Il Plu di una volta
di Ugo Manera
Le valli di Lanzo sono care ai torinesi da sempre e già dal 1800 agiate famiglie di Torino vi avevano eletto la loro residenza di vacanze, lo testimoniano le numerose ville d’epoca presenti nelle tre valli. Qui il nascente alpinismo dei torinesi trovò ampio spazio per esprimersi, attratto dalla bellezza dei luoghi e dalla comodità di accesso da Torino.
Oggi anche l’alpinismo di attualità trova obiettivi e stimoli in queste valli, sostenuto dall’attività divulgativa di Marco Blatto e dall’encomiabile impegno del fratelli Luca e Matteo Enrico che portano avanti con passione l’iniziativa di “Valli di Lanzo in Verticale” e dedicano molta parte del loro tempo libero a rivalutare itinerari di arrampicata del passato ed a crearne di nuovi.
Le alte valli di Lanzo, come tanti lughi di montagna, presentano molte fragilità e richiederebbero tutela sul piano ambientale; ciò purtroppo molte volte non avviene e nascono iniziative speculative che, con inutili sprechi di risorse, arrecano gravi danni come la creazione di strade con la scusa di raggiungere alpeggi abbandonati che non hanno e non avranno mai più vita. Strade destinate ad un rapido deterioramento che per restare in vita richiederebbero una manutenzione continua e costosa, cosa impossibile da attuare. Sorte che è toccata all’inutile strada tracciata sotto il Bec di Roci Ruta danneggiando in modo irreparabile un magnifico ambiente.
Ora si sta di nuovo parlando di un progetto di creare una strada nel vallone di Sea. Sarebbe un’insensata idiozia che arrecherebbe un danno gravissimo ad uno dei siti alpini più belli delle valli torinesi. Tutto il mondo degli amanti della montagna e degli scalatori è mobilitato per bloccare questo insano progetto di nessuna utilità, tenuto conto inoltre che una pista in quel terreno fragile, soggetto a sconvolgimenti naturali, avrebbe certamente una vita breve o richiederebbe, per restare agibile nel tempo, dei costi di manutenzione non sostenibili da un piccolo comune.
Con l’affermarsi ed il diffondersi dell’arrampicata sportiva i luoghi di arrampicata sono prolificati anche nelle valli di Lanzo ma già ne esistevano quando le “falesie” erano identificate come “palestre di roccia” e l’arrampicata che li si praticava non era un’attività fine a sé stessa ma era considerata come allenamento per affrontare l’alta montagna. La “palestra” più importante delle tre valli a quel tempo era il Plu nella valle d’Ala, ora è passato un po’ di moda, perciò proprio il Plu di una volta vorrei ricordare.
Quando tanti anni fa cominciai ad arrampicare presto appresi che esistevano le “palestre di roccia” ove gli alpinisti andavano ad allenarsi per poi affrontare le scalate in montagna. Io iniziai la mia attività alpinistica con un gruppo che non aveva grandi ambizioni e non affrontava scalate difficili. Fino a che vi era neve si praticava lo sci alpinismo poi, in primavera inoltrata, si andava due e tre volte ad arrampicare nelle palestre più facili per riprendere un po’ di confidenza con la pietra in vista della stagione estiva dedicata a scalare montagne di modesta difficoltà, per lo più lungo le vie “normali”.
Visitai in quell’ottica Rocca Sella in valle di Susa, i Picchi del Pagliaio in valle Sangone e le Lunelle in valle di Lanzo. Proprio alle Lunelle iniziai a scalare da primo di cordata con corda da 10 mm di canapa, tre chiodi da roccia, tre moschettoni di acciaio ed un martello di fortuna. Il passaggio celebre delle Lunelle era la placca Santi, di poco superiore al terzo grado ma già con una lapide alla base che ricordava un incidente mortale. Presto però alzai il tiro e venne l’ora dei denti di Cumiana della Rocca Sbarua e del Plu nella valle di Ala delle valli di Lanzo. Al Plu ci andai per la prima volta con Lino Fornelli. Era il 1958 o 1959, non ricordo più bene, e percorremmo la cresta Botto. Ci accompagnò anche mio padre che attese il nostro ritorno dalla scalata dove iniziavano le prime rocce della cresta.
Mi piacque il posto ed anche la scalata e vi ritornai un anno dopo con un amico d’infanzia: Ivo Bruschi; trascinato da me in montagna, ma portato più ad un alpinismo da canti e bevute in “piola” che non da scalate impegnative. Quella volta volevo concatenare molti metri di scalata per cui al sabato pomeriggio percorremmo la Cresta della Scuola nella parte bassa del Plu, e pernottammo nelle grange dell’Alpe Vieia con l’intenzione d scalare, il giorno dopo, le vie sulla Piramide del Plu. Nella notte si mise a piovere e dovemmo desistere dai nostri progetti. Portammo però a casa un ricordo di quel pernottamento nella grangia: giunto a casa infatti mi scoprii essere pieno di pulci.
Quando entrai come istruttore alla scuola di alpinismo Giusto Gervasutti al Plu divenni di casa e vi ritornai infinite volte. Era questa infatti una delle “palestre” preferite dalla scuola. Allora i programmi di insegnamento erano molto diversi da quelli attuali. Non era neanche immaginabile la pratica dei “monotiri” e tanto meno gli itinerari pre-attrezzati con ancoraggi fissi. Tutto l’insegnamento era impostato sull’apprendere a scalare su vie alpinistiche di più tiri con la posa degli ancoraggi (allora esistevano solo chiodi e cunei di legno) nel corso della scalata. In quell’ottica la Cresta della Scuola era la via ideale per iniziare a scalare in cordata ed ogni anno veniva inserita nel programma del primo corso.
La Cresta della Scuola, che si sviluppa su vari salti, presentava anche dei passaggi impegnativi, su una placca non proteggibile, una volta Antonio Balmamion scivolò e si ruppe un piede. Sulla Cresta della Scuola ricordo ancora, come allieva, una giovanissima Laura Ferrero.
Sempre relativamente all’attività della scuola di alpinismo, la parte alta del Plu era riservata al secondo corso, in particolare la cresta Botto, le vie sulla Piramide (dove esisteva una via Boccalatte e vie di Giuseppe Dionisi) e quella sullo Sperone Grigio. E’ quest’ ultimo la struttura più bella del Plu, allora vi era una sola via aperta dai fratelli Lino e Piero Fornelli con De Abertis, una via, a quei tempi, considerata difficile. La parte finale dello sperone presentava anche una variante di pregio: la variante Appiano (Cera quasi sempre, nelle “palestre” torinesi, una variante tracciata da Enzo Appiano).
Lo sperone Grigio presentava ben altre possibilità e quando, dopo la metà degli anni ’60, iniziammo a rivisitare i luoghi di arrampicata, cercando terreno idoneo per tracciare vie che andassero oltre quanto fatto dai nostri predecessori, entro nei miei obiettivi: volevo tracciare una via più diretta della “Fornelli”.
Nel mese di maggio del 1967 mi avviai con Pietro Fulgenzi e Pietro Giglio con l’obiettivo di superare con un percorso diretto lo sperone grigio. Durante l’avvicinamento, nel bosco, udimmo rumori e voci e presto vedemmo comparire Gian Piero Motti, Ilio Pivano ed Alberto Re, Erano diretti al medesimo obiettivo. Unimmo le forze e tracciammo una via di grande soddisfazione. Prima di noi vi era già stato un antico tentativo, probabilmente condotto da Gabriele Boccalatte e Giusto Gervasutti, trovammo infatti nei primi metri un vecchio chiodo ad anello corroso dalla ruggine. Quella scalata fu importante perché con essa ebbe inizio la collaborazione alpinistica tra Motti e me che ci portò alla scoperta della Prealpi Francesi prima e del Caporal in Valle dell’Orco dopo.
Sono ritornato numerose volte a ripetere la via. Una volta ero da solo senza un obiettivo preciso, salendo mi venne voglia di percorrerla in solitaria, mi ricordavo però che uno dei tratti più impegnativi presentava una fessura troppo larga pe i chiodi; nella prima salita avevamo impiegato un cuneo di legno. Io però non avevo con me cunei così, passando nelle ultime grange, mi presi un robusto bastone secco. Lo piantai profondamente nella fessura con il martello e mi assicurai con un cordino ad esso per fare in sicurezza il passaggio. Il pezzo di legno lo ritrovai ancora nel corso di altre ripetizioni.
Un’altra volta mi presi uno spavento per colpa di un allievo. Ero andato allo sperone per ripetere la nostra via in una uscita della Gervasutti e avevo come allievo Dante Vota. Dante aveva iniziato a scalare con il gruppo di giovani piuttosto anticonformisti e trasgressivi nel quale spiccavano Danilo Galante e Roberto Bonelli. Rappresentava un po’ l’anello debole del gruppo ed i suoi amici non gli risparmiavano nulla. Lo avevano soprannominato Cecchinel e lo trascinavano in scalate ben al di sopra delle sue capacità. Stufo di trovar lungo con compagni senza alcuna pietà si era iscritto alla scuola e quel giorno era con me sullo sperone Grigio.
Io avevo superato una lunghezza difficile ed alla sosta mi accingevo a ricuperare il mio secondo ma Dante non saliva. Ad un tratto una delle due corde scorre libera senza nessuno legato al suo capo. Mi misi ad urlare preoccupato ed egli mi rispose che stava slegandosi perché non riusciva a superare il passaggio. Infuriato gli ributtai giù la corda e gli intimai di rilegarsi ad ambedue le corde. Finalmente con un po’ di aiuto riuscì a raggiungermi.
In seguito con Vota feci un paio di vie impegnative in alta montagna e, da secondo, si comportò bene. Si dedicò poi molto allo scialpinismo ma venne travolto da una valanga nelle Pale di San Martino.
Quando anche noi “vecchi” ci convertimmo all’arrampicata “sportiva” ritornai ancora allo sperone e ripetei per l’ennesima volta la via ma questa volta in libera.
Per raggiungere lo Sperone Grigio noi salivamo direttamente il canalone del Plu (a tratti ancora nevoso in primavera) raggiungendolo dalla località Monaviel. Sotto allo sperone vi è un grande masso che sbarra il canalone, per superarlo bisogna salire (o scendere quando si ritornava) un breve camino di III grado, era la disperazione del nostro divertente amico Carlo Carena soprannominato Carlacciu. Noi sostavamo divertiti a prenderlo in giro per le sue contorsioni nell’odiato camino.
Nella primavera del 1972 ritornai, in occasione di una uscita della scuola Gervasutti, a tracciare una nuova via. Avevo notato sulla sinistra dello sperone un grande diedro ben evidente che prometteva una bella arrampicata, prendendolo come direttiva tracciai il nuovo itinerario. Era con me, nella veste di allievo dei corsi più avanzati, Fravio Leone che in seguito partecipò in cordata con me, nell’autunno seguente, all’apertura della prima via al Caporal. In seguito mi fu compagno in numerose scalate anche di grande impegno. Non so se questa via è mai stata ripetuta. La sua relazione tecnica compare nell’ottima e storica guida di Gian Piero Motti: Palestre delle Valli di Lanzo, edita dalla Sottosezione GEAT nel 1974.
Sfruttai ancora lo Sperone Grigio 11 anni dopo, il 6 marzo 1983, per tracciare un’altra via tra la nostra del 1967 e la Fornelli. Ero con Franco Ribetti ritornato in quelli che erano stati i monti della sua gioventù. Ne venne fuori una via bella ed impegnativa. Non mi ricordo più se ho pubblicato la relazione tecnica di quell’itinerario, avendola conservata la ripropongo, anche se è ovviamente è una relazione datata in quanto oggi i passaggi che noi superammo con l’aiuto di ancoraggi oggi saranno sicuramente superabili in libera.
Poi poco a poco il Plu è passato di moda come altri luoghi dell’arrampicata tradizionale man mano che si affermavano falesie attrezzate per l’arrampicata sportiva. Anche la scuola Gervasutti, con programmi di insegnamento diversi, ha abbandonato il Plu pur mantenendo come luogo di esercitazioni le sottostanti Courbassere. Pure io, seguendo un po’ la moda, smisi di andarci.
Probabilmente qualcuno ha continuato a raggiungere i luoghi del Plu anche se gli antichi sentieri, già incerti allora quando li percorrevamo noi, saranno probabilmente invasi dagli sterpi. Mi avevano accennato e delle loro visite Alessandro Co e Gio Quercia, istruttori anch’essi della scuola Gervasutti. Forse su quelle rocce ha fatto la comparsa anche qualche spit ma non sono più aggiornato.
Certo è che in quel sito un po’ lontano e scomodo, in un passato che si fa sempre più lontano, ho trascorso dei bei giorni di scalata.
Plu, Sperone Grigio, via diretta Manera-Ribetti, 6 marzo 1983
La nuova via si svolge tra quella del 1967 e la via De Albertis-Fornelli. Percorre l’evidente fessura immediatamente a destra del filo di spigolo ed in seguito il filo di spigolo. Arrampicata molto bella con un tratto in artificiale. Valutazione d’insieme: TD. E’, fino ad ora, la più difficile del Plu.
Attaccare a destra della via del 1967 al di sopra di una grande lama staccata ed in corrispondenza di una sottile fessura che incide la placca. Seguire ala fessura fino al termine, attraversare a destra e prendere un’altra fessura al fondo di un piccolissimo diedro, seguirlo fino ad un piccolo ripiano, attraversare a destra e per rocce più facili raggiungere un ottimo punto di sosta (V, V+,IV+,IV).
A destra, con un tetto, inizia la grande fessura che incide la parte centrale dello spigolo. Attraversare a destra sotto il tetto (V, A0) e salire sfruttando la fessura strapiombante e fessure più esili a destra con impiego di nuts (A0, A2). Terminare in libera uscendo su una stretta cengia con erba (V).
Salire traversando a sinistra fin sul filo dello spigolo (V+). Proseguire longo lo spigolo con bella arrampicata fino a prendere una fessura leggermente a destra e seguila fino al termine (V, IV+). Traversare a destra fino al fondo di un diedro con lame, seguirlo per circa 3 metri poi traversare a sinistra e vincere una placca molto bella nei pressi dello spigolo (IV, IV+, V+). Al di sopra continua un diedro aperto, seguirlo con spostamenti a destra ed a sinistra (arrampicata entusiasmante) ed uscire con un passo difficile sulle placche che portano alla congiunzione con le altre vie (V).
Sulla via sono rimasti 4 chiodi ed un blocchetto ad incastro.
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Ratman, per caso, ma te sei il comandate al timone del traghetto?
Il vallone di Sea.
Un tempo le visioni abbracciava orizzonti vasti: alcuni le chiamavano utopie. Le utopie guardavano avanti, erano sogni che nutrivano il desiderio di un mondo migliore.
Oggi, che ha fallito anche il messianimo laico, rimangono spazi limitati, isole, dove dovrebbe sopravvivere il mondo non migliore, ma solo bello, ma tale per pochi.
Nel vallone di Sea una ciurma che ha perso l’ultimo traghetto della realtà si arrabatta in una traballante estetica del paesaggio, una memoria che evoca zombie nella patetica contemplazione di sé.
Troppa politica nel CAI
eehhh…immagino !!!
Non parlo delle sezioni locali.. ahimé..
Non credo che ci sia da aspettarsi troppo impegno, dal Cai e le sue sezioni locali. Sicuramente non si esporanno troppo, profilo basso.
Sempre una penna agile quella di Ugo, e deciso, preciso e tagliente come sempre:)
Aggiungo solo che nella battaglia per Sea, mi rammarica come il CAI, o enti come la TAM (Tutela Ambiente Montano), “fatichino” ad esporsi in maniera decisa..eppure la tutela dell’ambiente è scritta nell’articolo 1 del Sodalizio..
Molto intense le pagine che queste piccole e minori palestre hanno regalato moltiplicando poi gesti ed esperienza tecnica su grandi pareti molto più blasonate…è giusto ricordarle!
P.s.la foto durante l’ invernale di Flavio Leone con quei contrasti di colore è davvero bella.
Bellissimo ricordo di mio padre che mi raccontava le sue arrampicate negli anni ’50 e una mia arrampicata al Plu con Biagio Merlo, extra rispetto alle uscite del corso Gervasutti.
Come sempre Manera ci regala delle perle di storia alpinistica vissuta. E’ un piacere leggerle, anche per conoscere gli uomini ed i fatti che hanno fatto la storia in verticale di quei luoghi.