Conservazione contro diritti umani

Una storia di terreni fertili e ghiotti. Uccisioni e abusi nel nome della natura. Una montagna sacra, nello Stato di Orissa. Un popolo che ha vinto una grande causa.

Conservazione contro diritti umani
(nel cuore dell’India)
di Claudia Patrone
(pubblicato su piemonteparchi.it il 22 giugno 2023)

L’India è un luogo complesso, l’esperienza di conoscerlo è leggendaria. La cultura, la bellezza, la biodiversità. Le contraddizioni, le ingiustizie, la visione.

Gli scorci sono generosi; le montagne elevano, fisicamente e non solo; i fiumi sono sacri e guidano le esistenze individuali e collettive. Le sfide colpiscono al cuore: gestirle presuppone giustizia, guardare la realtà richiede grande consapevolezza.

Il Paese, in alto sulla mappa, vive all’ombra dell’Himalaya. Il Nord-est è impreziosito dalle montagne blu, da valli verdi e da fiumi rossi, in quanto carichi di detriti: ricchezze ambientali, floristiche e faunistiche; l’intera area orientale improntata a principi ecologici.

È dimostrato che i popoli indigeni sono i migliori custodi del mondo naturale: sanno prendersi cura dei loro ambienti e della fauna meglio di chiunque altro. © Harshit Charles / Survival © Harshit Charles / Survival.

Il continente indiano nel sud, invece, si tuffa in ecosistemi marini e terrestri di gran varietà. Percorsi e risorse incalcolabili, piante e animali i più iconici: i cervi muschiati, gli elefanti, gli ippopotami, i leoni, i rinoceronti, le tigri, i volatili endemici quali i galli bankiva e i pavoni – in natura, selvatici, in passato da lì introdotti in case contadine in tutto il mondo.

Fondamentale conoscere a fondo fenomeni e politiche in nome delle aree protette
Sono parchi nazionali e sono stati dichiarati patrimoni mondiali dell’umanità Unesco spazi di territorio la cui salvaguardia si macchia di un lato oscuro, che non si può sottovalutare: su quelle terre, spesso, sopravvivono popoli indigeni da generazioni, che un sistema tossico della conservazione ambientale sta sempre più soffocando, sottoponendo persone inermi ad ogni sorta di pressione – non raramente fisica, militare e violenta – per sfrattarle e sottrarre loro superfici vitali a scopo di lucro.

Sono anni che questa pratica scellerata viene denunciata da associazioni come Survival International: è stata documentata da inchieste e servizi giornalistici, ciononostante resta in massima parte sconosciuta.

Evocando i parchi naturali nel mondo, elemento costitutivo della presente rubrica, è essenziale sottolineare che le riserve di protezione strutturate, in Asia e in Africa, sono qualcosa di molto diverso dalle europee. È evidente che questo pone riflessioni etiche significative, nel momento in cui si giunge all’estremo: esasperare la crescita dell’industria turistica dominante, sfruttando senza scrupoli situazioni sul campo che calpestano diritti umani, perché ci si appropria con la forza – e con licenza di sparare a vista sugli intrusi sospetti – di risorse che, sicuramente, erano rispettate e usate dalle popolazioni locali, per secoli, in eccezionale sostenibilità ecologica.

Basta considerare Kaziranga: fitta foresta equatoriale, paludi e prateria abitate da diverse tribù; solo fra il 2014 e il 2017, lì cinquanta persone sono state vittime di esecuzioni sommarie. Nello stesso Stato di Assam, il Manas è riserva della biosfera, degli elefanti e delle tigri. Il Sundarbans del Bengala Occidentale, la più grande foresta di mangrovie al mondo. Il santuario degli uccelli del Keoladeo, nel Rajasthan. Il massiccio montuoso del Nanda Devi e la Valle dei Fiori, al confine fra India e Tibet, nello Stato di Uttarakhand; bisogna citare in quest’area anche il più antico parco nazionale del Paese dedicato a Jim Corbett che, sotto la bandiera della tigre, adotta quella ben poco benevola politica di conservazione, che non è altro che colonialismo verde contemporaneo. Ci sono poi il Grande Himalaya, la catena montuosa dei Ghati occidentali e numerose altre zone a controllo istituzionale.

Sull’esempio dei Dongria Kondh, la terra si salva contrastando le speculazioni
Sul senso profondo della sostenibilità ambientale e sulle conseguenze delittuose della sua speculazione si sono riuniti, nello scorso marzo, centinaia di Adivasi – indigeni – provenienti dalle aree protette di tutto il Paese e rappresentanti centinaia di migliaia di persone: protestando contro questo stato di cose, si sono scambiati le rispettive esperienze e hanno denunciato sfratti, persecuzioni e abusi sistematici.

Sconvolti nello stile di vita dalle imposizioni di autorità armate – che permettono l’ingresso ai visitatori stranieri per safari, ma impediscono loro di procacciarsi il cibo secondo le consuetudini ancestrali – si sono opposti alle scelte operate sui loro territori senza il loro consenso: se vengono privati dei soliti mezzi di sussistenza, che sono senz’altro soggetti ad un severo rispetto della sacralità della natura, la loro salvezza sarà compromessa.

Alcune storie somigliano a quelle già incontrate in altre parti del mondo, dove i popoli che da sempre vivono su un territorio, in armonia con le leggi universali, si trovano improvvisamente – minacciati, in pericolo, disarmati – a fronteggiare gli interessi finanziari privati di soggetti estranei all’ambiente, che spesso hanno l’unico obiettivo di sfruttarne le risorse.

Anche in India è successo in passato: protagonisti un colosso minerario straniero e una delle tribù più isolate, che viveva sulle colline di Niyamgiri, nello Stato di Orissa, verso la costa orientale. Dense foreste, habitat e fauna assai varia che comprende anche elefanti, leopardi e tigri. Le terre ancestrali dei Dongria Kondh. Là i diritti umani stavano per essere calpestati per lo sfruttamento della bauxite e le azioni di contrasto al progetto coinvolsero attivisti a livello internazionale.

Le necessità vitali e le lacerazioni, la solidarietà e le ragioni della lotta, si intrecciarono con le finalità commerciali. L’esistenza delle persone, tuttavia, vale più del denaro. L’antica idea che i beni naturali comuni siano a disposizione di chiunque per trarne profitto non è più sostenibile.

Ora, gli indigeni ci insegnano a proteggere le loro e le nostre vite, le loro terre e la terra di tutti, le norme fondamentali morali di ciascuno. Ovvero, ottomila Dongria Kondh riuscirono a liberarsi di una delle più grandi compagnie: l’odierna parabola del mito di Davide e Golia.

Dalla comunità locale alla consapevolezza globale: la storia della montagna sacra
Un terreno fertile, ricco di foreste e di giacimenti di bauxite, su un luogo montano sacro per questo popolo, veniva ritenuto utile al progetto di un’imponente miniera a cielo aperto della Vedanta Resources, un colosso industriale britannico che aveva già un via libera agli scavi della Corte Suprema indiana. Una campagna di resistenza strenua, tuttavia, si tradusse in un successo. Contro ogni previsione.

La tribù richiamò l’attenzione del mondo intorno alla lotta. La piccola comunità e lo smisurato potere di una compagnia da otto miliardi di dollari. L’atmosfera era violenta e intimidatoria. L’opposizione, infine, mutò la percezione sul progetto e lo rivelò con le sue contraddizioni: i governi norvegese e britannico, la Chiesa d’Inghilterra, le organizzazioni come Survival International e il gigante assicurativo Aviva criticarono la pessima condotta etica dell’azienda. Le celebrità contrastarono la miniera: difesero la causa Claudio Santamaria in Italia, Bianca Jagger e Joanna Lumley all’estero, mentre il governo indiano ricevette oltre diecimila lettere di protesta. Lo racconta il film-denuncia “Mine – Storia di una montagna sacra”: http://www.survival.it/film/mine.

5
Conservazione contro diritti umani ultima modifica: 2023-09-10T04:32:00+02:00 da GognaBlog
La lunghezza massima per i commenti è di 1500 caratteri.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.