“La montagna non è un luogo neutro ma uno spazio di coscienza, dove il silenzio delle vette educa all’ascolto” (Hervé Barmasse).
Hervé Barmasse, la montagna è partigiana
(intervista allo scalatore valdostano, voce politica dell’alpinismo resistente)
di Sara Segantin
(pubblicato su ilmanifesto.it l’11 dicembre 2025)
Dalle Alpi alle Ande, dall’Hindu Kush all’Atlante, la montagna è un osservatorio privilegiato delle contraddizioni del nostro tempo ed emblema del conflitto tra diritto alla vita e logica del profitto. In occasione della Giornata Internazionale della Montagna ce ne parla Hervé Barmasse, alpinista italiano di fama mondiale. Barmasse ha firmato salite di massimo livello dal Cervino all’Himalaya, dalla Patagonia al Corno d’Africa. La sua è la voce politica dell’alpinismo e di chi sceglie, dalle cime del mondo, di denunciare le crisi globali, tra clima che cambia, guerre, ingiustizie e voglia di riscatto.

«Quando le motivazioni e l’obiettivo sono comuni, l’orchestra – la cordata – non ha bisogno di un direttore. La musica nasce da sola» ha detto parlando dell’ultima salita al Numbur, in Nepal: «Una cordata è una cordata: si sale assieme e si scende assieme. La forza è restare squadra». La conquista è arrivare insieme. Come restare uniti quanto tutto sembra andare a rotoli?
Una cordata resta unita perché riconosce e accetta le fragilità, i pregi e i limiti di ciascuno. È l’incontro tra individui che scelgono di condividere un tratto di vita e superare insieme rischi e difficoltà. Non come la comunicazione ammiccante e aggressiva della politica contemporanea e di una parte della nostra società, che definisce il valore di una persona in base al successo individuale e al profitto personale, anche quando va a discapito degli altri. Essere squadra significa prendersi cura gli uni degli altri, con responsabilità e rispetto. Chi ha più esperienza o capacità non le usa per primeggiare, ma per guidare, sostenere e permettere a tutti di raggiungere il traguardo.
Ha portato la bandiera della Palestina in cima al Cervino. Perché?
Quel gesto era un richiamo all’umanità. La montagna non è un luogo neutro, ma uno spazio di coscienza, dove il silenzio delle vette educa all’ascolto e a una visione più umile della nostra presenza su questo pianeta. Palestina, Sudan, Siria sono lo specchio del nostro fallimento come genere umano. Se non siamo in grado di fermare queste ingiustizie, permettiamo che qualcuno possa decidere, per interesse o follia, chi sacrificare: una minoranza, un popolo, una religione, una cultura. Ogni volta che si nega il diritto di esistere a qualcuno si colpisce l’intera umanità, la libertà e la dignità di tutti noi.
Nei secoli, il concetto di resistenza ha attraversato le montagne del mondo, dai nostri partigiani alle comunità indigene, fino a chi resiste ai talebani sulle vette d’Oriente. Come mai?
Nell’antichità, le comunità di montagna vivevano di allevamento e agricoltura. Resistenza e resilienza erano necessarie per affrontare il duro lavoro e per sopravvivere ai rigidi inverni. È nato lì il concetto di agricoltura eroica. È anche per questo che i montanari si sentono, nel profondo, partigiani: la loro identità è nel restare, resistere, non cedere. Dopo che per secoli abbiamo sviluppato la capacità di adattarci alle situazioni più estreme, penso sia normale schierarsi contro dittature, fascismo e ingiustizia. Essere partigiani è bello.
La montagna è canarino nella miniera dell’attualità, tra crisi climatica, turismo di massa e frontiere vicine e lontane. Qual è il messaggio che sta mandando al Paese?
‘Rallentate. State consumando troppo, troppo in fretta’. I ghiacciai che scompaiono e le pareti che crollano riflettono le conseguenze delle azioni degli ultimi decenni; sono metafore concrete, un grido d’allarme, una richiesta di aiuto. È tempo di cambiare passo. Non possiamo scavare la fossa del nostro destino e delle future generazioni. È il momento di intraprendere la scalata più ardua e insidiosa di tutte, dove solo la volontà politica, le competenze condivise e l’azione concreta potranno condurci alla vetta.
Cosa può insegnare la montagna alla politica?
Dove la politica si nutre di promesse senza freni e senza vincoli, la montagna insegna il senso del limite. In quota si impara in fretta che senza rispetto dei propri limiti non si va lontano. Serve visione, ma anche prudenza. Inoltre, uno dei valori fondanti della cultura della montagna è che nessuno viene lasciato indietro. È parte dell’identità dell’alpinista e dei montanari, un codice morale che, senza distinzione di denaro, genere o religione, ti porta a rischiare la tua vita per salvarne un’altra. Si chiama responsabilità.
Difende l’idea della montagna come bene comune, accessibile a tutti. Come si concilia con la salvaguardia e i limiti?
La montagna dovrebbe essere aperta a tutti, ma libertà non significa assenza di regole: significa responsabilità. Spesso confondiamo la libertà con il desiderio di trasformare tutto in uno spettacolo. Condizionati dall’artificialità delle nostre vite, tentiamo di piegare la montagna alle nostre esigenze, perdendo il senso del limite e la capacità di rispettare e comprendere. Chi ama la montagna accetta i limiti che impone, si lascia guidare dal suo ritmo e la ama per ciò che è, non per ciò che vorremmo che fosse.
Oggi l’alpinismo è spesso mediatico, veloce, spettacolare. C’è ancora spazio per un alpinismo leggero, lontano dalla logica dei social e della performance?
Credo che ci sia ancora spazio per un alpinismo etico, capace di trasmettere valori e messaggi autentici, in contrasto con quelli di chi vuole monetizzare ogni cosa. L’importante è resistere. E mostrare la montagna per quella che è: vera, bella, irripetibile, impossibile da replicare con l’intelligenza artificiale. Una montagna capace di regalare emozioni a chi usa gambe e fiato per viverla. A chi sente il cuore battere forte, non perché sta correndo o faticando, ma perché si emoziona con esperienze reali e sceglie di sganciarsi dai cliché dell’adrenalina, della velocità, dell’après ski.
Cosa direbbe a un quindicenne che vuole diventare alpinista in un mondo che cambia così in fretta?
Comincia camminando. Impara a leggere il cielo, il vento, il silenzio, il rumore del bosco. Le pareti arriveranno dopo. Innamorati degli elementi: delle giornate di sole e di quelle di pioggia, del freddo e della neve. Lascia che la montagna ti insegni ciò che un istinto sopraffatto dall’eccesso di tecnologia fatica a riconoscere, ad ascoltare, ad amare, a non giudicare. Ti aiuterà a comprendere il senso profondo del dare e dell’avere, del donare e del ricevere. Poi arriveranno le scalate, le sfide, la vetta. Perché la montagna non è un campo da gioco, uno stadio o una pista dove primeggiare è l’unico scopo; è un luogo dove incontrare se stessi, riconoscere le proprie qualità migliori e accogliere le proprie debolezze.
La sua generazione ha aperto vie, raccontato storie, cambiato lo sguardo sul verticale. Cosa toccherà alla prossima?
Dovrà affrontare una sfida immensa e meravigliosa: proteggere invece di conquistare, custodire invece di dominare, insegnare a rispettare ciò che è più grande di noi. La montagna.
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Coi chiari di luna della politica internazionale e la svolta drammatica dell’alleato stelle e strisce, la resistenza tornerà ben presto ad essere necessaria. Plaudo a Barmasse ed al suo coraggio di esporsi non esente da rischi.
La bandiera sul cervino resta un’immagine magnifica.
Comprendo ciò che scrivi e che pensi e può darsi che tu ci abbia preso , dovremmo quindi abolire un sacco di vocaboli e motti dalla lingua italiana ; i boiler sono quasi spariti a causa della costosa e famigerata nonché fraintesa “resistenza” stame ben …
Se entriamo nell’esegesi individuale dei testi, non ne usciamo più. perfino i testi sacri vecchi si secoli, hanno generato interpretazioni contrastanti, in alcuni casi eresie che hanno condotte perfino a torture e condanne a morte. Tornando a Barmasse, io NON lo interpreto come piace a te, ma all’opposto. L’ho scritto è quindi non mi ripeto. In ogni caso è subdola la frase “la montagna è partigiana” messa nel testo. Perché a lettori italiani tale frase induce a pensare ai partigiani in senso stretto (’43-45). Se poi colleghi tale sensazione alla bandiera della Palestina (che è un vessillo ideologico della sinistra), ovvio che 2+2 fa 4. Se Barmasse voleva intendere la montagna “dura” che rafforza la scora di chi ci vive e/o la pratica, bisognava scrivere “la montagna è resiliente” o altra frase equivalente. Invece così come è uscito non si può negare che il messaggio abbia un implicito contenuto “di sinistra”. Legittimo esprimerlo se uno è di sinistra, ma concettualmente sbagliato coinvolgere tutta la Montagna e soprattutto tutti i suoi frequentatori, che la amano profondamente a prescindere dalla loro visione politica, che può essere profondamente diversa da quella di sinistra.
è evidente che la frase “la montagna è partigiana” si collega alla “resistenza” nel significato storico-politico del termine, quello dei partigiani ecc ecc.
Scusami ma io non ho visto partigiani Johnny tra le righe(belle) di Barmasse e se ci sono sono camuffati bene bene,ho riletto più volte il tutto e puoi dissentire sul fatto della bandiera in vetta come inversamente approvare ma collegare tutta la sua contestualità a fatti morti e sepolti (ma forse no!)della storia italiana non sta proprio assieme neanche col bostik. E se lo rileggi vedi che dice esattamente e nella stessa grandezza quello che sottolineavi tu,con la differenza che lui si riferisce solo a chi della montagna dura e avara ,quella che rende poco,quella che i raccolti neanche il poco, quella che la devi strappare a erbacce e a piante che radicano nella poca terra sopra alle rocce sottostanti quella lui e la sua famiglia la vivono e convivono da secoli senza teorie astratte ,appunto resistendo e resiliendo…forma tenacità e carattere.
Comprendo che sei saltato sulla sedia quando hai letto …”contro dittature ,soprusi e fascismo”ma dentro alle dittature ci stanno sicuramente anche quelle di sinistra ,se lo specificava era meglio.
@ 34
Grazie Carlo, mi ha fatto molto piacere leggerti.
Marco: comprendo e condivido le ultime due righe del tuo 33, ma non vedo il motivo per cui ti “devi” scusare, specie con me. Forse si è innescato un equivoco, figlio della tecnologia e, per una volta, della mia sintesi. Il mio 31 (Fate furb!) NON è assolutamente riferito a te, cioè al tuo 29, che anzi condivido profondamente, ma alla risposta espressa nel 30 e alla ancor precedente affermazione per cui (oltre al fatto che la croce è simbolo di morte….) noi tutti saremmo responsabili del massacro di Gaza. Io NON mi considero affatto responsabile di tale massacro e mi infastidisce molto quel modo di ragionare. Sul nome e cognome in effetti dissento dalle scelte di non metterlo per esteso (o di firmarsi con un nick): mi sa un po’ di chi vuol lanciare la pietra ma nascondendo la mano per non essere individuato. E’ pensiero che ho a 360 gradi, cioè nei confronti di tutti e non esclusivamente nei tuoi confronti. Da tempo però ci ho fatto il callo e non mi condiziona praticamente più.
In realtà mi dispiace per il tono che ho usato nel mio intervento al n. 32. Scusate, ma ancora non riesco appieno ad esprimermi con i toni giusti in ciò che voglio dire, che però è anche un limite del confrontarsi in un blog piuttosto che faccia a faccia. Per quanto Grazia dica la sua, non è il non conoscere il cognome di un interlocutore a creare problemi nel confronto, ma il fatto di scriversi senza vedersi e soprattutto di non dedicare tutto il tempo necessario allo scrivere. Questa è la mia idea.
@ 30, 31
Per gli esseri umani la cosa bella è che possono cambiare, se gli necessita e se lo vogliono, ed è questo ciò che vi auguro. Intelligenza e buona volontà non vi mancano. Magari uno sguardo meno polemico, scontato, superficiale, aggressivo e più profondo forse sì, vi manca, ma potete acquistarlo.
Ma fate furb!
La croce di Cristo è un simbolo di morte e di oppressione.
Di una morte così schifosa e infamante che per tre secoli almeno (vado a memoria) nessun cristiano l’ha rappresentata o, peggio, adorata.
Poi la Chiesa è diventata potere e la croce si è trasformata in un simbolo, falso, di amore e pace…ma solo nella narrazione e nell’ideologia.
Quanto alla tua responsabilità sul massacro di Gaza, chiedi alla tua banca, al tuo governo (e a tutti i precedenti), alla tua politica e al sistema industriale grazie al quale vivi.
Il fatto che tu non ne sia conscio o non voglia esserlo non ti rende meno responsabile.
@ 28
Matteo, io non sono corresponsabile del massacro dei Palestinesi. Non so cosa tu abbia fatto per esserlo.
Quanto alla Croce sul Cervino, benedetta e salvifica, grazie alla quale un numero enorme di persone ha conosciuto la vita e la libertà, potresti leggere quanto ha scritto Bonatti ne “I Giorni Grandi” circa il suo arrivo in vetta al Cervino e al suo abbracciare la Croce dopo la sua famosa solitaria sulla nord. Non mi risulta che Bonatti si sia mai dichiarato cristiano e tantomeno cattolico. Ebbe una intuizione non da poco in quell’abbraccio, che, se la avesse approfondita, forse gli avrebbe consentito di prendere un’altra strada nella sua vita.
Non credevo possibile che oggi qualcuno potesse sostenere che la Croce di Cristo abbia fatto più morti dei Romani, dei Cartaginesi, dei Barbari, di Stalin, Hitler, Pol Pot, Mao, dei Presidenti degli Stati Uniti, della pena di morte degli Stati liberi e democratici, della Camorra, della Mafia, del narcotraffico, delle Guerre Mondiali, dei Talebani, dell’Islam radicale, degli Israeliani, degli attentati, delle torture… mi fermo qui, potrei scrivere quasi all’infinito in questo senso.
Ti auguro di cuore una Buona Epifania.
“oggi ci sono degli individui (tipo il sottoscritto) che trovano nauseabondo mettere la bandiera in vetta al Cervino. E’ come volersi appropriare delle cime in nome di principi che si considerano “superiori”, ma che non coinvolgono tutti. “
Ripeto e ribadisco, sulla cima del Cervino c’è già permanente) una cazzo di croce, che è simbolo di parte, di oppressione e di morte, divisiva e in nome della quale sono stati commessi crimini in tutti i tempi e in tutto il mondo.
Lamentarsi e scandalizzarsi perché qualcuno ha voluto aggiungere un simbolo di protesta (perdipiù effimero) contro un’oppressione e un massacro in corso, di cui siamo tutti corresponsabili è assolutamente fuori luogo e moralmente inclassificabile
Barmasse non usa il termine “politica”, ma dalle sue parole (e dal suo agire: bandiera in vetta ecc) è evidente che la frase “la montagna è partigiana” si collega alla “resistenza” nel significato storico-politico del termine, quello dei partigiani ecc ecc. Come se l’unica “resistenza” fattibile in montagna fosse solo “quella”. Dobbiamo distaccarci da questa palla di piombo ideologica che ci fa inabissare: la Resistenza (notate che, qui, uso la maiuscola), quella dei partigiani contro il nazifascismo, è fenomeno importante, storico, indiscutibile, ma appartiene al passato, ormai anche lontano. Mettiamolo in bacheca e allontaniamoci da tale concetto, riprendendo l’uso del il termine “resistenza” (qui con la minuscolo) nel suo significato più esteso, privo di quel particolare riferimento storico-politico. Io concepisco il termine “resistenza” come sinonimo di “resilienza”, termine di diffusione molto più recente (forse proprio perché “libero” dai riferimenti alla guerra partigiana). Andar in montagna è metafora e concretizzazione della resistenza/resilienza, nel significato in cui mi riconosco io: devi stringere i denti quando vorresti fermarti, ti abitui a sopportare fame/sete/fatica/caldo/freddo…, ti poni degli obiettivi (arrivare in vetta, fare una via…) e ti educhi a raggiungerli. Tutto ciò avviene a qualsiasi livello di impegno tecnico-atletico e di rischio: vale anche nell’escrusionismo e sul III grado. Quindi non è prerogativa solo dei “big” come Barmasse & C. Ogni frequentatore della montagna è un resistente.
Se poi la frase “la montagna è partigiana” significa proprio (nel Barmasse-pensiero) che la montagna è terreno dell’attuale versione di lotta politica come fu per i partigiani, l’errore è ancora più grave. Anche qui si parte da un pregiudizio, oggi quanto meno inattuale (ma forse sempre sbagliato): che l’aggettivo “partigiano/a” sia esclusivamente collegato alla guerra del 43-45. Sbagliato: l’aggettivo partigiano vuol dire di parte, ma di ogni parte, non solo di quella parte. Ci sono alpinisti (intesi come frequentatori della montagna, a qualsiasi livello) che non hanno o non hanno avuto nulla a che fare con quelle scelte, così come, oggi ci sono degli individui (tipo il sottoscritto) che trovano nauseabondo mettere la bandiera in vetta al Cervino. E’ come volersi appropriare delle cime in nome di principi che si considerano “superiori”, ma che non coinvolgono tutti. Allora, sulle cime, ciascuno mette le bandiera che vuole. Io tappezzerò tutte le alpi con la bandiera della Juventus: vedi che levata di scudi da parte degli alpinisti interisti, milanisti, ecc ecc.
La montagna cova.
La montagna cova è fa dischiudere il filosofo che è in noi.
Più la frequenti più senti la necessità di dire cose profonde, pensieri dotati di un senso universale, insomma di fare filosofia.
Tutto è innescato da una domanda cruciale che affiora alla coscienza in situazioni al limite: cosa diamine ci sono venuto a fare?
E da lì che deborda l’eloquio a volte improbabile – come quello stpposissumo di tale GPP – a volte burocratico cronachistco – come quello di Manera – spesso egotico imbarazzante – come quello di Giorda, che si vede che almeno ha fatto il liceo.
Il senso di vuoto che segue l’azione inutile deve essere riempito, e l’alpinista scrive, scrive, scrive.
In questo caso un editor ci ha messo mano, in altri la buona volontà non surroga la competenza e al più escono termini sbrodolosi da terza media .
Questo per dire che a 80 anni dagli eventi sarebbe utile sminuzzare la resistenza, riportarla alla sua concretezza storica, e non maneggiare come clava ideologica perrandellare tutto ciò che non si comprende.
Insomma , coltivare la pace e non soffiare perennemente sul fuoco di improbabili cause sulla pelle di persone usate come carne da macello per cause che non li riguardano: i Palestinesi.
@ 8
Mi trovo d’accordo con te. A poche parole buon intenditore! Io ci ho messo un po’ di più.
Barmasse, come uomo e alpinista, dimensioni che poi in lui coincidono, mi sembra che abbia espresso alcuni concetti molto belli e congrui. Forse però si è lasciato trasportare dall’intervista. Quel suo “Essere partigiani è bello” mi lascia un po’ così, visto che lui prima si era soffermato sulla capacità di resistere, che è un concetto diverso dalla partigianeria e non necessariamente da collocare in ambito politico. È il titolo dell’articolo che semmai è fazioso, e il seguito non aiuta, perché si insinua che l’alpinismo abbia una dimensione politica e con suoi portavoce. Però, mi sembra, che non ci sia, da parte di Barmasse, un suo schierarsi sotto un preciso colore politico, a destra o a sinistra. Essere partigiano non vuol dire essere necessariamente di sinistra, perché la resistenza non è stata e non è di proprietà della sinistra. Barmasse peraltro parla di dittature in generale. Certo, se oltre a fascismo avesse detto anche comunismo sarebbe stato meglio; diciamo che lo ha incluso nelle dittature. Quello che mi preoccupa, non è Barmasse che fa sventolare una bandiera in vetta al Cervino per ricordarci le sofferenze inenarrabili di un popolo che, da circa ottanta anni, è vittima della cattiveria del più forte, ma il fatto che l’alpinismo debba avere una connotazione e una influenza politica. Quando in passato ho scritto in questo blog che l’alpinismo, dopo gli Anni Settanta e Ottanta, ha continuato ad essere per alcuni uno strumento ideologico, sono stato ridicolizzato. L’impostazione dell’articolo purtroppo mi dà ragione. La frase di Barmasse che fa da cappello all’articolo è davvero molto bella. Spero che questo alpinista riesca ad essere ‘neutro’ politicamente sulle vette, pronto a difendere la vita senza colori politici. Fa molto bene a difendere la vita.
Enri domande più che giuste e dovute, ma sicuramente evitate perchè uomo immagine di Cortina.
Circa la bandiera palestinese sul Cervino ho già detto in passato come la penso e sono d’accordo con Crovella. A prescindere dalla propria idea sul tema specifico, che ognuno ha diritto di dire, è il metodo che è sbagliato, non ci si impossessa di una montagna. Sono poi d’accordo con Ratman sul livello dell’intervista, devo dire che le domande erano avvero superficiali e le risposte si sono allineate.
Chiedergli perchè sulla vetta del Cervino non ha portato anche altre bandiere? cosa ne pensa della recente funivia dal Plateau Rosà al Piccolo Cervino? delle Ruspe che sul ghicciao da agosto in poi ne fanno di cotte e di crude? Della Nuovissima Capanna Carrell (Non so come si chiamerà perchè la Capanna carrell era è e rimarrà solo una) per la quale si è forato l’adorato Cervino fin nelle viscere (e a naso sarà seconda in classifica per pugno nello stomaco in quota, seconda solo al Bivacco Gervasutti)? Sarebbe stato interessante ascoltare le sue risposte a queste a tante altre domande un po’ piu incisive. Da questa intervista non emerge cosa pensi nel concreto, è rimasto ben sopra gli 8000 metri…
La sua bandiera sventolata sulla cima comunque fu: prestare solidarietà ricomponendo salme a Longarone nell’autunno del ’63 e successivamente fondare la stazione di Soccorso Alpino nella mia conca.
I partigiani, che qui da me provenivano “da in basso”, portavano via il burro ai montanari malgari per ingrassare i loro scarponi e pesavano i “schei” nel telo tenda, ovviamente si può immaginare come lo racimolavano… La tesi neutrale riguardante quei tempi bui e tristi è “resisteva chi si nutriva di più”. Ho goduto abbastanza a lungo della figura del nonno, reduce dell’Albania, da farmi un’idea di chi erano i partigiani, i “camerata” e i “todesch”, e quanto contasse amare la vita e saper respirare e liberarsi salendo in alto. Dimenticando gli orrori. A mio nonno rimase impressa quella vicenda dei due soldati italiani che, evasi da una prigione in Kenya, salirono sulla cima del monte e sventolarono il loro tricolore con la forza di chi non ha più niente da perdere. In quel caso la bandiera poteva essere di qualsiasi colore, poteva benissimo essere anche una melodia suonata abbastanza forte da propagarsi oltre i confini. Un breve attimo senza tempo che è quello che dovremo trovare ogni volta che ci issiamo leggeri in alto.
Semmai noi ci prepariamo ai pistola di Acca Laurenzia, non ai pistolotti.
E ai pistolini impotenti che inneggiano a Trump che li sta fottendo.
Ah ci risiamo ancora con la ricorrente polemica sul fascismo! Guarda fra pochi giorni c’è l’anniversario di Acca Larenzia: preparati già il pistolotto sui saluti romani. M aspetto adesso il diritto internazionale e il multilateralismo e poi la complicità in genocidio e tutta la litania a seguire. Mentre voi vivete nel paleolitico ideologico, Trump ha bombardato il Venezuale: il mondo è andato avanti, è cambiato profondamente.
Resistenza è un termine neutro, cioè non è colorato ideo0logicamente. Anche io resisto a dover sopportare la parte di umanità che mi sta sui coglioni. Quindi anche io sono un resistente. Ognuno è resistente a modo suo e anche ogni alpinista è resistente a modo suo,. Non è necessario esser Barmasse per fare “resistenza” in montagna
“La vetta del Cervino deve rimanere di tutti, non solo dei pro-pal.”
E infatti sulla vetta del Cervino c’è una croce…non a caso più in Italia che in Svizzera.
Purtroppo ad iniziare dai maggiorenti del governo in carica non si vedono che bandierine di partiti su spedizioni e manifestazioni, in montagna, ad iniziare dalla sciagurata e mal pensata spedizione commemorativa al K2 per finire alle Olimpiadi invernali prossime future, con tutto il corollario di retorica frusta, errori di valutazione svarioni e cementificazioni. Quindi, non diciamo che, per un alpinista ambientalista e umanitario che si dichiara, ci debba essere scandalo. E’ che per metà Italia chi è “resistenza” dovrebbe nascondersi nell’angolino. Farlo di nascosto. Un po’ dí serietà.
Crovella, ti sfugge un dettaglio: la Cgil (non la inesistente GCL) e la X Mas, in questa Repubblica non hanno pari cittadinanza. Tutte le opinioni sono lecite ma non la ricostituzione del Partito Fascista o addirittura la celebrazione dei fasti della Repubblica di Salò
La montagna è un palcoscenico sul quale Barmasse si mette in scena, come alpinista e come pensatore.
Come pensatore ha fatto un temino in cui ha accarezzato con levità tutti i topoi cari alla sinistra; senza strafare, per rimanere in quel tiepido che non scontenta nessuno.
Come alpinista la frequentazione di salotti televisivi gli ha dato una certa notorietà, anche se tra le righe della narrazione della sua ultima impresa, da cui qui cava la moraletta della cordata , si legge di una avventura affrontata con superficialita – un componente non in condizioni fisiche perfette – e di una tragedia sfiorata.
Crovella rileggiti questo passaggio. Anzi leggilo per la prima volta, perché quando hai letto Cervino e Barmasse ti sono venuti i fumi.
Non è così difficile, ce la puoi fare.
Mi dà la sensazione che il Crovella abbia letto Barmasse a modo suo. Si è partiti con considerazioni che avrebbero dovuto ricevere un plauso e le abbiamo rese fanaticamente di parte e qui non mi pare fosse richiesto.
La vetta del Cervino deve rimanere di tutti, non solo dei pro-pal. Sennò inizieremo a disseminare segnali contrastanti su ogni vetta: se sul Cervino c’è o c’era la bandiera della Palestina, da un’altra parte metteremo quella di Israele. E perché non quella russa o all’opposto quella ucraina…? E il Venezuela? E la Groenlandia? E poi il vessillo della GCL? E allora quello della X MAS…? Stronchiamo il fenomeno, sennò ne saremo stritolati. Sia delle bandiere che della “partigianeria” della montagna. La Montagna è meglio che non sia politicizzata, sennò arriveremo a paradossi tipo “non mi lego in cordata con te perché sei comunista/fascista”
Io credo che a prescindere da giuste dichiarazioni e giuste motivazioni, la montagna bisognerebbe identificarla con il suo solo nome, io sono un appassionato di montagna e frequentatore, non mi permetto di definirmi nemmeno escursionista, ma solo al pensiero del nome montagna la mia mente viaggia libera di immaginare alle mille immagini che ho nei ricordi e nei sogni futuri. Perché bisogna dire che sia partigiana, mettere croci sulle vette ecc ecc, lasciamole libere pulite e semplicemente MONTAGNA
Si può ben dissentire dalle idee di HB, che io invece condivido. Alla base di queste idee non c’è una posizione politica ma una chiara e basilare idea di giustizia che prescinde da preconcette posizioni politiche. Bravo HB, e coraggioso
Non è Barmasse che usa la parola “politica ” tantomeno destra e sinistra…mi pare sia un umano essere con tanta anima e buon senso come si addice a dei veri montanari.
“Continuo a esser convinto che arte, cultura e sport (inteso in senso lato) debbano stare fuori e al di sopra delle beghe della quotidianità, comprese quelle politiche, sia interne che internazionali.”
Si certo, perché sono attività pure e disincarnate e tali devono restare. In maniera che la politica possa liberamente fare il suo corso e governare le vite senza contraddittorio, usando arte, sport e cultura come diversivo.
In particolare l’alpinismo come le montagne deve elevarsi alto al di sopra della politica, sia di destra che di sinistra. “Altrimenti si rischia di individuare “alpinisti giusti” (che, chissà perché sono sempre quelli di sinistra) e “alpinisti sbagliati” (gli “altri”).”
Non sarà invece perché di alpinisti di destra me ne vengono in mente pochini, pochini?
Caro Carlo,
come si può dividere la vita in comparti stagni?
Questa è una delle ragioni per la quale il popolo può essere facilmente incasellato.
Barnasse mi pare che stia nel suo mondo tra le montagne e forse per questo ha sentito il bisogno di portare una bandiera, che è solo un pezzo di stoffa colorata e non trasmette la pace di cui abbiamo bisogno
Continuo a esser convinto che arte, cultura e sport (inteso in senso lato) debbano stare fuori e al di sopra delle beghe della quotidianità, comprese quelle politiche, sia interne che internazionali. vale anche per l’andar in montagna. Altrimenti si rischia di individuare “alpinisti giusti” (che, chissà perché sono sempre quelli di sinistra) e “alpinisti sbagliati” (gli “altri”). Mescolare politica e andar in montagna è una stupidaggine. Se si ritiene che la montagna sia legittimo terreno di espressione della propria visione, questo principio vale sia per quelli di sinistra che per quelli di destra. Per cui accettando (forse addirittura applaudendo) le bandiere palestinesi sulle cime, si creano le condizioni per la reazione avversa e in un domani sulle cime potrebbe esserci una svastica… Così come, in un latro campo, a censurare la presenza della case editrice “del bosco”, in un domani potrebbe emergere la censura verso editori in stile falce e martello…
Le persone intelligenti tengono arte, cultura e sport fuori e al di sopra di tutte queste beghe.
Secondo Barmasse l’alpinismo sportivo può essere superato in due modi, l’uno politico sostenendo la resistenza e la liberazione dei popoli o l’altro estetico camminando nel vento e nel silenzio delle montagne. Preferisco il secondo.
Dovremmo impegnarci a fare da cassa di amplificazione delle parole, dei concetti e degli insegnamenti di Hervé Barmasse, per evitare di ridurlo al classico “voce di uno che grida nel deserto”
Mi piacerebbe, per discostarsi realmente dal pensiero unico e indotto delle masse, che si tornasse a sventolare la bandiera della pace.
Schierarsi da un lato o dall’altro senza agire è, comunque, alimentare un conflitto.
Il concetto di agricoltura eroica non è certo nato in montagna – dove quel modo di coltivare è la norma e rappresenta l’adattamento perfetto per vivere un luogo. È nato, invece, in città, dove i popoli che vivono in maniera semplice e naturale ci appaiono poveri.
Spero che per volontà politica Hervé non intenda quella emanata dai governi, perché allora significa che si è assuefatto al modello attuale senza vedere che la politica può essere anche partecipazione attiva alla condizione di un paese.
Di quanti Herve Barmasse avrebbe bisogno questo mondo per capire come uscire dal buio che noi stessi abbiamo creato intorno a noi?