Il futuro dello sci

Parliamo di sci da pista, non di sci montagna.

Il futuro dello sci
(tra crisi climatica e riconversione necessaria)
di Nicola Pech

C’è un equivoco che continua a confondere il dibattito pubblico: quando si parla di “crisi dello sci”, di quale sci stiamo davvero parlando? Non certo dello scialpinismo, del freeride, dell’escursionismo invernale, di tutte quelle pratiche leggere che stanno conoscendo una nuova vitalità proprio perché capaci di adattarsi a un clima instabile e a territori fragili. Qui il tema è un altro, ed è molto più preciso: lo sci da pista, nella sua forma industriale, fatta di impianti di risalita, piste battute, innevamento artificiale e grandi comprensori organizzati come aziende turistiche. È questo modello, non lo sci in quanto tale, a essere entrato in una crisi strutturale.

“Ciao a tutte e a tutti, mi chiamo Simone Ranocchiari e sono un ricercatore in geografia. Nel quadro delle ricerche preliminari per il mio progetto di ricerca “On the traces of contested mountain futures: exploring emotions, geographies, and political ecologies of skiing in southern Europe” (programma Postdoc.Mobility del Fondo Nazionale Svizzero FNS/SNSF), ho preparato questo questionario rivolto alle persone che frequentano la montagna – in qualsiasi modo, dallo sci di pista allo scialpinismo passando per l’arrampicata o le semplici passeggiate dominicali. È un questionario che vuole raccogliere le opinioni e le esperienze delle persone che frequentano la montagna rispetto allo sci di discesa, ai modelli di sviluppo oggi dominanti e ai possibili cambiamenti per il futuro. Se qualcuno/a ha tempo di rispondere e di diffondere il questionario per me sarebbe davvero molto utile. Grazie mille! Simone”.
LINK AL QUESTIONARIO

Meno neve, più infrastrutture, più rigidità
Il punto di partenza è semplice e non negoziabile: il clima sta cambiando. Le temperature aumentano, la neve naturale diminuisce, le stagioni si accorciano, l’incertezza diventa la norma. In un contesto simile, ci si aspetterebbe una riduzione della pressione antropica, una maggiore prudenza, una diversificazione delle attività. È accaduto l’opposto.
L’industria dello sci da pista ha reagito al cambiamento climatico con una fuga in avanti tecnologica: impianti sempre più grandi, sistemi sempre più complessi, innevamento artificiale trasformato da soluzione emergenziale a condizione strutturale. La neve non cade? Si fabbrica. La stagione è corta? Si allunga con i cannoni. I costi aumentano? Si investe ancora di più. Il risultato è un sistema sempre più energivoro, sempre più dipendente dall’acqua, sempre più fragile dal punto di vista finanziario. Un sistema che, per continuare a esistere, ha bisogno di quantità crescenti di risorse in un contesto che ne offre sempre meno.

A questo si aggiunge un altro effetto collaterale: la concentrazione. Pochi grandi comprensori, sempre più famosi e sempre più finanziati, attirano investimenti, turisti e attenzione mediatica. Nel frattempo, decine di piccole stazioni locali chiudono, vengono abbandonate, spariscono dalla geografia turistica. La montagna si polarizza: poche “cattedrali dello sci” e tante valli marginali senza alternative. Il paradosso finale è evidente: più il clima peggiora, più il sistema diventa rigido, centralizzato e vulnerabile. Esattamente il contrario di ciò che servirebbe in un mondo instabile.

La perdita di senso: quando lo sci smette di essere un’arte
C’è però un altro aspetto della crisi dello sci da pista che raramente viene nominato, ma che è forse il più profondo: la perdita di senso, di creatività, di armonia. Lo sci industriale, così come è concepito oggi, non ha soltanto artificializzato la neve e trasformato la montagna in un’infrastruttura: ha espulso dall’esperienza dello sciare ogni dimensione estetica, ogni margine di imprevedibilità, ogni forma di relazione con l’ambiente. Le piste vengono spianate con i bulldozer, modellate come autostrade bianche, standardizzate per essere identiche ovunque. La neve artificiale è sempre uguale, compatta, omogenea, priva di metamorfismo, senza la varietà dei cristalli, delle consistenze che rendevano lo sci un dialogo continuo con la materia. Non c’è più lettura del terreno, non c’è più adattamento, non c’è più ascolto. In questo paesaggio sterilizzato, lo sciatore diventa un corpo da ottimizzare: flussi da gestire, velocità da controllare, performance da ripetere. Lo sci si trasforma così in un gesto meccanico, prevedibile, riproducibile all’infinito, svuotato di immaginazione.

Eppure lo sci, nella sua origine, era tutt’altro: era esplorazione, improvvisazione, equilibrio, relazione con la montagna come spazio vivo. Era un’arte del movimento, una forma di danza su una materia instabile, mutevole, irriducibile al controllo totale.
La crisi dello sci da pista non è quindi solo climatica, economica o ambientale. È anche una crisi culturale: la perdita di un modo di abitare la montagna che fosse creativo, sensibile, non completamente addomesticato. E forse è proprio da qui che bisognerebbe ripartire: non da come produrre più neve, ma da come restituire senso all’atto stesso di scivolare su di essa.

Scialpinismo in Valtellina

Occupazione, sussidi e la domanda politica
A questo punto arriva sempre la stessa obiezione: lo sci dà lavoro. Ed è vero. Ma è una verità parziale, perché manca un pezzo fondamentale del quadro: lo sci da pista esiste, oggi, solo grazie a una massiccia iniezione di denaro pubblico. Senza sussidi, finanziamenti regionali, contributi straordinari, molte stazioni sarebbero già tecnicamente fallite. La domanda politica, allora, non è se lo sci produca occupazione, ma se questo sia il modo migliore di usare risorse pubbliche in territori fragili. Abbiamo davvero valutato rischi, benefici e alternative? Chi beneficia realmente di questo modello? Le comunità locali, spesso alle prese con lavoro stagionale, caro-vita e spopolamento? O piuttosto grandi società impiantistiche, gruppi finanziari, resort di lusso?

La provocazione economica è semplice: se redistribuissimo direttamente ai lavoratori una parte dei soldi pubblici oggi destinati a tenere in vita impianti strutturalmente in perdita, probabilmente i conti tornerebbero comunque. Con una differenza enorme: un impatto ambientale drasticamente ridotto.
Il vero tema, quindi, non è difendere lo sci in astratto. È ridiscutere l’uso del denaro pubblico in montagna e chiedersi se stiamo finanziando futuro o soltanto ritardando un declino.

Foto: Giovanni Calvi.

Dalla crescita infinita alla riconversione
Se il problema è strutturale, anche la risposta deve esserlo. Non bastano piccoli aggiustamenti, serve un cambio di paradigma.

Moratoria sui nuovi impianti. Continuare a costruire infrastrutture pensate per durare quarant’anni in un clima che cambia radicalmente in dieci è un atto di irresponsabilità economica prima ancora che ambientale. La priorità non è espandere, ma semmai razionalizzare l’esistente.

Fine dello spreco idrico per la neve artificiale. La neve finta consuma acqua in territori sempre più secchi, energia in un contesto di transizione energetica e altera ecosistemi già stressati. In piena crisi climatica e idrica, difenderla come normalità non è più una posizione tecnica: è una scelta politica.

Comprensori leggeri e multifunzionali. Superare il mito del grande resort significa tornare a un’idea più sobria di montagna: piccole stazioni, costi bassi, infrastrutture minime. Luoghi capaci di lavorare con lo sci quando c’è neve, ma anche con escursionismo, ciaspole, trekking, turismo lento quando non c’è. Non come “ripiego”, ma come progetto strutturale.
È l’unico modo per evitare concentrazione, desertificazione e dipendenza da una sola attività.

Fare finalmente i conti veri. Servono bilanci costi-benefici reali, non solo fatturato e presenze. Bisogna includere consumo di acqua ed energia, uso di suolo, emissioni, impatti sugli ecosistemi, dipendenza cronica dai sussidi. Finché questi costi restano invisibili, il modello continuerà a sembrare sostenibile solo sulla carta.
Lo sci di montagna è già nel futuro. Lo sci da pista industriale è ancora fermo al passato. Il problema non è salvare lo sci. Il problema è salvare le montagne da un modello economico che non è più compatibile con il clima.

Il futuro dello sci ultima modifica: 2026-03-02T05:19:00+01:00 da GognaBlog

Scopri di più da GognaBlog

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

8 pensieri su “Il futuro dello sci”

  1. L’articolo mi sembra poco allineato con una delle stagioni invernali più nevose degli ultimi anni, almeno qui in Piemonte. È vero che “una rondine non fa primavera” (non ho certo dimenticato le stagioni secche degli ultimi anni) ma i contenuti dell’articolo mi sembrano poco originali con l’eccezione della parte in cui si parla di quando lo sci smette di essere un’arte. Ricordo bene le gobbe sul Motta a Sestriere e la soddisfazione che si provava al termine della pista. Adesso i gatti ogni sera spianano e le gobbe non ci sono più. È vero, c’è un po’ meno gusto nel farla ma non mi strappo le vesti per questo. Se voglio un po’ di difficoltà in più, dallo sgancio dello skilift vado sulla destra e scendo in fuoripista.
    Non capisco poi la parte in cui si parla di “comprensori leggeri e funzionali”. Ma ci sono progetti per realizzare nuovi grandi comprensori ? Non credo. A quanto ne so io si parla da tempo di unire gli impianti di Cervinia con quelli di Champoluc ma si tratta già di due grandi comprensori. Credo che i cd “grandi comprensori” laddove si potevano fare siano già stati fatti. Forse si pensa di “smontarli” per farne di più piccoli “leggeri e funzionali” ?

  2. Le argomentazioni sono anche valide (sulla redistribuzione comunque apprezzerei un’analisi dei numeri, non semplicemente un’idea condita da un “probabilmente”), e quindi non hanno bisogno di foto fatte con l’AI. Si auto-toglie credibilità così. Detto da uno scialpinista.

  3. L’articolo mi sembra molto bello. Non ho capito però il commento numero 1. Mi sfugge il senso.

  4. La stagione invernale finora è stata molto favorevole per lo sci di pista nell’Appennino Tosco-Emiliano.
    La stazione sciistica del Cimone (Passo del Lupo, Polle di Riolunato, Cimoncino, Lago della Ninfa) è stata presa d’assalto. L’affollamento sulle piste era ai massimi livelli, solo leggermente inferiore a quello visibile nella prima fotografia dell’articolo. I ritardatari dovevano parcheggiare sul ciglio della carreggiata al Passo Serre e poi scarpinare per quasi due chilometri con gli sci in spalla fino alla partenza degli impianti. Pareva giorno di mercato. Continuando l’andazzo, gli sciatori saranno costretti prima o poi a scendere sulle piste l’uno sulle spalle dell’altro, per economia di spazio.
    Folla, schiamazzi, ressa, rumori, prezzi alti; code agli impianti, in strada, al bar, al parco giochi del Lago della Ninfa: evidentemente a quella gente va bene cosí.
    Una passeggiata nella neve lungo sentieri battuti? MAI!
    Una meravigliosa ciaspolata nel bosco immacolato? MAI!
    Scialpinismo senza incontrare anima viva? MAI!
    Il gregge si ammassa. E gode.
     

  5. Conosco Nicola Pech e pensa e scrive così da anni. Se poi il senso del commento 1 è altro, francamente mi sfugge 

  6. non pensavo saremmo arrivati a vedere, oltre ai commenti, anche articoli scritti con l’intelligenza artificiale qui sul blog. 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.