Blatten, il paese cancellato
Le prime notizie
Mercoledì 28 maggio 2025, intorno alle 15.30, una frana di dimensioni gigantesche ha sepolto (e cancellato) il paese di Blatten, nella Lötschental, nello svizzero Canton Vallese, depositando a valle detriti alti fino a decine di metri. I detriti si sono spinti fin quasi al vicino villaggio di Wiler. Un’onda d’urto per lo spostamento d’aria è stata chiaramente percepita e per un attimo è mancata la corrente elettrica.
Il crollo del ghiacciaio ha inoltre causato un terremoto di magnitudo 3,1 sulla scala Richter. La polizia ha isolato l’intera area in modo esteso. Le autorità hanno precisato che non ci sono stati né morti né feriti.
Ma non era un evento inatteso. Il monitoraggio del ghiacciaio del Birch (la montagna da cui si è staccato il materiale) segnalava da giorni diverse frane. Quando si è verificato lo sgretolamento di una cresta sul Kleinen Nesthorn sopra il ghiacciaio del Birch era scattata l’emergenza e il 19 maggio i 300 abitanti del villaggio erano stati evacuati, perché la massa di detriti rocciosi aveva innescato il movimento a valle del ghiacciaio.
Il 27 maggio alle 18 c’era già stata una prima frana verso valle e il materiale si era fermato a 400 metri dalle abitazioni. Il 28 maggio, con una seconda frana, il paese è stato raggiunto completamente da circa 9 milioni di metri cubi di detriti, che hanno travolto il 90% delle abitazioni.
Ma come ha fatto un versante della montagna a staccarsi e venire giù e a cosa è dovuto questo fenomeno?
Si è trattato di un evento “naturale” per l’arco alpino, seppur raro, o di un fenomeno causato dal cambiamento climatico? Secondo il geologo Andrea Pedrazzini «il legame con i cambiamenti climatici, che non è sempre diretto nell’ambito del pericolo naturale, in questo caso sembra proprio essere abbastanza chiaro». In particolare spiega «Chiaramente i cambiamenti climatici, con l’aumento della temperatura, destabilizzano questi versanti di altitudine elevata. La roccia che cade su un ghiacciaio già instabile può appunto creare questi fenomeni a cascata».
I video del crollo
Dopo la montagna arriva il torrente
di Thomas Ribi
(pubblicato su msm.com il 29 maggio 2025)
Dove un tempo c’era Blatten, ora c’è un enorme cono di rocce, macerie, fango e ghiaccio. Sono ancora visibili solo alcuni tetti delle case. Il villaggio nella Lötschental è sepolto sotto un’enorme frana. Mercoledì pomeriggio, circa tre milioni di metri cubi di detriti si sono staccati dal Kleiner Nesthorn, si sono riversati nella valle e hanno quasi completamente distrutto l’insediamento. I trecento residenti erano già stati evacuati a metà maggio. La catastrofe incombeva da settimane. Ciononostante nessuno voleva credere che ciò sarebbe realmente accaduto.
L’inimmaginabile è accaduto. Un villaggio è scomparso dalla mappa. Ma questo non elimina il pericolo. Ciò è diventato molto chiaro giovedì mattina. Dopo le macerie, ora è anche l’acqua a minacciare la valle. I detriti staccatisi dal Kleiner Nesthorn e dal Birchgletscher hanno riempito il fondovalle. Ora forma un cono di detriti lungo circa due chilometri e spesso circa duecento metri. Funziona come una diga che sigilla la valle. Nelle ore successive alla frana, il torrente Lötschen aveva già iniziato a formare una diga di fronte al cono, creando un nuovo pericolo.
Dietro le masse di macerie si è formato un lago. Giovedì mattina, alcune delle case che ancora sporgevano dalle masse di pietra erano già state allagate e il livello dell’acqua aumenta ogni ora. Se raggiungesse l’altezza del cono, la diga potrebbe rompersi. Ciò scatenerebbe uno tsunami che travolgerebbe la Lötschental e causerebbe grandi devastazioni. Lunedì le autorità hanno quindi evacuato i residenti che vivono vicino al fiume, nelle comunità di Wiler e Kippel, situate a valle di Blatten. Altre località sono in fase di preparazione per l’evacuazione.
L’acqua sale
Non è ancora del tutto chiaro quale percorso segua l’acqua, con quale velocità scorra e se nel cono detritico si verifichi erosione. Giovedì sera a Ferden, le autorità hanno informato sulla situazione attuale in una conferenza stampa. Secondo Christian Studer del Dipartimento delle forze naturali, il lago sbarrato dai detriti si sta riempiendo più velocemente del previsto. Il livello dell’acqua sale di circa 80 centimetri all’ora.
Non si può escludere che il Lötschen trabocchi entro venerdì mattina, ha affermato Studer. Ciò potrebbe causare colate detritiche. Poiché la stazione di misurazione di Blatten è stata distrutta dalla frana, al momento non è possibile stabilire con esattezza quanta acqua scorre nella parte superiore del Lötschen. Tuttavia, durante la conferenza stampa è stato affermato che era improbabile che l’ondata di piena potesse travolgere o distruggere il bacino idrico vicino a Ferden.
La situazione nella Lötschental è tesa. Massi sempre più piccoli continuano a staccarsi dal Kleiner Nesthorn e a precipitare nella valle con un boato. Secondo gli esperti sono attese ulteriori frane, che sono minacciose, anche se la loro entità difficilmente potrà essere paragonata a quella di mercoledì pomeriggio. Ma si continua a parlare di diverse centinaia di migliaia di metri cubi di roccia che si staccano dal pendio. Anche sul versante opposto della valle sono previste colate detritiche e frane.
“La Lötschental rimane abitata”
L’incertezza più grande e pericolosa è il cono di detriti di pietra, macerie e ghiaccio che ha seppellito Blatten. Nemmeno gli esperti riescono a prevedere quanto sia stabile. Potrebbe contenere bolle d’aria che potrebbero collassare o riempirsi d’acqua in qualsiasi momento. Poiché è a rischio crollo praticamente in ogni suo punto, per ora non è consentito accedervi.
Pertanto non è ancora possibile inviare i soccorritori direttamente nella zona del disastro. Il pericolo per i soccorritori sarebbe troppo grande. Innanzitutto è importante chiarire la situazione. Giovedì gli elicotteri hanno sorvolato la Lötschental per consentire agli esperti di farsi un’idea della situazione.

Già mercoledì sera il consigliere federale Martin Pfister, capo del DDPS, aveva dichiarato che l’esercito avrebbe mobilitato tutte le forze necessarie per migliorare la situazione e aiutare la popolazione. Il maggiore generale Raynald Droz ha assicurato giovedì sera che l’esercito era pronto. Ma non si dovrebbero mettere a repentaglio vite umane. Per questo motivo, le ricerche dell’uomo scomparso nella regione di Tennmatten sono state interrotte nel corso della giornata di giovedì.
Per i trecento abitanti di Blatten è una triste certezza: per il momento non potranno più tornare al loro villaggio, ma resta la speranza che un giorno possa essere ricostruito. Il consigliere di Stato del Vallese Christophe Darbellay ha sottolineato giovedì che Blatten ha un futuro. Nessuno può dire se i “Blattner” vivranno di nuovo esattamente nello stesso posto: “Ma la Lötschental rimarrà abitata. Rinunciare non è un’opzione.”

Fino a 100 metri di detriti a Blatten
a cura della Regione Vallese (2 giugno 2025)
La massa di detriti a Blatten supera in alcuni punti i 100 metri di altezza, secondo Raphaël Mayoraz, responsabile del Servizio per i pericoli naturali del Canton Vallese. Finora non sono stati segnalati crolli o crepe importanti.
“Ma la situazione potrebbe cambiare se i ghiacci iniziassero a sciogliersi”, poiché “potrebbero verificarsi colate di fango”, ha aggiunto il geologo in un’intervista pubblicata oggi da Le Nouvelliste, ArcInfo e Walliser Bote. La frana, che mercoledì ha quasi completamente distrutto il villaggio vallesano, è composta da sei milioni di metri cubi di detriti e ghiaioni, ai quali “si sono aggiunti tre milioni di metri cubi di ghiaccio”.
Mayoraz è abbastanza fiducioso. Le simulazioni mostrano che la diga idroelettrica di Ferden (VS) potrebbe assorbire gli smottamenti, sottolinea. “Ma se si verificassero più eventi simultanei, dovremmo evacuare anche i villaggi di Gampel e Steg”, situati a valle della diga.
Annunciate precipitazioni
Un altro rischio è rappresentato dal torrente Lötschen. “Se dovesse ritagliare un nuovo percorso attraverso il cono alluvionale, potrebbero formarsi sacche d’acqua che non saremmo in grado di vedere”. Ma anche in questo caso si dice “ottimista”, perché attualmente il Lötschen scorre in modo relativamente controllato, con un’erosione lenta.
Per quanto riguarda le precipitazioni previste, “non dobbiamo aspettarci il peggio”, aggiunge il geologo, basandosi su simulazioni. Il livello del lago, formatosi a monte della frana, “è sceso di circa un metro”.
Sul Kleines Nesthorn, che sovrasta il ghiacciaio di Birch e la cui frana ha causato il cedimento di parte del ghiaccio mercoledì, la montagna è ancora in movimento, osserva Mayoraz. “Circa 100.000 m3 di materiale sono ancora instabili”. Per quanto riguarda il ghiacciaio, non c’è praticamente più pericolo, perché “è in gran parte crollato”, aggiunge.
Osservatori e telecamere sono stati posizionati per monitorare l’area, dice Mayoraz. “Gli osservatori sono essenziali per noi. Sono al loro posto giorno e notte”.
Video su Blatten con drone
https://cdn.jwplayer.com/videos/8uWoZwAA-teqQlGVv.mp4
Epitaffio per Blatten
di Michele Fazioli
(pubblicato su cdt.ch il 2 giugno 2025)
«Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti» (Cesare Pavese, La luna e i falò). Blatten non esiste più. È seppellito sotto milioni di metri cubi di roccia e fango, un deserto cattivo. Forse, fra molti anni (secoli?) in quel deserto rifioriranno erbe e alberi, la terra è tenace, i semi volano, il tempo non si ferma. Ma Blatten resterà lì sotto, sepolto. Rimane lo strazio di quella povera gente montanara. Son dovuti andarsene di corsa, un groppo in gola, un’ombra di paura negli occhi. Mezz’ora per arraffare poche cose, chiudere la porta (magari a chiave, ma il ghiacciaio non è un ladro, non ruba, stermina).
Monitoreremo, dicevano i geologi, vedremo, forse succederà come a Brienz nei Grigioni, si potrà tornare per brevi ricognizioni controllate, staccare una foto di cari morti dalla parete della stübe, prendere quella pendola, quell’abito della festa, carezzare con lo sguardo il declivio dei prati, toccare il muretto riscaldato dal sole sul quale tante generazioni hanno scherzato, riso, corteggiato. Invece a Blatten è accaduto il peggio. La montagna è caduta sul villaggio, un boato, una nuvola enorme, funerea. Blatten non esiste più. Lo ricostruiranno, possibilmente nella stessa vallata, ma quel Blatten lì, carico di secoli e di mille remote memorie non esisterà più. Né per i suoi abitanti fatti fuggire in fretta assieme ai loro animali, poca roba sulle spalle, tutto un passato raccolto dentro un dolore nel petto. Non esiste più, Blatten, nemmeno per i suoi figli emigrati, chi nella Svizzera urbana, chi in giro per il mondo, ma tutti legati a quel filo di certezza pavesiana: «un paese bisogna averlo». E loro ce l’avevano: nella nostalgia, nelle cartoline, nei whatsapp, nei ritorni, negli orizzonti rivisti, quei prati falciati, quel rigo di alberi, quei nidi di legno e affetti, quelle poche vie addobbate di gerani e di ricordi. Perdere per sempre un paese è come un anticipo di morte.
Come perdere una persona cara e potersela figurare ormai soltanto nella memoria, sbiadita dal tempo. Per chi ha la fede, resta la speranza promessa di poterli rivedere e toccare, quei cari volti. Ma è dura la speranza, è remota la scadenza siderale della «resurrezione della carne». E della resurrezione di Blatten: risorgeranno forse inverni nevosi e veglie davanti al fuoco, corse infantili nell’erba, campane domenicali, le maschere grottesche degli antichi carnevali, quel profilo di montagna così noto, così amato come una madre. Ma quando? Ma come? C’è poca consolazione, nella disperazione. Sotto quella montagna franata tutto è sepolto, anche il cimitero, i morti sono stati seppelliti una seconda volta, non ci saranno più piccole croci e nomi, fiori da innaffiare. Blatten oggi è tutto un cimitero, cimitero di morti e cimitero di case e di cose: i giocattoli dei bambini, la «roba»” dei vecchi, il divano cigolante, la credenza odorosa di canfora e passato, le scatole delle lettere, i libri dei nonni che contenevano vite, i ritratti dei morti che per fortuna non hanno visto questa tragedia. Ma se per caso fossero su in qualche Blatten dei cieli, allora intercedano per la consolazione di chi è rimasto senza paese, un filo di speranza come fili di fumo da camini che non ci sono più.
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Sopportare gli sproloqui del Grande Smanettatore di Intetnet…
Fatto.
Scrivere che le catastrofi ci sono sempre state… Fatto.
Dare la colpa ai comunisti… Fatto.
Dare la colpa all’Europa… Fatto.
Approfondire l’argomento… Magari un’altra volta, per ora fermiamoci a quello che dice la Pravda.
Sulle casse d’espansione: https://www.ilpost.it/2023/05/19/casse-espansione-emilia-romagna/
Sulla rinaturalizzazione dei fiumi: https://altreconomia.it/il-processo-di-rinaturalizzazione-del-fiume-po-e-a-rischio/
Scrivere che le catastrofi ci sono sempre state… Fatto.
Dare la colpa ai comunisti… Fatto.
Dare la colpa all’Europa… Fatto.
Approfondire l’argomento… Magari un’altra volta, per ora fermiamoci a quello che dice la Pravda.
Sulle casse d’espansione: https://www.ilpost.it/2023/05/19/casse-espansione-emilia-romagna/
Sulla rinaturalizzazione dei fiumi: https://altreconomia.it/il-processo-di-rinaturalizzazione-del-fiume-po-e-a-rischio/
Davvero sconvolgente come un intero villaggio possa scomparire in così poco tempo.
Ai piedi dell’Etna l’abitato di Mascali è stato quasi interamente ricoperto dalle lave scaturite dall’eruzione del 1928 e tante volte mi sono chiesta come ci si possa sentire senza la possibilità di tornare ai propri luoghi della memoria e delle radici.
Ho dovuto tirare un bel respiro,ma essendo un luogo ben conosciuto e frequentato dal sottoscritto,mi sono …diciamo lasciato andare..leggete Wallis Bote o Pomona se non siete abilitati e troverete il neccessario in merito..ho scritto in risposta al Sig.Matteo,che ha fatto una riflessione più che ponderata e realistica..una delle frane dal Sig.Matteo citate è la famosa frana di Piuro. avevo una casa li vicino..ebbene allora ci vollero mesi perchè si sapesse a Parigi cosa era successo…Una riflessione,sta emergendo in Svizzera un problema,che è strettamente legato alle compagnie assicurative,in Territorio Elvetico non esiste il paga pantalone,o sei assicurato,oppure..grissi problemi..Ora alcuni deputati stanno chiedendo la istituzione di un fondo calamità,perchè se è vero che in 300 anni pochi sono gli eventi gravi nel territorio,oggi con il cambiamento climatico si rendono conto,vioi per la conformazione del territorio,vuoi per i limiti assicurativi,che debbono trovare un mix.Tolgo il disturbo buone cose
La realtà è che le montagne da sempre franano e seppelliscono villaggio nelle Alpi. A mia conoscenza ce ne sono stati almeno uno in val d’Ayas e due in Valtellina in tempi storici. E chissà quante centinaia di Rigopiano.
Solo che adesso siamo molti di più e probabilmente di più abitano in montagna, col carico da 11 del riscaldamento climatico. In Svizzera hanno avuto culo, sotto il monte Coppetto un po’ meno.
Quanto ai campi Flegrei, non mi risulta che nel 79 d.C. fossero poi molto più attenti…semplicemente noi umani fatichiamo (eufemismo) a basare le nostre azioni in base a una scala temporale che trascenda un paio delle nostre vite al massimo.
Siamo di fronte a due grandi famiglie di problemi che si intersecano. Una è costituita dalle conseguenze del più recente cambiamento climatico, quello dove la responsabilità umana (attività industriale e civiltà consumistica a go go) è evidente, che produce catastrofi anche là dove per secoli si era al sicuro. Questo è il caso di Blatten (dove, conoscendo gli svizzeri, ricostruiranno con criteri di estrema prudenza…). Poi ci sono le imprudenze umane, che vuol dire anche la mala gestione, l’incompetenza, l’improvvisazione ecc (di ogni colore politico) per cui si costruisce sui fiumi tombati, si abita sopra ai Campi Flegrei, si vive sotto a versanti evidentemente frananti ecc ecc ecc e allora se si scatena l’evento sono guai per gli umani. Infine c’è la correlazione delle due problematiche: se le mescoli insieme , come nel caso dell’Emila-Romagna, hai inondazioni devastanti a un anno e mezzo una dall’altra. Ogni volta è come se fosse la prima, vista l’impreparazione del territorio. ad assorbire l’evento…
Leggo che il villaggio di Blatten è menzionato in documenti del 1343. Non si tratta dunque di un resort moderno, tirato su in un pericoloso fondovalle, seguendo i dettami del massimo sfruttamento commerciale possibile; ma di un villaggio costruito in tempi non sospetti, secondo quei criteri di prudenza che gli antichi abitanti dei luoghi alpini ben conoscevano, conoscendo bene la storia anche geologica del loro territorio.
Pertanto, questo caso (che è quello che andrebbe commentato, anziché parlare come sempre dei massimi sistemi) è solo l’esempio più recente ed eclatante di quanto sta avvenendo a causa del cambiamento climatico causato dall’uomo, non certo per catastrofi naturali, tantomeno per imprudenza o avidità umana all’opera nello specifico del villaggio di Blatten.
“Per esempio non costruire adeguate valvole di sfogo per i torrenti dell’Emilia-Romagna (né prevedere una loro sistematica pulizia) è un errore in assoluto, ma lo è doppiamente nell’attuale fase storica in cui le inondazioni in quei luoghi si ripetono in modo molto più ravvicinato (mi pare un anno e mezzo fra le ultime due…). Cito l’esempio dell’Emilia-Romagna perché particolarmente calzante sul discorso, ma (purtroppo) non è che un esempio di una lunghissima fila… (e non solo italiana…)”
Colgo l’occasione per ricordare che l’Emilia-Romagna è orgogliosamente rossa dal 1945 (prima fu orgogliosamente fascista), che presidente regionale all’epoca era Stefano Bonaccini e assessora in materia era tale Elly (poi Elly Kelly per meriti acquisiti sul campo) .
La regione aveva ricevuto generosi finanziamenti statali per svariate opere idrauliche, tra le quali alcune casse di espansione. Di tutte quelle in progetto fu realizzata soltanto la metà. E perché mai? Perché i corsi d’acqua dovevano essere “rinaturalizzati” (sic), al grido di “L’Ursula lo vuole”. In altri tempi si sarebbe detto: “Dio lo vuole”.
Gli stanziamenti statali per le opere non realizzate (ma – lo ripeto – in progetto!) furono restituiti.
Quando successe la prima alluvione, poi replicata (!), poi ri-replicata (!!!), la nostra Elly, assessore regionale competente in materia, ebbe l’incredibile impudenza di giustificarsi pressappoco cosí: “Io non c’entro, e se c’entro dormivo”.
Si ignora se al tempo siano usciti i consueti quattrocentosettantasette articoli di inchiesta dell’Unità o del Fatto Quotidiano, giacobino quando pare a Travaglio ma altrimenti come le tre celebri scimmiette: “Non vedo, non sento, non parlo”.
Bruno über alles
Appunto: “imprudenza”. Per avidità e/o propensione al consumismo. Si è costruito sui torrenti tombati oppure, in modo abusivo, sui fianchi di Ischia e poi si piangono i morti delle esondazioni o delle frane. Essere prudenti significa prendere a priori decisioni strategiche che evitino i danni alla popolazione, in un contesto in cui, rispetto al passato, i cosiddetti “eventi climatici estremi” sono in vistoso aumento sia nel numero che nella loro intensità dirompente. Per esempio non costruire adeguate valvole di sfogo per i torrenti dell’Emilia-Romagna (né prevedere una loro sistematica pulizia) è un errore in assoluto, ma lo è doppiamente nell’attuale fase storica in cui le inondazioni in quei luoghi si ripetono in modo molto più ravvicinato (mi pare un anno e mezzo fra le ultime due…). Cito l’esempio dell’Emilia-Romagna perché particolarmente calzante sul discorso, ma (purtroppo) non è che un esempio di una lunghissima fila… (e non solo italiana…)
Considera però che il lago di Alleghe (Bl) per esempio fu creato da una frana nel 1771 e che i laghi prealpini sono sbarrati dalle morene dopo l’ultima glaciazione. Quando l’inquinamento climatico era minimo o assente le montagne crollavano per ragioni naturali senza destare particolare clamore tra gli uomini che oggi farebbero meglio a costruire con sicurezza piuttosto che a lamentarsi per la loro imprudenza.
Da tempo sono convinto che le conseguenze del cambiamento climatico siano come una maledizione biblica come l’arrivo delle cavallette: non si può fare nulla per prevenirle. In più c’è un’aggravante: è ormai comprovato che il cambiamento climatico sia sensibilmente condizionato dall’attività umana, un po’ in tutto il mondo, per cui questa maledizione biblica ce la siamo voluta. Una specie di versione attuale dell’UBRIS di antica memoria classica. L’ubris sulla Treccani è definita come : “… nella cultura greca antica è anche personificazione della prevaricazione dell’uomo contro il volere divino: è l’orgoglio che, derivato dalla propria potenza o fortuna, si manifesta con un atteggiamento di ostinata sopravvalutazione delle proprie forze, e come tale viene punito dagli dèi.” Nella vstoria dell’umanità i grandi temi sono gli stessi dell’antichità, perché sono così profondamente radicati nelle caratteristiche umane. Certo, cambiamo le modalità di manifestazione: Prometeo ha rubato il fuoco agli dei per donarlo agli uomini e gli Zeus lo ha punito incatenandolo a una colonna e inviando ogni giorno un’aquila che gli divora il fegato (che ogni notte sempre ricresce). L’immagine è metaforica e proprio per questo si adatta a ogni tempo. Noi umani, accecati dalla bramosia di profitto e del consumismo anche nella spicciola quotidianità, abbiamo violato gli equilibri della natura e la natura ci punisce. Blatten verrà probabilmente ricostruita, ma prima o poi sarà di nuovo seppellita da un’altra frana. Se non toccherà a Blatten, poco rileva in questo discorso, perché le “colpe” sono dell’intera umanità e i cosiddetti eventi “estremi” (frane, inondazioni, crolli, terremoti ecc) colpiranno un po’ qua e un po’ là.