La conquista dell’umiltà

Bianca Di Beaco fu alpinista attivissima, innamorata della montagna.

La conquista dell’umiltà
di Melania Lunazzi @mellun71
Foto: Archivio Bianca Di Beaco
(pubblicato su La Rivista del Club Alpino Italiano, n. 16, settembre 2025)

Agosto 2023: mi trovo su una delle Torri delle Genziane nel gruppo del Peralba-Avanza, Alpi Carniche Occidentali, su una via dove Bianca Di Beaco appare come prima “apritrice” in cordata con Spiro Dalla Porta Xydias e Walter Mejak: una via connotata dal tipico calcare carnico, con fessure e diedri svasati, placche poco proteggibili da affrontare in aderenza e così via. Mi stupisco che sia stata aperta nel 1956 da (anche) una donna e cerco di immaginarmela con gli scarponi dove io passo con attenzione con le scarpette. Tanto di cappello!

Bianca Di Beaco sul Monte Civetta, nel 1961.

Chi era Bianca Di Beaco? Un alone di riservatezza circonda la vita di questa attivissima alpinista triestina che, a detta di chi la conobbe bene, è stata una delle più forti italiane del suo tempo. Silvia Metzeltin, amica cara e compagna di escursioni (e, con Gino Buscami, prima ripetitrice della via menzionata), la definisce “personaggio affascinante, ammirato e discusso, amato e criticato, indipendente”. Bianca è bella, diversi scalatori si innamorano di lei o ne rimangono attratti. Nella vita lavora nel campo farmaceutico come rappresentante di commercio, il suo nome compare una volta accanto a quello dell’attore udinese Omero Antonutti a teatro in “Re Cervo“, non si sposa, non ha figli, ma accudisce fino all’ultimo respiro, nella malattia, il compagno di vita José Barón che dal 1976 è anche il suo unico compagno di cordata dopo diversi altri (soprattutto triestini, tra cui i nominati Xydias e Mejak, Umberto Pacifico, Fabio Benedetti, Bruno Crepaz, ma anche il grande Kurt Diemberger) con cui scala alla pari.

Bianca in una foto del 1968.

Solitaria e coraggiosa
Nasce il 20 gennaio 1934 a Trieste da genitori istriani e in quella città muore il 2 febbraio 2018, quando l’unico libro pubblicato a suo nome (oltre a quello in cui compare accanto a Xydias, Sui monti della Grecia immortale, dedicato
alle spedizioni triestine in Grecia nel 1964 e 1965) sta per ricevere la sua revisione grazie ai curatori Gianbattista Magistris e Luciano Riva. Non fa in tempo a vederlo definitivamente stampato perché si spegne improvvisamente qualche giorno dopo averne revisionato le bozze: l’opera inaugura nel 2018 la collana “Personaggi” del Club Alpino Italiano. Non sono un’alpinista, è il titolo e raccoglie una cernita di suoi articoli tra i molti da lei pubblicati: suoi scritti si trovano sulla rivista Liburnia del CAI di Fiume, su Quota 864 del CAI Auronzo, su Alpinismo triestino del CAI XXX Ottobre Trieste, su Vertice del CAI Valmadrera, su Le Alpi Venete del CAI Mestre e si parla di lei e delle sue salite anche su Il Piccolo, di Trieste.

La copertina di Non sono un’alpinista, di Bianca Di Beaco, che ha inaugurato la collana “Personaggi” del Club Alpino Italiano.

Bianca fu, si diceva, alpinista sensibile e riservata, nel senso più profondo, e questo rispecchia il profilo della sua anima: quella di semplice creatura facente parte della natura più bella e intonsa. Della montagna scrive: “Per me è il simbolo del mondo che mi ero figurata da bambina e che amo, e che non ho trovato (nel mondo, NdR)”. Non le importa di gradi, primati, imprese, anche se partecipa a diverse spedizioni fuori dall’Italia, apre vie e arrampica fino al VI grado da capocordata. Il “grande rifiuto” che subisce nel 1964 assieme a Silvia Metzeltin da parte del Club Alpino Accademico ad accogliere la loro candidatura, poi approvata nel 1978, fu un riconoscimento e un’etichetta di cui poco le interessò. Di aver compiuto, per esempio, la prima femminile allo Spigolo Nord dell’Agner poteva andar fiera e invece dice: “Allora non me ne importava. Avevo solo voglia di vivere sui monti. Al di là di ogni metro e considerazione umana“. E ancora, “L’unica impresa cara al mio cuore è la conquista dell’umiltà“, scrive Bianca, figlia della cultura dei suoi tempi appena usciti dalla guerra, in una città che aveva vissuto forti lacerazioni e cercava pace, in un ambiente, quello degli scalatori, dove le donne erano sempre, per quanto brave, all’ombra di un uomo.

In montagna nel 1978.

Il suo approccio alla montagna è originale e indipendente, spesso, fin dalla prima volta, solitario e coraggioso. Era poco più che adolescente nel 1950 quando rivelò ai genitori e alla sorella il desiderio di trascorrere una settimana in montagna: «Vorrei conoscere i monti. Forse potrei salirli», dice un giorno (temendo reazioni deluse e spiazzate) a tavola, dopo essersi già procurata all’ufficio turistico una mappa “di quelle che mostrano le montagne in rilievo e le strade vanno a sparire ogni tanto dietro una cima disegnata come un quadro“. E la madre, che nella vita aveva solo lavorato, esaudisce il desiderio, non le fa nessuna raccomandazione, anzi, la saluta alla corriera dopo averle comprato zainetto, scatolette, pane e un grande salame, che “come una piccozza” sbuca buffamente sulla schiena nei primi giorni di escursioni in Dolomiti fino a ridursi a moncherino sul fondo del sacco, “tra le calze e le ultime scatolette”.

Bianca Di Beaco in arrampicata nel 1961

Un talento naturale
II racconto, un ricordo bellissimo anche se scritto molti anni dopo i fatti, è La prima cima della mia vita, del 1981, pubblicato su Liburnia. Durante quella settimana in quota scatta il suo innamoramento incondizionato per la montagna, di cui non aveva ricevuto alcuna esperienza in famiglia; fa da portatrice in cambio di pranzi in rifugio, cammina solitaria per chilometri e chilometri, prende temporali e dorme nel fieno, fino a compiere, da sola, in scarpe da ginnastica, la salita all’Antelao dopo una consistente nevicata (e chi ha fatto l’Antelao sa che qualche punto pericoloso in caso di scivolata c’è).

Si capisce allora meglio perché, quando Xydias la porta per la prima volta ad arrampicare in Val Rosandra, lei salga in scioltezza una via dietro l’altra, “rapida, elegante, senza esitazioni, come se arrampicasse da anni o piuttosto come se la scalata fosse per lei attività naturale, retaggio dell’essere umano“: Bianca aveva un talento naturale. La Val Rosandra poi è un sito che lei ama oltremisura, dove vede crescere e affermarsi la generazione successiva, in cui, oltre a Enzo Cozzolino, c’è tra gli emergenti una donna autonoma e forte come Tiziana Weiss, “giovane e disincantata… più che mai donna perché libera da soggezioni e avvilimenti” (che evidentemente Bianca aveva invece consapevolmente vissuto) e soprattutto appartenente a una temperie più sicura e ricca della sua (“in me restavano invece i segni di lotte non cercate ma che mi furono imposte, se volevo salvare la mia identità“). In questo non c’è invidia o gelosia, Bianca è generosa e aggiunge: “Io ero grata a Tiziana per quel suo saper imporsi, per quel suo saper vivere in uno spazio suo“.

Un ritratto di Bianca datato 1966.

Era, quello trascorso sui monti, un vivere felice, segnato dalle scalate, da zaini pesantissimi, carichi di scatolette e fornello, e dai giorni in tenda accampati alla base delle cime, da una parte all’altra dell’arco alpino, con salite divertenti, discese infinite e tremendi spaventi esposti alle intemperie. Come quella volta sull’Aiguille Noire de Peutérey,nel 1963, dove assieme a Mejak e Kurt Diemberger e con la compagnia di un’altra cordata da tre, con gli alpinisti di Varese Mario Bramanti e Terenzio Cuccuru, e Maria Antonia Sironi (poi moglie di Kurt), vennero bloccati da fulmini e tempesta di neve per cinque giorni e quattro notti in parete.

L’intero racconto viene riportato nelle prime pagine del libro sulla Grecia scritto a quattro mani con Xydias, con la visione in soggettiva della paura di morire e il “controcampo” redatto da Xydias, che partì assieme ad altri amici alpinisti da Trieste, avvisato da Metzeltin e Buscaini che avrebbero dovuto andare con loro, per portare aiuto: fu poi una squadra di soccorritori guidata da Walter Bonatti con Cosimo Zappelli, Gigi Panei e Giorgio Bertone ad andare loro incontro e aiutarli a rientrare salvi. Di quella scalata, Diemberger ricorda in un episodio simpatico la “triestinità” di Bianca, che gli salvò la vita quando cadde per la rottura di un appiglio: “mi ha dato una spinta e ha osservato: ‘un litro di vino!’, come è consuetudine nei giri di arrampicata del triestino in tali occasioni. Lei mi aveva senza dubbio salvato la vita, così le ho dato il mio casco“. E quel casco, ricorda sempre Diemberger, la protesse da un sasso durante la spedizione in Turchia, distruggendosi ma salvandole la vita.

In Argentina, con José Barón, nel 1977.

Amore puro
Bianca ci ha lasciato una sua personale visione della montagna attraverso i numerosi articoli, redatti soprattutto in età matura. La sua penna scorre lieve e viva -con spesso sottesa una vena di malinconia – anche negli ultimi anni della reviviscenza, quando le montagne le raggiungeva in auto, da “nomade e senza patria rassicurante” quale si è sempre sentita nella sua vita disperatamente assetata di bellezza e pace, in cerca continuamente del suo Eden in quota. La sua è una visione d’amore puro per le montagne e i suoi scritti sono percorsi da delusione e critica verso lo sfruttamento indiscriminato e diffuso, già ai suoi tempi prevedibile: “Le montagne di adesso. Violentate e sporche. Invase come un supermarket, vendute come volgare merce, comperate e divorate con l’avidità di consumare tutto“. Non a caso, il nome di Bianca compare tra i primi firmatari della Tesi di Biella, da cui sarebbe poi nata Mountain Wilderness.

Sono frequenti, negli scritti, i riferimenti alla montagna maltrattata.
Su Bianca Di Beaco è stato realizzato un filmato nel 2023 del regista triestino Franco Toso, Signora delle cime, che ha avuto circolazione solo a Trieste: un montaggio cronologico-biografico con testi e tante fotografie di Bianca e delle sue scalate e spedizioni: dopo la Grecia, ci sono stati la Turchia, l’Afghanistan nel 1971 e l’Hindukush Pakistano nel 1975 dove, non potendosi permettere i biglietti aerei, si recarono in quattro con due automobili partendo da casa. Dopo quelle spedizioni Bianca si legò in cordata e nella vita, pur mantenendo una certa autonomia, con José Baron, in cui trovò un alpinista e un uomo che “era maschio, ma non maschilista”, mentre lei in sé concentrava “tutto il sentimento del mondo alpino”: per questo furono una cordata perfetta, armoniosa e fino al 2002 arrampicarono sempre insieme, ritornando sulle montagne di casa e sulle amatissime Alpi Giulie.

La conquista dell’umiltà ultima modifica: 2026-01-06T05:29:00+01:00 da GognaBlog

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8 pensieri su “La conquista dell’umiltà”

  1. Uno scritto di grande intensità e sensibilità sulla figura di Bianca. Grazie

  2. Vari articoli di Bianca sono comparsi in più annate dell’Annuario del CAI Bergamo. Tutti articoli pervasi da una eccezionale sensibilità e dolcezza. La ricordo con grande piacere.
    Massimo Silvestri

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