Korean Direct
(la prima ascensione del Gasherbrum V)
di Ahn Chi-young
(pubblicato su The American Alpine Journal, 2015)
Tradotto dal coreano da Peter Jensen-Choi.
Insignificanti contro lo sfondo bianco accecante della parete sud del Gasherbrum V, ci ergevamo come sagome in cima a una morena, con la parete di fronte a noi in piena vista. Il complesso ghiacciaio che conduceva alla parete mi ricordava la coda squamosa di un drago. Avevamo individuato una linea serpeggiante che ci avrebbe condotto al crepaccio terminale frastagliato ai piedi della parete. Una volta sulla parete, avremmo dovuto tenerci a sinistra per evitare un minaccioso seracco, poi spostarci a destra nella sezione mista superiore, prima di concludere con una linea diretta verso la cima.

Seong Nak-jong ed io non avevamo mai preso seriamente in considerazione una via sul versante sud del Gasherbrum V, ancora inviolato, finché non ci è stato negato il tentativo sulla parete nord-est. Avevamo iniziato il nostro primo tentativo sulla vetta di 7147 metri dal Campo 1 sul Ghiacciaio del Gasherbrum Sud, seguendo le vie normali per il Gasherbrum I e II. Abbiamo arrancato nella neve alta fino alle cosce per raggiungere la parete nord-est, ricoperta di ghiaccio e neve incoerenti, e quasi impossibile da proteggere. Ghiaccio e neve smossa cadevano dall’alto. Alla fine non abbiamo avuto altra scelta che interrompere e scendere dal nostro punto più alto, a 6400 metri.
Questo tentativo fallito ha spento il nostro desiderio di scalare. Come capo della nostra piccola squadra, i dilemmi di un secondo tentativo mi pesavano molto sulla coscienza. Non solo eravamo fisicamente indeboliti e la nostra fiducia era a pezzi, ma era già metà luglio e la neve continuava ad assediare gli accampamenti. Eravamo lontani da casa da più di un mese. La fatica e il tempo extra necessari per spostare il nostro campo base non sembravano affatto allettanti.
Mentre riflettevo sul da farsi, finalmente capii che la vetta contava molto meno di quanto avessi immaginato. Ciò che contava davvero era dare il massimo. Solo così avremmo potuto superare il nostro fallimento iniziale. Quando condivisi questi pensieri con Nak-jong e Choi Hyeong-woo, il nostro responsabile del campo base, loro acconsentirono a un altro tentativo, questa volta da sud. Trascorremmo una lunga giornata a spostare il campo a 4770 metri sul Ghiacciaio del Baltoro, proprio sotto il tortuoso ghiacciaio che conduce alla parete sud.
Comprendere i dettagli dell’avvicinamento di 3,5 km a questo ghiacciaio sarebbe stato fondamentale per risparmiare energie per la salita vera e propria. Per ridurre al minimo i tempi e conservare le forze, abbiamo deciso di rischiare e di non legarci in cordata per questo avvicinamento glaciale. Il 23 luglio 2014 siamo partiti dal campo base alle 5 del mattino. La nostra strategia ha dato i suoi frutti e, sebbene il ghiacciaio si sia rivelato più difficile del previsto, abbiamo raggiunto la conca pianeggiante sotto la parete sud due ore prima del previsto e siamo arrivati alla crepaccia terminale (5720 m) intorno alle 10 del mattino.
Blocchi di neve franata riempivano l’area intorno alla crepaccia terminale. Ci riparammo sotto una roccia e ci concedemmo una breve pausa. Dopo essermi assicurato alle nostre due corde da 7 mm, iniziai la scalata, con Nak-jong che mi seguiva. Circondati dalle ripide pareti dell’enorme circo glaciale, ci sembrava di combattere in un antico colosseo, parando e schivando con le piccozze. Il sole cocente rimbalzava sulla neve crostosa e ci bruciava il viso. Ogni passo richiedeva due o tre colpi decisi per piantare le piccozze. Valanghe rimbombavano dalla parte centrale frastagliata della parete e ci stringevamo contro la parete mentre la neve bagnata ci cadeva addosso. Continuavamo a spostarci a sinistra per uscire da sotto il seracco largo 300 metri che incombeva sopra di noi.

I polpacci e le cosce iniziarono a farmi un male cane, e per alleviare la fatica dovetti spostarmi di lato. Speravamo di raggiungere un luogo per bivaccare entro le 17, ma con l’avvicinarsi della sera eravamo solo a due terzi del percorso. Al calar della sera le nostre borracce erano vuote. La disidratazione si fece sentire rapidamente e, verso le 22, ancora lontani dalla grotta di ghiaccio dove avevamo intenzione di dormire, ci fermammo brevemente per sciogliere la neve e bere un po’ d’acqua. I nostri corpi si riscaldarono e ripresero vita, e finalmente raggiungemmo il luogo del bivacco, a 6560 metri, a mezzanotte.
Questo era peggiore del previsto, con formazioni irregolari di neve soffice e ghiaccio e minuscoli crepacci ovunque. La nostra sete doveva rimanere inestinguibile mentre tagliavamo il ghiaccio per spianare una piattaforma. L’angolo sinistro della nostra minuscola tenda si incurvava nell’aria aperta di un’enorme fenditura. Avevamo disperatamente bisogno d’acqua e ci accovacciammo all’interno della piccola tenda, sciogliendo diligentemente il ghiaccio per combattere il freddo e calmare i brividi di ipotermia. Troppo esausti e assetati per masticare cibo solido, aggiungemmo dei pezzetti di porridge alle nostre bevande calde. Eravamo in azione da 19 ore e avevamo guadagnato circa 1800 metri di dislivello. Ci legammo di nuovo alla corda prima di coricarci. I nostri corpi stanchi e indolenziti giacevano immobili, indifferenti ai profondi scricchiolii del fianco della montagna mentre le temperature scendevano durante la notte.
Il giorno seguente, il 24 luglio, riprendemmo la salita, ma il pericolo di valanghe e la profonda stanchezza ci spinsero a tornare indietro e a riposarci al bivacco. Quel pomeriggio, mentre sorseggiavamo il tè, una pietra grande quanto il palmo di una mano sfondò la parete della tenda e atterrò su un materasso. Urlai quando una pietra più piccola penetrò nella tenda e mi contuse gravemente il ginocchio. Spostammo la tenda in un luogo più sicuro e cercammo di rilassarci e recuperare le forze. Alle 3 del mattino seguente ripartimmo.
Nel freddo della notte la parete era silenziosa e le condizioni di scalata erano ottimali. Abbiamo proseguito lungo il bordo obliquo e frastagliato della fascia di seracchi fino a quando abbiamo potuto attraversarla per circa 200 metri, dritto verso destra, proprio sotto un ampio crepaccio terminale che sembrava invalicabile.
Finalmente scoprimmo una colonna di ghiaccio, di non più di 30-40 cm di larghezza, che ci avrebbe condotto sulla parete superiore e poi al punto chiave tecnico della scalata: un tratto di roccia friabile di 300-400 metri. La caduta di sassi che incontrammo qui ci fece ammutolire. Alla minima mossa, le rocce si staccavano dalla parete, costringendoci a cercare disperatamente una protezione di fortuna. Ci vollero grande sforzo e attenzione per evitare di far cadere sassi su quello che di noi assicurava.
Sebbene fossimo sollevati di aver lasciato il terreno misto, l’ultimo tratto di neve ripida ci ha riservato una nuova serie di difficoltà. Non c’erano affioramenti rocciosi a cui ancorarsi e la neve crostosa era instabile. Abbiamo perso l’equilibrio più volte, sia durante la salita che in sosta, e il mio cuore batteva all’impazzata per il pericolo di valanghe.

La cima del Gasherbrum VI apparve finalmente all’orizzonte, a sud-est, sopra le cime secondarie che formavano la parete del circo glaciale. Sapevo che eravamo vicini, ma nuvole scure e minacciose si addensavano nel cielo occidentale. La nebbia si alzava verso la vetta e pregai che il bel tempo durasse ancora un po’. Passo dopo passo, con fatica, risalimmo gli ultimi pendii fino a raggiungere la cima alle 19.20. La vetta era costituita da una serie di precarie cornici di neve. Ci fermammo il più in alto possibile, senza rischiare di cadere in un crollo. A nord e a est intravvedemmo i Gasherbrum I e II, avvolti dalle nuvole. Presi dall’urgenza, scattammo rapidamente delle foto e iniziammo la discesa.
Tornammo sui nostri passi verso la sezione rocciosa friabile e decidemmo di calarci direttamente lungo la parete, evitando l’incomodo percorso diagonale che avevamo seguito in salita. Una volta imboccata questa via, non saremmo più potuti tornare indietro, soprattutto nelle nostre condizioni esauste. Nonostante avessimo fatto numerosi ancoraggi Abalakov, la nostra attrezzatura si esaurì rapidamente. Nell’oscurità circostante non riuscivamo a scorgere alcun segno della nostra via di salita. Eravamo completamente persi e provai una sensazione di paura e di dura realtà che non avevo mai sperimentato così intensamente in montagna. Più scendevamo, più le pareti circostanti sembravano stringersi intorno a noi. Ci erano rimasti solo un picchetto da neve e una vite da ghiaccio come ancoraggi, non ricordo esattamente quanti. Poi, a mezzanotte, Nak-jong gridò dal basso: “Ho visto le nostre impronte! Sopra i seracchi!”.
Siamo tornati alla nostra tenda strappata e fatiscente verso le 4 del mattino, più di 24 ore dopo la partenza. Non avevamo bevuto acqua dal tardo pomeriggio e nella bomboletta era rimasto pochissimo combustibile, quindi abbiamo sciolto il ghiaccio solo quanto bastava per una sola bevanda. Dopo averne sciolto ancora un po’, ci siamo sdraiati e ci siamo addormentati.
La mattina seguente rimanemmo legati fino all’ultima parete di neve, poi scendemmo in solitaria gli ultimi 300 metri fino alla crepaccia terminale. Verso sera eravamo sani e salvi ai piedi del ghiacciaio. Mi ritrovai a chiedermi come avremmo potuto riparare la nostra tenda strappata: quanto ero felice di preoccuparmi di una cosa così banale! Il sole scivolò nella notte e il campo base si animò con il sollievo delle nostre risate.
Sommario
Prima ascensione del Gasherbrum V 7147 m da parte di Ahn Chi-young e Seong Nak-jong, attraverso la parete sud, 23-26 luglio 2014: Korean Direct (1450 m sopra il crepaccio terminale, WI4/5 M4). Il duo ha raggiunto la vetta il 25 luglio 2014. La montagna era stata tentata diverse volte: un tentativo giapponese da est nel 1978 che raggiunse la cima secondaria Est III a 7006 metri; un tentativo francese nel 1980 che raggiunse i 6700 metri sulla parete sud, a destra della linea coreana del 2014; un tentativo coreano che raggiunse i 6550 metri da ovest nel 2010; e un tentativo francese che raggiunse i 6700 metri sulla parete sud e sulla cresta sud-ovest nel 2012.
Informazioni sull’autore
Nato nel 1977, Ahn Chi-young è una guida alpina e istruttore. La sua prima ascensione in stile alpino dell’Himjung 7092 m in Nepal, con Kim Chang-ho, è stata pubblicata su The American Alpine Journal del 2013 e in GognaBlog.
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