Riccardo Cassin, il Risolutore – 2
di Gian Piero Motti
(pubblicato in La storia dell’alpinismo) (GPM-SdA-26)
Austriaci e tedeschi negli anni Trenta
Prima di concludere l’analisi dell’alpinismo dolomitico di questo periodo compreso tra le due guerre mondiali, è bene ricordare che anche gli alpinisti austriaci e tedeschi non furono assenti durante la «battaglia del sesto grado » degli anni Trenta, caratterizzata da una prepotente iniziativa italiana. Se i tedeschi in questo periodo furono in secondo piano sulle Dolomiti, ciò è dovuto anche alle difficili condizioni economiche in cui versava il loro Paese: molti di essi erano arrampicatori estremamente validi, ma purtroppo dovettero accontentarsi di esprimere la loro capacità unicamente sui monti del Tirolo e del Kaiser, in quanto le condizioni economiche non permettevano di raggiungere le Alpi e di trascorrervi periodi di vacanza. Comunque in alcuni casi assisteremo ad imprese epiche e di sapore leggendario: lunghi viaggi in bicicletta compiuti dall’Austria fino alle Dolomiti o alle Alpi Occidentali, imprese realizzate nell’arco dei due o tre giorni di fine settimana con relativi andata e ritorno pedalando sulle biciclette…!
Tra i molti nomi dobbiamo ricordare almeno Matthias Auckenthaler, il poverissimo spazzacamino di Innsbruck che raggiungeva a piedi le montagne e le pareti del suo Tirolo in quanto non possedeva nessun altro mezzo per recarvisi. Cosa sorprende e desta ammirazione negli alpinisti tedeschi ed austriaci di questo periodo è la grandissima passione, tale da vincere qualunque ostacolo, ed una volontà incrollabile, tipica del popolo tedesco, che non si arresta di fronte a nulla e che sembra rivelarsi superiore a qualunque debolezza. Auckenthaler era un arrampicatore magnifico, uno dei migliori del suo tempo ed aprì molte vie di difficoltà estrema sui monti dell’Austria, alcune delle quali furono ripetute soltanto molti anni dopo, data la loro estrema difficoltà. Nel 1936 cadde sulla parete del Schüsselkarspitze.
Anche Peter Aschenbrenner fu uno dei grandi protagonisti dell’alpinismo tedesco di questo periodo. Come Auckenthaler anch’egli svolse la maggior parte della sua attività sui monti dell’Austria, dove le sue vie sono conosciutissime ed oggi reputate tra le più difficili «classiche» dei monti tirolesi.
A differenza del compagno, Aschenbrenner fu un po’ più fortunato e riuscì a portare la sua azione su tutto l’arco alpino ed anche al di là delle Alpi, soprattutto nell’Himalaya. Il noto alpinista e giornalista di montagna Toni Hiebeler, in una sua interessante monografia, scrive che Aschenbrenner in quindici anni di attività alpinistica salì ben 2400 vette, delle quali 400 oltre i 3000 metri, 67 oltre i 4000 metri ed alcune anche oltre i 7000 metri! Ma forse il personaggio più significativo dell’alpinismo tedesco di questo periodo, è un altro di quei tanti «eroi sconosciuti» che abbiamo incontrato e incontreremo ancora sul nostro cammino: si tratta di Raimund Schinko, un nome ai più sconosciuto, ma che forse fu uno dei più forti arrampicatori degli anni Trenta. Afflitto da miopia (come d’altronde moltissimi arrampicatori), non sembrò mai essere limitato da questa menomazione fisica. Fu soprattutto un arrampicatore puro, che espresse sulla roccia il meglio di se stesso, ricorrendo anche alle più moderne tecniche del chiodo e della corda.
Famose sono le sue vie aperte sulla parete del Dachl-Verschneidung (Gesäuse) e sulla Sud-est della Stangenwand (Hochschwab). La prima, nota sotto il nome di Diedro della morte, è una delle più difficili vie di tutti i monti austriaci e fino a pochi anni or sono era considerata come la via più dura di tutta l’Austria. La seconda (aperta nel 1938 con Fritz Sikorowsky e Otto Puhenitschnik) impegnò per ben tre giorni gli arrampicatori e fu ripetuta solo nel 1958: sostanzialmente si tratta di un’impresa dove le difficoltà in artificiale giuocano un ruolo di primo piano, anche se non mancano certo i tratti in arrampicata libera di estrema difficoltà. Schinko arrampicò anche parecchio da solo ed è ricordato come uno stilista perfetto in arrampicata libera. Come molti altri alpinisti di quest’epoca, morì in guerra combattendo sul fronte russo.
Si potrebbero ancora citare Anderl Heckmair, i fratelli Franz e Toni Schmid e Mathias Rebitsch, ma di essi e della loro attività parleremo nel capitolo riservato alle Alpi Occidentali.
Ettore Castiglioni: un alpinista completo in tutti i sensi
Come già si è detto, vi furono alcuni alpinisti che svolsero un ruolo di tramite tra alpinismo orientale ed alpinismo occidentale nel periodo compreso tra le due guerre. Generalmente vengono citati Gervasutti e soprattutto Cassin, ma non va certo dimenticato il nome di Ettore Castiglioni. Di origini milanesi, ma nato a Trento (1908), Castiglioni all’epoca in cui visse fu uno dei primissimi esempi (oggi assai più frequenti) di ragazzi nati in famiglie abbastanza agiate, colti, avviati verso una vita borghese assai brillante, che invece abbandonano tali prospettive e dedicano tutto il loro potenziale intellettivo e culturale all’alpinismo. Abbiamo visto che l’alpinismo degli anni Trenta aveva caratteristiche tipicamente proletarie e quindi si esprimeva più nell’azione vera e propria che in campo culturale. Invece a partire dal dopoguerra e soprattutto negli anni Sessanta e Settanta, l’alpinismo vedrà affacciarsi anche gli intellettuali che troveranno in quest’attività un’alternativa e forse una fuga illusoria all’alienante prospettiva della vita borghese e cittadina (ma vi è anche chi dice il contrario: ossia che l’alienazione sta nell’alpinismo e non viceversa…). Ebbene Ettore Castiglioni fu certamente uno di questi primi esempi: intelligente, di gusti raffinati, coltissimo, amante della musica e della letteratura, aveva brillantemente concluso gli studi universitari in legge, ma tuttavia non esercitò mai il mestiere dell’avvocatura e preferì invece dedicare se stesso alla montagna, la quale lo assorbì veramente sia dal punto di vista dell’azione sia da quello intellettivo. E della montagna dolomitica fu il più grande studioso che l’Italia abbia avuto: scrupoloso e pignolo fino alla mania, mai si accontentò delle fonti altrui, ma sempre volle verificare di persona ogni dato sul terreno. Come compilatore di guide alpinistiche è forse insuperato, in quanto la precisione dei dati forniti è assolutamente indiscutibile. Arrivò alla conoscenza di tre lingue, proprio per approfondire ancor più le fonti di informazione che giungevano dall’estero.
II suo carattere e la sua esistenza ricordano molto quella di un grande alpinista francese, Jean Couzy, che nel dopoguerra seppe dare all’alpinismo francese una carica di rinnovamento tale da portarlo ai vertici dell’alpinismo mondiale.
L’ampiezza di vedute di Castiglioni gli permise di arrampicare con chiunque, guide o cittadini che fossero, e di portare la sua azione su tutta la catena alpina. Come alpinista era eccellente, un vero e proprio fuoriclasse che sapeva farsi valere su ogni terreno: dolomia, granito e ghiaccio. La sua raffinata sensibilità ed il suo innato gusto per il bello gli permisero di ideare nuovi itinerari di grandissima eleganza, sempre risolti in arrampicata libera, dove è ricordato per essere uno stilista impeccabile.
Castiglioni amava «il nuovo», desiderava scoprire, conoscere: non per nulla in certe zone agiva a tappeto, approfittando anche della conoscenza che egli doveva acquisire di questi territori, ai fini della pubblicazione delle sue guide alpinistiche. Aveva della difficoltà un concetto rigoroso e severo e fu sempre propenso a sottovalutare piuttosto che a sopravvalutare le sue imprese ed anche quelle degli altri: non per nulla, a volte, le valutazioni in gradi di difficoltà espresse sulle sue guide, rispetto ad altre, risultano atrocemente severe…!
Parlando di Castiglioni è assurdo dire se egli fu il più forte o il meno forte di un periodo e di un certo gruppo di arrampicatori: forse alcuni furono senz’altro più forti di lui nell’azione pura, ma Castiglioni va giudicato come un artista della montagna, un uomo che seppe esprimersi al meglio in ogni settore, un alpinista veramente completo in ogni senso. E uomini così sono assolutamente rari nella storia dell’alpinismo.
L’elenco delle prime ascensioni è impressionante e spazia su tutta la catena alpina. Naturalmente le Dolomiti giocano la parte del leone, soprattutto i gruppi di Brenta e delle Pale di San Martino, dove il numero di vie aperte è più che notevole. Castiglioni non era un maniaco del difficile: molte delle sue vie sono estreme, ma egli non disdegnava certo gli itinerari di terzo e quarto grado, in quanto amava l’arrampicata come momento estetico a sé stante.
Ma anche nelle Alpi Centrali si espresse a livelli di classe assoluta, esplorando zone ancora poco frequentate e realizzando itinerari di superba eleganza sulla roccia granitica, come la prima ascensione della splendida parete nord ovest del Pizzo Badile, realizzata nel 1937 con l’amico Vitale Bramani, il famoso ideatore della suola per scarponi in gomma scolpita (la Vibram, dalle iniziali dell’inventore), che permise di creare una vera e propria rivoluzione in arrampicata, realizzando un compromesso ideale tra lo scarpone chiodato delle Alpi Occidentali e la pedula di feltro delle Dolomiti.
Castiglioni era assai inserito nell’ambiente milanese dell’epoca, separato per altro da quello lecchese. I milanesi agivano soprattutto nelle valli del Masino e furono di questi monti granitici, come vedremo, i più appassionati amanti ed esploratori. Ma Castiglioni, desideroso di conoscere ogni ambiente alpinistico, raggiunse anche il mondo torinese dell’epoca e portò la sua azione nel Bianco, realizzando nel 1937 con Gabriele Boccalatte una salita superba e tutta di «carattere occidentale»: la prima della parete nord del Monte Greuvetta, una parete degna di stare al fianco della Nord delle Grandes Jorasses.
Antifascista per convinzione ed amante della libertà a prescindere da qualunque abito politico essa fosse rivestita, Castiglioni più volte guidò in Svizzera gruppi di ebrei fuggiaschi. Nel marzo 1944 fu però arrestato presso il Passo del Maloja: fu privato degli scarponi, degli sci e dei pantaloni, ma egli riuscì egualmente a fuggire riparandosi con delle coperte e calzando i ramponi sui piedi avvolti da stracci. Nell’intento di rientrare in Italia, risalì in simili condizioni il Ghiacciaio del Forno, ma morì assiderato e il suo corpo fu ritrovato solo tre mesi dopo.
L’alpinismo sulle Alpi Centrali tra le due guerre: ancora Cassin alla ribalta
A seguito del periodo pionieristico iniziale, le Alpi Centrali rispetto ad altri settori della catena alpina come le Dolomiti ed il Monte Bianco, erano rimaste un po’ in disparte. Tuttavia alcuni gruppi come quello del Disgrazia e quello dell’Ortles, erano stati invece teatro di notevoli imprese alpinistiche. Nel 1910, ad esempio, era stata salita la difficile parete nord del Disgrazia dagli inglesi Harold Andrew Raeburn e W. N. Ling. Tuttavia solo nel 1930 e nel 1931 saranno realizzate imprese di ampio respiro su ghiaccio, come le pareti nord del Gran Zebrù e la parete nord dell’Ortles, vinte dal bavarese Hans Ertl.
Ma il più bel territorio di gioco delle Alpi Centrali, almeno per quel che concerne la roccia, è rappresentato dal settore Masino-Bregaglia-Bondasca, dove si elevano eleganti e magnifiche le più difficili pareti granitiche della catena alpina. Queste valli estremamente selvagge erano state esplorate dai pionieri e si erano anche salite tutte le vette lungo le vie più facili. Ma gli spigoli, le pareti e le creste restavano ancora intatti e forse per il loro aspetto liscio e repulsivo avevano scoraggiato gli intenti degli alpinisti. Soprattutto il versante nord della Val Bondasca era del tutto intatto: eppure qui vi erano le pareti di granito più belle delle Alpi, quella del Badile, quella del Céngalo, gli affilatissimi spigoli della Pioda di Sciora, le levigate placche del Pizzo Gemelli e del Pizzo Trubinasca. Pareti alte fino a 1000 metri, immense lastronate compatte e levigate dove l’occhio, almeno di lontano, vagava scoraggiato alla ricerca di una qualche frattura o di una linea di salita.
Ma il granito della Bondasca e del Masino è eccezionalmente rugoso e ricco di asperità superficiali che si adattano a meraviglia all’arrampicata libera elegantissima, dove si sale per esclusiva aderenza delle suole degli scarponi che sfruttano la rugosità superficiale della roccia. A volte invece si sale sfruttando il bordo tagliente delle grandi lastre rovesciate oppure il fondo dei diedri fessurati, ricorrendo all’arrampicata in opposizione che qui trova un terreno ideale.
Comunque la caratteristica del granito del Masino e della Bondasca è la placca: immensa, inclinata, priva di fessure per infiggervi chiodi, la placca dove si sale per più di trenta metri senza assicurazione alcuna, alzandosi con gesti armonici ed eleganti, fidando unicamente nell’attrito che le suole di gomma fanno sulla roccia, oppure sfruttando, in un delicato succedersi di equilibri, i cristallini di quarzo e le protuberanze della roccia per il bordo anteriore della suola.
Dopo una serie di tentativi infruttuosi, nel 1923 fu vinto il magnifico spigolo nord del Pizzo Badile, da Alfred Zürcher con la guida Walter Risch. Non vi è forse nelle Alpi una cresta più pura ed elegante: oggi lo spigolo del Badile è una grande classica alpina ed offre un’entusiasmante arrampicata nell’ordine del terzo e quarto grado con qualche tratto più difficile. Ma al tempo della prima salita, l’impresa destò impressione, tanto che la prima ripetizione si fece attendere parecchio.
Ma a partire dal 1933 la situazione mutò aspetto ed anche in questo settore giunse la nuova tecnica importata dalle Alpi Orientali, la quale permise rapidamente la soluzione dei problemi più evidenti. I primi a mietere successi sono i tedeschi, i quali introducono il « sesto grado » su queste pareti, vincendo lo spigolo nord-ovest della Sciora di Fuori (Karl Simon e Willi Weippert), la parete nord-ovest della Sciora di Dentro (Herbert Burgasser, Rudolf Leist e K. Noë) e la cresta nord del Pizzo Trubinasca (lo stesso Burgasser con Holm Uibrig). Ma analogamente a quanto accadde sulle Dolomiti, l’iniziativa passò poi in mano agli italiani. Il grande problema della zona era la parete nord est del Pizzo Badile, immensa lastronata alta quasi 1000 metri, dall’apparenza inattaccabile. Eppure già il grande Klucker vi si era avventurato per studiarne la salita! Vi erano stati tentativi, ma si erano arrestati poco sopra il ghiacciaio. Nel luglio 1937 giunge in Bondasca Riccardo Cassin, forte dei successi ottenuti in Dolomiti e pronto ad attaccare con la stessa determinazione e con la medesima grinta che mai gli hanno fatto conoscere la sconfitta. Cassin non ha mai arrampicato in granito e quindi non ha alcuna esperienza di questa roccia. Ma egli non se ne cura e proprio questa sua assoluta sicurezza gli permette di vincere ovunque, al Badile, dove per la prima volta tocca il granito, e alle Jorasses, dove per la prima volta ha a che fare con il «misto» delle Alpi Occidentali. Al fianco ancora una volta gli è Vittorio Ratti, che, in quanto a sicurezza e coraggio, non gli è certo da meno e Gino Esposito, uno dei migliori arrampicatori della scuola lecchese. Al rifugio incontrano anche due comaschi, Molteni e Valsecchi, arrampicatori assai capaci, che naturalmente hanno le stesse intenzioni dei lecchesi.
Ma i due gruppi inizialmente si dividono: i comaschi attaccano al centro, Cassin con più intuito riesce a raggiungere l’inizio delle vere difficoltà seguendo un itinerario più facile e più veloce. La sera del primo giorno si radunano tutti su un terrazzino per il bivacco e decidono di proseguire insieme, lasciando a Cassin, evidentemente il più forte e preparato, il compito di condurre in testa. Il secondo giorno superano le difficoltà più rilevanti della parete, ricorrendo spesso all’aiuto dei chiodi e delle staffe, ma superando il più delle volte in arrampicata libera tratti di estrema difficoltà. La salita si dimostra superba e degna delle aspettative. Ma un cambiamento del tempo a poco a poco trasforma la parete in un inferno di acqua, di grandine e di neve mettendo a durissima prova i cinque alpinisti. Cassin combatte come un belva ferita e, a prezzo di sforzi durissimi, il pomeriggio del terzo giorno, riesce a condurre in vetta tutto il gruppo, mentre infuria una bufera impressionante. Anche se l’altezza di queste montagne non è molto elevata (intorno ai 3200 metri), tuttavia le bufere vi giungono improvvise e sovente sono di una violenza inaudita, spesso accompagnate anche da scariche elettriche.
La discesa è drammatica e prima che sia raggiunta la base delle rocce ed il vicino rifugio Gianetti, si trasforma in tragedia: Molteni e Valsecchi, sfiniti, non reggono più lo sforzo e si spengono tra le braccia dei compagni i quali devono assistere impotenti e in preda alla disperazione.
Così si concludeva una delle più grandi imprese della storia dell’alpinismo. Forse a causa della tragedia, la salita non fu più ripresa fino al 1948, anno in cui il francese Gaston Rébuffat insieme a Bernard Pierre ne fece la prima ripetizione, ancora con due bivacchi ed ancora lottando duramente contro il maltempo. Il giudizio di Rébuffat confermò quello di Cassin: si trattava di una delle più dure vie della catena alpina. Poi… i chiodi si aggiunsero ai chiodi, la via fu completamente chiodata, divenne una classica ed oggi si sale comodamente in giornata: i più bravi la superano in sei o sette ore, vi sono dei solitari che l’hanno vinta in poco più di tre ore! È il destino di tante imprese. Comunque, ancora oggi, se il maltempo si scatena sulla parte alta della parete, uscire non è uno scherzo: lungo i camini da risalire si riversano vere e proprie cascate d’acqua, che trascinano anche sassi e terriccio. Non per nulla, purtroppo, non sono rari gli incidenti gravi che si verificano su questa parete.
Con la vittoria sulla Nord-est del Badile, Cassin aveva infranto il primo tabù, ossia che un alpinista dolomitico non fosse in grado di realizzare imprese di estrema difficoltà sul granito. Sempre nel 1937, altre due imprese di analogo livello tecnico furono realizzate nella Bondasca: la salita dello spigolo nord-ovest del Céngalo, compiuta da Bertl Lehmann e Fred Gaiser e quella della parete nord-ovest del Pizzo Badile, compiuta da Vitale Bramani ed Ettore Castiglioni. All’epoca queste due superbe realizzazioni non ebbero l’eco e la risonanza internazionale della via Cassin sulla Nord-est del Badile, a vantaggio della quale, come sempre purtroppo accade in queste situazioni, la tragedia giocò un ruolo determinante. Ma certamente le altre due vie aperte non erano da meno sul piano della difficoltà, anzi probabilmente, data la prevalenza dell’arrampicata libera su quella artificiale, hanno conservato più a lungo la loro primitiva difficoltà. Soprattutto la via Castiglioni-Bramani è assai poco ripetuta dagli alpinisti ed è un peccato, in quanto offre una stupenda arrampicata libera di puro stile granitico, oggi certamente più difficile della stessa Nord est del Badile, zeppa di chiodi che hanno notevolmente alterato il primitivo grado di difficoltà incontrato da Cassin e compagni.
Erano gli anni in cui l’alpinismo lombardo conosceva la sua epoca d’oro su queste montagne. Ancora nel 1937 Mario Dell’Oro, il celebre «Boga», apriva una via assai dura sulla Punta Allievi, poi Alfonso Vinci vinceva uno spigolo difficilissimo sul Pizzo Céngalo, portando forse il livello delle difficoltà ad un gradino più alto. Anche nelle Alpi Centrali l’arrampicata artificiale e l’uso sistematico dei chiodi aprivano nuovi orizzonti agli alpinisti del dopoguerra, che soprattutto sulle pareti della Val Masino troveranno un terreno formidabile di gioco, scoprendo itinerari di difficoltà estrema in arrampicata artificiale, molti dei quali attendono ancora oggi la prima ripetizione. Invece, dopo la guerra, le grandi vie aperte da Cassin, da Gaiser, da Castiglioni e da Dell’Oro, saranno via via ripetute da cordate italiane ed anche non italiane. I ripetitori ben presto giungeranno a differenziare nettamente il livello delle prime imprese realizzate dai tedeschi sulla Sciora (definite di sesto grado) da quello delle vie del 1937, le quali si dimostreranno nettamente più difficili e degne di essere qualificate di sesto grado. Ma prima che questi splendidi itinerari divengano «classici», bisognerà attendere fino agli anni Sessanta o addirittura agli anni Settanta per certi itinerari che erano rimasti in disparte, in quanto offuscati dalla fama di vie più celebri e famose, e che solo oggi vengono riscoperti e valorizzati.
A differenza di altri gruppi alpini, dove l’attività alpinistica durante la guerra fu quasi assente, in questo settore delle Alpi Centrali vi fu ancora qualcuno che riuscì a realizzare qualche impresa in quei tempi estremamente duri e difficili, come Ercole Ruchin Esposito, Alfredo Colombo ed Emilio Galli di Calolziocorte (Lecco) i quali nel 1942 tracciarono una durissima via sulla parete nord della Punta Fiorelli o come l’attivissimo Vitale Bramani, che nel triste 1944 con Vittorio Ratti, caduto poco dopo mentre combatteva per le vie di Lecco durante gli ultimi giorni della Resistenza, effettuò la prima ripetizione della via Vinci al Ligoncio.
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Rien ne les arrêtait ces anciens ! Un bel exemple.
Wenn man Routen aus diesen Zeitepochen wiederholt, wo der 6te Grad das obere Limit war, wird man still u. Ehrfürchtig!
Interessante illustrazione dei grandi alpinisti, un modo per far conoscere e avvicinare gente come me, che ammira questi uomini per quello che hanno saputo fare in condizioni che è difficile immaginare, un esempio per tutti, che con l’impegno e la passione si possono raggiungere risultati inimmaginabili.