Femminismo mon Amour – 3

In un tempo in cui il femminismo ha perduto i propri confini, che appaiono quanto mai sfumati come quelli di tutti i valori umani, e viene spesso scambiato per la volontà di acquisizione di caratteristiche maschili da parte delle donne – aspetto che finisce per destabilizzare anche l’universo maschile – sento opportuno mettere in risalto alcune pratiche proposte dalla Libreria delle Donne di Milano, che oltre a essere editrice e punto vendita, offre momenti di aggregazione e scambio che possono promuovere l’identità femminile e maschile, rafforzando la capacità di preservare il proprio benessere e far valere i propri diritti alla vita.
La Libreria delle Donne di Milano conferma d’essere da sempre, più che una semplice libreria, un prezioso presidio culturale.
I brani proposti sono una selezione di uno dei Quaderni di Via Dogana, dal titolo Femminismo Mon Amour – Pratiche femministe per donne e uomini (Grazia Pitruzzella).

Un podcast: ritrovare se stessa nelle parole delle altre
di Angelica Pirro e Silvia Protino

All’inizio del 2022, abbiamo creato un podcast (1) che raccoglie testimonianze di donne che hanno subìto molestie sessuali.

In poche parole, è una radio che però non viene trasmessa in diretta, ma in differita. Un podcast solitamente è diviso in episodi che vengono pubblicati e che possono essere poi ascoltati liberamente e archiviati sul computer o sul cellulare. Ne esistono altri che forniscono anche un supporto visivo alle puntate, il formato originale è strettamente audio, come il nostro.

Silvia e io, al momento di scegliere quale medium usare per dare voce al nostro progetto, abbiamo prima di tutto stabilito che sarebbe stato uno spazio creato da noi. A quel punto abbiamo deciso di usare lo strumento del podcast, l’unico che ci permetteva di mettere al centro la nostra voce, e non solo la mia e quella di Silvia, ma quella di qualunque ragazza che avesse voluto prendervi parte. Sentivamo il forte bisogno di far risuonare la nostra voce collettiva. E poi ci piaceva l’idea di creare una raccolta di testimonianze orali, un vero e proprio archivio che non fa riferimento al passato, ma al presente, che non è archiviato, impolverato, ma vivo in ognuna di noi, nelle nostre singole voci che ne compongono una sola, che non è formalizzato e istituzionalizzato, di Stato, ma è libero, vitale, trasformativo, generativo. Un archivio che potesse servire anche, magari per fini scientifici, di ricerca, attraverso il quale indagare il fenomeno sociale delle molestie sessuali. In più, il podcast è bilingue, ascoltabile in italiano e in inglese, ed è registrato in due paesi differenti: Italia e Irlanda.

A tale proposito, sarebbe interessante adottare una prospettiva critica, per analizzare quali sono le differenze e le somiglianze tra i racconti italiani e quelli irlandesi. Ecco, questo secondo noi, è un primo elemento della pratica dell’autocoscienza: riconoscere che ciò che vivo all’interno dei confini del mio paese, lo sta vivendo anche una ragazza a migliaia di chilometri di distanza e che ci fa vedere, quindi, chiaramente come il nostro essere donne ci accomuna.

In più, il podcast ci permette di dare voce al silenzio che vige sul problema sociale e culturale delle molestie sessuali. Gli uomini, a parte essere coloro che mettono in atto le molestie, non sono consapevoli, o se lo sono, non lo sono pienamente, dell’esistenza di questa forma di violenza e di quanto sia capillare e pervasiva. Ci è capitato più volte di raccontare le nostre esperienze del podcast ad alcuni dei nostri amici maschi, che ovviamente stimiamo, altrimenti non sarebbero nostri amici, ma che comunque sono rimasti sorpresi nel venire a conoscenza dell’esistenza e della normalità delle molestie sessuali. Eppure, è strano: è un fenomeno talmente diffuso che (quasi) tutti gli uomini hanno molestato una ragazza almeno una volta nella vita, o comunque ne sono stati complici o indifferenti. Quindi come fanno a non saperlo? Loro sanno come si comportano i maschi in gruppo, di cosa sono capaci, eppure si ritrovano, e li ritrovi, stupiti. Forse non si rendono conto di ciò che significa per noi subire molestie quotidiane fino a quando non glielo comunichiamo in modo esplicito? Non lo sappiamo ancora.

In ogni caso, il podcast ci consente di far emergere dal silenzio tutti i racconti e le storie che costituiscono un sommerso, un insieme di voci inespresse, che non si sentono, ma che comunque esistono. Se il discorso delle molestie sessuali ci permette di entrare in contatto con ragazze lontane da noi, sia a livello geografico sia di pensiero, e a noi sconosciute prima dell’incontro, allora anche altre, che ancora non conosciamo e di cui ancora non abbiamo sentito la voce, potrebbero raccontare una storia simile. Il nostro punto di partenza è credere a ogni donna che denuncia una qualsiasi forma di violenza, senza sentire il bisogno di constatare quella violenza, di provare, di dimostrare il fatto che sta denunciando, perché crediamo in lei, alla sua voce che risuona dentro di noi come se fosse la nostra.

Ecco, tutto questo scambio, condivisione, amicizia, amore, sorellanza, che sono svincolati da spazi e tempi predefiniti trovano forma in una raccolta di testimonianze orali, in un archivio dell’esperienza femminile che oggi chiamiamo podcast.

Spiegato il mezzo, ora torno indietro a raccontarvi l’antefatto e l’origine del nostro podcast A Day in a Female Life – Racconti di ordinaria violenza. Allora vivevo a Dublino, ma ero tornata a Milano per le vacanze di Natale. Come facevo spesso, ho preso i pattini e sono andata a pattinare nella zona che circonda lo stadio Meazza, San Siro. Ho messo i miei conetti per terra e con le cuffie nelle orecchie mi stavo facendo i fatti miei. Speravo che i fatti loro se li facessero anche le persone attorno a me, invece purtroppo così non è stato. Prima si avvicina un ragazzo e tra me e me penso, sarà solo curioso e vorrà vedermi fare qualche esercizio. Solo che questo tizio è rimasto lì, a braccia conserte, fissandomi senza farsi alcuno scrupolo. Non mi ha detto nulla, ma quello sguardo fisso, pesante, non richiesto, mi ha fermato sui miei passi. Mi sono bloccata e ho smesso di pattinare finché non si è allontanato.
Pochi minuti dopo arrivano due ragazzi che mentre sono girata iniziano a calciare i conetti che avevo messo per terra, per poi allontanarsi senza alcun rimorso.

Come prima cosa, ho provato paura. Mi sono resa conto che non mi sentivo al sicuro in quel luogo. Ho interrotto il mio passatempo preferito e ho iniziato a pensare che se fossi stata un uomo, forse quei ragazzi non si sarebbero permessi né di avvicinarsi e fissarmi, né di danneggiare la mia attrezzatura. E questo perché un altro uomo lo rispettano, la donna invece è passibile di qualsiasi capriccio che passi per la testa a un maschio.

Ho fatto delle storie su Instagram, raccontando quello che era successo con tanta rabbia e frustrazione. Dall’altra parte dello schermo ci sono state molte ragazze che hanno ascoltato e condiviso il mio dolore, offrendomi parole di conforto e di solidarietà. Ovviamente c’erano anche altri pareri, da parte di uomini, che invalidavano la mia esperienza dicendomi cose come “in zona San Siro cosa ti aspetti”.

Silvia ha subito colto il mio richiamo e in una conversazione che ormai è storica, in qualche secondo abbiamo entrambe sentito la necessità di creare qualcosa di più grande, che rimanesse per tutte. Siamo partite dalla constatazione che tutte le donne, nessuna esclusa, hanno vissuto almeno un episodio di molestia sessuale per strada o in luoghi pubblici.

Nonostante questo dato fortemente preoccupante, non è comune che questi avvenimenti vengano menzionati e diventino argomenti di conversazione. Sono come dei dati di fatto. Questo comporta che quando poi una ragazza subisce una molestia sessuale: o non la considera tale, tanto è normalizzata nella società patriarcale, oppure pensa di essere l’unica a cui succede e non lo condivide con nessuno. Il podcast avrebbe fornito una piccola soluzione a questo problema.

Anche il titolo è stato deciso con facilità: A Day in a Female Life (un giorno in una vita di donna). Assieme al sottotitolo Racconti di ordinaria violenza volevamo trasmettere l’estrema ordinarietà delle esperienze raccolte nel podcast perché le molestie sessuali nei confronti delle donne non sono degli eventi rari, che capitano alcune volte l’anno, sono giornaliere.

Il primo episodio l’abbiamo registrato Silvia e io, con strumenti rudimentali, ma con la voglia dirompente di far sentire le nostre voci. Prima di far condividere ad altre donne le proprie esperienze, volevamo raccontare le nostre. Da quel momento, anche attraverso un invito all’azione su Instagram, abbiamo ricevuto una serie di email, messaggi di supporto e disponibilità a registrare una puntata del podcast.

Per noi era imprescindibile che lo spazio offerto alle ragazze fosse sicuro e libero. Le puntate sarebbero state registrate con me, o con Silvia, in base alla collocazione geografica della ragazza, in luoghi familiari, accoglienti. Quando è stato possibile infatti abbiamo registrato le puntate nelle nostre case, sul divano, con una tazza di tè e biscotti.

Prima di accendere il microfono, ci assicuriamo che ci sia già una certa confidenza con la ragazza, che spesso è a noi sconosciuta. Questo passaggio è essenziale per creare un’atmosfera in cui si senta al sicuro nel condividere le sue esperienze, che potrebbero essere traumatiche e difficili da verbalizzare.

Una volta acceso il microfono la conversazione scorre come aveva fatto a microfono spento, senza domande preparate o limiti di tempo. La ragazza racconta tanto quanto decide di comunicare e l’interlocutrice, Silvia o io, ascolta, offre conforto e pone domande se ne sente la necessità. In molte puntate abbiamo anche avvertito l’esigenza di dare reciprocità alla conversazione, quando a noi veniva naturale raccontare delle esperienze personali che la storia della ragazza ci aveva risvegliato.

La libertà sta nel fatto che una volta registrata la puntata, la giovane che ha partecipato può decidere di non pubblicare l’episodio, di tagliarne alcune parti o di usare un nome fittizio per proteggersi. Per noi, il fatto che abbia condiviso la sua storia e ricevuto in cambio un ascolto sincero e non giudicante, è già importante.

Le puntate pubblicate spaziano su diversi argomenti ma colpisce la comunanza dell’evento della molestia. Le circostanze mutano, ma l’intento maschile è sempre lo stesso: denigrare la donna e farla sentire impotente. Nonostante all’inizio volessimo solo raccogliere testimonianze di molestie in luoghi pubblici, alcuni episodi sono fluiti naturalmente verso altri tipi di violenza maschile, tra cui quella domestica.

Il riscontro del podcast è stato rincuorante. La maggior parte delle donne che ci contattano dicono di sentirsi riconosciute e legittimate nelle loro esperienze di molestia. Molte si sono rese conto che episodi da loro considerati normali o poco importanti, erano invece gravi e degni dell’appellativo di molestie sessuali. Perché succeda questo è necessario da parte nostra considerare ogni molestia sessuale riferita come importante e degna, e porre l’accento sul dolore comune, invece che sui dettagli, necessariamente diversi per ogni storia.

Carla Lonzi parla di uno «scatto a soggetto» delle donne che si «riconoscono come esseri completi non più bisognosi di approvazione da parte dell’uomo».

La nostra idea iniziale non era quella di praticare l’autocoscienza, non ci siamo messe a un tavolo e abbiamo detto “ok, ora facciamo l’autocoscienza: creiamo un podcast”. Solo in un secondo momento, ci siamo accorte che questo è una pratica di autocoscienza perché si costituisce dell’incontro con l’altra, dove ogni donna può ritrovare se stessa nelle parole delle altre. Questo dimostra la potenza, la forza della pratica: esiste ancor prima di saperla, pensarla, teorizzarla. Perché è una pratica dettata dalla necessità, dal desiderio, dal bisogno di riconoscersi nelle altre, di uscire dalla solitudine, ma anche di trasformare il dolore e la rabbia personali in resistenza collettiva.

Note
(1) A day in a Female Life – Racconti di ordinaria violenza:

Dare forma all’esistenza
di Giorgia Basch
(12 aprile 2023)

Il costo della realizzazione del sé è stata la mia grande sfida degli ultimi anni. Il valore, la grande scoperta, che non sarebbe stata possibile senza le pratiche femministe acquisite attraverso le relazioni, gli scambi, l’amicizia alla Libreria delle donne e nel mondo.

Le pratiche non si studiano ma, come ci dice l’etimologia stessa della parola, si imparano facendo. Esercizio, conoscenza: le pratiche sono «una modalità di azione – un insieme di modi di fare o reagire per accumulare esperienza», come scrive la compositrice Pauline Oliveros in una sua riflessione a proposito del Quantum Listening (1). Il senso delle pratiche e la loro ricchezza per me sta in questo: stare nel processo che è già trasformazione. Il rapporto con le altre e gli altri, lo scambio di affetto e di idee, la condivisione di voci e esperienze, il creare forme di vita è già realtà, è già cultura, è già politica (2).

Viviamo in una società in cui il senso della ricerca e della produzione artistica e culturale, come anche del fare impresa, sta solo nel risultato, nel merito e nel riconoscimento, sanciti da criteri di classificazione che non possiamo più depennare come propri del mercato, perché quel mercato ora più che mai siamo noi. Noi che nell’economia dell’autosfruttamento poniamo noi stessi assieme al nostro corpo come esito, come prodotto. Quante volte al giorno sentiamo di dover far fruttare la nostra libertà di metterci al centro, di capitalizzare sulle nostre capacità e virtù, in nome di una retribuzione emotiva prima che economica?

Ed è davvero quella, la libertà? Da donna mi interrogo spesso su quali siano le mie vere volontà, se le mie scelte non siano orchestrate dai fili sottili del neoliberismo e da un patriarcato latente, e come me lo stanno facendo molte altre, insieme, nel tentativo di scindere libertà controllata e volontà profonda di autodeterminazione. La strada per la consapevolezza è un cammino comune, che può farci trovare delle risposte solo nell’ascolto delle richieste che nascono dalla contraddizione tra la società corrente e i bisogni reali.

I fatti recenti che riguardano il mondo della scuola e l’aggressione degli studenti verso se stessi, l’impossibilità di continuare a lavorare in ambienti di lavoro che chiedono sempre di più e il conseguente quiet quitting (3), la difficoltà nel mettersi in gioco nelle relazioni sono dimostrazioni evidenti che l’individualismo e la società della prestazione volgono al tramonto. Eppure, in questo importante passaggio, non dobbiamo farci trarre in inganno dalla pigra abitudine di dare la colpa al sistema che più direttamente sembra responsabile di tali situazioni: l’università, il lavoro, il capitale, la monogamia (4). Il problema si nasconde nei processi, quei processi che dovremmo rivalutare per dar loro nuova linfa e nuove radici.

Ribaltare il senso degli spazi e delle relazioni è possibile solo attraverso lo scambio continuo tra individui, l’ascolto delle nuove nascenti necessità, la forza dello stare assieme per creare nuove strutture o agire su quelle che non funzionano più. Dico struttura perché credo sia importante dare forma all’esistenza, l’esistenza comune, fatta di progettualità, di propositi, di intenzioni. Non lasciamoci ingannare dalla tirannia dell’assenza di struttura, del nichilismo anarchico in cui alla fine vincerà il più forte. Ogni azione collettiva richiede responsabilità per non cadere nella trappola del potere, quello delle élite informali, spesso maschili e mai garanzia di reale partecipazione. Costituiamo, organizziamo, poniamo le basi, e nel farlo riconosciamo l’autorità l’una dell’altra. Non a caso, l’organizzarsi del movimento delle donne può essere letto come una specifica pratica che attraverso la creazione di agende e lotte comuni è ora più che mai un esempio brillante di resistenza e al contempo produzione (5).

La voglia crescente delle giovani e dei giovani di associarsi, di formare collettivi, di fare gruppo mi dà un grande senso di speranza. Non solo per lo sbocciare di interessanti progetti che si nutrono dell’interrelazione e che confermano la mia credenza che solo nella sinergia si crea il nuovo, ma anche per il passaggio dalla critica della società al cambiamento della società, con posizioni e energie che vedono le donne scommettere sulla propria forza e le proprie capacità.

In una riunione di qualche mese fa Lia Cigarini in un attimo di grande fermento ha detto «Quando le parole sono logore bisogna trovarne di nuove». Spero sia ora quel momento; le nostre parole nuove terranno in considerazione che, solo con la messa in gioco radicale di noi stesse, si tende verso una politica viva e concreta, superando l’inconsistenza del vivere con l’espressione adeguata alle proprie aspettative.

Note
(1) Pauline Oliveros, Oakland, 1999, in Pauline Oliveros, Quantum Listening, Ignota Books, UK 2022. Il Quantum Listening è un apparato teorico sviluppato da Oliveros a partire dalla pratica da lei ideata del Deep Listening, la quale unisce meditazione ed esercizi d’ascolto, oltre ad includere pezzi da lei composti a partire dal 1970.

(2) Maria G. Chinese, Carla Lonzi, Marta Lonzi, Anna Jacquinta E’ già politica, Scritti di rivolta femminile 8, Milano 1977.

(3) Il fenomeno a cui è stato dato un nome nel 2022 inquadra la tendenza di lavoratori e lavoratrici a fare solo lo stretto necessario nel tentativo di mantenere un equilibrio tra lavoro e vita privata. Cfr. Bojan Zeric, Che cos’è il quiet quitting, Wired 23 settembre 2022: https://www.wired.it/article/quiet-quitting-lavoro.

(4) Al pari degli altri regimi citati, la monogamia sembra incarnare nel dibattito degli ultimi anni un ostacolo alla felicità e una forma di costrizione, mentre il poliamore cerca di farsi istituzione. Credo sia il momento di prendere le distanze dalle etichette e iniziare a ragionare partendo da noi stesse e noi stessi sulle cause profonde del fallimento delle relazioni. Potremmo forse scoprire che al posto di diritti e doveri nella coppia c’è necessità di mettersi in gioco fino in fondo.

(5) A questo proposito si invita a leggere Marta Equi Pierazzini, A Legacy Without a Will. Feminist Organizing as a Transformative Practice, Phd Thesis Dissertation, IMT Institute for Advanced Studies, Lucca, 2019; Marta Equi Pierazzini, Ogni pratica cosciente di vita collettiva. Leggere le pratiche organizzative femministe tra iscrizione e trasmissione. Convegno “Cinquant’anni di Rivolta”. I movimenti femministi dal lungo ’68 a oggi”. Società Italiana delle Storiche.

Femminismo mon Amour – 3 ultima modifica: 2025-09-23T04:45:00+02:00 da GognaBlog

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