In tempo di guerra e di pace

Davvero interminabili dovevano sembrare a Oliviero le ore del 24 agosto 1916, sul­la cengia del Forame (Gruppo del Cristallo), divenuto facile bersaglio degli austria­ci. Al ragazzo di appena vent’anni che egli era. E’ nato infatti nel 1896, e un anno è già trascorso dal suo arruolamento come alpino semplice nel Reparto Volontari Alpini “Cadore” del 7° Reggimento. Facendosi apprezzare per le singolari qualità umane ed il coraggio, così la Terza Squadra, comandata dal Caporale Giovanni Murer del plotone comandato dal Sergente Giuseppe Fiammoi, lo ha subito preso in simpatia. Con il suo reparto, poi, ha già avuto modo di partecipare ad operazioni impegnative, come i combattimenti sul fronte di Monte Avanza, Peralba e Laghi d’Olbe in Val di Sesis.

1900, Oliviero Olivo

Di Oliviero stupisce anche l’inseparabile macchina fotografica, i cui scatti si riveleranno preziosi sia per documentare le zone di guerra che i momenti di vita di quei difficili giorni e la severa condizione di chi è partito soldato. Si arriva così a quel 1916, anno dello spostamento al Col della Varda, Forame, Croda Rossa di Sesto e Passo della Sentinella. Ma torniamo al momento terribile che sta vivendo sul Forame dove – bisogna ricordarlo – non ha esitato ad offrirsi volontario per un’azione rischiosa al comando del capo plotone Arduino Polla. Si trattava di presidiare un posto di vedetta particolarmente esposto sulla cengia superiore del monte. Ovviamente gli austriaci non faticano ad individuarlo e a puntare le armi su di lui, così il povero Oliviero è costretto a rimanere lì immobile, senza poter avanzare né retrocedere, perché tali sono gli ordini.

1917, Oliviero Olivo alpino

Dall’alba al tramonto, quel giorno d’agosto scorrerà così, drammaticamente scandito dal sibilo sinistro dei proiettili, nella speranza di non essere ucciso. In realtà diversi colpi non fal­liranno il bersaglio, come sottolinea la successiva motivazione dell’assegnazione a Oliviero Olivo, all’inizio del 1917, della medaglia d’argento: «Ferito alla spalla sinistra alle ore 15 e fatto segno a continuo fuoco di fucileria, tanto da averne la giubba e scarpe forate da parecchi proiettili. Rimase al suo posto, fino alle ore 21, momento del cambio, ritirandosi calmo e sereno». Un comportamento, il suo, già in grado di defini­re le doti di un uomo la cui vita sarà sempre contrasse­gnata da costanti elementi, tra i quali l’amore per la Patria, coraggio e sangue freddo, destinati a rivelarsi preziosi nei tanti momenti difficili che la vita in segui­to gli presenterà.

1917, Monte Forame: verso la Cengia Superiore, a quota 2802 m.
1921, Oliviero Olivo sulla vetta della Croda da Lago

In quello stesso 1917 la­scia il Reparto Volontari e viene inviato al corso allievi ufficiali della Scuola mili­tare: nel volger di poco, da aspirante ufficiale viene as­segnato al III Reggimento Alpini e promosso Sottote­nente e poi Tenente. Disgra­ziatamente, nel settembre di quell’anno, nel corso di un’azione ardita, viene fat­to prigioniero e inviato in Ungheria nel campo di con­centramento per ufficiali di Nagymegyer. Una condizio­ne insostenibile per questo spirito libero, tanto da far­gli decidere di evadere, nel giugno 1918. La cosa incre­dibilmente gli riuscirà, ma di lì a poco verrà catturato proprio nei pressi del confi­ne tra l’Austria e la Svizzera: conoscendo perciò lunghi giorni di reclusione nella terribile fortezza di punizione a Komarom. Fortunatamente, di lì a qualche mese, ecco giungere il 4 novembre, che segna la conclusione della guerra e il sospirato rientro in patria.

1923, Oliviero Olivo sulla cima della Punta Fanton (Antelao)
1943, Oliviero Olivo in Cadore con la famiglia

I rapporti con l’esercito termineranno l’anno dopo quando, promosso Capitano, verrà congedato: è il 15 novembre 1919, giorno in cui gli viene inoltre assegnata la medaglia di benemerenza per i volontari di guerra e il distintivo d’onore per ferite di guerra. Sarebbe stato certamente motivo d’orgoglio per chiunque; invece lui non se ne fece mai vanto alcuno, sostenendo, con sorprendente modestia: «Probabilmente sono stato assistito da qualche Santo protettore grazie al quale, pur ferito, sono riusci­to a sopravvivere». Va sottolineata, al riguardo, l’utilità della familiarità con la monta­gna di Oliviero in quei giorni di guerra, seppur stravolti da tanta tragicità.

1954, Oliviero Olivo con la moglie Eletta e i figli Franco, Chiara e Paola

Egli infatti, fin da ragazzo aveva avuto modo di frequentare quel Cadore che aveva dato i natali a papà Bernardo (detto Antonio), che viveva a Suppiane, piccola frazione di Venas. Un giorno, però, l’uomo aveva lasciato il paese per stabilirsi a Trieste dove nel 1896 la moglie Kuk metterà al mondo il piccolo Oliviero. Non saran­no perciò rari i momentanei ritorni che quest’ultimo, divenuto ragazzo, farà in terra cadorina: un mondo al quale, crescendo, sarebbe rimasto profonda­mente legato, scoprendo in esso infini­te risorse di bellezza. A cominciare dal­le montagne, sulle quali avrebbe avuto inizio il suo apprendistato di alpinista, muovendosi tra le rocce con non co­mune naturalezza e agilità, spesso da solo. Intuibile quindi che di tale espe­rienza abbia tratto profitto già in quei giorni di guerra, quando le sue capacità alpinistiche si rivelarono preziose.

A questo punto Oliviero può torna­re a frequentare la Facoltà di Medici­na e Chirurgia dell’ateneo torinese e a far parte dell’Istituto di Anatomia diretto da Giuseppe Levi, conseguendo nel 1921 la laurea con lode, discutendo una tesi di anatomia umana. Il tempo confermerà le sue grandi capacità: basti, al riguardo, accennare che nel biennio 1928-1929 il premio Nobel Alexis Carrel lo vorrà come assistente al “Rockfeller Institute for medicai research” di New York, colpito dalla brillante intelligenza del giovane e dall’impegno dimostrato nelle ricerche.

Tornato in Italia, nel 1931 Oliviero sposa Eletta Porta: è un’unione quanto mai felice, perché oltre alla professione di medico, lei condivide la passione per la mon­tagna. L’anno dopo Oliviero è chiamato a Bologna, dove assume l’incarico di profes­sore ordinario alla cattedra di Istologia ed embriologia generale e in seguito quella di Anatomia Umana. Eletta lo segue e nel 1934 darà alla luce Franco, il figlio primoge­nito. Nel 1936 seguirà la figlioletta Chiara e quindi, nel 1945, la terzogenita Paola.

L’esistenza di Oliviero diviene a questo punto sempre più intensa e fitta di im­pegni, tanto da faticare ad immaginare che possa continuare a frequentare la mon­tagna; in realtà non smise mai di farlo. Già negli anni dell’università, infatti, aveva avuto modo di visitare le Alpi Occidentali, agevolmente accessibili da Torino, ar­rampicando sul granito lungo itinerari caratterizzati spesso dalla presenza di neve e ghiaccio. Poi, inevitabile quanto irrinunciabile, ecco il ritorno alle Dolomiti orien­tali. Come il 9 settembre 1923, che lo vede compiere sull’Antelao in solitaria la bella cavalcata di cime che, raggiunta l’anticima Fanton e poi la successiva (che un giorno verrà chiamata Punta Chiggiato), prosegue sino alla Punta Menini, concludendo la scalata sulla cima principale del Re del Cadore. Tale impresa era stata compiuta in realtà già qualche anno prima dai cadorini Umberto e Luisa Fanton, ma Oliviero vi apporta delle interessanti varianti.

1972, Oliviero Olivo in Forcella Grande

Bello è osservare, con l’occasione, il rapporto cordiale che lo univa a Paolo che, con gli stessi Luisa e Umberto, costituiva una affiatata famiglia di alpinisti, assai atti­va all’epoca nel gruppo delle Marmarole. Senza alcun sentimento di invidia o anta­gonismo, va sottolineato, tanto è vero che nelle estati in cui Re Alberto I del Belgio (pure lui appassionato alpinista) era in vacanza a Calalzo, il giovane dottore verrà invitato a partecipare alle scalate del sovrano. Il quale non mancherà di riservare espressioni di gratitudine e apprezzamento nei suoi confronti attraverso una lettera che terminava con queste parole: «Spero di avere ancora l’occasione di andare in montagna con un eccellente alpinista come Lei». Lo stesso anno, sempre da solo, Oliviero apre una via sino alla cima della Punta Marietta, nel gruppo delle Tofane.

Nel 1924 compie la sua scalata più impegnativa e memorabile, sulla Cresta degli Invalidi nelle Marmarole. L’itinerario appare di una logica tale da non potervisi sottrarre. Così, senza esitazioni, si arrampica lungo lo spigolo – mai percorso da alcuno in precedenza – superando passaggi di straordinaria difficoltà, senza alcun compagno. Con grande naturalezza, la definirà alla fine «una salita piuttosto fatico­sa e abbastanza difficile, ma molto interessante e divertente» valutandola comples­sivamente di IV e V grado. In realtà, anni dopo, alcuni aspiranti ripetitori dovranno lì arrendersi, accorgendosi di passaggi più impegnativi di quanto riportato nella relazione. Lasciando scritto sul libro del rifugio Chiggiato: «Non siamo riusciti a capire come Olivo, da solo, abbia potuto superare il camino, viscido e strapiom­bante, stretto che non ci si può muovere…». Al che l’interessato, l’anno dopo, con grande disponibilità, in occasione delle consuete vacanze con la famiglia in Cadore, si offrirà di accompagnare personalmente i due dubbiosi nella ripetizione conclu­sasi cordialmente in vetta.

1978, Oliviero Olivo al pianoforte con il nipotino

Nell’estate del 1925 lo si era potuto scorgere sulla cima del Pupo di Lozzo, che pure fa parte delle Marmarole, assieme a Paolo Fanton, al termine della prima salita di quell’affascinante torre. Ma è pure l’anno in cui apre in solitaria un itinerario lungo lo spigolo settentrionale dell’Antelao, destinato ad esser ricordato in seguito con il suo nome.

Antelao, lo Spigolo Olivo. Archivio Marcello Mason.

Verrà il giorno in cui anche il primogenito Franco vorrà seguire le orme pa­terne, come nell’estate del 1955, quando insieme saliranno una loro via lungo il versante Nord-est di Cima Fanton, satellite dell’Antelao. La vita di quel ragazzo promettente sarà purtroppo breve, a causa del crollo di un appiglio avvenuto nel 1963, mentre saliva la Torre Grande (gruppo delle Cinque Torri) lungo l’aerea via Miriam. Il successivo volo si concludeva tragicamente, sotto gli occhi atterriti degli amici e della giovane moglie, sposata appena un anno e mezzo prima, che dal basso seguivano la scalata.

Fu un momento devastante per la famiglia e quindi per Oliviero, nel riprendere i molteplici impegni, frattanto divenuti anche politici e sociali, che accompagne­ranno la sua esistenza sino alla conclusione. Non smettendo tuttavia la frequenta­zione della sua abitazione a Valle di Cadore, posta vicino al luogo dove all’epoca si trovava la stazione del trenino delle Dolomiti. Alcune fotografie sono in grado oggi di raccontare i momenti lì vissuti in pace e serenità, come quella che lo mostra incamminato lungo il sentiero che attraversa il non lontano Col Vachèr, reggen­do amorevolmente sulle spalle il nipotino Enrico, iniziandolo probabilmente alla scoperta dei luoghi amati. Non meno toccante è uno scatto che lo mostra al piano­forte con Enrico sulle ginocchia, mentre suona un brano di Brahms, Beethoven o dell’amato Chopin. Composizioni da lui eseguite con non comune bravura, a dimo­strazione di quanti interessi e rari talenti abbiano accompagnato la sua esistenza.

La Cresta degli Invalidi e lo Spigolo Olivo. Archivio Marcello Mason.

Ma, verrebbe da domandarsi, l’alpinismo era a quel punto un capitolo per lui chiuso? Sarebbe legittimo, vista l’età avanzata, tanto più che nel 1971 si era spenta Eletta, la sposa con la quale aveva condiviso ogni esperienza ed emozione. Invece, del tutto casualmente, si scopre che nell’estate successiva egli passa per il rifugio Galassi al termine di una scalata. Ed è in tale occasione che i custodi scoprono con stupore l’identità di un uomo che a 76 anni, quello stesso mattino, era tornato a salire lo spigolo scalato nel lontano 1925. E per di più da solo. Le grandi imprese alpinistiche di Oliviero erano così giunte al termine, nel più inimmaginabile dei modi.

Il prof. Oliviero Olivo al microscopio

Sembrava in seguito che per lui il tempo avesse davve­ro deciso di non passare mai e che niente potesse compro­metterne l’inarrestabile vi­talità. Invece 1’11 novembre 1981, nella sua Bologna, si era dovuto arrendere, impoten­te di fronte ad una malattia rapida e senza speranza. Af­frontata peraltro con serenità e profonda umanità, come raccontano le figlie Paola e Chiara. Verso la fine, quando tutto era ormai chiaro, si erano infatti sentite dire dal papà: «Me ne sto andando: vi chiedo una lacrima e un sorriso». Parole di singolare delicatezza e umanità, pro­nunciate nella speranza che in loro, al comprensibile dolore, subentrassero ben presto sentimenti di fiduciosa aspettativa del futuro, nel ricordo dei giorni e delle belle esperienze vissute assieme.

Questo breve profilo può comunque far comprendere quale uomo valoroso sia stato Oliviero nei giorni della Grande Guerra, innamorato del suo Paese tanto da non indietreggiare di fronte alle azioni più rischiose. Senza scordarlo nelle vesti di virtuoso pianista, o di fotografo capace di cogliere con sguardo sensibile, attra­verso il suo fedele apparecchio, scatti memorabili che raccontano l’umanità con la quale condivideva giorni ed emozioni. Od ancora lo stimato titolare della catte­dra di Anatomia e professore di tale disciplina, instancabilmente impegnato nella ricerca. Il cui coinvolgimento, in campo medico, civile e politico è stato scandito da continui e prestigiosi riconoscimenti professionali e accademici. Infine, rimane prezioso il suo contributo dato alla storia dell’alpinismo, caratterizzato, come è stato, dallo spirito di avventura che lo ha accompagnato nel corso delle sue incre­dibili scalate solitarie. Sempre alla ricerca degli angoli più intimi e segreti della montagna, in armonia con un mondo che puntualmente lo ricambiava con le sue infinite sorprese e meraviglie.

Tutto ciò Oliviero lo aveva immediatamente intuito, sin dal primo incontro, da bambino, con quei monti cadorini dalla bellezza unica. Nella certezza che in segui­to nulla avrebbe potuto sciogliere un legame divenuto frattanto indissolubile.

In tempo di guerra e di pace ultima modifica: 2026-10-07T05:29:00+02:00 da GognaBlog

Scopri di più da GognaBlog

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

1 commento su “In tempo di guerra e di pace”

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.