Il volo più lungo di sempre sugli sci

Nell’aprile del 2024 l’atleta Ryōyū Kobayashi ha compiuto un’impresa mai nemmeno ipotizzata: un salto lungo 291 metri. “Ma volevo arrivare a trecento, ci riproverò”.

Il volo più lungo di sempre sugli sci
di Paolo Lazzari
(pubblicato su ilgiornale.it il 23 febbraio 2025)

La cosa straordinaria è che lui non è per niente sazio. Toglie la maschera che ha preservato gli occhi dal vento, si sfila la tuta e anche gli sci. E sorride. A ventisette anni Ryōyū Kobayashi ha appena compiuto l’impresa più clamorosa di sempre nella sua specialità – il salto con gli sci – ma fa spallucce come se nulla fosse. Nessuno aveva mai nemmeno ipotizzato che fosse possibile, per un essere umano, raggiungere una distanza simile lanciandosi da un pendio. Lui non solo l’ha pensato. L’ha anche realizzato.

Ryōyū Kobayashi. Foto: ANSA.

Aprile 2024. Siamo in cima ad un trampolino naturale in Islanda. Tutto è stato predisposto nei minimi particolari. Kobayashi ha visitato il posto quando c’erano soltanto rocce, perché la neve non era ancora caduta. Ma socchiudendo le palpebre ha immaginato tutta la scena. Sì, quello dev’essere il posto esatto per compiere l’impresa. Non manca, del resto, la fantasia a questo atleta giapponese. La faceva lavorare già da piccolo quando, stretto nella piccola cittadina di Hachimantai, poco più di 20mila abitanti nella prefettura di Iwate, sognava di mettersi gli sci e saltare via, lontanisismo.

Inizia a farlo fin da piccolo, sfoggiando doti per nulla comuni. Ryōyū vola che è una meraviglia. E la squadra nazionale nipponica non può non accorgersene. Lo tira dentro e lo fa debuttare nel 2015. Dopo un breve periodo di rodaggio partecipa alla Coppa del Mondo 2018-19, vincendo un totale di 13 trofei in tutte le discipline. Riflettori puntati: ora il mondo inizia ad accorgersi del suo talento. Negli anni successivi continuera a divorare primi posti.

Kobayashi è perennemente calmo, sereno, quasi rilassato. Conserva gelosamente un approccio filosofico alla vita, ma questo non asciuga in alcun modo la sua ambizione. Anzi. Ryōyū è assetato. Vuole dimostrare di essere il migliore di tutti e poi, quando ci riesce facendo razzia di medaglie per le competizioni in giro per il globo, alza il livello della sfida. Ora deve vedersela con se stesso. Deve infrangere le sue barriere.

Uno dei salti dei fratelli Smith a Bardonecchia, 1909. Foto: Corriere Torino.

Torniamo quindi su quel declivio innevato, nel bel mezzo dell’Islanda. L’altezza precisa è di 37,5 metri. Kobayashi si darà lo slancio da qui per superare il precedente record, detenuto dall’austriaco Stefan Kraft, che è riuscito a raggiungere i 253,5 metri. Il giapponese non pensa soltanto di oltrepassare quella soglia. Intende polverizzarla. Il suo obiettivo è nitido: si è allenato per provare a raggiungere i 300 metri. Roba che per gli addetti ai lavori va proprio contro le leggi della fisica. Ma Kobayashi, si diceva, fa spallucce.

Così scende come un siluro, disegnando una traiettoria che non prevede sbavature, e prende il volo. La squadra che lo segue al di sotto è attonita. Ryōyū fluttua in aria e non ci pensa proprio a toccare terra. Continua a librarsi, quasi fosse un volatile che pattuglia quella immensa distesa bianca. Resta così, sospeso in aria, per dieci secondi di fila. Poi atterra, segnando un nuovo record mondiale, difficilmente infrangibile da altri esseri umani: 291 metri. Nessuno mai si era spinto così distante. L’equipe che lo assiste e i giornalisti presenti possono finalmente lasciarsi andare. Erompono in grida di gioia scomposte.

Lui, invece, appare tranquillo. Sorridente, sì, ma è un po’ come se fosse uscito a portare a spasso il cane. La cosa più naturale del mondo.

“È difficile – dice – esprimere a parole questa sensazione. Questo è il mio sogno che si realizza, è un’esperienza che darà una marcia in più alla mia carriera. Il record sarà la mia fonte di forza per il futuro”.

E ancora: “So che i 300 metri erano l’obiettivo che mi ero prefissato, quindi mi piacerebbe riprovare questa impresa”. La sete, in fondo, è tutta la differenza che passa tra le persone normali e i campioni.

Il commento
di Carlo Crovella
In Italia il salto con gli sci dal trampolino è considerato una disciplina di nicchia, limitata a quattro gatti in croce. La tradizione agonistica nazionale è talmente poco marcata che, in genere, non si parla di questa disciplina neppure ogni quattro anni, cioè in occasione delle Olimpiadi invernali.

Purtroppo l’evoluzione storica ha confinato il salto con gli sci in questo ruolo da cenerentola, ma in realtà è una delle discipline originarie dello sci sportivo, così come si è configurato a cavallo fra Otto e Novecento.

Anzi, all’inizio lo sci era “uno solo”, per cui lo sciatore non poteva che essere completo e si cimentava, a seconda delle situazioni, sia nel passo (l’attuale sci di fondo), sia nella discesa (lo sci alpino), sia nel salto.

Anche quello che poi verrà chiamato “scialpinismo” era, implicitamente, presente fin dai primi tempi dello sci, perché lo scialpinismo è la combinazione fra il passo (applicato alla salita) e la discesa. Non mancavano le occasioni in cui anche i salti “impreziosivano” le discese scialpinistiche, senza ovviamente arrivare alle lunghezza dei salti dal trampolino. Ai nostri giorni vedremmo come fumo negli occhi l’idea di effettuare dei veri “salti” durante una discesa scialpinistica, dove l’imperativo di fondo è evitare qualsiasi “stranezza” in nome della prudenza.

I campioni stranieri invitati in Italia a inizio Novecento, per esibirsi davanti ai nostri progenitori, erano sciatori completi e, in particolare, abilissimi nel salto. Tutti abbiamo a mente le fotografie dei fratelli Smith, norvegesi, in azione nel 1909 sui trampolini che, a Bardonecchia, si affacciavano verso quel pianoro che, da allora, si chiama appunto “Campo Smith”.

In quell’occasione i due fratelli Smith realizzarono delle performance di rilievo: Trygve saltò 40 metri, Harald addirittura 43 metri e fu record del mondo. Per gli appassionati di cimenti storici, qualche rimasuglio dei trampolini in legno di allora si trova seminascosto nel bosco a fianco degli impianti di risalita.

Lo sci “unico” non durerà molto: nel corso degli Anni Venti del Novecento si assisterà all’irreversibile divisione dello sci sportivo nelle sue discipline fondamentali, che da allora si sono evolute diversificandosi sempre di più.

Resta il rammarico che in Italia, a differenza di altri paesi europei (alpini quanto extra-alpini), il salto dal trampolino sia scivolato ai margini dell’interesse, per non dire nell’assoluto disinteresse.

Non è così addirittura fuori dall’Europa, visto che un giapponese ha recentemente registrato, sugli sci, “il salto più lungo della storia”.

Il volo più lungo di sempre sugli sci ultima modifica: 2025-03-31T05:18:00+02:00 da GognaBlog

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5 pensieri su “Il volo più lungo di sempre sugli sci”

  1. A proposito di exploit: Ryōyū Kobayashi è il terzo saltatore, nella storia del trofeo dei 4 trampolini, che si disputa dal 1952, ad avere vinto tutte e quattro le gare nel corso della stessa edizione. 

  2. A volte nel mondo dello sport compaiono personaggi che grazie ad un perfetto mix tra talento ai massimi livelli, adeguata preparazione fisica e mentale, condizioni fisiche eccezionali e preparatori al top riescono a piazzare la prestazione che sposta i limiti delle possibilità umane, e in alcuni casi forse per sempre. Mi vengono in mente Bolt, Duplantis che è 20 cm oltre a tutti gli altri (ma l’asta è una specialità che non ha ancora raggiunto il limite) Sotomayor e chissà quanti altri. Mi fanno sorridere coloro i quali affermano che non abbiamo limiti e che questi sono fatti per essere superati, sempre. 

  3. Ho visto Kobayashi vincere la penultima edizione, dicembre 2023 – gennaio 24) del celebre trofeo del “Quattro Trampolini”, totalizzando….4 secondi posti! Iper-regolare e con il rammarico di non aver centrato una vittoria parziale.

  4. Interessante Ratman.Io appartengo alla schiera “giocosa” degli appassionati di sport : per me l’obiettivo di fare sport è di stare bene e passare una bella giornata , piuttosto che quello di imprimere il mio nome nella pietra di qualche hall of fame , chiaro che le due componenti ci sono in misura variabile in ognuno di noi.

  5. È interessante il percorso nell’umano compiuto da coloro che praticano  sport.
    Non si sa quanto l’eccezionalità dei loro risultati sia imputabile ad uno sviluppo delle attitudini della specie o semplicemente ad un miglioramento delle varie tecniche : dall’allenamento fisico mentale, ai materiali.
    Dunque: cosa ammiriamo nei campioni? L’eroe di omerica memoria “senza rivali nella corsa”, oppure il “lavoratore”, il metodico che si applica con disciplina feroce alla riuscita, all’exploit?
    In quale spazio dell’immaginario popolare i media proiettano l’atleta?  Perché lo sport che produce record non ha una diffusione pari a quello che produce gioco e quindi intrattenimento?

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