Metadiario – 310 – Colpito alla schiena (AG 2023-003)
Sabato 24 giugno 2023 mi trovai con Matteo Pellegrini per andare a scalare allo Zucco Barbisino. Di comodo raggiungimento da Barzio tramite le telecabine dei Piani di Bobbio, questa parete esposta a nord era una delle mete preferite in questa stagione in cui ormai cominciava a fare caldo. Ricordandomi della bastonata ricevuta con Salvatore Bragantini il 5 luglio 2020 sulla R2 Monza, quando ci eravamo appesi a un importante numero di spit, anche per via della roccia bagnata, avevo convinto Matteo a riprovare proprio quella via.
Raggiungemmo in poco più di mezzora la base della parete. Mentre risalivamo il breve ghiaione vedemmo altre due cordate che si stavano preparando alla base, ma non ci preoccupammo perché lì di vie ce n’è più d’una.
A qualche metro dalla roccia basale ci fermammo. Non c’era alcun punto vagamente orizzontale. Appoggiai lo zaino vicino alle mie gambe e per prima cosa ne estrassi il casco che indossai subito. Avevo appena finito di allacciare il sottogola, che il mio zaino prese a muoversi e a strisciare sul ripido ghiaione.

Dimenticando sia la mia età che i problemi di equilibrio, mi comportai come un agile ragazzino: feci un balzo verso il basso nel tentativo di intercettare lo zaino. Forse inciampai: di fatto, tradito in pieno dal fisico, mi ritrovai per aria in pieno salto mortale cui seguì un ruzzolamento con atterraggio di sedere su un qualche sasso. Nell’alzarmi in piedi, mi resi subito conto che la botta era stata forte. Mentre Matteo e tutti gli altri mi circondavano, presi a tranquillizzarli dicendo che era tutto a posto. Avevo uno sgraffio in fronte, il casco mi aveva protetto. Fu subito chiaro che quella lievissima ferita non sarebbe stata un problema. Provai a muovere la schiena e, pur riuscendoci senza dolori forti, capii che poteva esserci qualcosa di rotto.
Con Matteo decidemmo l’immediata discesa a Barzio per poi andare al pronto soccorso dell’Ospedale Manzoni di Lecco. Gentilmente lui si caricò anche del mio zaino mentre io, dopo aver salutato i ragazzi, mi avviavo con i miei bastoncini verso il basso. Camminavo lento e con prudenza: avrei potuto andare più veloce, ma non volevo strafare. Matteo fu molto premuroso e tutto procedette bene fino al raggiungimento della mia auto. Decisi di guidare io.
Dopo un triage in cui mi diedero un codice verde, attesi almeno un’ora in mezzo a gente che soffriva ben più di me prima che qualcuno mi esaminasse. Nel frattempo cominciavo a sentire dolore e non c’era posizione che lo mitigasse. Mi fecero una tac cerebrale senza mezzo di contrasto, poi mi riaccompagnarono nella sala d’attesa del pronto soccorso. Dopo altra mezz’ora fu la volta di una RX alla colonna lombare sacrale. Dopo un’ora mi fu comunicata la “deformazione a cuneo anteriore del soma di L1 per cedimento della sua limitante superiore”. Riuscii così a guadagnare una branda su cui sdraiarmi e attendere la tac mirata che confermò quanto rivelato dalla RX. Mi trasportarono in un qualche corridoio per attendere la visita neurochirurgica, Matteo mi seguì. Concertammo che lui, che aveva un impegno inderogabile alle 16, avrebbe preso la mia macchina e sarebbe andato a casa mia a prendere Guya. Assieme sarebbero andati al posteggio di Monza dove Matteo aveva lasciato la sua auto quella mattina, mentre Guya avrebbe proseguito e mi avrebbe raggiunto al Manzoni.
Nella telefonata a Guya in cui la avvertivo di quanto era successo cercai di essere rassicurante, ma è ovvio che non ci riuscii. La poverina guidò fino a Lecco in condizioni di esagerata apprensione.
Nel frattempo, salutato Matteo, mi dedicai alle pratiche per acquistare un corsetto ortopedico Camp C 35. Verso le 14.30 questo arrivò e potei indossarlo. Alle 15 arrivò un neurochirurgo che, dopo avermi visitato, mi propose il ricovero per essere sottoposto lunedì a procedura di cifoplastica su L1. Decisi di farmi dimettere perché se dovevo essere operato era meglio che fosse a Milano. Alle 15.30 arrivò Guya. Nel vedermi si tranquillizzò un poco, poi dovemmo aspettare le 16 per avere la lettera di dimissione.
Nelle giornate di domenica e di lunedì l’amico Giovanni Colella, un chirurgo dell’Ospedale Niguarda di Milano, mi procurò la visita dello specialista Giuseppe Schirò. Costui il 27 giugno mi prospettò due alternative: a) trattamento conservativo con controlli radiografici seriati e busto Camp C 35 a tempo pieno (con possibile ulteriore peggioramento…), oppure b) trattamento cifoplastico. Con Guya ne parlammo in serata. Schirò ci era piaciuto, Colella lo raccomandava caldamente. E così decidemmo per la cifoplastica, che Wikipedia recita essere “procedura chirurgica minimamente invasiva per trattare le fratture vertebrali da compressione […] che utilizza palloncini speciali per creare spazio all’interno del corpo vertebrale fratturato, ripristinarne parzialmente l’altezza e correggere la deformità, prima di iniettare il cemento osseo per consolidare la frattura”.
Mi ricoverai al Niguarda alle ore 7 del 6 luglio, con la previsione di essere operato in giornata. Naturalmente avevo portato con me il pc portatile per poter lavorare a Sherpa e GognaBlog. Fui messo in stanza assieme ad un altro degente che però alle 14 fu dimesso, dunque rimasi solo. Occupai mattina e pomeriggio a lavorare e a fare quella promozione ai post di giornata che normalmente avvio tutte le mattine sui vari social. In queste operazioni normalmente usavo solo il pc, solo per la pubblicazione delle stories su Instagram usavo il telefono. Ma lì dovevo usare lo smartphone per avere la connessione internet. Alle 18 fu chiaro che per quel giorno l’operazione era saltata. Guya venne a trovarmi per l’ora di cena, poi non rimase che il riposo. Alla mattina alle 5 mi svegliai per procedere alla promozione degli articoli del giorno. Essendo un venerdì erano usciti i quotidiani di Gogna Blog e di Altri Spazi. Mi accinsi nella solitudine e nel silenzio della mia stanza a fare i post di avviso sui vari account di Facebook, Instagram, LinkedIn, Pinterest e Twitter (quest’ultimo di lì a due settimane sarebbe diventato “X”).
Però, al momento di collegarmi, lo smartphone fece i capricci. Non c’era altra risoluzione che spegnerlo e riaccenderlo e, senza pensarci, lo feci. Ma avevo dimenticato che da pochissimi giorni ero passato da Vodafone a Fastweb, dunque nella riaccensione dovevo inserire il nuovo PIN, di cui ovviamente non avevo preso nota. Il PIN era a casa, in un posto preciso della mia scrivania. Mi aggirai per qualche minuto nelle corsie dell’ospedale fino a trovare un infermiere che gentilmente mi prestò il suo telefonino. Con quello svegliai brutalmente la povera Guya che dovette anche scendere le scale imprecandomi contro fino a dettarmi finalmente l’agognato PIN.
La giornata trascorse, uno stillicidio di ore in attesa di essere portato in sala operatoria. In più il giorno dopo sarebbe stato sabato, dunque l’intervento doveva assolutamente essere quel venerdì… Finalmente alle 16 mi vennero a prendere e mi prepararono.

Ecco la descrizione dell’intervento chirurgico. La riporto perché ancora oggi mi sorprendo ad accostare questo linguaggio tecnico con il fatto ben concreto e comunque preoccupante che stavano mettendo mani alla mia, di schiena:
“Paziente prono in anestesia locale e sedazione, calze elastiche agli arti inferiori. Previo continuo controllo ampliscopico nelle due proiezioni (AP e LL) si procede per via percutanea all’inserimento del portale di lavoro bilateralmente attraverso i peduncoli della vertebra fratturata (L1 a partire dal sacro) mediante l’apposito strumentario dedicato monouso (Kyphon). Si esegue biopsia ossea transpeduncolare e si invia il materiale in anatomia patologica. Sempre mediante impiego dell’apposito strumentario, e in continuo controllo scopico, si procede alla fresatura del canale di lavoro e al posizionamento del palloncino bilateralmente. Gonfiaggio bilaterale del palloncino e tentativo di riduzione della frattura. Preparazione del cemento e suo inserimento dopo lo sgonfiaggio e la rimozione dei palloncini. Il cemento viene inserito sotto continuo controllo ampliscopico in modo da ridurre al minimo il rischio di fuoriuscita del cemento. Rimozione dei portali di lavoro, controllo scopico finale. Sutura cutanea e medicazione”.
Alle 17 ero già di nuovo in stanza: Schirò l’avevo appena intravisto. Fui dimesso l’8 luglio alle 13, quindi dopo 53 ore di Niguarda per un’operazione da 20 minuti. Ancora una volta si è confermata la grande qualità medico-chirurgica che però si accompagna in Italia a grandi problemi di gestione della Sanità, come ad esempio la ben nota carenza di personale.
Al controllo del 18 luglio mi rimossero i punti. Ce ne fu un altro il 2 agosto e poi uno finale il 6 settembre, quando finalmente ci fu lo “svezzamento” del mio corsetto ortopedico.
Qualche tempo dopo il dr. Roberto Molteni della Zurich Assicurazioni mi riconobbe un grado di infermità permanente, grazie al quale incassai circa 39.000 euro.
Da metà novembre 2023 a metà gennaio 2024 mi recai a Vigevano una volta alla settimana dal dr. Stefano Ruccione per la fisioterapia. Da allora praticai per 16 mesi, tutte le sere, gli esercizi che Ruccione mi aveva consigliato.

L’estate apparve subito fortemente compromessa. Non feci nulla fino a quando con Guya non andammo a Sant’Apollinare di Sori dai Bragantini. Il 6 agosto con Salva salii da Sant’Apollinare a S. Uberto di Sori 450 m via il Poggio Montone 436 m. Per tornare a casa passammo da Sullaga e Agena. Il 7 agosto ripida scalinata, con Lucia, Salva e Guya, dalla spiaggia di Sori fino a Sant’Apollinare. L’8 agosto grande gita. Con l’ecologico treno andammo a Rapallo e da lì con autobus a Paraggi. Salimmo al Molino del Gassetta per il Vallone dell’Acqua viva. Chi non ha mai camminato nella condizione di convalescenza non può capire a fondo la bellezza di questo esercizio nella natura. Non si gode solo del recupero della propria motricità, bensì nasce in noi la consapevolezza di quanto siamo ricchi senza normalmente rendercene conto.
Salimmo ad uno spartiacque, poi scendemmo a Olmoi e al famoso Portofino, dove mi avevano portato una volta da piccolo e poi non ero mai più stato. Il porticciolo, eternato in milioni di foto, era sempre splendido anche se sovraccarico di gente.
Siccome poi le donne volevano fare il bagno a Paraggi, proseguimmo a piedi su un percorso pedonale che corre nel bosco sopra e parallelamente alla strada carrozzabile.
Giunti a Paraggi i miei tre compagni si fiondarono nella spiaggia libera, gremita di gente. Ai lati si vedevano le spiagge vuote, quelle private. Io mi rifiutai di mescolarmi ai “luridi bagnanti”, così mi accoccolai su un gradino di marmo al di sotto di una vetrata dell’Eight Paraggi Hotel. Ero fradicio di sudore per via del caldo pomeridiano. Non c’era alcuna porta, perciò non ero su alcun passaggio e non davo fastidio a nessuno. Dopo qualche minuto un impiegato dell’hotel, in divisa, venne a dirmi che lì non potevo stare. Lui era di colore, e si vedeva che era a disagio nel pregarmi di andarmene. Così non stetti a discutere, raccolsi il mio zainetto e me ne andai. Finalmente la tortura terminò, perché anche i miei compagni, fatto un puccio veloce in acqua, si stufarono presto del loro miserabile metro quadro di sabbia.
Il giorno dopo salii da solo da Sant’Apollinare al Monte Castellino 566 m: cominciavo a ritrovare le mie gambe. Ben più impegnative furono le gite fatte a Briançon qualche giorno dopo. Da Villar Saint-Pancrace 1235m a Le Clos des Prés 1600 m (13 agosto, con Valentina e Guya); dal Passo della Scala alla Quota 2250 m della Cima della Sueur (sotto al Sommet de Guiau 2654 m, con Valentina, Ugo, Guya ed Erica Ribetti, 14 agosto); da Villar Saint-Pancrace a Le Lauzin 1510 m (da solo, 15 agosto); dalla Cabane de Tramouillon 1963 m al Col de Tramouillon 2288 m + Quota 2310 m (16 agosto, con Valentina, Ugo e Guya); dal posteggio sopra La Combe al Col de Tracoulette 2296 m + Croix de l’Aquila 2466 m (17 agosto, con Valentina e Guya fino al Col de Tracoulette); dal Villair de Ceillac 1825 m al Col de Bramousse 2251 m + Quota 2373 m Belvedere (18 agosto, con Valentina, Guya, Erica Ribetti e Karl). Tutte escursioni senza zaino!
Ma quell’estate non avevo certo ancora finito di sudare. Rimaneva il previsto soggiorno dai Furlani a Pietramurata. E là non si sta mai fermi, neppure quando fa un caldo infernale.
La prima escursione fu il 21 agosto al Monte Cornetto 2178 m, la cima del gruppo del Monte Bondone che si vede benissimo da Pietramurata e che ovviamente avevo sempre disdegnato d’inverno, figuriamoci d’estate. Marco, Guya ed io partimmo da Viote 1570 m e salimmo per la lunga Costa dei Cavai. Giunti all’orizzontale Rosta Alta 2020 m c., la nebbia e le nuvole che nel frattempo si erano levate non riuscivano ad abbassare la feroce temperatura che ci aveva accompagnato fin lì. I miei compagni decisero che bastava così, mentre io proseguii cocciuto nella mia riabilitazione guadagnando la vetta. Il percorso presentava un tratto di I grado inferiore e Marco mi raccomandò di stare attento. In vetta ci fu uno squarcio di sereno, mi feci un selfie e riscesi subito.

Nel frattempo l’aria si era un po’ rinfrescata, così ci buttammo giù per la Costa dei Cavai per poi deviare per la Bocca Vaiona 1700 m. Un po’ sotto al Castelletto Madruzziano ci rinfrescammo a una fontana: lì Guya, per le eccessive abluzioni, riuscì a rimediare un bel raffreddore che la perseguitò nei giorni seguenti.
Il giorno dopo andammo in Val di Non e guidai fino al Laghetto Durigal 1910 m. Da lì, con Marco e Guya salimmo al vicino rifugio Peller 2022 m. Laura Furlani e un’amica erano partite il giorno prima dal Grostè e, dopo una lunga traversata in quota, avevano trascorso la notte al bivacco Costanzi. E il programma era che ci si sarebbe reincontrati al rifugio Peller. Dal rifugio prendemmo il sentierino che porta alla vetta del Monte Peller 2323 m: Guya e il suo raffreddore si fermarono a circa 2100 m, tornando poi da sola al rifugio. Marco ed io proseguimmo fino alla vetta, che ci accolse con quella buona visibilità che ci permise di vedere le montagne del vicino Parco dello Stelvio.
Tornati al rifugio, più o meno in contemporanea a Laura e all’amica, ci concedemmo un piatto caldo. In tutta evidenza dovevo essere assai simpatico al padre della custode che, dopo qualche chiacchiera nella quale non si capiva se la sua era un’attrazione di simpatia o un’euforia alcolica, mi regalò un bottiglino da circa 20 cc di grappa artigianale sul quale spiccava l’etichetta “nuoce alla salute”.
Per nulla stanca per il suo impegnativo trekking, il giorno dopo Laura ci trascinò da Sant’Anna di Sopramonte 838 m fino alla malga Mezzavia 1210 m: Guya era rimasta a casa.
Il 25 agosto gita con Laura e Guya da Malga Campo 1780 m alla Bassa dello Stivo 1688 m (nel suo processo di guarigione, Guya si era fermata a prendere il sole dopo un quarto d’ora).
Approfittando di un po’ di libertà nello svolgimento del Campo Base Festival 2023 a Oira (in Valle Antigorio), tanto per non perdere l’allenamento, feci un giro solitario partendo da Croppomarcio e arrivando, passando da Scarpia, alle Baite 710 m; con discesa su Veglio e ancora su Croppomarcio.
Per qualche giorno ospitammo a Milano la cugina di Guya, Simona, con il marito Brady reduce da un’operazione per dissecazione di aorta. Li portammo ad una breve escursione dai Piani dei Resinelli fino al Belvedere del Monte Coltignone. Qui, qualche tempo prima, avevano costruito una passerella di acciaio proiettata nel vuoto che stava riscuotendo grande successo tra gli amatori dei selfie. In effetti, da lì, la vista sul Lago di Lecco e sulla città è decisamente particolare. Concludemmo la gita con una bella mangiata alla Trattoria Canto Giovannella, sulla strada per i Piani d’Erna.
L’8 settembre ci fu l’escursione con Guya da Brentino al Santuario di Nostra Signora della Corona (vedi Metadiario-311).
Ormai libero dal corsetto, aspettai poco più di altri due mesi prima di mettere le mani sulla roccia: lo feci con Salvatore Bragantini a Galbiate il 15 novembre, salendo sempre “da 2”.
Il 19 novembre, su richiesta di Petra, che voleva stare un po’ con me visto che aveva tante cose da dirmi, andammo assieme sopra il Lago di Como a Garzeno e alla Bocchetta di Sant’Anna 1208 m. La giornata era pienamente autunnale, con colori stupendi. Salimmo dapprima con qualche traccia e poi praticamente senza fino alla Quota 1592 m di Monte Cortafòn per la sua dorsale orientale, facendole provare l’ebbrezza del camminare come camosci, trovando la propria strada e non seguendola. Il giorno dopo mi scrisse:
“Ciao papi! Volevo solo dirti che è stato bellissimo ieri. Memorie dorate in tutti i sensi: occhi pieni dell’oro dei pendii che abbiamo camosciato, cuore pieno di oro per quando sto con il mio papà, orecchie piene di oro per la musica fuoriclasse che ascoltata con te acquista ancora più sapore, grazie. Rifacciamolo presto!”.
Quindi ci furono le uscite arrampicatorie con Salvatore a Casazza e a Civate, seguite da quelle con Matteo al Cervinibbio (Val d’Ossola) e ad Arco. il 14 dicembre ero a Civate con Alberto Bianchi Albrici e lì finalmente cominciai a ritrovarmi.
Il 26 dicembre era una giornata davvero fredda e grigia. Con Salvatore andammo al Campo dei Fiori (VA), nel settore Scientifica. Prendemmo delle grandi bastonate, anche perché non avevamo né friend né nut credendo che quelle vie fossero attrezzate.
Il 30 dicembre riuscii a convincere Matteo, che normalmente preferisce andare a scalare sulle vie medio-lunghe, a venire con me ancora una volta a Civate a fare monotiri di allenamento. E lì mi convinsi che ancora riuscivo ad arrampicare.
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E io che centro, adesso?
🙂
fortunato è colui che si corregge senza necessitare del educatore
Matteo ev.28.098
Per #5 e #6. Ho leggermente modificato il testo, ora forse è più chiaro ciò che volevo dire. In ogni caso, parlando di Sanità volevo associare la grande qualità tecnica degli interventi e delle cure alla zoppicante gestione dovuta in primo luogo alla carenza di personale, peraltro lamentata quotidiamente su tutto il territorio nazionale. Grazie, comunque.
Mi associo al commento 5,non è chiaro che cosa vuol dire per gestione mediocre della sanità e a chi si riferiva ,visto che pare soddisfatto dall’intervento del Niguarda.
si riferiva al Manzoni di Lecco dove c’è una Nch da decenni ,presente già nel vecchio nosocomio?
Voleva dire che esistono isole di eccellenza in un sistema sanitario mediocre?
Tutto il racconto è come al solito molto interessante. Ho trovato invece di cattivo gusto il commento sulla “gestione mediocre della sanità”. Ha fatto gratuitamente un intervento e un ricovero da migliaia di euro, “scegliendo” di essere operato in uno dei posti migliori in Italia, tutto gratuitamente (ovvero pagato dai contribuenti). Ha dovuto attendere un giorno in più probabilmente per il prolungarsi degli interventi prima del suo oppure per qualche urgenza. Davvero questa gestione mediocre non si capisce dove sia….
Sempre belli densi, i racconti del Gogna!
Anch’io credo che ciò che ci accade sia guidato dalla nostra interiorità, proprio come sostiene anche Sofia Goggia.
Il caso non esiste.Tutto accade con precise motivazioni, consce o inconsce.
Al proposito, di una cosa che ho sempre pensato, cito la clip di un’intervista a Sofia Goggia che si esprime proprio sugli incidenti in maniera chiara:
https://www.youtube.com/shorts/SS0pP5mo8-Y
“Chi non ha mai camminato nella condizione di convalescenza non può capire a fondo la bellezza di questo esercizio nella natura. Non si gode solo del recupero della propria motricità, bensì nasce in noi la consapevolezza di quanto siamo ricchi senza normalmente rendercene conto.”
Solo chi cade può risorgere.
Che dire….in queste prime mattine gelide…é sempre un grande piacere leggere i tuoi scritti !
Grazie …….