Capo Noli, l’avventura sotto casa

Capo Noli, l’avventura sotto casa
di Fulvio Scotto
(pubblicato su La Pietra Grande 2018, rivista della Sezione di Bolzaneto del CAI)
Foto di Mosè Carrara e Fulvio Scotto

Lettura: spessore-weight(1), impegno-effort(1), disimpegno-entertainment(2)

Quella con Capo Noli è una storia lunga, iniziata lontano, sulle rive del Lago di Como. Nell’ottobre dell’ottantadue, in occasione di uno stage di alpinismo organizzato dall’ARCI UISP, ebbi modo di conoscere Alessandro Gogna, uno dei personaggi che hanno fatto la storia dell’alpinismo italiano del dopoguerra. Sicuramente incuriosito e forse anche un po’ scettico di vedere nel mio curriculum la terza ripetizione della sua mitica via allo Scarason, decise di legarsi con me e insieme, lui davanti ed io dietro, salimmo la via Bonatti alla Corna di Medale. In quella occasione mi disse tra l’altro di conoscere un ragazzo di Savona che arrampicava molto bene: Marco Marantonio. Questi aveva girovagato con lui per varie falesie d’Italia collaborando al libro Cento Nuovi Mattini, che lo stesso Gogna aveva da poco pubblicato per la Zanichelli. Dall’amicizia con Alessandro nacque un mese dopo, nel novembre, quella con Marco Marantonio. Ciò accadde a Finale, un giorno in cui, con Angelo Siri e un altro amico non riuscimmo a salire la via Grimonett al Bric Pianarella, perché quest’ultimo, pur da secondo non riuscì a superare lo strapiombo a metà via, e dovemmo scendere a corde doppie. Angelo rimase aggrovigliato e quindi bloccato sulle corde nel vuoto della grande erosione e perdemmo tanto tempo da far venire buio. Nell’oscurità ci trovammo così a controllare i nodi delle ultime doppie al chiarore di un accendisigari prima di riguadagnare il boschetto sottostante. Marco era anche lui sulla stessa via con un amico. Un paio d’ore prima che noi ci mettessimo nei pasticci, ci eravamo salutati e più per darmi un tono che per altro, gli avevo riportato i saluti di Gogna. Marco, speleologo di punta, era anche un arrampicatore molto forte, che trovava nel concetto di avventura un fascino tutto particolare, e su questo aspetto concordavamo appieno. Ad una sosta parlammo di Gogna e dello Scarason. Decidemmo di rivederci. Loro andavano in su, noi scendevamo con le pive nel sacco…

Capo Noli

Nel corso del 1983 frequentai Marco con una certa continuità. Andammo alcune volte ad arrampicare a Finale, dove lui riusciva a fare di tutto mentre io arrancavo dietro e, qualche volta, sul facile anche un po’ davanti. Ci trovavamo bene insieme: facevamo progetti, parlavamo molto di avventure, proprio con lui, arrampicatore e non alpinista, ma con il gusto dell’esplorazione e della scoperta che gli derivava dalla speleologia. A gennaio lo convinsi ad una salita in montagna ed insieme realizzammo la prima invernale della recente via Ghigo-Fumero a Rocca Bianca in Val Varaita, in sole quattro ore e mezza, chiodandocela interamente! lo avevo un conto in sospeso con quella via. Nel luglio 1981 avevo fatto un tentativo in solitaria…volando sul difficile traverso del primo tiro. Per mia grande fortuna, dopo una caduta di quindici metri, la corda mi aveva bloccato a meno di due metri da terra. Quel giorno, scosso per lo shock e lo scampato pericolo, ero andato in cima per la facile via normale, quindi ero tornato a casa intero, ma molto abbattuto e con una profonda sensazione di sconfitta. Dopo la bella invernale a Rocca Bianca, a febbraio eravamo di nuovo insieme: arrampicata, quasi alpinismo di esplorazione, sulle piccole strutture calcaree in quel di Toirano. Apertura di una via nuova sulla parete est del Velo, che battezzammo Ursus Speleus in onore degli antichi abitatori della vicina grotta, ma anche per la rude arrampicata in un’ostica fessura camino, quindi nello stesso giorno ripetemmo la via Aureli sull’elegante spigolo sud. Proprio in seguito all’amicizia con Marco, si è definitivamente consolidato in me il già latente gusto della ricerca del nuovo nel rapporto con la montagna. Le vicissitudini della vita quotidiana ci portarono su strade diverse, ma rimanemmo in ottimi rapporti di amicizia.

Alessia ornò di un fiocco rosa la nostra casa, ci procurò notti insonni, pannolini, biberon. Marco si dedicò un po’ più alla speleologia, attività nella quale già primeggiava in campo nazionale, e poco dopo partì per indossare la divisa del servizio militare. Alla fine di agosto ’83 la stagione alpinistica in montagna sembra ormai essersi conclusa. Convinco Roberto Armando ad accompagnarmi a Capo Noli per una ricognizione. Egli era stato mio alunno alcuni anni prima alla scuola media, adesso era mio “allievo” con “ottimi voti” (!) in alpinismo… Sull’imponente Pilastro del Malpasso avevo studiato, dopo averne parlato con Marco, una via di salita probabilmente realizzabile, ma la pessima fama della roccia mi intimoriva alquanto. Per ripide boscaglie, spine e cespugli conduco Roberto attraverso una cengia, dall’altopiano sommitale fino ad un ballatoio con un grosso albero a metà del pilastro.

In questa prima ricognizione mi calo, legando insieme ben centocinquanta metri di corde e spezzoni, fino alla base della parete, dove si è radunato qualche curioso. Risalgo con le maniglie “jumar” presso Roberto che, attaccato all’albero, mi sta aspettando annoiato.

È una mattinata di paura, che mi permette però di rendermi conto come la parete sia arrampicabile. Per tre giorni mi sorprendo a pensare che qualche arrampicatore o qualche alpinista possa averci visto e che ci preceda rubandoci la salita. All’alba del 31 agosto attacchiamo il pilastro dal basso, stracarichi di materiale. Una prima fessura di quinto grado, da salire in parte alla Dülfer, da la direttiva della prima lunghezza. Ci si protegge bene con i nut e piazzo anche un cuneo di legno che rimarrà in posto.

Dopo venti metri la fessura si allarga strapiombante, portando a un gradino sulla destra. All’interno di essa la roccia è friabilissima e chili di pietre sono pronti a franare. Dopo vari tentativi riesco a utilizzare un “excentric” numero undici: appaiandolo ad una pietra grossa come una mano lo incastro nella fessura. Vi appendo una staffa, ci salgo sopra con delicatezza e riesco a uscire molto faticosamente sul piccolo pulpito roccioso, ove attrezzo la sosta. Roberto imprecando mi raggiunge.

La seconda lunghezza inizia con un muretto verticale di quinto superiore. La roccia è molto friabile e l’arrampicata è lenta e studiata. Mi muovo delicatamente, come se salissi su un mucchio di uova. Movimenti leggeri senza esercitare trazioni improvvise sugli appigli, ma tastandoli bene. Anche i piedi devono “sentire”, quasi palpando, gli appoggi e caricarli con leggerezza. Su un terreno simile è molto importante cercare di distribuire il proprio peso sui quattro arti il più omogeneamente possibile. Nella terza lunghezza uno strapiombino si supera con un passo in artificiale, poi quinto e quinto superiore. La sosta, su una placca abbastanza compatta e quasi verticale, la faccio appeso a due ottimi chiodi che lasceremo in posto. L’esposizione è assoluta: sotto di noi transitano le auto sulla via Aurelia. La gente che affolla la spiaggia sottostante ci guarda incuriosita e sicuramente, tra un tuffo e l’altro, non risparmia le critiche. Forse dovrei essere molto preoccupato, invece in questo momento, mentre recupero Roberto sono contento e ottimista, perché vedo la salita realizzarsi poco per volta. Nel tiro seguente, molto lungo, devo fare due passaggi in traversata, il primo a destra e il secondo a sinistra, cosi quando arrivo a far sosta in una nicchia rossastra, devo faticare maledettamente per recuperare la corda che non vuole scorrere. Per di più non riesco a comunicare con Roberto, evidentemente le nostre voci si disperdono sul mare.

Quando il mio compagno arriva alla sosta, sono scoppiato dalla fatica. Ancora un paio di passaggi difficili e delicati, quindi, dopo quaranta metri, arrivo al grande albero sulla cengia a metà pilastro. Abbiamo la gola asciutta e impastata.

Il sole di fine agosto ci ha cotti per l’intera giornata, e ci ha disidratati totalmente. L’odore di salmastro sembra salire fin quassù. Adesso non si parla certo di continuare: è ormai pomeriggio inoltrato. Sporchi, stanchi e graffiati usciamo per la cengia fino al sentiero che percorre l’altopiano. Con la ferraglia appesa all’imbragatura e le pedule ai piedi, scendiamo tintinnando fino a Varigotti. Una signora allibita ci vede entrare tra le prime case: “E voi due chi siete?” “Due squilibrati!” rispondo. Roberto si mette a ridere. Ad una casa vicina chiediamo un po’ d’acqua, e rischiamo di prosciugare il rubinetto del giardino… L’auto ci aspetta ai piedi della parete, ma non resistiamo alla tentazione di un bagno nell’acqua tiepida e tranquilla della sera. Nuotando davanti alla spiaggia ormai deserta, con lo sguardo cerco soddisfatto la via sulla parete sovrastante, dove poche ore prima abbiamo dato il massimo di noi stessi. Il nome della via, per la qualità della roccia, per le difficoltà e per la tensione nervosa imposta da questa arrampicata, sarà Scarason baby. Mezzora dopo siamo a casa. La via per me non è conclusa e numerose volte nei giorni seguenti mi ritrovo a studiare dal basso le possibilità di prosecuzione. Le settimane scorrono veloci, riesco a combinare un paio di salite in montagna nel mese di settembre, ma mi sembra di non essere ancora pronto per riprovare con Capo Noli. Con lo stesso Roberto e con Angelo Siri vado allo spigolo nord-est della Punta Tino Prato al Marguareis. La linea è bella, ma la roccia… sembra quasi un allenamento per il calcare marcio della nostra parete. Con Angelo a fine settembre andiamo anche ad arrampicare sul bel granito della via Rebuffat all’Aiguille du Midi, quindi sopraggiungendo l’inverno e la stagione del ghiaccio eccoci sul fantastico Megacouloir della Punta Savina, ma questa è tutta un’altra storia… Finalmente ormai alla vigilia di Natale rieccoci a Capo Noli. Scendendo per la cengia, ritorniamo al punto in cui avevamo interrotto la salita quattro mesi prima. Ormai Roberto ha acquisito una certa sicurezza nell’arrampicata, ed io non mi sento più del tutto responsabile nei confronti dei suoi genitori. Procediamo così a comando alternato sulle quattro lunghezze che ancora ci separano dalla sommità del pilastro. Qui le difficoltà sono meno continue e inoltre la qualità della roccia è migliore che non sotto. Roberto risolve l’ultima lunghezza: un difficile passaggio di sesto in traversata, e un diedro strapiombante su un vuoto pauroso ci portano sull’altopiano. La nostra soddisfazione è veramente molto grande. Miglior regalo di Natale non avremmo potuto avere. Ormai rilassati scendiamo ancora una volta verso il borgo di Varigotti. Nell’aria l’odore salmastro del nostro mare si mescola con gli aromi della macchia. Capo Noli ci ha regalato quest’anno l’avventura più bella. Trecento metri di via di elevato impegno alpinistico, anche se ci troviamo a due passi dal mare, giustificano in pieno il nome che le abbiamo dato. Le vacanze di Natale portano qualche bellissima giornata di sole. Nei giorni immediatamente seguenti la salita di Scarason Baby scopro, sempre assieme a Roberto, una piccola placconata, ove apriamo dal basso, un po’ da soli, un po’ con altri amici, quattro brevi vie di una o due lunghezze. Nonostante siano gli ultimi giorni di dicembre, in questo angolo assolutamente riparato dalla tramontana, arrampichiamo al caldo in maglietta come fosse estate: la paretina diventerà per noi Le Placche del Sole.

Trascorrono altri mesi, la stagione delle cascate in montagna è finita ed io, che non ho perso di vista Capo Noli, riesco a combinare con il solito Roberto, coinvolgendo questa volta anche Andrea Parodi. Ho studiato la possibilità di salire un lungo diedro giallo e strapiombante sulla parete a destra di Scarason Baby. Una domenica mattina faccio una ricognizione: raggiungo l’attacco inerpicandomi per cespugli fino a una grande cengia boscosa nel primo terzo di parete. Alla fine dell’inverno il primo tentativo. La prima lunghezza tocca a me: trentacinque metri di paretina friabile e un po’ erbosa su cui riesco a proteggermi con qualche chiodo poco affidabile. La sosta però, alla base del diedro, è molto buona. La seconda lunghezza è per Andrea, arrampicata mista, un po’ in libera e un po’ in artificiale. Dopo trenta metri sostiamo su staffe, appesi a un paio di buoni chiodi, sotto l’inizio di un lungo diedrone omogeneo e strapiombante. Roberto è riuscito a sedersi due metri a destra su un gradino friabile, con le gambe ciondoloni. Andrea, sulle staffe, mi assicura ed io provo ad alzarmi piantando un paio di chiodi. La fessura di fondo si presenta esilissima e la chiodatura molto difficile, infatti un chiodo mi salta via e mi ritrovo un metro e mezzo più in basso, aggrappato con la mano al chiodo di sotto. Ormai si è fatto tardi e decidiamo di scendere in doppia lasciando queste due lunghezze in parte attrezzate. Torniamo tutti e tre insieme all’alba dell’8 aprile 1982. Rifaccio la prima lunghezza sulla quale lasciamo un ottimo chiodo. Roberto conduce la seconda fino alla sosta su staffe e quindi provo ancora io a ripartire nel diedro. Questa volta va meglio e riesco ad alzarmi lungo la fessura strapiombante. L’arrampicata è molto lenta. Devo procedere da un chiodo all’altro sulle staffe con alcuni tratti in arrampicata libera molto difficile. Impossibile trovare una posizione di riposo.

La chiodatura è veramente difficoltosa e precaria. In un tratto in cui la fessura si allarga metto due chiodi appaiati, poi pianto verticalmente nella terra un “Cassin” ad “u” lungo. Supero un blocco incastrato aggrappandomici totalmente con il terrore che possa saltar via. In qualche passo devo piantare le unghie nella terra, devo caricare qualche chiodo con la staffa con una delicatezza da farfalla per non farlo uscire. Il vuoto sotto è stomachevole. Qualcuno sull’Aurelia si è fermato a guardare con il naso all’insù. La difficoltà complessiva del tiro è pienamente all’altezza dei peggiori tiri dello Scarason di Gogna. Tre ore di impegno continuo e sempre al limite per aprire trentacinque metri di via, quindi con ululati di gioia raggiungo una cengetta cespugliosa e posso sostare. Roberto davanti e Andrea dietro salgono contemporaneamente, li recupero entrambi. A Roberto schizza via uno degli ultimi chiodi e resta appeso alla corda. La lunghezza seguente tocca ad Andrea: su per un muretto friabilissimo fino alla sommità di un aereo pilastrino e quindi ancora una lunghezza di corda fino al ciglio dell’altopiano. Andrea, nella sua contorta fantasia, propone di chiamare la via Dolce Stress e vuole dedicarla a Laura, la sua ragazza. Anche lui è stato conquistato dal fascino di questo alpinismo mediterraneo di Capo Noli: l’odore di salsedine, i cespugli appesi alle pareti e i voli dei gabbiani. Ancora la sorpresa di una bella avventura, qui a pochi passi da casa.

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Capo Noli, l’avventura sotto casa ultima modifica: 2019-06-27T05:53:45+02:00 da GognaBlog

3 pensieri su “Capo Noli, l’avventura sotto casa”

  1. 3

    A Genova (e non solo) di Andrea Parodi si è sempre detto che fosse capace di salire sulla roccia marcia, ma cosi marcia che nessun’ altro ne era altrettanto capace. Abbiamo aperto una via in Marittime insieme, ma lì la roccia era ottimo gneiss! Comunque lo considero uno dei miei maestri (forse lui manco lo sa) e ispiratori che a Finale ha firmato alcuni capolavori che ancor oggi hanno le 3 stelle sulla guida. 
    Vie come quella del Malpasso oggi forse possono attrarre qualche folle e comunque sono certo che l’avventura lì non manchi davvero!

  2. 2
    John Lennon says:

    … soprattutto siamo sgrammaticati

  3. 1
    Alberto Benassi says:

    Andrea Parodi  a un che di John Lennon.
    L’abbigliamento con la tuta da meccanico con sotto il maglione ricamato riporta indietro nel tempo. Oggi siam tutti fighetti e super tecnologici.

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