prima del Furkapass, una deliziosa pensioncina dove cenammo in allegria. Ma, a notte ormai fonda, non riuscivo a prendere sonno. Eppure l’indomani non sarebbe stata una giornata da ansia… Mi sembrava di provare quell’agitazione e quell’insofferenza di quando mi trovavo sdraiato a poca distanza da vene d’acqua sotterranea. Era stato Heinz Mariacher a farmelo notare, proprio nella sua abitazione di Carezza: sull’acqua noi due dormivamo assai agitati. Tiefenbach… ma vuol dire «ruscello profondo»!! Dunque anche lì c’era dell’acqua. La notte da me passata nella Tiefenbach Gasthaus, sulla strada per il Furkapass (Svizzera), fu una delle peggiori, praticamente insonne. E stavo realizzando che il motivo era l’acqua sotterranea che le scorre al di sotto (Tiefen=profondo, Bach=ruscello).
Una delle più forti giustificazioni che mi diede Reinhold Messner quando gli chiesi perché lui, proprietario di un così bel maso a St. Magdalena di Funes, aveva a tutti i costi voluto trasferirsi in un castello: perché quel castello appoggiava su un cocuzzolo di gneiss, e sotto non c’era acqua.
Il giorno dopo (15 luglio 1990) salimmo Conquest alla Grauewand: 350 m di serie di fessure da sogno, un vero oggetto del desiderio. Come dicevo, non avevo dormito per nulla bene, con tutta quell’acqua profonda. Perciò non ero in formissima. Arrivammo all’attacco in fretta, senza usare i ramponi. Allora la via era più impegnativa, perché nel 2013 e nel 2015 gli stessi autori (i fratelli Rémy che l’avevano aperta nel 1988) addolcirono le difficoltà con l’inserimento di alcuni spit. Già il primo tiro di VII- fu una discreta mazzata (von Känel lo dava di V e francamente mi sembrava un po’ tirato…!!), ma poi il secondo e il terzo (entrambi di V+), e anche il quarto (VI-) erano corretti e ci fecero respirare. In attesa del quinto, che invece con il suo VI+ e finale di VII+ fu un’altra sonora sberla, con il passo chiave subito dopo una bellissima fessura in Dülfer. Seguiva la fessura (la superfissure) che fa di questa via un capolavoro. La prima parte (sesto tiro) si lasciò fare con relativa facilità (VII-, per von Känel VI+), ma giunti alla sosta dovemmo decidere: sopra di noi era il tiro più estetico, ma anche il più difficile. Il solito von Känel lo dava di VIII-, mentre voci mi erano giunte che fosse di VIII+. Ma al di là di queste discutibili valutazioni, rimaneva il fatto che con la sua nuda verticalità e l’assenza quasi totale di spit mi faceva un po’ paura… Giustamente lo evitai scegliendo di salire per la variante di destra. Con grande riconoscenza di Bibi… Anche questa comunque viaggiava sul VI. L’ottava lunghezza era ancora VII-, e anche lì era necessaria la massima concentrazione.



L’ultima lunghezza era molto più pedalabile, ma sempre sull’uguale standard di bellezza. Poi ci fu la discesa in corda doppia.
Il 22 luglio 1990 ci fu la seconda manifestazione a Misurina per la chiusura al traffico privato della strada delle Tre Cime di Lavaredo, con un centinaio di partecipanti. Anche quella volta salimmo a piedi al rifugio Auronzo.
Già l’anno precedente con SOS Dolomites avevamo chiesto la chiusura della strada al traffico privato e l’istituzione di un servizio di bus navetta per il trasporto dei turisti. Visto però che la strada continuava a funzionare indisturbata, fissammo il nuovo appuntamento per ripetere protesta e richiesta.
L’idea originaria di bloccare la strada e provocare così un po’ di caos ai turisti a quattroruote trovò però sul suo cammino una contromossa del sindaco di Auronzo. Sabato 21 veniva così affisso un comunicato nel quale si annunciava la chiusura della strada il giorno 22 da parte del Comune per permettere – bontà sua – “l’ordinato svolgimento di una manifestazione ambientalista”.
Contemporaneamente al comunicato ufficiale, lo stesso sindaco provvedeva però anche alla distribuzione di un volantino giallo con una presa di posizione diretta contro i manifestanti, con una serie di argomentazioni su più toni, che andavano dall’immortale “le sorti della valle vengono decise dai valligiani” a un piccolo capolavoro di insegnamento storico in cui si ricordava “che noi eravamo già popolo quando altrove erano barbari”.
Conclusione del messaggio indirizzato ai residenti, ai villeggianti e ai transitanti era l’invito a recarsi al posto di pagamento pedaggio, dove si sarebbero radunati i “barbari”, per contrastare la manifestazione. Date le esperienze precedenti, il messaggio suonava esplicitamente come invito al raduno dei bicipiti locali per organizzare una difesa di muscolo della civiltà valligiana. Nessuna sorpresa quindi che alla sera ci fosse un minimo di tensione.
La manifestazione si svolse il giorno successivo come previsto, radunati accanto alla sbarra del pedaggio tendemmo lo striscione di Mountain Wilderness, sotto a qualche insulto volante a bassa quota e ben più numerosi sguardi al vetriolo. Siccome l’amministrazione aveva reagito bloccando le auto direttamente a Misurina, cioè qualche chilometro più in basso, in quella sorta di partita a scacchi, la mossa successiva fu di mandare un secondo gruppo con un altro striscione al posto di blocco delle automobili.
Nonostante gli inviti alla battaglia, la manifestazione si snodò in modo tranquillo, con una generalizzata assenza di mani “del popolo” pronte all’azione: ci furono momenti di nervosismo e qualche ulteriore provocazione di scarso peso, ma l’incolumità dei partecipanti non fu mai minacciata seriamente, e le loro automobili non furono né devastate né multate selvaggiamente.
La protesta si è articolata distribuendo volantini ai turisti e agli escursionisti presenti al rifugio Auronzo, per illustrare il motivo dell’azione e spiegare il problema sia ai privati sia alla stampa. Dal canto suo, la reazione dei turisti automuniti appiedati è stata interessante: certamente alcuni si sono lamentati per l’imprevisto uso delle gambe, fino a far partire qualche citazione di differenti santità, ma la maggior parte di essi ha estratto dal portabagagli lo zainetto e si e messa in cammino per raggiungere il rifugio Auronzo con le proprie gambe. Senza nascondere un certo divertimento per l’affrontare una piccola avventura imprevista e godendosi il silenzio dei sentieri e della strada senza automobili, almeno per un giorno.
Chiudo come di consueto con le tabelle, citando solo i monotiri di maggiore soddisfazione (on sight): Niente fiori l’8 marzo (Scarenna, 6c, 27 maggio 1990), Placca degli Onesti (Monte Cucco, 6c, 2 giugno 1990), Bora Bora (Capo Noli, 6c+, 30 giugno 1990).
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Che brutto titolo.
Una volta un vecchio saggio disse: “Datemi una ruota (anzi, due), meglio se col motorino, e vi rovinerò il mondo”.
Che dire dell’onda inarrestabile, e a quanto sembra gradita , di bike ed e-bike che riescono a spingersi dappertutto riuscendo, in cambio, a deprimere quel che di avventuroso o romantico si poteva desiderare dalla solitudine delle mulattiere, dei sentieri e delle tracce che ci provengono da tempi lontanissimi a testimoniare la presenza umana in media-alta montagna. Quando gli alpeggi erano una necessità da raggiungere faticosamente e pazientemente e i rifugi e i bivacchi servivano a chi voleva spingersi più in alto dopo lunghe marce per mulattiere, sentieri e tracce (non certo quelle della mountain-bike).
Je ne comprends pas que l’on n’arrive pas à trouver une solution, pour que les camps de base dans l’Himalaya ne ressemblent plus à des décharges !
C’est désolant.
D’accordo con Giovanni. A me basta andare in un luogo poco antropizzato, e da me poco conosciuto, per farmi emozionare come se fosse l’esplorazione di una landa sconosciuta per il mondo intero.
Bel racconto, e belle le considerazioni, e le prese di coscienza sul K2
Sicuramente il tempo della “scoperta” alpinistica e geografica è finito, al netto di sempre più rari angoli del pianeta che sono tanto rari quanto difficili (e costosi) da raggiungere. Eppure, dal basso della mia modestissima esperienza, credo che la ri-scoperta (così come la ri-creazione) non abbia meno valore della scoperta originale. Certo non intendo andare a ripetere una via mega spittata e frequentata (che pure può essere assai divertente), ma basta mettere il naso fuori dalle rotte battute per trovare atmosfere dense di suggestione che non credo si discostino più di tanto da quelle originali vissute dagli autentici scopritori. Con un po’ di fantasia è possibile crearsi interi mondi da esplorare e se di tanto ci si imbatte nelle tracce lasciate da oscuri personaggi del passato, tanto meglio! È sempre bello scoprire che qualcuno lontano nel tempo e nello spazio ha tracciato per primo le nostre stesse rotte. Grazie per questi spunti.