Robert Peroni, 81 anni, vive in Groenlandia da oltre quaranta. “Ho dedicato tanto tempo a rincorrere primati da star dimenticandomi delle persone, è tempo di ascoltare gli altri”.
Ho esplorato il mondo e me ne pento
(la vita tra gli inuit di Robert Peroni)
di Giampaolo Visetti
(pubblicato da la Repubblica del 6 dicembre 2025)
“Ho dedicato la mia prima vita all’alpinismo estremo, all’esplorazione dei deserti africani e dei ghiacci polari. Ora, anche per me, è il momento di dire la verità: sono pentito. Ho concesso tanto tempo a rincorrere primati personali, dimenticandomi delle persone”. Robert Peroni ha 81 anni e da 45 vive a Tasiilaq, sulla costa orientale della Groenlandia. E’ stato l’immagine di punta dei team “No Limits”, spingendo ogni volta l’idea di avventura un passo più in là. La sospensione invernale dei voli dall’Europa lo ha spinto a ritornare per qualche giorno dove è nato, sull’altopiano dei Renon, in Alto Adige. Ad accoglierlo, I sette tramonti, il libro in cui racconta la sua vita tra gli inuit, «il popolo che mi ha salvato quando mi sono sentito perduto».

Perché si definisce un ex alpinista e un ex esploratore pentito?
«Perché da oltre un secolo sono concetti privi di significato, immagine del nulla. Si tengono in vita idee estinte. E’ ora di aprire una riflessione sincera sul senso e sull’impatto delle cosiddette imprese».
Cosa intende dire?
«Esaltiamo finti exploit e spedizioni che non possono aggiungere qualcosa alla conoscenza del mondo. Per interessi commerciali si certifica una falsa realtà. I riflettori sono accesi sui protagonisti del nostro film, spenti sul contesto di una storia che appartiene ad altri. E’ tempo di fermarsi e di ascoltare chi viene sacrificato per un’immagine pubblicitaria».
Qual è la lezione del popolo con cui vive da quasi mezzo secolo?
«Rallentare e aspettare. La parola fondamentale è “forse”: gli inuit sanno che nulla è sicuro. Noi, schiacciati da una fretta misteriosa, imponiamo certezze in cui non crediamo. Per questo, consegnandoci all’aggressività, ci siamo persi».
Quali sarebbero le colpe di alpinisti, esploratori, navigatori e avventurieri?
«Ci siamo prestati alla globalizzazione di un falso eroismo, accettando di diventare gli impiegati di una colonizzazione soft, fondata sui nazionalismi delle bandiere. Il prezzo, dall’Himalaya alla Groenlandia e dal Sahara all’Oceano Pacifico, è stato la vita della gente del posto. Credo che sia nostro dovere cambiare e chiedere scusa».
Scusa di cosa?
«Siamo entrati in casa d’altri facendo cose incomprensibili e ridicole. Nei luoghi estremi ogni azione è dettata dalla sopravvivenza. Noi, rischiando la vita per diventare famosi, facciamo l’opposto. Il contagio della vanità eletta a cultura è devastante: le persone delle terre originarie, per colpa nostra, si lasciano morire».
Nel suo caso è successo il contrario, sono gli inuit ad averla salvata: come?
«Mi hanno insegnato a vivere in modo diverso. L’importante non era più conquistare una vetta, ma un cuore. Nessuno me l’ha mai detto, me l’hanno fatto vedere».
Perché, all’apice del successo, lei si è rifugiato in un luogo ignoto e tra gente sconosciuta?
«Non ho più voluto vivere per raccontare imprese vuote, pretese dal format degli sponsor. Tornavo e dovevo raccontare esperienze estranee alla mia vita. E’ un disagio condiviso con molti amici famosi, prigionieri del personaggio costruito da altri. L’avventura, senza verità, non regge più».
A Tasiilaq la sua Casa Rossa ha portato il turismo: non ha promosso un’altra forma di colonizzazione?
«Forse ho sbagliato, ma ho dovuto essere realista. Gli inuit avevano fame ed erano soli. Mi hanno chiesto aiuto: portare amici, soldi, ciò che il resto del mondo cerca. Non ho avuto scelta, ho dovuto fare qualcosa. La sfida non è promuovere il turismo, ma resistere grazie a un’accoglienza sincera».

Non è, anche questa, una declinazione del complesso di superiorità occidentale?
«Abbiamo criminalizzato chi cacciava solo per mangiare. Il risultato è che non ci sono più animali. Per vivere sul ghiaccio ora servono gli estranei. Non si lotta più per salvare la natura, ma per preservare la specie umana sul pianeta».
E’ ancora possibile?
«In parte della Groenlandia è troppo tardi. La costa occidentale è già perduta: navi da crociera, hotel da dieci piani, tre aeroporti. I turisti si fermano due ore, fanno la foto con un orso bianco e vanno via. Guardo Nuuk e vedo Venezia, o Kathmandu: la fine di una lunga storia. Non possiamo però spiegare sempre agli altri cosa devono fare. Tocca agli inuit scegliere, non a noi: e anche la morte deve essere una scelta libera».
Gli Stati Uniti di Trump, come già in passato, vogliono “comprare” la Groenlandia: cosa ne pensano gli inuit?
«Sono 60mila, dispersi sul ghiaccio dell’isola più grande della terra. Dicono che Trump è un pagliaccio di passaggio, ma se regala 10mila dollari a testa pensano sia scortese non accettare un regalo. Nella loro lingua la parola futuro non esiste: ogni giorno, senza un miracolo, è l’ultimo».
Prevale la paura o la speranza?
«Il punto cruciale è la libertà. Gli inuit hanno solo quella. Per secoli ogni famiglia, per sentirsi libera, ha scavato la propria buca a chilometri dal nucleo più vicino. Loro, come noi, sentono che oggi la sfida comune è la libertà. Se si accetta che qualcuno la perda, nessuno la conserva».
Le mire polari, non solo statunitensi e connesse allo sfruttamento di materie prime e rotte commerciali, sono conseguenza del surriscaldamento del clima: per Groenlandia e inuit è la fine?
«Il ghiacciaio che occupava il fiordo di Sermilik, in due decenni, si è ritirato di 30 chilometri. L’emergenza non è l’aria meno fredda, ma il mare più caldo. Lo strato di ghiaccio, da un metro e mezzo, si è ridotto a 50 centimetri. Pesci, balene e foche vanno lontano: senza cibo la gente deve scoprire un altro modo di vivere. La campana suona anche per noi: la riserva mondiale di acqua dolce si sta esaurendo».
Vuole dire che è la sopravvivenza l’avventura del presente?
«In passato l’avventura di ognuno è stata fare qualcosa da cui nessuno avrebbe potuto salvarci. Oggi è, ogni giorno, scegliere di andare avanti con gli altri. Il problema è che ci siamo reciprocamente delusi, l’ammirazione è un ricordo lontano».
Cosa resta di Robert Peroni, primo uomo bianco ad aver attraversato a piedi la Groenlandia?
«Rimane la Casa Rossa. Un rifugio, un segnale che si può costruire qualcosa con le proprie mani e poi passarlo ad altri. Sopravvivere, anche a Tasiilaq, resta possibile: a patto di non accanirsi, di capire quando è il momento di andare da soli sul ghiacciaio amato da bambini, per fare posto a chi sta per arrivare».
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Difficile per un esploratore non andare d’accordo con Robert Peroni su quello che è capitato negli ultimi 50 anni alla nostra specie dalla curiosità inaziabile, anche uno speleologo, che non ha problemi morali con gli indigeni comincia le sue avventure pensando ai record e poi scorge nel buio la conoscenza, la metereologia, gli animali ciechi, i batteri, i suoni, i ritmi del mondo sotterraneo e chissà cos’altro ancora…
Viva l’incontinenza emotiva!
Grazie Robert.!!!! Grazie a e con Robert ho potuto visitare 9 volte la Groenlandia. Ho visto mezzo mondo ca 100 paesi in cui sono stato, ma da nessuna parte del mondo ho imparato così tanto come in Groenlandia, con gli Inuit, con Peroni, per la mia vita, sul senso della vita, sul vero senso della parola AMORE verso il prossimo senza pretese. Sono disponibile per qualsiasi chiacchierata su Peroni e Groenlandia.
Pardon: emotivamente incontinente
22. Ci dici come ti chiami, che è Natale?
Non è semplice comunicare l’umorismo scrivendo!
Magari anche di me diresti che sono emotivamente emotiva. È vero che invecchiando si smette di proteggersi con inutili barriere. Io sono da sempre così.
Grazie, Marcello, per i tuoi racconti.
La penso alla Bertoncelli ; siamo andati troppo oltre il” no limits ” ,Fiumicino(uno dei tanti A.nel mondo) 52 milioni di passeggeri volanti nel ultimo anno e se ne aspettano altri 2 per fine anno e pure ne facciamo vanto ! costante crescita e ci lamentiamo poi se l acqua dolce diventa salata, pensavo ad un pentimento ecologico ed esempio, a non far prendere piu inutili aerei per esplorare ed esportare ego e Io occidentale per primeggiare in primati dei primati in capo(culo?)al mondo.
Quando era ospite fisso dalla Cucciari a Che succ3de negli interventi in via satellite era forse meno pentito e non meno simpatico,comunque sempre onesto e semplice.
Nell occhiello del GB oltre alle belle e varie cose montagnesche in chiusura c’è scritto “ancora” libertà di pensiero o mi sbaglio?
https://www.raiplay.it/video/2025/01/Splendida-Cornice—Puntata-del-09012025-a6545035-0f03-4722-85ed-9d969709d5bd.html?wt_mc=2.www.cpy.raiplay_vid_SplendidaCornice.
Peroni ha partecipato varie volte come ospite nel programma di Cucciari, qui il siparietto del gennaio scorso, scorrendo il cursore a -1:21 dalla fine, un uomo profondamente innamorato del luogo che lo ha accolto.
.
@ 17 il tuo insistere sullo storpiare i nomi dei tuoi interlocutori è un ottimo biglietto da visita sul tuo livello intellettuale. Lo facevo alle elementari. Quanto alla gara per chi si ritiene superiore, vai tranquillo che da quanto emerge nei tuoi interventi vinci a mani basse tra (quasi) tutti i commentatori (il vincitore sappiamo tutti chi è).
Anche un po’ di umorismo Grazia…
Riguardo all incontinenza emotiva, come tu saprai sicuramente ,non è una mia invenzione ,è tipica dell’età senile o in stati di alterazione….in questo caso direi la prima…..
In ogni caso mi sento molto empatico col signor Robert anche se temo ci sia una lieve ombra depressiva fiero queste riflessioni che associo sempre all’età….ad ogni modo mi sono incuriosito molto su questa persona .
Era il 2001 quando mi capitò di finire in una “spedizione” polare assai atipica, aggregato al caravanserraglio mediatico guidato da Mike Bongiorno. Io ero lì per tutt’altro motivo. Per conto del CNR dovevo prelevare campioni di neve a diverse latitudini, destinati a successive analisi sugli inquinanti trasportati a lunga distanza. Il problema principale non era il gelo, paradossalmente, ma il contrario: mantenere la catena del freddo, evitare che quei campioni si fondessero durante il rientro.
Attorno a me gravitava un’umanità varia, spesso spaesata, fuori posto. Tra tutti, uno solo sembrava davvero a casa tra il pack. Robert Peroni, non a caso un grande esploratore polare.
Peroni non colpiva solo per la competenza tecnica, per la naturalezza con cui si muoveva in quegli ambienti estremi. Colpiva soprattutto per altro: una presenza umana magnetica, un modo di stare nei luoghi e tra le persone che non aveva nulla di spettacolare, e proprio per questo risultava autentico. C’era misura, ascolto, una calma antica che contrastava nettamente con il rumore di fondo della spedizione.
Rileggendo oggi la sua intervista pubblicata su GognaBlog, quella stessa umanità emerge con ancora maggiore forza. Le parole di un uomo che ha attraversato i margini del mondo e che oggi guarda indietro senza compiacimento, con lucidità e disincanto. Un bilancio che parla di esplorazione, sì, ma soprattutto di relazioni, limiti, responsabilità. Di ciò che resta quando l’epica si dissolve.
Grazie Robert
Ribadisco quanto scritto nel mio ultimo commento.
Per l’anno nuovo auspico che si possa essere capaci di scrivere senza maschere e con cuore umano e onesto.
Mi sembra molto onesto ed attuale…un pizzico di incontinenza emotiva ma ci sta a 81 anni è già ottimo avete solo quella …..
Marcello, la più parte dei commentatori non sarebbe in grado di dire a voce ciò che hanno scritto, guardando negli occhi Robert Peroni
E alcuni di loro penseranno che non esiste alternativa alla loro vita e che il Signor Peroni è stato fortunato.
Nessuno di loro si spingerà a fare ricerche sul suo conto o a leggere il suo libro.
basterebbe non fare quello che fai tu, o farlo meglio. A partire dal “giornalismo”. Comunque Luciano Reggaeton, anche questa tua risposta, molto tipica (“e quindi, tu che suggerisci?”), condita da oppresso (anche se non bene) senso di superiorità, è tipica di questo atteggiamento relativista e relativizzante che ti ha proiettato per 50 anni “alla prossima domenica”. Non ci spendo neanche tempo a risponderti, ti ho soppesato in precedenti interventi, è inutile andare contro i muri. Confido nelle nuove generazioni.
Ho l’impressione che la maggior parte dei commentatori non sappia di cosa si stia parlando.
No antoniomereu :
A volte basta una baita 5 stelle extra lusso a 2000 m. in Valdaosta, ma raggiungibile comodamente con un SUV. Un rifugio culturale per artisti. Come quella del cagnetto!
Un altro del team “ipocrisia no limits”.
Quando leggo di certi personaggi riabilito a pieni voti il Confortola!
Quindi, o anonimo illuminato dispensatore di saggezza, illustraci su ciò che dovrebbe fare un cittadino moderno, oltre naturalmente ad un dignitoso lavoro di 40 ore settimanali. Pendo dalla tua tastiera.
Hai ragione, Marcello: trovo, in ogni caso, lodevole il mettersi a nudo.
Penso sarebbe bello incontrarlo e ascoltare i suoi racconti.
Per me Robert rimane ed è un mito…ma ciò no toglie quello che ho scritto!ciao
Robert, che conosco personalmente, è una persona complessa e sensibile che ha vissuto fasi della propria vita che lo hanno segnato profondamente, tra cui una malattia “incurabile” che lo ha incredibilmente risparmiato. La scelta di vivere a Tasilaq con la moglie, cose che fai quando cuore, muscoli e mente si allineano in un solo e raro modo, e la conseguente separazione, a cui la malattia è seguita quasi come una conseguenza, hanno messo quest’uomo in una posizione difficilmente giudicabile in poche parole.
Siete mai stati a Tasilaq e avete visto come si svolge lassù la vita? Già l’averlo fatto può stravolgerti per sempre, figuriamoci viverlo per decenni.
Ci sono situazioni che sfuggono dall’ordinario e solo vivendo, immagino, si possono capire.
Se ad ogni pentito(meglio tardone che mai)e e pentimento ci vuole una Groenlandia espiatrice hai voglia…comunque tanto distante dai riflettori mi pare di no, apparizioni televisive e rotocalchesche non mancano!
Il mio andare in montagna non è mai stato competizione con gli altri, ma solo ricerca di me stesso e appagamento, quindi non ho mai idolatrato e nemmeno seguito) exploit, polemiche e record, ma anzi le ho sempre ritenute idiozie o malattie. Non li ho proprio mai capiti.
Continuo ad andare appena posso, perché fa parte di me.
Fa piacere che qualcun altro sia arrivato a trovare la sua dimensione, anche sconfessando la vita precedente.
E non giudico certo se sia sincerità o impotenza senile, come pare faccia qualcuno, che magari passa il suo tempo allenarsi ossessivamente per un *B+ o un *C-
concordo, meglio pentimenti tardivi che aiutano i più giovani a riflettere, che continue relativizzazioni e banalizzazioni dei temi come accade troppo spesso qui sul blog a opera di soliti noti. La dinamica è stata ampiamente descritta e messa in luce, tuttavia le coscienze di alcuni sono rivestite di una corazza che permette loro di pensare, da 50 anni a questa parte, sempre alla prossima tacca e al prossimo fine settimana di “tempo libero”, invenzione della modernità. Tipico atteggiamento occidentale e di una certa generazione, che ahinoi sta contagiando anche le successive, con rari sprazzi e barlumi di consapevolezza, subito condannati e declassati.
Come dire, non è mai troppo tardi per avere dei pentimenti. Purtroppo l’uomo e così,prima fa le cose, molto spesso in buona fede, per una buona causa,poi ci si accorge dei guai che ha combinato in nome di un progresso e dei suoi miti da raggiungere a tutti i costi.Il ravvedersi con onestà intellettuale di persone che hanno avuto un ruolo importante in cio che è stato fatto in precedenza è un bel gesto che forse aiuterà le nuove generazioni a, se non proprio a non commettere gli stessi errori, quanto meno a limitarne i danni per il futuro orma prossimo a chiederci conto di quello che è l’odierno stato di fatto.
Auguri di buon anno a tutti!
Reinhold Messner, dopo aver salito tutti gli ottomila, dopo una vita trascorsa in spedizioni alpinistiche, dichiarò: “Non scalate gli ottomila. Non andate in Himalaya: siete troppi”.
sono noiosi se li hanno gli anziani, beghe, invidie o problemi di quartiere se li mettono in luce i giovani. C’è sempre qualcuno pronto a denigrare prese di coscienza o denunce di questo tipo, io credo che sia una strategia inconscia per per favorire e mantenere lo status quo; e così il disimpegno che contraddistingue noi occidentali benestanti egolatri, porta a sminuire e relativizzare ogni presa di posizione (leggendovi qui sul blog, se ne trovano a bizzeffe di esempi come questo e altri commenti). A mio avviso è proprio in questo atteggiamento che sta la vera ipocrisia degli anziani, e la banalità dei più giovani.
Più che altro, io trovo demoralizzante che questo tipo di persone in vista, che avrebbero potuto fare qualcosa proprio in virtù della loro fama, si illumino solo a fine carriera.
Mi sembra inutile sottolineare che le terre dovrebbero essere di chi le abita.
l’immagine di punta dei team “IPOCRISIA”
No Limits
Un po’ noiosi sti ravvedimenti da anziano…
La Groenlandia era una colonia danese, ma è di fatto indipendente e dunque è libera di sscegliere e alleanze politiche che preferisce. L’indignazione per l’eventuale adesione dell’isola all’unione dei cosiddetti stati americani (usa) fa parte dell’ipocrisia che non considera la realtà. Se la Danimarca non avesse commesso l’errore di concedere l’indipendenza alla Groenlandia, oggi l’isola sarebbe europea come la Guyana francese o l’isola della Réunion. Più saggiamente della Danimarca la Francia ha trasformato le sue colonie in province metropolitane. Peraltro per appartenere all’unione europea non è necessario far parte del continente europeo, come è pure il caso delle Azzorre portoghesi o delle Canarie spagnole. Sicché la Groenlandia può diventare la cinquantesima regione degli usa oppure la quattordicesima regione del Canadà. A scelta!