Tutto freeclimbing
di Franco Perlotto
(pubblicato su Lo Scarpone, n. 18, 16 ottobre 1982)
II «freeclimbing»
Negli ultimi anni si è avuto in Italia l’arrivo e il consolidamento di una serie di sport concepiti nei più lontani angoli del mondo, divenendo moda e quindi fenomeno di costume. Basti pensare, per esempio, al boom che sta vivendo oggi il wind surf. La domanda che ci si potrebbe porre è se la moda non abbia prevaricato la natura stessa dello sport, se la «platea» non sia vincente rispetto allo spirito di chi lo pratica. Che lo sport è spettacolo, come i mass media ci ripetono in continuazione, è un concetto che non trova però tutti d’accordo. Non lo sono di certo le migliaia di italiani che praticano il «freeclimbing», la cui traduzione è «arrampicata libera», i quali affrontano la roccia con i mezzi più naturali possibili, senza intaccare la Natura; che concepiscono questa attività come raggiungimento della propria libertà e che si muovono sulla roccia come su un semplice sasso, per se stessi e non appunto per platea.
Si diceva sport: ma forse il termine è riduttivo. Legato all’attività puramente fisica c’è qualcosa di più: è un’ideologia di libertà. Infatti non essendo una disciplina con codici e regole, lascia alla fantasia, alla creatività del singolo «come» muoversi sulle pareti; tentando, provando e ritentando ancora sino a trovare la più completa armonizzazione del proprio corpo e di ogni singola parte di esso: il più bravo quindi non è sciamante chi ottiene il risultato, ma chi lo raggiunge con più armonia e destrezza.
Il «freeclimbing» è nato negli anni Cinquanta in America, dove un gruppo di arrampicatori, insediatosi in una delle più belle valli della California, la Yosemite Valley, cominciò a compiere importanti salite con tecniche nuove, diverse da quelle tradizionali.
Inizia così il confronto ed il dialogo fra «scalata artificiale» e «scalata libera»: fra salita effettuata con grande uso di attrezzatura tecnica come chiodi e staffe, e salita svolta invece usando esclusivamente gli arti, proteggendosi con il minimo di attrezzature tecnologicamente avanzate.
Negli anni Sessanta, c’è stato poi un notevole sviluppo di questa attività, che ha portato i californiani a far parlare di se come i migliori arrampicatori del mondo. In quegli anni si è avuto anche un notevole sviluppo tecnologico che ha fatto fare passi da gigante al freeclimbing e anche alla arrampicata artificiale. Proprio negli anni Settanta, quando cominciavano ad arrivare anche in Italia le prime informazioni di questo grande movimento, si sono avute le più eclatanti imprese, sempre da parte degli arrampicatori della West Coast, che sono riusciti a salire la liscissima e strapiombante parete di El Capitan realizzando le vie che tuttora sono considerate le più difficili del mondo.
Ben pochi sono stati gli italiani che al sorgere di questo sport hanno saputo comprenderlo e seguirlo, ma da quando la stampa specializzata ha cominciato a interessarsene, e per merito soprattutto di quei pochi pionieri che hanno creduto immediatamente a questo sport come all’evoluzione dell’alpinismo, un numero sempre crescente di freeclimber ha cominciato a percorrere, con lo spirito dei californiani, le montagne delle Alpi e riscoprire soprattutto le pareti di bassa quota che si innalzano tra le colline o che cadono a picco sul mare.
Dal momento che si può affermare che risponde appieno, in termini molto pratici, a importanti mete che l’uomo ricerca come vivere la natura e sentirsi in libertà, ha uno stuolo sempre più vasto di appassionati.
Poiché non è la vetta, retaggio dei «divi» della montagna, il fine ultimo, ma la cognizione di poter vivere armoniosamente con la Natura e padroneggiare ogni muscolo del nostro corpo, ecco che il freeclimbing conta un panorama di adepti tra i più eterogenei sia per sesso, età ed estrazione sociale.
Ma il freeclimbing è pericoloso? È dispendioso? Come si fa ad apprenderlo?
Le risposte a queste domande sono semplici da fornire. Una premessa però è necessaria: occorre avere soprattutto «dentro» tanta e tanta voglia di libertà, occorre desiderare davvero di «staccare», di stare soli con la Natura.
Non è un’attività per chiassose brigate, non è neppure un esercizio che privilegia l’istrionismo o concepito per strappare applausi e complimenti. Al contrario è meditativa e quindi più ricca di valori. Può essere al limite uno sport élitario, ma di un élitarismo del quale questa nostra società ha davvero bisogno. Quindi al primo quesito «è pericoloso» la risposta chiara è sicuramente negativa. La ragione è semplice, siamo noi, la nostra coscienza e la padronanza dei nostri limiti che decidono fin dove osare.
Non è neppure dispendioso perché andare per monti, su sassi e rocce non costa nulla, non vi sono né tasse né gabelle; la Natura fortunatamente è di tutti. Per l’apprendimento, il discorso si riallaccia alla premessa. Se vogliamo «staccare» veramente dalla routine, dalle abitudinarietà ci avvicineremo con umiltà alla Natura e… tenteremo e ritenteremo.
Ma se è vero che il freeclimbing è la formula 1 degli scalatori, sarà ovvia allora una adeguata e indispensabile preparazione. Si inizierà su piccole pendenze, su parti che consentono facili prese, così da assimilare una certa esperienza degli elementi naturali.
Passaggi più arditi e sofisticati si tenteranno quando il corpo avrà raggiunto armonia e scioltezza ed il nostro cervello ci «autorizzerà» a tentare di più.
Sorprendentemente questo sport sembra raccogliere moltissimi appassionati nelle città, oltre che nelle zone montane (molti i transfughi dell’alpinismo tradizionale). È insomma uno sport che vive anche nelle aree urbane dove pur mancando gli elementi base, la roccia e i sassi, non ci si arresta; case diroccate e torrioni diventano allora pratiche ed affascinanti palestre, i più fortunati hanno in città la palestra in cemento.

Il freeclimbing conta oggi in Italia circa ventimila appassionati. Le «palestre» più note e frequentate sono:
in Emilia Romagna
Pietra di Bismantova a Reggio Emilia;
nel Lazio
Precipizio del Circeo; Montagna Spaccata di Gaeta
(queste due mete sono anche sedi di raduni nazionali di freeclimbing);
in Liguria
la Parete di Finale Ligure;
in Lombardia
la Val di Mello in provincia di Sondrio; la Grigna Meridionale in provincia di Como; vicino al lago sono state riscoperte, grazie al freeclimbing, tutte le zone «basse»;
in Piemonte
la Valle dell’Orco in provincia di Torino;
in Sardegna
data la conformazione geologica dell’isola sono numerosi i posti dove si può esercitare il freeclimbing;
in Toscana
Monte Procinto in provincia di Lucca; ai piedi delle Alpi Apuane;
in Trentino
la parete del Colodri ad Arco;
in Valle d’Aosta
la parete di Arnaz vicino ad Aosta;
in Veneto
Lumignano in provincia di Vicenza (questa zona è molto conosciuta dagli arrampicatori tedeschi); la parete di Rocca Pendice a Teolo in provincia di Padova; la zona di Stallavena e la Val d’Adige in provincia di Verona; la Valsugana (in questa zona grazie al freeclimbing, si stanno riscoprendo moltissime pareti).
Le città di Torino, Bolzano, Brescia e Recoaro Terme posseggono degli impianti artificiali di roccia, ma si può tranquillamente arrampicare in quasi tutte le città italiane, dove freeclimber locali hanno improvvisato palestre sui muri delle case.
Giappone 1982
Dal 26 aprile al 9 maggio 1982 sono stato in Giappone per una serie di dimostrazioni. Il mio diario di quei giorni è tutto un seguito di date, nomi, per noi un po’ strani, e appunti degli impegni. Nel totale il viaggio mi è sembrato molto utile per conoscere la diversa situazione in Giappone rispetto alla situazione italiana, americana o inglese che conosco bene e anche per far conoscere al numeroso pubblico appassionato cosa si fa e anche cosa si produce in Italia per questo nuovo sport dell’arrampicata libera. Stralcio dal mio diario:
Tokio, conferenza stampa per giornali e riviste specializzate, intervista alla televisione nazionale NHK. Trasferimento a Kobe: arrampicate e dimostrazioni sul monte Rokko.
Kioto, incontro con arrampicatori locali, arrampicate e dimostrazioni sul Kompira Rock. Arrampicate e dimostrazioni con riprese degli operatori della NHK per un programma sul rock climbing sul monte Gozaisyo nei monti Suzuka. Trasferimento attraverso il monte Fuji fino a Mitsuthoge, grossa dimostrazione. Partenza per Tokio e rientro in Italia via Mosca.
Il rock climbing per il Giappone è uno sport relativamente nuovo.
L’alpinismo ha tradizioni molto lontane legate anche alla religione, le attività maggiormente sviluppate sono quindi l’escursionismo e le grandi spedizioni di alta montagna in Himalaya. Popolare è anche l’alpinismo invernale nelle Alpi giapponesi; la roccia estrema ed il ghiaccio difficile stanno avendo ora uno sviluppo intenso. Si pensa che in Giappone frequentino la montagna (in tutte le sue specialità: roccia, ghiaccio, spedizioni, escursionismo e sci) 10.000.000 di persone di cui 50.000 che arrampicano (uso della corda); questi dati mi sono stati forniti da Tsunemichi Ikeda editore della rivista internazionale di alpinismo The Iwa-To-Yuki e confermati da Tornio Minoura, editore del Climbing Journal, da Masakazu Fujiwara climber, Masaki Matsumoto climber e guida alpina. Il Giappone è lo Stato in cui è maggiormente sviluppato l’alpinismo himalayano e di spedizioni extra-nipponiche: ci sono da 50 a 70 spedizioni all’anno in Himalaya.

Esistono In Giappone molti gruppi legati soprattutto alle università. Ora ci sono anche importanti club: R.C.C. Rock Climbers Club, J.M.C.C. Japan Modern Climbing Club che raggruppano la maggior parte dei rocciatori e che danno l’informazione e l’impronta.
Il livello di arrampicata è discretamente elevato ed è gradualmente ma velocemente in aumento. Il numero dei rocciatori è in leggero aumento soprattutto per l’afflusso di nuovi alla montagna; buono invece l’aumento se si considera che molti «mountaineers» passano al rock climbing.
Cinquedodici
Quando nel 1978 sono andato per la prima volta nella valle di Yosemite, non avrei mai pensato che si potessero raggiungere dagli arrampicatori italiani, con le centinaia di anni di tradizione alpinistica, i grandiosi exploit che climber americani senza inibizioni o costrizioni mentali riuscivano a portare a termine. Si trattava di abbattere una mentalità che ci aveva portato le prime volte a calarci in valle come antichi eroi pronti a qualsiasi rischio pur di vincere El Capitan. Ma laggiù la mentalità era cambiata, ed ormai lo sappiamo tutti. Non restava nessuna cima su cui issare una bandiera e nemmeno una parete su cui tracciare la superdirettissima: era rimasto l’uomo, il suo corpo, la sua mente, la Natura e le sue strutture. Era nato lo sport arrampicatorio, il freeclimbing, dove era più importante salire una via con le proprie mani, senza chiodi, elegantemente, rischiando il meno possibile piuttosto che passare ad ogni costo. Nel ’78 e ’79 volli vincere grandi pareti, ma con lo spirito del Don Chisciotte, che voleva combattere e non quello con cui nel 1980 insieme a John Dale mi avvicinai a Tangerine Trip. La competizione era cambiata: non era più con la natura, ma con l’uomo come in qualsiasi altro sport; anzi il terreno di gioco non doveva assolutamente essere cambiato o alterato con altri mezzi; doveva rimanere come una pista dove l’atleta dava il meglio di se stesso. John Bachar si allenava, Ron Kouk si allenava, Henry Barber si allenava, ma noi non lo potevamo fare perché i nostri ambienti facevano una pressione negativa contro lo sport. Abbiamo dovuto andare per molto tempo contro corrente sia delle vecchie generazioni che delle giovani le quali avevano creato dei ghetti, gli uni mitizzando eroi passati, gli altri scimmiottando atteggiamenti propri di altre mentalità. Finalmente dopo anni di allenamenti e di delusioni siamo riusciti a prepararci e salire il cinqueundici e poi anche il cinquedodici: i famosi mitici gradi della scala di Yosemite.

L’anno scorso avevo salito con Reinhard Karl qualche via di difficile cinquedieci e provato una di cinqueundici, ciò mi aveva fatto prendere coraggio sulle mie possibilità. Poi in aprile di quest’anno, ero riuscito a fare da capocordata su alcune vie tra le più difficili del Giappone; ho continuato dunque ad allenarmi arrampicando e facendo ginnastica. Partito per l’America però ero scettico sulle mie possibilità di potercela fare sulle massime difficoltà californiane.
Un giorno in Colorado vidi una fessura che mi piaceva e provai a salirla, ma facevo una fatica incredibile e riuscii a stento a passare. Ero deluso ed ero sicuro che non ce l’avrei mai fatta a fare le grandi difficoltà, quando alla sera a casa di Steve Romito, il celeberrimo Mike Covington mi disse che si trattava di 5.11 B.
Cominciai allora a salire molte vie di cinqueundici fino a che sulla Devil’s Tower in Wyoming decisi di provare la via Mc Carthy sulla parete ovest. Non ero in preda a nessun eccitante, avevo solamente le mani molto sporche di carbonato di magnesio: feci una fatica eccezionale, mi ruppi le dita e segnai di sangue tutta la fessura e dopo un’ora di sforzi mi rovesciai sul terrazzino, dopo qualche minuto guardai giù e sussurrai ad Angela appesa alle corde trenta metri sotto che avevo fatto il cinquedodici.
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Grande Franco Perlotto, sono così felice di averlo conosciuto, qualche anno fa, al Boccalatte. Una persona di una umiltà impressionante.
Grande Franco Perlotto! Quando ero bambino ci trovavamo spesso ad allenarci in una palestra boulder a Recoaro Terme. Ai tempi non sapevo chi era,ma già da allora mi trasmetteva sensazioni fantastiche. Franco,una persona che mi ha trasmesso la passione! GRAZIE Franco!
Sono contento di aver trovato espresso, nel seguito a questo articolo, Free climbing 2, il senso di quanto ho scritto qui ieri circa le posizioni di Perlotto. Mi sono ritrovato in ciò che hanno raccontato Nanni Villani, Andrea Parodi e Gianni Calcagno.
Luciano se ci sono ancora posti liberi mi iscriverei al tuo corso di lingua italiana naturalmente a regola d’arte.
Sarebbe stato bello se Perlotto avesse nominato, oltre se stesso, altri italiani che hanno osato in Yosemite, come ad esempio Pier Luigi Bini. Ora, è innegabile che tutti, compreso Perlotto, siano attratti dall’apice di ciò che affrontano, che si tratti di una falesia in pianura o di una parete di montagna, di una guglia californiana. Diversamente, perché non aprire le vie dall’alto verso il basso, o non percorrerle normalmente anche al contrario? Cesare Maestri “divo della montagna” è stato tra i primi ad affrontare vie di sesto grado in discesa, anche in solitaria. Ci si dimentica che l’alpinismo classico è zeppo di salite fatte per scalare pareti, non per giungere necessariamente sulle vette, non diversamente da quanto avviene in California.
Ho trovato questo testo piuttosto autocelebrativo, nonostante Perlotto dica che i freeclimber non cerchino applausi. Le fotografie pubblicate e le relative didascalie già sembra parlino da sole. Come sempre, nessun giudizio sulle intenzioni. È di fatto un testo molto poco generoso verso i “divi della montagna” (trovo questa espressione piuttosto volgare, per nulla chiara, troppo generica e superficiale e offensiva dei suoi colleghi alpinisti), i quali hanno preceduto i freeclimber, e verso quelli che ancora scalano, diciamo, in maniera più tradizionale. La Devil’s Tower cos’è? Una collina o una vetta come la Torre Venezia lo è? Perlotto si ferma un tiro prima della vetta per affrancarsi dalla tradizione? Chi non è freeclimber non ama la natura, non cerca di mettere a posto ogni muscolo per affrontare le pareti, non cerca e non mette alla prova se stesso, non aspira alla libertà? Chi sale le vertiginose pareti di misto delle Alpi, le vie di misto più difficili del Gran Sasso in inverno, è molto distante dai freeclimber riguardo ai mezzi da impiegare per scalare in libertà, quando in realtà ricorre ad assicurazioni più morali che altro, in un contatto assoluto e tecnicamente estremamente equilibrato con la natura? La “tanta e tanta voglia di libertà” la possiedono anche coloro che appartengono alla classe dei “divi della montagna”, solamente che questi ultimi non hanno escluso dal loro alpinismo, come altri lo fanno, neve, temporali, freddo, tempeste ed altro ancora. Poi arrivano in vetta… e allora?
Eh sì, adesso inserire un pezzo metallico in una fessura è diventato un arte, come se fosse richiesta chissà quale creatività o genialità in un gesto in realtà così banale e ripetitivo. Arte, termine che un tempo indicava qualcosa di sublime, che collegavi mentalmente a personaggi dotati di originalità, genio, creatività, visione del futuro ed oggi tra i più abusati e il cui significato viene declassato più o meno a “qualcosa che chiunque può fare, non importa cosa, basta essere convinti che lo sia”.
Eppure si continua a fare confusione tra arrampicata libera ed arrampicata sportiva…..ad ogni modo è una questione anche di substrato roccioso…… proteggere una fessura di 40 metri con protezioni veloci è un arte….proteggersi su una mini canna di uguale lunghezza sarebbe sgradevole…. Ad ogni modo e per fortuna l’arrampicata su roccia passerà di moda ….🤫
Placido tutto chiaro del resto anche F.Perl8 in quel periodo della sua vita era plateale sarà stato magari “rosa” di pensieri ma non sfugge nemmeno lui.
L’altro punto è un po più scivoloso o friabile per restar in tema , nella Comici in Tre Cime convive una freesolo di 46 minuti con performance a suon di Bosch…contraddizioni tutte alpinistiche che ne sono del resto sale e brodo.
Ciao
antoniomereu: sul “non per la platea” non mi pronuncio, posso rispondere (forse :)) delle mie motivazioni, non di quelle altrui.
Indubbiamente ci sono persone che praticano anche “per la platea”, in primis gli arrampicatori/alpinisti sponsorizzati e chi cerca di trarre reddito dalla propria immagine, oltre naturalmente ai vari narcisi/esibizionisti/competitivi/ecc. che peraltro sono sempre esistiti e sempre esisteranno (e chi è senza peccato scagli la prima pietra).
Si tratta in fondo di questioni personali.
In quanto ai “mezzi più naturali possibili”, il dibattito è sempre (e da sempre) aperto.
Personalmente credo che sia corretto dare spazio alle più diverse visioni, senza però (e qui sta il difficile) pestarsi i piedi, assassinare l’impossibile, o tarpare le ali alle prossime generazioni.
Per quello che ho visto io , il “free climbing” è rimasto uguale , l’arrampicata sportiva ha attraversato un’infanzia “selvaggia” , dove a seconda del chiodatore avevi vie protette S2 o vie protette S4 , e avevano sempre ragione tutti : chi metteva il primo spit a 10 metri e chi fissava protezioni artigianali fatte coi freni delle biciclette.-Poi si è in qualche modo uniformata quasi ovunque , anche se sono rimaste delle zone ibride e dei “distinguo”
Placido # ed è così!Ma il passaggio doppio scusa il gioco di parole letterale di Perlotto “mezzi più naturali possibili” e “non per la platea”credo siano stati decisamente profeticamente pronosticati male anche se in buona fede.
Il freeclimbing in Italia ha vissuto una breve stagione, ed è stato velocemente soppiantato, nel numero di praticanti, dall’arrampicata sportiva.
Nel 1982 esisteva una frazione dei monotiri sportivi che adesso conosciamo, e non esistevano ancora vie “plaisir” (ed inoltre questo termine non era ancora stato coniato).
Tuttavia, mi sembra di poter dire che l’arrampicata su roccia (intesa in senso ampio: dal sassismo alle grandi pareti -rocciose- alpine, passando per le falesie e le pareti di fondovalle) sia in realtà nella sostanza cambiata ben poco.
Non mi sembra che si è scritto che un tempo era meglio. Ma che era diverso.
Un tempo era meglio
Piu che un pensiero un eco che rimbomba nelle vite svuotate del tempo che era meglio: del tempo passato, che non torna; o torna nella malinconia che la prossima fine ci affaccia nel cuore.
La storia di questa pratica, la pratica dell’accanimento contro se stessi per dimostrare qualcosa – tutti negano che vogliono mostrarsi, però poi non si capisce pechè si accaniscono a raccontarlo a creare scale per misurarlo – è la storia di “non è più come un tempo, dove andremo a finire”. Tutto sempre molto patetico
# Si Alberto sarebbe molto ma molto interessante una sua opinione in merito .Franco Perl6c è veramente un camaleonte della montagna;dal free solo alle esplorazioni ai numerosi libri ,l av ventura politica ,cooperante ONG,ecologo fino alla gestione rifugi.
Chissa’ magari interviene!
Per come modestamente la vedo io la macchina (trapano/internet)ha sbattuto l’ uomo giù dal suo ruolo e lo ha reso comparsa , comprimario, anche se lui l’ uomo è convinto forse inconsapevolmente del contrario.
Aspetta il prossimo risveglio Kundaliniano dormendo da sveglio.
Come è cambiato!!! questo concetto da allora ad oggi.
Che dirrebbe oggi Perlotto, avrà sempre questa opinione?
Ho salito Outer Limits a Coockie Cliff nel 1988 la prima volta che andammo a Yosemite. Non pratici della tecnica ad incastro, la salimmo facendo molta dulfer, in questo modo risultava anche più difficile il posizionamento delle protezioni da incastrare nella fessura. Una fatica bestia, a differenza degli arrampicatori americani, che incastrando mani e piedi, salivano con relativa facilità, sicuramente faticando molto meno di noi.