In Europa 136 vittime contro le 70 della stagione 2024-2025, l’Italia maglia nera con 38.
Inverno 2025-2026: il doppio di morti da valanga
di Max Cassani
(pubblicato su lastampa.it l’8 aprile 2026)
Centotrentasei morti sotto le valanghe solo sulle Alpi e nelle altre zone montuose europee. Rispetto all’inverno scorso, quando i deceduti furono 70, il numero è praticamente raddoppiato. Si deve tornare indietro alla stagione 2017/18 per trovare ancora più vittime (147). E la stagione non è ancora finita. È l’amaro bollettino fornito dall’European avalanche warning services (Eaws), il raggruppamento continentale dei servizi valanghivi che ha come obiettivo quello di aiutare a prevenire perdite di vite umane a seguito di slavine, anche fornendo servizi di allerta e previsioni meteo.
Primato nel primato, l’Italia è il Paese alpino in cui quest’inverno si sono registrate più vittime a seguito del distacco di cumuli: ben 38, sei in più della Francia e otto in più dell’Austria (c’è da notare che questo dato non tiene conto che la superficie totale di territorio alpino italiano è di gran lunga superiore a quelle degli altri paesi limitrofi, NdR). Il numero più alto di morti a seguito di valanghe registrato in un Paese europeo negli ultimi sei anni. Il primo incidente di questa stagione invernale in Italia era stato quello del 1° novembre 2025 sulla Cima Vertana, nel massiccio dell’Ortles, in Alto Adige. Ed è stato anche quello con il bilancio più pesante: un lastrone di neve staccatosi dalla parete nord aveva infatti ucciso cinque persone. Al triste record italiano ha contribuito anche la valanga caduta a marzo in Val Ridanna, sempre in Alto Adige, quando avevano perso la vita in totale quattro persone, di cui tre italiani.
Tra le cause di un numero così alto di vittime ci sono le abbondanti precipitazioni di quest’inverno, che hanno causato un sovraccarico dei pendii. Ma soprattutto il fatto che le nevicate a più riprese (ovvero accumuli di neve fresca su strati di neve vecchia), il vento e le alte temperature delle ultime settimane abbiano provocato una forte instabilità del manto nevoso. «Quando si staccano valanghe i motivi possono essere diversi, e possono essere tra loro interconnessi – spiega Franco Giacomelli, esperta guida alpina della Valchiavenna e anche istruttore di soccorso alpino – Quest’inverno in particolare è nevicato poche volte, ma abbondantemente. La brina di fondo che si è creata a seguito delle prime precipitazioni ha provocato strati basali deboli, con neve sottostante non consolidata. Una specie di cuscino d’aria insidiosissimo su cui tutti gli accumuli successivi, non legandosi con lo strato sottostante, scivolano facilmente».
Altri elementi di rischio sono il vento e gli sbalzi termici tipici di fine stagione: «Il vento crea accumuli di neve importanti, anche compatti ma fragili. Sono pericolosi perché i lastroni si staccano come un unico blocco, spesso innescati dal passaggio di uno sciatore. Il caldo, così come il freddo improvviso, è un’altra causa di trasformazione della neve».
Al di là dei fattori meteorologici, l’aumento degli incidenti in montagna è anche correlato alla crescita esponenziale di escursionisti sulla neve, scialpinisti ma anche ciaspolatori, che hanno conosciuto un boom dopo la pandemia «ma che spesso – aggiunge Giacomelli – non ha la minima idea di come ci si deve comportare quando ci si avventura in neve fresca, a maggior ragione con pericolo valanghe marcato».
Non è un caso che il Soccorso alpino e speleologico abbia riportato di recente un bilancio di 13 mila interventi in quota nel 2025 (una media di 35 al giorno, l’8% in più rispetto all’anno precedente: il numero più alto di sempre), e di addirittura 528 morti. La metà delle vittime è stata causata da una caduta o da una semplice scivolata, il che conferma come la scarsa preparazione tecnica o la sottovalutazione dei pericoli – sui sentieri d’estate come sulla neve d’inverno – rappresentino i principali fattori di rischio.
«Per la sicurezza in montagna – ricorda il Soccorso alpino – prima di un’uscita fuoripista è fondamentale controllare sempre il bollettino valanghe e attrezzarsi con Artva, pala e sonda, che vanno utilizzare correttamente. Inoltre è importante valutare costantemente i segnali di pericolo sul terreno. In caso di rischio elevato, evitare pendii ripidi, muoversi mantenendo adeguate distanze di sicurezza e, in caso di coinvolgimento in una valanga, cercare di restare a galla e creare una sacca d’aria per respirare».
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Un paio di anni fa il bollettino (nelle occidentali) dava l’improvviso passaggio da grado 2 a grado 4 ad une certa quota, mi pare 2400 metri. Cioè non esisteva il grado intermedio (3). In effetti appena messo piede sopra la quota citata abbiamo staccato un piccolissimo fazzoletto di veve con il semplice passare degli sciatori. Incredibile: a 2399 m era tutto assestato, a 2401 metri si è staccato uno strato. Nessun danno, ma dietrofront immediato, nonosatnte il cielo sereno. Sono rimasto molto colpito dalla situazione: in 55 anni di scialpinismo non ho mai visto un caso del genere. Ma la domanda vera è un’altra: quanti avrebbero agito così? Quanti sarebbero tornati indietro? Addirittura: quanti consultano il bollettino prima della uscita? E quanti fra quelli che lo consultano lo “capiscono” davvero?
L’effetto di tutti questi fenomeni (alcuni oggettivi – modifica del comportamento dell manto nevoso rispetto alla nivologia ferma a 4-5 decenni fa, – altri soggettivi, scelte comportamentali ecc -), enfatizzato dall’aumento degli accessi alla montagna innevata, confluisce nell’enorme aumento di morti per valanghe.
Intendiamoci: in montagna muoiono anche i cosiddetti esperti, in particolare i professionsiti del settore, quindi esser bravi e preparati non protegge al 100% dal rischio, ne abbiamo parlato qualche giorno fa. Capita dalla notte dei tempi e sempre capiterà: c’è una percentuale insopprimibile di “fatalità”. Ma il grosso problema è l’esplosione numerica degli accessi alla montagna dal 200 (circa) in poi, specie per la montagna innevata. Nessuno mi toglie dalla testa che gran parte di tale esplosione numerica è costituita da gente che non ha la testa giusta per andare in montagna (quelli che io sintetizzo nella categoria “cannibali”), per cui oggi sulla neve se ne vedono di tutti i colori. Ovvio che chi “sfida” la natura con allucinanti tagli di pendii, partenze all’ora beata, itinerari completamente sbagliati… beh non può poi stupirsi se la tagliola della natura lo prende dentro. Ma forse non è neppure solo un problema di cannibali (problema specifico che pe me c’è, eccome), ma è anche un problema di “troppi” accessi in assoluto alla montagna, specie innevata. Un bacino molto ampio di frequentatori porta con sé un aumento incontrollato di incidenti, spesso mortali.
E’ verissimo che il manto nevoso non è più quello su cui, noi “secchioni”,abbiamo studiato negli anni ’70-80. basta muoversi sul manto nevoso, ai giorni nostri, e lo senti “diverso” sotto aigli sci (ovvio che occorre la sensibilità per poterlo “sentire”…). Io personalmente collego questo cambiamento strutturale del manto nevoso con gli effetti del riscaldamento climatico, per cui i termini e le tempistiche di assestamento del manto nevoso sono cambiati rispetto a 4-5 decenni fa. Il manto nevoso è ancor più subdolo di allora, ancor più imprevedibile e, anche nella stessa giornata, cambia con modalità che “allora” non esistevano. CONT
Ricordo una lezione di Werner Munter (in tedesco, sic) in cui diceva che se parti con artva pala,sonda,airbag e avalunch, per essere sicuro, è meglio se resti a casa.
Sarà tecnicamente datato ma per me la bibbia resta ancora il libro (se proprio si vuole fare teoria) di Colin Fraser: L’enigma delle valanghe.
Già il titolo la dice lunga sul fatto che non sia: Le valanghe.
La neve è sicuramente sempre meno enigmatica ma le valanghe no (mio parere personale). E queste ultime di neve sono fatte.
Prova pratica ne è che oggi molti professionisti- istruttori dal cappellino da baseball, affrontando il tema con mentalità puramente ingegneristica portano i loro allievi sotto le valanghe. Questi sedicenti esperti pluridecorati non hanno ancora capito che alle valanghe, delle loro medaglie, non gliene importa ‘na sega.
Secondo me, una causa che viene vista come positiva, ma invece è negativa, è la tecnicizzazione della neve. Mi confronto spesso, anche per obbligo professionale, con tecnici che ogni anno forniscono più elementi di conoscenza del manto nevoso. Fin qui tutto bene.
I sistemi di prevenzione, però, sono fermi a quando ho iniziato, ovvero negli anni ’70. Mi spiego: quelle regolette/metodi che provocano un distacco “portatile” che riproduce una porzione del pendio sul quale dovremmo sciare, sono più o meno sempre quelli. Ovviamente vanno sommati alle regole di buonsenso citate in ogni articolo, questo incluso, su pendenza, esposizione, temperatura, azione del vento, umidità, ecc.
Tutti i dati “nuovi” riguardano analisi a distacco avvenuto, ma chi se ne frega!?
La sommatoria di tutte queste conoscenze, inclusi i bollettini, (che sono utili, per carità) mette l’utente medio di oggi in una posizione di presunta sapienza che infonde sicurezza e che però alle valanghe non importa.
Delle valanghe bisogna avere una paura fottuta e mettere la rinuncia nello zaino prima ancora di pala e sonda. L’ho già detto, ma io sulla neve ho imparato più cose spalandola davanti a casa e sul tetto che in tutti i corsi che m’è toccato fare in ormai 42 anni di “onorato servizio”. E per questo, come scrive Paleari, delle valanghe ho una paura tremenda e spesso cambio programma o torno indietro da una gita, anche quando dei giovani guerrieri vanno avanti e non succede niente. Se i clienti s’incazzano non me ne importa nulla. Io non li coccolo come fanno tanti miei colleghi che sono andati lo stesso, anche quando era il caso di fare dietro front e ci hanno lasciato la ghirba. Potrà succedere anche a me, ma l’avrò deciso io!
Ormai tutti vanno a sciare quando sarebbe meglio che andassero al mare e vanno al mare quando sarebbe meglio che andassero a sciare…
Per me ci sono troppi cannibali che vanno in montagna alla “sèperaindio” e purtroppo la natura è spietata. Ma al netto delle mia valutazione sui tanti incapaci che girano per le montagne, il problema statistico è collegato al fatto che ormai sono “tanti” quelli che vanno in montagna. Intendo al netto della loro effettiva lucidità e capacità decisionale basata su prudenza e ricerca della sicurezza. Se questi “tanti” (che girano per le montagne) diventassero “pochi”, anche le statistiche sugli incidenti si ridurrebbero, al netto della maggior o minor capacità di chi va in montagna e delle ibnsidie oggettive della montagna innevata.
Sono aumentati anche i morti per attacco da squalo.
Nel 2025 si è registrato un aumento degli attacchi, con 12 vittime rispetto alle 7 del 2024.
È l’inflazione!
Mettiamo dei paravalanghe per salvare vite umane!
La neve non è solo bianca.