L’atleta 18enne ha portato l’Appennino modenese sul podio olimpico di Milano-Cortina con un ginocchio KO: «Federica Brignone una ispirazione. L’ultimo salto? È stato veramente bello».
Flora Tabanelli: «Così ho conquistato il bronzo»
(«poi mi squilla il telefono: è Tomba»)
di Enrico Ballotti
(pubblicato su gazzettadimodena.it il 18 febbraio 2026)
Un tutore di titanio per preservare il ginocchio, una medaglia olimpica, Federica Brignone, Alberto Tomba. Sono queste le parole chiave che raccontano alla perfezione (sì, alla perfezione) il day after di Flora Tabanelli. Il day after, il giorno dopo, di una storica medaglia olimpica. L’atleta del nostro Appennino – Fanano? Sestola? Tutte e due, ma a questo punto definiamola modenese a tutto tondo – racconta così del bronzo nel Big Air Freeski conquistato a Livigno.
Dall’infortunio e al bronzo
«Questa medaglia di bronzo vale come un oro – sgombra subito il campo Flora – Per gli ultimi mesi complicati che ho passato, è stata una delle sfide più difficili. Dimostrare quella che sono e ciò che so fare, nonostante l’infortunio, è unico e speciale». La 18enne, infatti, aveva riportato – proprio lo scorso novembre 2025 – la lesione del legamento crociato del ginocchio destro. Un grave infortunio che l’ha costretta a utilizzare un tutore protettivo. «Tanti mi sono stati vicini, avere il supporto di tutti è unico. Questa mattina mi ha chiamato Alberto Tomba, è stata una delle chiacchierate più interessanti. Anche Federica Brignone mi ha fatto i complimenti, non me lo sarei mai aspettato. Alberto mi ha fatto dei… super complimenti». Flora, e qui torniamo all’infortunio di cui sopra, ha fatto poi il punto sul suo problema al ginocchio dopo la lesione al crociato destro rimediata a novembre: «Come sto? In realtà benissimo. In questi ultimi giorni sono arrivata all’apice delle mie abilità. Ho recuperato tutto il muscolo e ancora non tutta la mobilità, però funziona bene. A marzo mi opererò», ancora le parole della medaglia di bronzo di Milano-Cortina.
Alberto Tomba e Federica Brignone
«Uno dei messaggi che mi ha fatto più piacere? Questa mattina mi ha chiamato Alberto Tomba. Mi ha fatto dei super complimenti. È stata una delle chiamate più interessanti di tutte. E poi mi ha scritto Federica (Brignone, NdR)». Tabanelli e Brignone che, tra l’altro, hanno condiviso fatiche e speranze al J Medical di Torino. L’obiettivo per entrambe? Il recupero per queste Olimpiadi. Missione compiuta.
Il futuro di Flora
«Medaglia così giovane è simbolo di riscatto generazionale? Non ci ho pensato. Vedere gente un po’ più grande di me conquistare podi su podi è qualcosa che mi ispira. Arrivare a una certa età e fare una medaglia olimpica è traguardo al quale punto anche io. Adesso è il momento in cui mi sto divertendo e sto cercando di dare me stessa nelle gare. E sono fiera di questo risultato». Così Flora Tabanelli a Casa Italia.
L’ultimo, clamoroso, salto
«Quell’ultimo salto? È stato veramente bello perché quel salto l’avevo provato l’anno scorso. Non l’avevo atterrato bene, peraltro. Volevo farlo, cioè era un’Olimpiade. Ho detto: “Lo faccio adesso. Se va bene andrà benissimo e se no, sono contenta lo stesso perché ci ho provato”. Ne ho parlato con Valentino (Mori, il suo tecnico, ndr). Mi ha detto di provarci, ovviamente. Ho dato veramente tutto. Ho l’immagine stampata in testa di quando sono sul kicker e spingo per fare quel trick, ho davvero dato tutta me stessa», spiega Flora. Dettagli tecnici? Sì, forse non abbiamo capito… In tutto questo, però, una cosa è certa: Flora, sei grande!
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Il racconto di Lucia Ceron, madre di Flora e Miro Tabanelli, atleti dello sci freestyle. “Hanno avuto altri stimoli, la natura è stata fondamentale per farli crescere”.
I fratelli Tabanelli e la vita nel bosco
(“Sono diventati campioni senza tv né smartphone”)
di Alessandro Trebbi
(pubblicato su quotidiano.net il 14 febbraio 2026, aggiornato)
Una vita senza cellulare né televisione, una casa-rifugio tra i boschi e la neve e tre figli diventati grandi in tutti i sensi, ognuno nel suo campo: la sorella maggiore, Irene, è un’artista richiesta in tutta Italia, farà un’installazione anche a Livigno nei prossimi giorni; Miro e Flora sono campioni internazionali nello sci freestyle. Dietro alla canadese Megan Oldham (oro) e alla cinese Eileen Gu (argento), Flora ha vinto il bronzo alle Olimpiadi nel suo ‘big air’, la specialità che l’ha resa celebre e di cui è campionessa del mondo in carica. La famiglia Tabanelli è una famiglia speciale e a raccontarcela è mamma Lucia Ceron, che con papà Antonio gestisce da anni il rifugio Duca degli Abruzzi al Lago Scaffaiolo (nell’Appennino modenese, vicino al Corno alle Scale).
Lucia, intanto ci tolga la curiosità: come siete arrivati al Lago Scaffaiolo?
“Io sono veneta, Antonio romagnolo. Per lui l’Appennino e il Lago Scaffaiolo sono stati luoghi dell’infanzia, aveva una casa di famiglia a Pracchia, in Toscana, proprio sotto il crinale. Io fin da piccola ho frequentato i rifugi e sognavo di viverci e gestirne uno. Da ragazza ho fatto alcune stagioni lavorative in quota e successivamente siamo riusciti a coronare questo sogno: abbiamo gestito un paio d’anni un altro rifugio per poi approdare al ‘Duca degli Abruzzi’, il nostro luogo del cuore”.
Com’è la vita di montagna?
“Meravigliosa. Non mancano i momenti di difficoltà e la fatica, soprattutto in inverno, quando tutti i carichi si fanno salendo a piedi. Le opportunità che ci hanno sempre regalato questi luoghi ripagano, però, tutte le fatiche”.
Arriviamo ai figli: come avete scelto i loro nomi, così particolari?
“Sono nomi con un significato importante e poco diffusi: Miro è un nome slavo che significa pace, così come Irene in greco. Flora rappresenta l’importanza e la forza del nostro legame con la natura”.
Flora ha detto di essere cresciuta senza cellulare: è così?
“Sì, abbiamo scelto di non avere la televisione e di non dare ai ragazzi i cellulari se non a partire dalla prima superiore. Ovviamente abbiamo dato loro moltissime altre opportunità, credo più stimolanti, libertà di movimento ed esplorazione in contesti naturali, la possibilità di praticare moltissimi sport o di creare, dipingere, utilizzare creta e legno. A casa abbiamo sempre avuto trampolini elastici, tutti i tipi di biciclette, rampe per lo skate ‘homemade’”.
E gli sci?
“Li hanno messi già a due anni: per scendere dal rifugio in inverno era il nostro mezzo di trasporto, poi hanno iniziato con lo sci club. Il passaggio al freestyle è avvenuto in prima superiore, anche se da sempre erano attratti dai salti: fuori dal rifugio, Miro si costruiva le sue rampe con la pala”.
Sport e natura vi hanno aiutato, nel vostro compito educativo?
“Sono stati fondamentali. Flora, Miro e Irene hanno imparato l’importanza dell’impegno per raggiungere i propri obiettivi mantenendo sempre il piacere e la gioia in quello che si fa, pensi che tornati dall’allenamento sugli sci in inverno pattinavano sul lago fino al tramonto. Ma hanno sperimentato anche la fatica, senza tirarsi indietro di fronte alle difficoltà”.
Tutti e tre sono andati via di casa giovanissimi?
“Sì, verso i tredici anni per frequentare lo Ski College in Val di Fassa. La casa è diventata all’improvviso molto vuota, ma li abbiamo lasciati seguire la propria strada”.
Tre fratelli che si aiutano molto?
“Certo. Lunghe trasferte, ritmi serrati, purtroppo quest’anno per Flora l’infortunio che l’ha messa a dura prova. Essere in due (Flora e Miro, ndr) e condividere tutto è fondamentale. Per Flora in particolare avere il supporto e i consigli di Miro è importantissimo”.
Insomma, una mamma orgogliosa?
“Moltissimo, di tutti e tre. Stanno facendo ciò che amano e affrontando grandi sfide con molta forza”.
Per approfondire
1° Articolo: Olimpiadi invernali: cos’è il freestyle e quali sono le diverse specialità
2° Articolo: Chi è Flora Tabanelli: il triplete nel freestyle, l’infortunio e il sogno a 5 cerchi
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Ho un ricordo di Tabanelli padre (Antonio) mentre frequentava i corsi guida come allievo e io come istruttore. Credo fosse il 1992 e la nostra cordata venne colta da un brutto temporale sulla via Cassin alla nord della Cima Ovest di Lavaredo. I fulmini cadevano sulla cima e scaricavano scie di fuoco lungo i diedro terminali dove noi cercavamo di arrampicare più velocemente possibile. In vetta ci accolse qualche fazzoletto di cielo azzurro. La quiete dopo la tempesta. I nostri altri compagni si erano calati non senza peripezie ma non avevamo modo di comunicare con loro e non sapevamo dove fossero. Non era una situazione piacevole per nessuno e a maggior ragione per me che ero responsabile degli allievi. A quei tempi i corsi guida erano ad alto grado di tempra come mai lo furono. Oggi forse si fa più accademia, ma io ne sono fuori da anni per poterlo dire.
Vedendo la vita di questa famiglia capisco che quegli ultimi fuochi di vera avventura di un tempo che fu, meno tecnologico ma oltremodo prestazionale fisicamente e ideologicamente, hanno lasciato un qualche segno. Tra l’altro so che mamma Lucia è stata alpinista di livello…
Dietro un grande atleta o artista non c’è mai una vita ordinaria. Questo ne è esempio lampante.
Esatto! Purtroppo è così: come il nuovo possibile fidanzato derlla Brignone, anche la sofferenza fa spettacolo e diventa gossip. Anziché eroi sono vittime del sistema. Sarebbe bene smontare il format delle Olimpiadi e ricostruirlo alla radice in un modo completamente diverso, anzi diametralmente opposto. Tutto ‘sto cinema non ha nessun senso e serve solo per alimentare solo la cupidigia di chi, stando nel back stage dalle Olimpiadi, trae “profitto” (dalle grandi imprese costruttrici ai piccoli esercenti in zona). Il resto è solo fuffa allo stato puro, cioè presa in giro del grane pubblico, quello che io chiamo il popolo bue. Il problema è che il popolo bue ci casca e ci cascherà di nuovo. Infatti non si sono ancora spenti del tutto i riflettori di queste Olimpiadi e già si legge di ipotesi circa “fantasmagoriche” Olimpiadi estive 2036, addirittura dividendole fra Roma e Venezia (!). Ma vi immaginate che disastri ambientali e che spreco di denaro pubblico??? Vade retro Satana!
Dunque le Olimpiadi invernali non sono solo un disastro ambientale e sociale, ma sono anche le Paralimpiadi della sofferenza e dell’ossessione che la propaganda trasforma in virtù eroiche.