di Patrick Edlinger e Alex Honnold
Il Free solo (di Patrick Edlinger)
(pubblicato sulla pagina fb LaBagarre il 27 gennaio 2025)
Quando sto arrampicando slegato, è come se io parlassi con la roccia. Mentre cerco un modo per salire, intanto che cerco di capire quali movimenti devo fare per progredire, sto corteggiando la parete. È una partita che si gioca lentamente e che riguarda esclusivamente me e la roccia, mossa dopo mossa, movimento dopo movimento. Nel modo in cui scelgo di usare gli appigli c’è una forma di rispetto e di devozione verso la roccia. Per capire come utilizzare le prese e gli appoggi devo prima interpretarli e capirli, serve assegnargli un senso. Mentre scalo provo una sensazione unica: sono solo, calmo. Nessuno vuole niente da me e io non chiedo niente a nessuno. Il mio mondo è tutto lì, attorno a me, l’unica cosa di cui devo preoccuparmi è continuare a salire.
Quando sai che per qualche motivo stai rischiando la vita la concentrazione è decuplicata e le percezioni si amplificano. Scalando su roccia slegato non puoi permetterti di sbagliare, non c’è margine di errore. Dal punto di vista emotivo non esiste un’esperienza paragonabile. Quando sei impegnato in parete per una via da solo non mangi e non bevi niente, quel tipo di bisogni primari non esistono più ma da un certo momento in avanti, all’improvviso, inspiegabilmente, senti di avere sete, moltissima sete.
È una sete strana, una sensazione orribile e inquietante. Stai salendo la via e hai azzerato tutte le tue esigenze di essere umano ma da un certo momento in poi comincia a farsi spazio dentro di te questa urgenza di bere. Sperimenti una sete che è improvvisa e inspiegabile. Appena hai finito la via, appena sei al sicuro, fuori dalla parete, il primo sorso di acqua che bevi è una cosa che ricorderai per sempre. La sensazione dell’acqua che entra dentro al tuo corpo e ti disseta ti accompagna per giorni interi, per settimane o per mesi. È una sensazione che non puoi dimenticare.
Dopo un po’ capisci perché ti era venuta quella sete: è il tuo corpo che ti ricorda che è importante mantenere la vita una cosa semplice, fatta soprattutto di bisogni primari, perché se i tuoi bisogni cominciano a diventare troppo grandi, se per sentirti vivo hai bisogno di quel tipo di complessità, di quel livello di emozioni e di rischio, alla lunga non potrai mai sentirti veramente soddisfatto di niente.
Il Free solo (di Alex Honnold)
(pubblicato sulla pagina fb LaBagarre il 9 maggio 2024)
Credo che uno dei modi più efficaci di affrontare la paura sia semplicemente accettare l’idea di aver paura e cominciare comunque a fare quello che si deve fare. Certo, serve una strategia per i momenti in cui la paura prende eventualmente il sopravvento e si trasforma in panico. Il mio metodo da usare in casi del genere penso sia efficace anche ad altri contesti in cui si prova paura. Per uscire dal panico, prima di tutto, cerco di concentrarmi sul respiro. Mi sforzo di riprendere il controllo delle mie emozioni e provo ad accettare l’idea di avere paura. Con la paura diciamo che cerco di dialogare, non pretendo che scompaia ma patteggio uno stato d’animo tollerabile e gestibile.
La mia non è soltanto una teoria, è un metodo. Mi è capitato più di una volta durante le mie scalate solitarie di essere in difficoltà. Mi è capitato che si sono rotti appigli o appoggi per i piedi che hanno provocato disequilibri momentanei o addirittura piccole scivolate. Non è in quei momenti però che la paura prende il sopravvento sulle emozioni, tutto in quei casi succede così rapidamente che non riesci nemmeno a renderti realmente conto di quello che è appena successo.
La paura mentre stai scalando invece, quella pericolosa che porta al panico, si insinua in te in modo più subdolo e graduale. Di solito capita che vai fuori controllo non per un evento esterno al tuo controllo, ma per il tuo modo di pensare. Sei tu che saboti te stesso, in pratica.
Durante una solitaria una volta, in un giorno in cui faceva piuttosto freddo, ho cominciato a dubitare e a non fidarmi dell’aderenza delle mie scarpette. Ho cominciato a pensare di non avere abbastanza sensibilità nelle dita dei piedi e grip nella gomma delle suole. Ero impegnato in una sequenza piuttosto delicata ma nemmeno troppo difficile e quel pensiero si è impadronito di me. Allora ho iniziato ad attaccarmi e ad appoggiarmi con i piedi ai chiodi di protezione che c’erano in parete, smettendo di fidarmi agli appigli. È la cosa più pericolosa che può succedere. In quel momento ho ho rischiato molto e ho dovuto davvero lottare con tutte le mie forze per riprendere il controllo, interrompere la mia salita e deviare su una linea più facile. È evidente che quel giorno non ero mentalmente pronto, non si tratta di capacità fisica o sportiva, le scalate solitarie sono essenzialmente una questione mentale.
Penso che se eventualmente queste salite solitarie hanno qualcosa di utile da insegnare alle persone, si tratta dell’approccio psicologico. In ogni situazione della vita ciascuno di noi può espandere gradatamente e costantemente la propria zona di comfort allenandosi a fare delle cose un po’ paurose e difficili. Tutti noi ci mettiamo a volte alla prova facendo cose vicine al limite delle nostre capacità e lo facciamo per fare in modo che le cose che ora ci appaiano difficili, possano diventare più facili da fare”.
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il bello del free solo è che puoi provare le stesse sensazioni quale che sia il tuo livello.
i rischi soggettivi sono gli stessi e anche i moralismi eventuali seguenti
quello che posso dire è che ho sperimentato degli stati di coscienza così diversi dal normale dall’essere molto contento di averli vissuti, ma anche che, dopo, pensando alle conseguenze per chi sarebbe rimasto a domandarsi “perché” provavo una sorta di vergogna e facevo del tutto per non “ricaderci” di nuovo. (per esempio evitare di andare in montagna da solo, anche per una semplice camminata, perché da solo, quel periodo, inevitabilmente mi ritrovavo a fare cose di cui dopo mi pentivo).
Si ne parlo come di una specie di dipendenza, un qualcosa in cui ti ritrovavi senza accorgertene
La vita è un equilibrio fra egoismi e altruismi. In tutte le cose che facciamo. Perché siamo individui sociali. Ovvero “singolarità” che vivono per gli altri, con gli altri, degli altri.
In questa contraddizione non c’è un modo”giusto” a meno che non scegliamo di farci guidare da una religione, o da una ideologia, che è lo stesso.
https://youtu.be/A00dZLaJVO0?is=OA1SyieP0AIIZXK2
Esatto, Paola Guidotti (#19).
Al mio #10 non volevo certo fare una classifica, ma solo sottolineare che, quando si pensa al free solo, spesso si pensa ad imprese estreme come quelle dei vari Edlinger, Robert, Honnold, ecc., mentre ci sono arrampicate che possono essere tranquillamente intraprese da soli, con lo stesso spirito con cui si andrebbe a fare, da soli, una passeggiata per sentieri, una nuotata in mare aperto o qualche ora di sassismo.
Certamente (si veda anche l’appunto di Benassi al #12) non bisogna mai dare per assodata la sicurezza totale (questo -spero- lo sappiamo bene): d’altro canto, gli incidenti si verificano anche sui sentieri o a pochi metri da riva.
19 concordo pienamente
https://www.tgcom24.mediaset.it/mondo/jake-whisenant-morto-scalatore-record_115396464-202602k.shtml
Per apprezzare la vita basta ogni tanto visitare un ospedale o un reparto di oncologia.
Io lascerei perdere Gaza e la caciara politica , e rimarrei sul free solo con i suoi requisiti di base psicologici, costi e benefici.
Concordo con quanto ha detto al 19 Paola Gubbiotti.
Sto deficiente dovrebbe andare a Gaza a prendere l’acqua!!!
MATTEO HUMAR, il “pensa a Gaza” forse era inteso:
c’è chi può permettersi di rischiare la vita in Yosemite o a Taipei e pure ci guadagna, mentre i bambini di Gaza sono obbligati a rischiare la vita (molte volte la perdono) per andare a prendere l’acqua necessaria per sopravvivere.
Può essere che chi uccide i secondi finanzi il primo!
riprendo i commenti 10 e 11: se uno decide di salire in free solo è per le sue ragioni e sensazioni che questo gli dà, che sono sue e solo sue. Che sia un mago da 9b+, o una scarpazza da 6a, questi sono fatti suoi, sceglie El Captain o Perti a sceonda di quello che è il suo limite. Poi si si spartuscia a terra peggio per lui, si può ragionare se valga la pena di morire così, ma dire che uno è un eroe e l’altro un coglione mi vien da dire è proprio non aver capito un tubo del senso di arrampicare, più o meno slegati. Le superstar da gradi e imprese estreme sono solo persone più dotate, con più tempo a disposizione per allenarsi e scalare, ma non valgono più di un qualsiasi climber di provincia che fa del suo meglio e trae piacere e insegnamento dall’andare per monti e pareti.
So di non potermi , neanche lontanamente , misurare con i grandi free soloist ; la cosa che osservo e’ la sproporzione fra il rischio preso ( ai miei livelli ) , e la soddisfazione ottenuta.
Come ha detto anche Benassi , la preparazione e’ fondamentale , ma neanche ogni giornata e’ uguale all’altra in in attivita’ in cui la testa e’ importantissima.
Per combinazione sto riabilitando da un incidente sportivo che mi lascera’ dei traumi per 2 o 3 mesi , ed ogni tanto mi chiedo : “Perche’ ?”.
Perche’ sono stato cosi’ imprudente / sfigato / coglione , ed ho buttato in ospedale e rehab tre mesi della mia vita ?
Ecco.
La corda , gli ancoraggi , il mio socio che capisce , sono i miei migliori amici , l’ospedale , il soccorso , i medici , sono tanta roba , ma sarebbe bene organizzarsi in modo da vederli di rado.
@qwert
vero e non vero. Qualcuno resiste.
Potremmo anche aprire un dibattito sulla libertà di scelta di spaccarsi le ossa nella cultura del 2026
(non sono ironico, ogni volta che ci penso ho opinioni contrastanti con me stesso ogni 2 minuti!)
Ma cosa centra Gaza? Nominarla mi sembra come quando da piccoli non finivi di mangiare qualcosa e ti dicevano di chi muore di fame in Africa.
L’arrampicata è uno sport che si fa in socialità, non da solo
mah ! fino a un certo punto.
Pubblicare testi su “free solo” non è educativo. L’arrampicata è uno sport che si fa in socialità, non da solo. Se qualcuno decide di farlo da solo e con questo rischiare la vita, lo tenga per sé e faccia un pensierino a Gaza.
#13
L’alpinismo è la sua narrazione.
Nessuno resiste.
il free solo è qualcosa che se devi farlo, lo fai per te stesso e non lo racconti, non la monetizzi. Perché, soprattutto in un’epoca di ignoranza e stupidità notevoli, e di giornalismo bieco e superficiale alla morte, è da incoscienti promuoverla.
Ci sono solitari che sono caduti a fare cose decisamente sotto i loro margjni.
Non c’è una regola a cui ti puoi attenere e sei sicuro che non ti possa accadere nulla.
Ti prepari, ti alleni e ti metti in gioco. Fare una solitaria sciolto è mettersi molto in gioco, alzi l’attenzione e i sensi al massimo, poi speri di non fare errori e di non essere sfigato.
E comunque lo spigolo nord della Rocca di Perti non ti esime dalla morte se cadi giù. Solo che se cadi mentre sali Freerider a El Capitan senza corda, vieni ricordato come un eroe, mentre se fai la stessa fine a Perti verrai ricordato come un coglione. L’effetto meccanico del pavimento sul corpo umano è sempre lo stesso.
Dire “free solo” vuol dire tutto e niente.
La difficoltà di una salita dipende da molte variabili (che sono poi le stesse di una salita in cordata): margine sulle difficoltà, qualità della roccia, continuità delle difficoltà, presenza di vie di fuga, esposizione della parete, difficoltà della discesa, ecc.
La salita in free solo dello Spigolo Nord di Perti, per dirne una, è alla portata di (quasi) tutti, e chiunque può trarne piacere; anzi, per molti è fin troppo facile e troppo poco esposta per potersi divertire.
Se si aumentano l’impegno e l’ingaggio, e/o si riduce il margine, allora sì che si entra nel “se sbagli, muori”.
La “bolla” esiste, e non è necessario arrampicare in free solo per provarla; non è qualcosa che protegge, ma quello stato in cui tutti i sensi sono all’erta, ma non in allarme, concentrati su quello che si sta facendo, e il corpo si muove quasi autonomamente e senza fatica.
Une juste appréciation de tous ses moyens, mais après, quel plaisir !
Mente e corpo devono lavorare come fossero una cosa unica. Non credo che ci sia una delle due che conta più dell’altra. Il problema è: sei sicuro che quel giorno che hai deciso di fare una solitaria è quello giusto? La tua è una previsione e una speranza di avere fatto la scelta giusta. Ma lo sai con certezza solo dopo. Qualcuno parla di bolla che ti mette in sicurezza. Ho fatto delle solitarie, ma alla bolla non ci credo. Credo alle capacità personali (tecniche-fisiche-mentali) e ad un bel pò di culo.
@6
Per favore potrebbe esplicitare di piu’ il suo pensiero ?
Bisogna prendere la vita sul serio, e per farlo bisogna avere massima consapevolezza della propria transitorieta’, sia come corpo che come storia umana.Accettando strategicamente la sfrontatezza della realtà.
Karl Wallenda, celebre equilibrista:
“Stare sul filo è vivere. Tutto il resto è aspettare”.
Morí cadendo dal filo, senza rete. Però aveva 73 anni, non venti.
Meditate, gente. Meditate! La vita è vostra, ma è unica.
Sono fortissime le analogie fra ciò che provano questi grandi climbers con quelle che provano gli sciatori e gli snowboarders scendendo certi pendii dove “se cadi muori”. Ho provato a sostituire le parole roccia con neve e arrampicare con sciare (o scendere con una tavola) e le sensazioni che si provano, ieri come oggi, da trapezisti senza rete, sono le stesse. Chi fa queste cose deve davvero sapere gestire la paura. Se la paura supera una certa soglia la caduta diventa inevitabile. Bellissime in ogni caso le metafore di Edlinger che parla con la roccia e che la corteggia, meno materiali e meccaniche delle sensazioni descritte da Honnold, bravissimo anche lui ma appartenente ad un altro mondo.
Non è Edlinger quello che scala sopra il mare.
Si sente l’influenza del periodo nelle due descrizioni.
Sicuramente la scalata solitaria e senza corda attiva dinamiche mentali particolari che puó valere la pena di conoscere e studiare anche da un punto di vista scientifico.
La domanda è se vale la pena di rischiare la buccia praticando questa disciplina “senza rete”. Ma essendo un’attività solitaria la risposta alla domanda è totalmente individuale. Quindi, in sintesi, ognuno faccia un po’ come crede giusto fare.