Alla ricerca del mio alpinismo

La montagna è sempre stata presente nella mia vita sin dalla tenera età e l’alpinismo è stato un modo potente, intimo ed esclusivo di viverla…“.

Alla ricerca del mio alpinismo
(tra passato, presente e futuro)
di Alessandra Gaffuri
(pubblicato su Annuario del CAI Bergamo, 2024)

Nel corso della riunione autunnale (Gropada-TS, 20 ottobre 2024) del Gruppo Orientale del CAAI, si è tenuto il convegno dal titolo “La montagna è donna: pluralità di alpinismi a confronto”, al quale sono stata invitata a partecipare per raccontare del mio alpinismo, che ormai appartiene al mio passato ma che in qualche modo continua anche nel presente. Purtroppo, Rosa Morotti, che di alpinismo ne macina ancor oggi ad altissimi livelli, non ha potuto partecipare perché, appunto, era in spedizione in Nepal.

1986, El Capitan, bivacco sul Nose. Foto: Augusto Azzoni.

L’incontro degli Accademici del Gruppo Orientale si è svolto a Trieste, in un contesto molto piacevole e stimolante, grazie alla perfetta organizzazione diretta da Francesco Leardi, Presidente del Gruppo Orientale. Al convegno hanno partecipato come relatrici, oltre a me, Giuliana Pagliari, alpinista e direttrice della Scuola di Alpinismo Emilio Comici, Sara Avoscan e Omar Genuin, fortissimi scalatori dolomitisti, Nives Meroi e Romano Benet e si è concluso con la proiezione di un bel filmato su Bianca di Beaco. Riporto di seguito alcuni commenti di Francesco Leardi e di Jennifer Dell’Armellina, la brillante moderatrice del convegno.

Giuliana Pagliari, prima relatrice, ci lega alla sua corda lungo la sua via fatta di arrampicate estreme ed insegnamenti ad allievi della scuola Comici della quale è la direttrice. Le parole di Giuliana, così distaccata dall’autocelebrativo, ci riempiono di commozione per il suo percorso di affermazione personale. Da triestina ci introduce poi ad un sorprendente filmato gentilmente concesso dalla famiglia Rauber, depositaria di un archivio fotografico pregevolissimo con inedite immagini di Emilio Comici e poi donne sensuali in costume da bagno dell’epoca e singolari pose in arrampicate e discese in corda doppia (visibile su https://www.clubalpinoaccademico.it/news-2/news-gruppo-orientale/la-montagna-e-donna-pluralita-di-alpinismi-a-confronto).

Entra poi in gioco Alessandra Gaffuri con il suo entusiasmante percorso personale non solo legato alla montagna, ma anche cammino di vita tra gioie e apprensioni, mamma, moglie e veterinaria.

Segue l’intervento di Sara Avoscan, Omar Genuin e la piccola Lia, ospite speciale, pronta ad animare il palco con gattonate energiche. L’affiatata coppia con l’arrampicata nel sangue ci racconta della loro filosofia e della loro etica: il fatto di dover essere entrambi a cento per poter portare a casa un progetto, che sia un monotiro o una via alpinistica su una parete selvaggia. Questo momento di condivisione fa riflettere in merito ai diversi approcci che si possono avere come cordata a 2 davanti alla parete o in 3 alle prese con le sfide di casa.

Nives Meroi e Romano Benet salgono sul palco senza bisogno di presentazione alcuna e iniziano a raccontare i dettagli emozionanti della loro ultima avventura sull’Annapurna, l’ultimo Ottomila che ha permesso loro di coronare l’impresa di una vita fatta di scalate insieme.

Bella la frase che usa sempre Nives per descrivere sia se stessa che Romano: due solitudini unite, due pianeti che sono in grado di esistere anche da soli ma se insieme diventano complementari.

Per finire, il film su Bianca di Beaco ci trascina in un mondo così lontano ma anche così attuale lasciandoci stupiti dai profondi sentimenti e riflessioni di Bianca, donna sensibile ma soprattutto libera“.

Alessandra Gaffuri nel corso del suo intervento. Foto: Francesco Leardi.

La montagna è sempre stata presente nella mia vita sin dalla tenera età e l’alpinismo è stato un modo potente, intimo ed esclusivo di viverla.

Ho avuto la fortuna di nascere in una famiglia amante della montagna; ho iniziato a sciare a 4 anni, passavo le estati a fare passeggiate con ragazzi della mia età, con in quali alla fine della gita si andava a giocare a pallone, o a costruire dighe nei ruscelli. Per me, trascorrere il tempo così era la cosa più naturale, come pure andare con mio papà ad addestrare il cane per la caccia in montagna, dove ho imparato a camminare sulle pietraie e sulle ripide coste erbose.

Il primo assaggio di arrampicata lo ebbi a 12 anni, quando mio padre regalò a mia sorella maggiore e a me una giornata con la guida in palestra di roccia; a sera la guida disse “la piccola ha talento”. E in seguito ho avuto le opportunità (e me le sono anche create!) per esprimere questo talento. Dopo un corso di roccia in Dolomiti a 17 anni, iniziai ad arrampicare con gli amici conosciuti in quella occasione, prima in modo saltuario e poi sempre più costante, per arrivare all’estate dei miei 19 anni quando iniziai a fare le mie prime vie impegnative in Civetta, Marmolada e al Monte Bianco. Quell’estate a Courmayeur conobbi Anne-Lise Rochat, torinese, accademica del Gruppo Occidentale, scomparsa nel 2020, e iniziammo ad arrampicare insieme su vie classiche nei satelliti. L’anno successivo Anne-Lise mi invitò a partecipare ad Agordo al raduno femminile “Rendez-vous d’Haute Montagne” dove conobbi alpiniste mitiche come Loulou Boulaz, Silvia Metzeltin ed una giovane e già fortissima Luisa Jovane. Fu un bell’incontro, caratterizzato dal desiderio di conoscersi, di confrontare esperienze senza che la competizione limitasse il piacere di scalare insieme. In quella occasione a Silvia Metzeltin venne l’idea di organizzare una spedizione completamente femminile, la prima italiana.

Forse a causa di rifiuti da parte di alpiniste più importanti di me, venni interpellata anch’io e così mi ritrovai a preparare la spedizione insieme a Laura Ferrero, torinese, Anne-Lise Rochat, Silvia Metzeltin e la sottoscritta come alpiniste; Annalisa Cogo, milanese e Oriana Pecchio, torinese, come medici; Nadia Billia, organizzatrice di trekking, per la logistica e Mariola Masciadri, allora direttrice de Lo Scarpone, come supporto al Campo Base. Era il 1983 è già allora pensavo che una spedizione tutta femminile fosse un po’ anacronistica, ma la considerai una opportunità unica ed importante. La nostra meta era il Monte Meru, in India, nella regione del Garhwal, di fronte al più conosciuto Shivling. Ci impegnammo tutte in prima persona nella progettazione e nell’organizzazione della spedizione, dalla logistica alla ricerca degli sponsor. Anche il nostro ufficiale di collegamento era una donna!

Al campo base c’eravamo solo noi (a parte qualche sporadico pellegrino di passaggio) e potevamo contare solo su noi stesse. Nonostante il nostro affiatamento e la voglia di salire la montagna, il tempo non fu dalla nostra parte e tornammo senza vetta. Per noi più giovani fu certo un dispiacere, ma accettammo con serenità questa rinuncia: non credevamo che la conquista della vetta fosse l’unico modo per dimostrare che una donna in montagna vale quanto un uomo e inoltre non eravamo delle professioniste che avrebbero potuto veder sminuita la loro reputazione. Silvia fu sicuramente più amareggiata per il mancato successo di questa spedizione di sole donne, lei che quando si era affacciata al mondo dell’alpinismo aveva dovuto combattere pregiudizi e situazioni discriminanti. E come darle torto! Se penso a Franco Garda che nel 1986 non credette che Giovanni Bassanini ed io avessimo fatto la Gervasutti al Pic Gugliermina rientrando in giornata, alle 8 di sera, al Monzino perché per lui era impossibile che una donna potesse scalare quella via così velocemente. Non me la presi, non dovevo dimostrare nulla a nessuno, se non a me stessa, ma capii che, per le donne che volevano fare della montagna una professione, la strada era ancora in salita.

L’esperienza in India diede una spinta importante al mio alpinismo: da allora ho scalato un po’ ovunque, in modo vario, nelle Alpi e in giro per il mondo. Sono stata in California, Patagonia, Giordania, ho partecipato ancora a qualche “Rendez-vous d’Haute Montagne”, per il piacere di conoscere nuovi posti e nuove persone. Mi sono legata spesso con gli stessi fidati compagni, ma anche con qualcuno di occasionale, indifferentemente uomini o donne. Mi sono sempre considerata un socio, un compagno di cordata senza però rinnegare la mia femminilità. Non chiedevo sconti, il mio zaino pesava come quello degli altri e battevo anche io la traccia nella neve alta. I miei soci mi chiamavano “la capessa” e le mie opinioni erano tenute in considerazione.

Mi ricordo di quando scalai la Detassis in Brenta Alta con mia sorella, tutta da capo cordata. Eravamo le prime in parete, non sbagliai un tiro ed eravamo veloci. La cordata maschile che ci seguiva mi fece i complimenti; mi fece piacere anche se, forse, se fossimo stati due uomini non me li avrebbero fatti. Era abbastanza raro allora trovare una cordata di sole donne ed anche adesso le donne alpiniste sono numericamente meno degli uomini; forse per questo suscitano sempre una certa ammirazione. Credo che noi donne dovremmo essere capaci di accettare dei complimenti senza pensare sempre che alla base ci sia atteggiamento di tipo discriminatorio. Con questo spirito presi il bellissimo mazzo di fiori che mi porse Tino Albani quando nel 1989 entrai nel CAAI Gruppo Centrale come prima donna: fu un gesto che mi fece piacere.

L’alpinismo ha occupato in modo totalizzante la mia vita fino alla metà degli anni ‘90, quando iniziai a sentire che forse mi mancava qualcosa e desideravo allargare i miei orizzonti e fare nuove esperienze. E così non opposi resistenza quando incontrai casualmente il mio futuro marito, come succede quando due poli opposti si avvicinano. Con lui ho condiviso un’altra mia grande passione, cui non avevo mai dato spazio, l’equitazione, un altro sport dove non c’è differenza tra uomo e donna, nemmeno nelle competizioni.

La montagna ha continuato ad essere in qualche modo presente anche nella mia famiglia un po’ speciale; la capacità di andare incontro all’ignoto in montagna con calma e determinazione mi ha dato la forza di affrontare la disabilità della mia secondogenita. E alle mie figlie ho insegnato che non bisogna mollare e che dobbiamo trovare dentro di noi la forza per una pedalata in più anche quando ci sembra di non farcela.

La montagna mi ha accompagnato anche nel mio lavoro di veterinaria, in cui mi sono occupata dello studio delle malattie della fauna selvatica, di ecosistemi, di zootecnia di montagna. Andavo a fare personalmente i prelievi dai selvatici sul campo, non aspettavo che mi portassero in laboratorio i campioni da analizzare!

Questo è stato il mio passato; il mio presente è iniziato al mio cinquantesimo compleanno, quando ho sentito che era il momento di tornare sulla roccia. Mi sono ritrovata davanti ad un mondo completamente cambiato: montagne franate, falesie affollate ed unte, un livello di arrampicata molto alto, pochi alpinisti e molti falesisti, e tutto che va avanti così velocemente! Ho però ritrovato in modo naturale il piacere di muovermi sulla roccia, ho incontrato vecchi amici e ne ho scoperti di nuovi. Non faccio più grandi salite, ma mi diverto e sono felice!

Le tre Accademiche: da sinistra, Silvia Stefanelli, Alessandra Gaffuri e Nives Meroi. Foto: Francesco Leardi.

Il mio futuro è iniziato il 1° marzo 2025 quando sono andata in pensione e ho cominciato a tener fede a quanto mi ero ripromessa di fare da pensionata. Sto andando alla scoperta delle montagne di casa, le Alpi Orobie, che ho sempre un po’ trascurato; vado a scalare durante la settimana, godendomi la pace delle falesie, e a novembre 2025 andrò a fare un trekking in Nepal. Inoltre, sono entrata nel consiglio del gruppo centrale del CAAI come vice-presidente: lo dovevo a Tino Albani, il mitico segretario del gruppo centrale e ad Augusto Azzoni, amico di sempre recentemente scomparso, che me lo chiedevano da anni. E’ vero che nel Consiglio dell’Accademico dovrebbero esserci più giovani, in piena attività, ma loro pensano a scalare! E quindi è giusto che chi ha tempo (e in genere lo hanno i meno giovani!) e passione si impegni attivamente all’interno del Gruppo. E quando sento dire dalle nuove generazioni che l’alpinismo ha come obiettivo principale il solo raggiungimento della vetta e che l’arrampicata sportiva permette invece nuove possibilità di essere liberi e di cercare nuove strade e nuove mete, allora penso che gli alpinisti della mia generazione abbiano ancora cose da dire per mantenere vivo lo spirito dell’alpinismo. E concludo dicendo che, come donna, non è certo in montagna che ho subito discriminazioni o esclusioni; in montagna mi sono realizzata come alpinista e come donna, e lo auguro anche alle nuove generazioni di alpiniste.

Alla ricerca del mio alpinismo ultima modifica: 2026-04-19T05:01:00+02:00 da GognaBlog

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4 pensieri su “Alla ricerca del mio alpinismo”

  1. Grazie Alessandra, ricordo ancora il nostro incontro, tu eri con Augusto sulla Liebl Schober, e poi quando a Cornalba mi facesti vedere i sorci verdi! Grazie anche per il ricordo del mitico Azzù; chissà che non ci si possa rivedere, per quanto mi riguarda temo sia possibile solo in falesia… finché almeno quello riesco a farlo

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