Inverno 2025-2026: il doppio di morti da valanga

In Europa 136 vittime contro le 70 della stagione 2024-2025, l’Italia maglia nera con 38.

Inverno 2025-2026: il doppio di morti da valanga
di Max Cassani
(pubblicato su lastampa.it l’8 aprile 2026)

Centotrentasei morti sotto le valanghe solo sulle Alpi e nelle altre zone montuose europee. Rispetto all’inverno scorso, quando i deceduti furono 70, il numero è praticamente raddoppiato. Si deve tornare indietro alla stagione 2017/18 per trovare ancora più vittime (147). E la stagione non è ancora finita. È l’amaro bollettino fornito dall’European avalanche warning services (Eaws), il raggruppamento continentale dei servizi valanghivi che ha come obiettivo quello di aiutare a prevenire perdite di vite umane a seguito di slavine, anche fornendo servizi di allerta e previsioni meteo.

Primato nel primato, l’Italia è il Paese alpino in cui quest’inverno si sono registrate più vittime a seguito del distacco di cumuli: ben 38, sei in più della Francia e otto in più dell’Austria (c’è da notare che questo dato non tiene conto che la superficie totale del territorio alpino italiano è di gran lunga superiore a quelle degli altri paesi limitrofi, NdR). E’ il numero più alto di morti a seguito di valanghe registrato in un Paese europeo negli ultimi sei anni. Il primo incidente di questa stagione invernale in Italia era stato quello del 1° novembre 2025 sulla Cima Vertana, nel massiccio dell’Ortles, in Alto Adige. Ed è stato anche quello con il bilancio più pesante: un lastrone di neve staccatosi dalla parete nord aveva infatti ucciso cinque persone. Al triste record italiano ha contribuito anche la valanga caduta a marzo in Val Ridanna, sempre in Alto Adige, quando avevano perso la vita in totale quattro persone, di cui tre italiani.

Tra le cause di un numero così alto di vittime ci sono le abbondanti precipitazioni di quest’inverno, che hanno causato un sovraccarico dei pendii, ma soprattutto il fatto che le nevicate a più riprese (ovvero accumuli di neve fresca su strati di neve vecchia), il vento e le alte temperature delle ultime settimane abbiano provocato una forte instabilità del manto nevoso. «Quando si staccano valanghe i motivi possono essere diversi, e possono essere tra loro interconnessi – spiega Franco Giacomelli, esperta guida alpina della Valchiavenna e anche istruttore di soccorso alpino – Quest’inverno in particolare è nevicato poche volte, ma abbondantemente. La brina di fondo che si è creata a seguito delle prime precipitazioni ha provocato strati basali deboli, con neve sottostante non consolidata. Una specie di cuscino d’aria insidiosissimo su cui tutti gli accumuli successivi, non legandosi con lo strato sottostante, scivolano facilmente».

Altri elementi di rischio sono il vento e gli sbalzi termici tipici di fine stagione: «Il vento crea accumuli di neve importanti, anche compatti ma fragili. Sono pericolosi perché i lastroni si staccano come un unico blocco, spesso innescati dal passaggio di uno sciatore. Il caldo, così come il freddo improvviso, è un’altra causa di trasformazione della neve».

Al di là dei fattori meteorologici, l’aumento degli incidenti in montagna è anche correlato alla crescita esponenziale di escursionisti sulla neve, scialpinisti ma anche ciaspolatori, che hanno conosciuto un boom dopo la pandemia, «ma che spesso – aggiunge Giacomelli – non hanno la minima idea di come ci si deve comportare quando ci si avventura in neve fresca, a maggior ragione con pericolo valanghe marcato».

Non è un caso che il Soccorso alpino e speleologico abbia riportato di recente un bilancio di 13 mila interventi in quota nel 2025 (una media di 35 al giorno, l’8% in più rispetto all’anno precedente: il numero più alto di sempre), e di addirittura 528 morti. La metà delle vittime è stata causata da una caduta o da una semplice scivolata, il che conferma come la scarsa preparazione tecnica o la sottovalutazione dei pericoli – sui sentieri d’estate come sulla neve d’inverno – rappresentino i principali fattori di rischio.

«Per la sicurezza in montagna – ricorda il Soccorso alpino – prima di un’uscita fuoripista è fondamentale controllare sempre il bollettino valanghe e attrezzarsi con Artva, pala e sonda, che vanno utilizzare correttamente. Inoltre, è importante valutare costantemente i segnali di pericolo sul terreno. In caso di rischio elevato, evitare pendii ripidi, muoversi mantenendo adeguate distanze di sicurezza e, in caso di coinvolgimento in una valanga, cercare di restare a galla e creare una sacca d’aria per respirare».

Inverno 2025-2026: il doppio di morti da valanga ultima modifica: 2026-04-26T05:58:00+02:00 da GognaBlog

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33 pensieri su “Inverno 2025-2026: il doppio di morti da valanga”

  1. pur dissentendo dal Sig.Crovella quando comunica le sue critiche politico sociali,su di un blog che ê l’opposto del suo pensare,contento lui,ma non ê questo il punto,il punto reale a prescindere dei personali singoli errori,guide comprese,nel suo ultimo intervento descrive il  motore degli incidenti.  L’emulazione di uscite che i social video in specifico ripropongono,come improvvise uscite,miracolose extrafacili e alla portata di tutti,mai una caduta ,neve e condizioni perfette etc.etc,nel base jumper,attività,semi demenziale,a mio personale parere,non ê uno sport,se hai una tuta alare che sopporta 120 kg chiunque la può fare,il massimo del rischio ê legato a: superficialità o errori di preparazione materiali,e poi la emulazione. A quanti metri si sfiorano le rocce o altro, certo le vittime sono minori rispetto ai lanci ma chiedere nel settore.altrettanto dicasi per gli skialper da tutina,più o meno di grido,rispetto i frequentanti sono minori,ma aumentano per i suddetti motivi

  2. Avete mai visto qualche rappresentante del “nuovo (!) scialpinismo che si autoimpone una discesa “brutta”, su terreni banali magari in neve orrenda, ma sicura (non fosse altro per le pendenze quasi piatte), rinunciando invece al pendio semiverticale sovraccarico di farina goduriosa? No, e in  scelte come queste sta la principale causa dei così tanti incidenti die giorni nostri. Il vero enigma non è tanto nel comportamento della neve, quanto nell’incomprensibile comportamento di molti (tantissimi) umani sulla neve. Ci si diverte lo stesso, pur limitandosi a una “gitetta” da vecchierelli su pendii semipiatti. Certo, non puoi, tronato a casa, caricare caterve di foto “spettacolari” sui social e l’effetto emulazione è un’altra delle cause (indirette) degli incidenti. In conclusione, per evitare alla radice l’enigma delle valanghe, basta stare lontani dai pendii “enigmatici”…

  3. proprio due settimane fa, in un evento ufficiale, mi hanno chiesto quale futuro vedo per le scuole del CAI (tutte, non solo di scialpinismo) e ho risposto che vedo n futuro radioso. Perché in un cntesto di totale anarchia nell’approccio alla montagna, come è purtroppo quello dei nostri temèpi, il messaggio didattico incentrato su prudenza, sicurezza e prevenzione costituirà sempre un farto di riferimento per il settore. Il rischio zero NON esiste, ma acquisire un modus operandi che punti a rpudenza e sicurezza, permette di confinare il rischio in zone complessivamente contenute. Ovviamente mi sto riferendo a uno scialpinismo medio e di impostazione tradizionale. Discorso diverso per grandi pareti, specie in quota, canali di sci ripido e cose così, ma che esulano dal nrmale scialpinismo dello sciatore di pianura che va un g a settimana sulla nbeve (fattispecie che a naso costituisce l’805-90% degli scialpinisti). Invece guardandomi in giro vedo solo cose che mi fanno accapponare la pelle: tagli da urlo, discese su pendii visibilmente sovraccarichi, ricerca a tutti i costi della farina goduriosa, infrangendo ogni regola di prudenza e sicurezza. La principale causa di così tanti incidenti non è nell’imprevidibiltà della natura, ma nella sconsideratezza umana. CONT

  4. Crovella, come tuo solito hai perseguito il tuo intento maniacale per riportare tutto al tuo beneamato Cai che tanto ti fa sentire sl sicuro persino dalle valanghe. Va bene, hai ragione e fai bene a fare così. Del resto se ti fa sentire bene sono contento per te.
     
    Può giovare ulteriormente sentire qui un punto di vista autorevole e per nulla scontato:https://www.theguardian.com/commentisfree/2026/apr/29/avalanche-deaths-surged-alps-this-season-heres-why
    Buonanotte. 

  5. Veramente il tutto è iniziato perché è stato definito “errato” il mio modo di ragionare e di applicarmi, ma peccato che ale mio modo sia  quello che è il modo ortodosso adottato dal modello didattico del CAI. E’ sbagliata la definizione. Quello è il “modo” ortodosso di riferimento. Che poi uno possa per conto suo ragionare diversamente, ci può stare, ma non puà sostenere che sbagli il modello adottato dalle scuole del CAI. (PS: per chi si riconosce pienamente nella rassi ortodossa, perché lì è cresciuto e lo ha insegnata per decenni, fli “eretici” sono quelli che la pensano in maniera diversa. Liberissimi di farlo, può darsi anche che all’atto pratico sia meglio, ma voglio poi vedere quando i nodi arrivano al pettine  e devono giustificare le scelte adottate…)

  6. ——— LA DOMANDA ———
    Il nostro Krovellik avrà finalmente capito di non avere capito?
     
    P.S. Carlo, scusami, ma la colpa è del Cominetti!

  7. Bhe, ma lo studio è inevitabile. Sia della scienza nivologica come prerequisito concettuale sull’atgomento, sia come aggiornamento sistematico delle condizioni. Ma davvero tu non li consulti mai i bollettini Aineva? E’ ormai considerato un passaggio inevitabile. Che poi le info che si traggono dai bollettini vadano applicate sul terreno, mentre c si muove, e che tali “applicazione” comprenda una esperienza accumulata nel tempo e con risvolti anche tattili (i famosi feedback del piede, mentre cammini sulla neve) è ovvio e scontato. Ma non consultare minimamente i bollettini è ormai inaccettabile (e per comprenderli occorre masticare i concetti base della nivologia, ecco perché è necessario studiare la scienza in quanto tale). Specie con la prassi che si è ormai codificata. Ti auguro sinceramente di non trovarti mai invischiato in situazioni giudiziarie, ma nel caso cosa risponderesti a esplicita domanda del giudice se la sera prima hai consultano il bollettino? Che no, non l’hai fatto perché tu non credi negli schermi, compresi i bollettini…. Brrr, mi vengono i brividi, perché il tuo iter giudiziario partirebbe decisamente “in salita”.

  8. Ci tengo a precisare che il libro L’enigma dlle Valanghe é stato da me citato allo scopo di evidenziarne il titolo in maniera provocatoria. Infatti la parola enigma sintetizza la precarietá dell’argomento in contrasto con la certezza che in molti si credono di aver raggiunto perché edotti dalla scienza della neve. Questa falsa sicurezza é quella che fa fijire sotto le valanghe anche molti giovani professionisti. La mia battaglia é contro questa visione che poco o nulla ha a che fare con la realtá, ma é molto diffusa.
    Esistono testi recenti sulle valanghe che sono sicuramente più aggiornati e validi del libro di Colin Fraser ma L’enigma delle Valanghe resta. Non é certezza e lo studio della neve é andato avanti a valanga caduta ma non, o quasi, a prima che la valanga si metta in moto. Questo volevo dire e molti miei colleghi dai capelli grigi condividono in pieno. Parlo di guide che da novembre a maggio hanno i piedi sulla neve. Diverso é per chi, vivendo in pianura, i piedi nella neve li mette un paio di volte la settimana o anche meno. In quei casi é meglio raccomandare l’anima al Diavolo e muoversi con molta cautela, sia che si sia professionisti che dilettanti. 

  9. @21 Ovvio: la preparazione, anzi l’educazione scialpinistica deve essere a 360 gradi e copre tutto e non solo il tema “neve e valanghe”. In effetti modalità comportamentali come quelle da te citate sono sempre più diffuse (basta guardarsi intorno mentre s sta facendo una scialpinistica) e denotano la totale mancanza di una forma mentis corretta nell’approccio alla montagna (per questo chi si “macchia” di quegli errori io li chiamo “cannibali”: magari sono attelticamente e tecnoicam,ente bravissimi, ma concettualmente sono dei cannibali).. Da errori come quelli derivano inevatabilmente gli incidenti.
     
    Certo è che tali comportamenti NON sono il frutto del modello didattico delle Scuole CAI, che anzi battono e ribattono su un approccio completamente opposto alla montagna. Difficile che chi frequenta almeno per 2-3 anni una scuola CAI, poi si comporti in modo così “sbagliato” anche nelle sue uscite private. Io NON sto sostenendo che il modello didattico azzeri totalmente il rischio, ma di certo  lo minimizza. Invece certi comportamenti individuali di chi va in montagna alla “speraindio” aumentano il rischio, sembra quasi che si voglia massimizzarlo, in una specie di perversa roulette russa. Non c’è da stupirsi, quindi, dell’enorme numero di incidenti.

  10. Crovella proprio non c’è verso, non c’è capacità di interpretazione. Tu hai i tuoi schemi caiani e basta e da li non ti smuovi portando ogni qualsivoglia tema sul tuo terreno trito e ritrito. 
    Non ho detto che la didattica del Cai è errata (anche perché la condivido in pieno) ms la TUA visione troppo teorica. Il figlio del tuo conoscente fa la guida come la si fa oggi, ovvero col cellulare sempre in mano che infonde sicurezza in chi non ne ha dentro. Tutto normale, infatti oggi sono sempre di più i professionisti che, per svariati motivi finiscono nelle valanghe. Confermi quello che già pensavo.  E se i discorsi che faccio io sulle valanghe non li senti fare ad altre guide che conosceresti così bene mi fa pensare che ci capisci ancora meno. Auguro a tutti di non finire sotto le valanghe e che la neve sia con noi. Ciao.
     
    Boby dice bene!

  11. Io trovo che le trappole euristiche , come le chiamava Werner Munter , mietano sempre più vittime.Non solo sulla traccia più o meno sicura , ma anche sul terreno già percorso da altri in discesa e su un senso di “competizione latente” che a volte emerge anche fra gli “esperti”.Io penso che in una gita di scialpinismo la mia controparte sia la montagna , non l’altro scialpinista più bravo o audace di me , e l’obbiettivo che spesso si perde di vista è quello di massimizzare le probabilità di tornare a casa incolumi per poter sciare anche domani.

  12. E’ anche cambiato il modo di condurre la gita. La traccia di salita non è più quella più sicura, è quella più diretta con infiniti dietro front. La traccia di discesa non è più unica (o quasi), i pendii vengono arati. Se un pendio è rischioso ma c’è polvere ……. .Se è brutto si va in gita tanto c’è il GPS. Se le condizioni sono pericolose si va tanto c’è l’airbag e l’ARVA. Quest’anno è stato l’esempio lampante. Pochissima neve prestissimo, poi venti forti in quota e successivamente lungo periodo di freddo con formazione di brina di fondo importante; poi un po’ di neve  che copriva tutto. Da quelli che “spalano neve” a quelli che ne “spalano meno” tutti sapevano che era rischioso, eppure ………..

  13. Circa la bibliografia, mi sa che c’è un innamorante del testo di Colin Fraser che affonda più nel valore storico del testo (indubbiamente un testo “cult”) che nel suo contenuto. sono trascorsi più di 50 anni e la nivologia ha fatto passi da gigante, per cui esistono decine di testi infinitamente più aggiornati. Certo il tema “neve e valanghe” è il vero cuore della didattica scialpinistica: se prendiamo il recente (un annetto fa) il MANUALE DI SCIALPINISMO frutto della Scuola Centrale della CNSASA e dato alle stanpe da CAI Edizioni, mi pare che (cito a memoria) su 240-250 pagine totali, l’insieme dei capitoli “nivologia+valangologia+prevenzione+preparazione dell’uscita+autosoccorso in valanga” copra più di 100 pagine. Ergo questo è il vero cuore della più ampia didattica dello scialpinismo. Altrettanto ovvio è che non è sufficinte studiare a tavolino e basta. Occorre anche costruirtsi un’esperienza personale sul terreno, però “sposando” le nozioni teoriche (oggi come oggi, molto scintifiche) con la realtà, epr saper riconoscere i suoni della neve, la consistenza sotto al piede, il tipo di formazione visiva della superficie del manto nevoso (Occhi+orecchi+piedi sono9 i nostrui strumenti di test syul terreno, adddirittura passo dopo passo…). Il tutto deve essere interiorizzato fino a  diventare una specie di meccan8ismo inconscio: appena senti il piede che ti dà un feedback diverso rispetto a dieci metri prima, subito si accende la lampadina… Tutto ciò lo si perfeziona in anni, infatti il ciclo didattico fisiologico per un allievo delle scuole CAI è  di almeno tre stagioni. In tre stagioni gli viene battuto e ribattuto ogni concetto e partecipa a circa 25-30 uscite (con relative esercitazioni sul terreno) e altrettante lezioni teoriche. Alla fine o uno non crede nel modello didattico del CAI (e allora non regge neppure tre stagioni, ma al massimo al termine della prima se ne discosta e va per i fatti suoi) o esce con una forma mentis che è il grande valore aggiunto del modello didattico del CAI. Chi lo apprezza è rconoscente a tutti i suoi “maestri”, anche a distanza di decenni, perché in genere questa forma mentis, una volta che ti si forma “dentro”, te la porti dietro tutta la vita. Questa forma mentis NON si limita al solo tema veve+valanghe, ma rigurata tutti i risvolti dell’andar in montagna. Certo è che se uno si muove sulla neve (con o senza gli sci poco rilòeva) questo tema è il “cuore” del messaggio didattico

  14. Mah… può darsi che sia invecchiamento personale, ma se fosse solo questo il fenomeno sarebbe ristretto ai miei/nostri coetanei, invece, parlando con istruttori di generazioni successive alla mia, ho notato che anche loro recepiscono “segnali” diversi dalla neve nel momento in cui si muovono sopra. Ma questo è un corollario, di scarsa importanza (se non per la considerazione che il manto nevoso ai giorno nstri è ancora più insidioso dei suoi standard storici, per cui occorre aumentare la prudenza), rispetto al tema generale. E’ ovvio che chi, er sua natura “ribelle”, trova stritolante tutto ciò che è istituzionale, e quindi “soffr4e” il CAI nel suo insieme e di conseguenza anche il modello di didattico del CAI (che del CAI è una delle espressioni). altrettanto ovvio che chi, come me, è nato, cresciuto e ha operato per oltre 40 anni in tale modello, anche fino a ruoli di responsabilità organizzativa a tecnica, vede invece in tale modello un vero “faro” di riferimento per tutti quelli che vanno in montagna. Io personalmente sono avvero convinto che l’approccio che si insegna nelle Scuola del CAI sia il “più adatto” (parlo a 360 gradi e non solo tsul tema valanghe), ma prudentemente affermo che certamente è un approccio molto positivo (e tutt’altro che “errato”!). ovviamente iscriversi a una Scuola CAI e voler imparare tale forma mentis è una scelta e non un obbligo e quindi a tito0lo personale ognuno sceglierà come ritiene opportuno. Ma definire errato l’approccio del modello didattico del CAI è davvero fuori luogo, a maggio ragione da parte di una Guida alpina. Io NOn sono un profesisonista e mi uardo bene dal ficcare il naso nel relativo settore, ma conosco a titolo eprosnale decine di GA, di ogni fascia di età e devo dire che discorsi come i tuou non glieli sento fare. Addirittura le GA di generazioni giovani so0no estremamente scintifiche sul tam. Il figlio circa 30enne di un mio conoscen5te ha fatto questa scelta di vita e ho verificato che è ancora più scientifico di me. Non solo guarda i bollettini tutti i gg, ma scarica e/o si appunta i dati salienti (precipitazioni, vento, condizioni meteo, gradi di pericolo) valle per valle delle occidentali (dalle Alpi Liguri all’Ossola, compresi i versant francesi e svizzero), perch* mi ha detto: “Sai,. io devo esser pronto perché ogni giorno nun cliente mi può chiederlo di accompagnarlo in una qualsiasi di queste valli e devo esser aggiornato in tempo reale sulla situazione”

  15. Sig.Cominetti analisi perfetta 
    la senescenza aumenta la conoscenza non la prestanza e nemmeno la potenza,poi deficit specifici limitano anche quella

  16. Crovella, quello che tu chiami feedback altro non è che il nostro invecchiamento,  visto pure che siamo dello stesso anno. Ti faccio un esempio banale: martedì scorso ero sull’Aiguille di Midi e andavo a dormire al Cosmiques. Uscendo dal tunnel che immette sulla cresta che da accesso al ghiacciaio, c’è un canale di neve subito a destra piuttosto ripido. Ricordo che anni fa scendevo di lì come se niente fosse dicendo ai clienti di scendere con gli sci in spalla per la cresta attrezzata con le corde. Non vedevo l’ora di andarci per farmi quelle curvecsul ripido. L’altro giorno osservando lo stesso canale mi dicevo che non ci sarei sceso manco morto. Ecco cos’è,  sono passati gli anni, non è la neve che è cambiata, ma siamo noi.
    La neve è sempre stata mutevole e sempre lo sarà. Il nostro cambiamento è più lento e inesorabile, ma c’è eccome. Non ci sono scuse. 

  17. @ 7
    Concordo su Colin Fraser.
    Il suo libro è notevole, veramente ben fatto.
    L’ho studiato decine di anni fa e per la sua efficacia ancora conservo la chiarezza dei suoi insegnamenti.
    Ho seguito anche una sua conferenza sulle valanghe che ha lasciato il segno.

  18. Studiare è importante per acquisire le basi concettuali, poi le si applicano andando sul terreno, ovvio. Non l’ho specificato perché lo considero implicito. La sensibilità quando appoggi lo sci sul mante nevoso te la fai con l’andare. Il quadro concettuale è quello che ti serve per orientarti all’interno delle possibilità scientifiche. Non so dire se questo approccio sia “errato”, per me è quello “giusto”, certo è quello “ortodosso” e quindi, essendo io notoriamente un caiano della peggior specie, l’ho sempre seguito e lo seguo ancora. Mi sono sempre trovato bene con tale approccio (che peraltro è quello che si “insegna” nel modello didattico della scuole CAI…) e, unendolo al buon senso e all’etrema prudenza, complessivamente bnella mia lunga attività scialpinistica non ni sono trovato in situazioni particolarmente critiche.
     
    Nel corso degli ultimi 10-15 anni, però,  mi sono accorto che i feedback che “sento” sotto al piede sono diversi rispetto ai decenni in cui la nivologia (intesa come scienza sistematica) ha avuto diffusione, cioè quelli in cui mi sono formato e dove ho insegnato con maggior sistematicità nelle scuole. Le cause di tali cambiamenti del manto nevoso sono infinite, non ho prove scientifiche che tutto ciò dipenda dal riscaldamento climatico. Ma il ragionamento mi ha portato a individuare tale correlazione come la più probabile (o la principale delle concause). In ogni caso, che la causa sia quello oppure no, poco rileva. Rileva invece che negli ultimi anni mi capita spesso di “sentire” i feedback sotto al piede diversi dai decenni precedenti. Ne ho dedotti da tempo che il quadro nivologico sia oggettivamente più insidioso. Il che mi ha portato a tirare ancor di più il freno a mano in termini di prudenza ecc. Se lo è per me, che cammino sistematicamente sulla neve da circa 60 anni, figuriamoci per chi non ha la stessa sensibilità nel piede né la stessa preparazione concettuale (per non parlare del tasso di buon senso individuale). Ovvio quindi che, in un contesto di esplosione degli accessi alla montagna innevata, sia eploso anche il numero degli incidenti. Mi stupirei del contrario.

  19. errata corrige
    qando…spiace ma farà felice il correttore di bipenna rossa ( dato il sito 9 blu e va beh.. farsi una risata

  20. Esatto Sig. Cominetti 
    Colin Frazer venne stampato nel 1970 e già la bibliografia nello stesso depone alla validità dell’analizzato.
    Leggerlo pone sia all’esperto che al neofita  gli stessi seri quesiti sul terreno che si va affrontare quando innevato.Poi la percentuale è data anche dalla frequenza.
    Studiare capire analizzare e qando possibile porre il conoscere nell agire,con il dovuto imponderabile margine del fatale accadimento.capibile dal momento che siamo temporaneamente in vita.

  21. Crovella, permettimi di dirti che il tuo atteggiamento è totalmente errato e che è il tipico da cittadino “studiato” che va in montagna la domenica. La neve non ha cambiato schemi negli ultimi anni. La neve cambia (muta) continuamente e affidarsi a schemi (i bollettini ne fanno parte) è semplicemente DELETERIO!
    Come dice Enri, giustamente, sulla neve ci capisci qualcosa (che comunque è infinitamente piccola) se ci vivi giornalmente tutta la stagione in cui c’è. 
    Il mio atteggiamento non è di superiorità ma di esperienza che evidentemente tu hai in maniera accademica. Ora so che mi citerai tutte le tue patacche e gite, ma rispetto a un professionista che lavora (cioè mantiene se stesso e famiglia) con lo scialpinismo, la tua esperienza (che pur esiste) è semplicemente ridicola. Forse pontificio anch’io, ma non vorrei, però tu sei sempre convinto di sapere tutto nell’unica maniera giusta che con la neve NON FUNZIONA!
    Fattene una ragione. Anche sulla maniera ” giusta” di andare in montagna dai di matto. Ma qual’è la maniera GIUSTA?
    L’avere avuto culo (avendolo aiutato) di essere vivi ci accomuna ma creati dei dubbi, dammi retta. Specie sulla neve, che se ci vai tutti i giorni capisci che non ha nessuno schema, perdio!

  22. Ho fra i miei libri L’enigma delle valanghe, veramente utile. Per questo, come ho avuto modo di dire già in passato, se non vivi in montagna a contatto giornaliero con neve e ghiaccio non puoi acquisire l’esperienza necessaria per andare con, relativa, sicurezza a fare scialpinismo come su cascata. E, come si diceva qui, spesso non basta nemmeno. Se si pensa di avere certezze con i bollettini si è morti in partenza. Questo vale anche per le previsioni del tempo. Alle previsioni del tempo, certamente sempre più precise, bisogna affiancare le proprie conoscenze, se ne abbiamo e pensare sempre che le previsioni (come dice il nome stesso) possono sbagliare e bisogna sempre avere un piano B, meglio anche uno C.

  23. Andrè Roche, grande alpinista svizzero e tecnico delle valanghe diceva “La valanga non sa che sei esperto”. E, aggiungo io, ti sotterra quando meno te l’aspetti (anche con rischio 2). Sono anni che io in inverno evito le gite di un certo impegno e mi accontento di sciare sui dolci pendii per principianti. In primavera invece, quando sono sicuro di fare una gita su neve trasformata sia in discesa che in salita, vado dappertutto senza leggere i bollettini e sono sempre tentato di liberarmi dal peso inutile (per non dire dannoso) dell’attrezzo “cerca morti”.

  24. Un paio di anni fa il bollettino (nelle occidentali) dava l’improvviso passaggio da grado 2 a grado 4 ad une certa quota, mi pare 2400 metri. Cioè non esisteva il grado intermedio (3). In effetti appena messo piede sopra la quota citata abbiamo staccato un piccolissimo fazzoletto di veve con il semplice passare degli sciatori. Incredibile: a 2399 m era tutto assestato, a 2401 metri si è staccato uno strato. Nessun danno, ma dietrofront immediato, nonosatnte il cielo sereno. Sono rimasto molto colpito dalla situazione: in 55 anni di scialpinismo non ho mai visto un caso del genere. Ma la domanda vera è un’altra: quanti avrebbero agito così? Quanti sarebbero tornati indietro? Addirittura: quanti consultano il bollettino prima della uscita? E quanti fra quelli che lo consultano lo “capiscono” davvero?
     
    L’effetto di tutti questi fenomeni (alcuni oggettivi – modifica del comportamento dell manto nevoso rispetto alla nivologia ferma a 4-5 decenni fa, – altri soggettivi, scelte comportamentali ecc -), enfatizzato dall’aumento degli accessi alla montagna innevata,  confluisce nell’enorme aumento di morti per valanghe.

  25. Intendiamoci: in montagna muoiono anche i cosiddetti esperti, in particolare i professionsiti del settore, quindi esser bravi e preparati non protegge al 100% dal rischio, ne abbiamo parlato qualche giorno fa. Capita dalla notte dei tempi e sempre capiterà: c’è una percentuale insopprimibile di “fatalità”. Ma il grosso problema è l’esplosione numerica degli accessi alla montagna dal 200 (circa) in poi, specie per la montagna innevata. Nessuno mi toglie dalla testa che gran parte di tale esplosione numerica è costituita da gente che non ha la testa giusta per andare in montagna (quelli che io sintetizzo nella categoria “cannibali”), per cui oggi sulla neve se ne vedono di tutti i colori. Ovvio che chi “sfida” la natura con allucinanti  tagli di pendii, partenze all’ora beata, itinerari completamente sbagliati… beh non può poi stupirsi se la tagliola della natura lo prende dentro. Ma forse non è neppure solo un problema di cannibali (problema specifico che pe me c’è, eccome), ma è anche un problema di “troppi” accessi in assoluto alla montagna, specie innevata. Un bacino molto ampio di frequentatori porta con sé un aumento incontrollato di incidenti, spesso mortali.
    E’ verissimo che il manto nevoso non è più quello su cui, noi “secchioni”,abbiamo studiato negli anni ’70-80. basta muoversi sul manto nevoso, ai giorni nostri, e lo senti “diverso” sotto aigli sci (ovvio che occorre la sensibilità per poterlo “sentire”…). Io personalmente collego questo cambiamento strutturale del manto nevoso con gli effetti del riscaldamento climatico, per cui i termini e le tempistiche di assestamento del manto nevoso sono cambiati rispetto a 4-5 decenni fa. Il manto nevoso è ancor più subdolo di allora, ancor più imprevedibile e, anche nella stessa giornata, cambia con modalità che “allora” non esistevano. CONT

  26. Ricordo una lezione di Werner Munter (in tedesco, sic) in cui diceva che se parti con artva pala,sonda,airbag e avalunch, per essere sicuro, è meglio se resti a casa. 
     
    Sarà tecnicamente datato ma per me la bibbia resta ancora il libro (se proprio si vuole fare teoria) di Colin Fraser: L’enigma delle valanghe.
    Già il titolo la dice lunga sul fatto che non sia: Le valanghe.
    La neve è sicuramente sempre meno enigmatica ma le valanghe no (mio parere personale). E queste ultime di neve sono fatte.
    Prova pratica ne è che oggi molti professionisti- istruttori dal cappellino da baseball, affrontando il tema con mentalità puramente ingegneristica portano i loro allievi sotto le valanghe. Questi sedicenti esperti pluridecorati non hanno ancora capito che alle valanghe, delle loro medaglie, non gliene importa ‘na sega.

  27. Secondo me, una causa che viene vista come positiva, ma invece è negativa, è la tecnicizzazione della neve. Mi confronto spesso, anche per obbligo professionale, con tecnici che ogni anno forniscono più elementi di conoscenza del manto nevoso. Fin qui tutto bene.
    I sistemi di prevenzione, però,  sono fermi a quando ho iniziato, ovvero negli anni ’70. Mi spiego: quelle regolette/metodi che provocano un distacco “portatile” che riproduce una porzione del pendio sul quale dovremmo sciare, sono più o meno sempre quelli. Ovviamente vanno sommati alle regole di buonsenso citate in ogni articolo, questo incluso, su pendenza, esposizione, temperatura, azione del vento, umidità, ecc.
    Tutti i dati “nuovi” riguardano analisi a distacco avvenuto, ma chi se ne frega!?
    La sommatoria di tutte queste conoscenze, inclusi i bollettini, (che sono utili, per carità) mette l’utente medio di oggi in una posizione di presunta sapienza che infonde sicurezza e che però alle valanghe non importa.
    Delle valanghe bisogna avere una paura fottuta e mettere la rinuncia nello zaino prima ancora di pala e sonda. L’ho già detto, ma io sulla neve ho imparato più cose spalandola davanti a casa e sul tetto  che in tutti i corsi che m’è toccato fare in ormai 42 anni di “onorato servizio”. E per questo, come scrive Paleari, delle valanghe ho una paura tremenda e spesso cambio programma o torno indietro da una gita, anche quando dei giovani guerrieri vanno avanti e non succede niente. Se i clienti s’incazzano non me ne importa nulla. Io non li coccolo come fanno tanti miei colleghi che sono andati lo stesso, anche quando era il caso di fare dietro front e ci hanno lasciato la ghirba.  Potrà succedere anche a me, ma l’avrò deciso io!

  28. Ormai tutti vanno a sciare quando sarebbe meglio che andassero al mare e vanno al mare quando sarebbe meglio che andassero a sciare…

  29. Per me ci sono troppi cannibali che vanno in montagna alla “sèperaindio” e purtroppo la natura è spietata. Ma al netto delle mia valutazione sui tanti incapaci che girano per le montagne, il problema statistico è collegato al fatto che ormai sono “tanti” quelli che vanno in montagna. Intendo al netto della loro effettiva lucidità e capacità decisionale basata su prudenza e ricerca della sicurezza. Se questi “tanti” (che girano per le montagne) diventassero “pochi”, anche le statistiche sugli incidenti si ridurrebbero, al netto della maggior o minor capacità di chi va in montagna e delle ibnsidie oggettive della montagna innevata.

  30. Sono aumentati anche i  morti per attacco da squalo.
    Nel 2025 si è registrato un aumento degli attacchi, con 12 vittime rispetto alle 7 del 2024.
    È l’inflazione!

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