Metadiario – 193 – La forza di un luogo (AG 1995-003)
Le sorprese dovute alle follie di chi pensa gli spot pubblicitari non erano finite. D’altra parte il lavoro è lavoro e anche di fronte alle più bizzarre richieste mai dire no…
Questa volta c’era da sciare a piedi nudi: la storia si giustificava perché il marchio che commissionava era Diadora, per i propri scarponi da sci. Mi rivolsi all’amico Marco Spataro, bravo sciatore e fotografo, futura guida alpina, che ovviamente conosceva metro per metro le piste e i fuoripista della sua Valle d’Ayas.
Furono tre giorni di lavoro, dall’11 al 13 aprile 1995. Convulsi, come sempre. Le riprese fatte a piedi nudi nella neve videro Marco e me protagonisti. Ci davamo continuamente il cambio onde non congelarci i piedi in quella maniera così cretina. Premurosamente venivamo asciugati e frizionati dopo ogni scena (fatta e rifatta più volte), ma dire che fosse divertente anche no.

Qualche giorno dopo Marco Milani, Angelo Recalcati ed io partimmo la mattina molto presto alla volta dello Schwarzhorn, una bella montagna dell’Engadina. Ero al volante della mia Passat Syncro G60 e stavamo piacevolmente chiacchierando. Il mio stile di guida non è mai stato così rilassante, ma proprio non mi aspettavo quella deviazione subito prima del ponte autostradale sul Lago di Lugano. La presi a circa 140 kmh e dopo una decina di metri mi sfregiai a sinistra sul guardrail per poi sbandare e concludere la parabola in mezzo a un prato. Noi del tutto illesi. Chiamato il soccorso e chiarite le responsabilità con la polizia locale non ci rimase che scortare l’auto a un’officina e poi rientrare in treno a Milano. L’auto aveva subito danni notevoli, ma la feci riparare a prezzo ben caro.
Quando finalmente ne rientrai in possesso, con Marco mettemmo in programma la stessa meta, cioè lo Schwarzhorn. Era il 3 maggio, e questa volta tutto filò liscio. Una gita tranquilla da poco prima (2340 m) del Flüelapass fino al valico dello Schwarzhornfurgga 2883 m e da lì per dorsale sud-est fino alla vetta dello Schwarzhorn 3147 m.
Salendo da Chur (Coira) la valle del Reno Posteriore, a Splugen si è nell’ampia valle di RheinwaId. Continuando si giunge all’ultimo villaggio, Hinterrhein, prima del Passo del San Bernardino. Provenienti dall’Italia, attraverso il tunnel, l’arrivo a Hinterrhein è più subitaneo.
Resti di esercitazioni militari nella valle di Hinterrhein
Ci sono ben poche macchie d’azzurro quel 4 maggio 1995 allorché emergo dal tunnel del Passo del San Bernardino. Il passaggio tra la superstrada e il mondo pastorale è brevissimo, svincoli non invasivi dirigono in ordine le poche auto. A Hinterrhein, vicino ad un bar-ristorante, posteggio in un’ampio piazzale che suggerisce di non essere arrivati a nulla, perché si è ancora in mezzo alla Rheinwald che continua piana in entrambe le direzioni. Poi vado in pellegrinaggio alla cabina telefonica per un’ennesimo bollettino meteo. Le previsioni continuano ad essere incerte per la notte, ma in graduale miglioramento per domani. Così termino di preparare il mio pesante fardello. Un cartello avverte che nella zona potrebbero esserci delle esercitazioni di tiro, mentre un altro foglio più posticcio mi rassicura che per oggi non faranno esercitazioni militari nella valle. Dunque mi avvio da solo e di buona lena lungo e contro il lento scorrere del Reno Posteriore, appunto l’Hinterrhein.
È una valle lunghissima, tendente a sud-ovest e del tutto uguale a se stessa: non guadagno alcun metro di dislivello. Dopo quasi due km di stradina asfaltata, arrivo a grandi rivolgimenti del terreno. Piste per carri armati sono state ricavate sul fondo alluvionale, su quella che una volta era una bella serie di prati piani. Ora la marcia a piedi è lunga almeno quattro km prima che la valle si restringa decisamente. Ci sono bossoli e granate esplose dappertutto: forse perché a giugno l’esercito non ha ancora provveduto a far pulizia dei resti delle manovre invernali. La «profanazione» non può proseguire. Nel futuro queste ferite si cancelleranno e il silenzio di questo luogo, dominato dal rumoreggiare del Reno nella gola, ci farà dimenticare le sparatorie.
Dopo sei km è come se avessi ancora da cominciare. Per fortuna, alla fine, le manomissioni del terreno di fondovalle dovute alle manovre militari cessano improvvisamente quando la valle si restringe, per non allargarsi mai fino all’enorme macereto sotto al Rheiwaldhorn, le sorgenti interiori del Reno. Il sentiero, in certi punti impervio, passa a pochi metri dal fiume, qui vivace, e, dopo un po’ di saliscendi, finalmente attacca a salire deciso verso l’isolato baitello dello Zapportstafel.
Qui un’anziana montanara bada ad un centinaio di pecore: mi saluta gentilissima, meravigliata che io sia solo. Le dico che vado alla “hütte”, per non preoccuparla, e che dormirò là. Proseguo sempre di buon passo ma un po’ più affaticato verso la sommità di un poggio erboso. La valle in basso è ormai una gola selvaggia dove il Reno sfoga rumorosamente i suoi vigori giovanili. Cominciano le prime chiazze di neve e dopo un po’ di saliscendi giungo finalmente alla Zapporthütte. Qui ho il piacere di trovare un rifugio in ordine: in un armadio ci sono provviste di emergenza. Il telefono funziona solo sul numero del soccorso. Mi concedo una lattina di birra.
Sono abbastanza fiacco, con le spalle indolenzite. Il panorama è assai ristretto, perché sono ancora quasi in fondo alla valle. Sono nella solitudine più reale quando vengono lì, nei pressi del rifugio, due stambecchi. Sono le ultime luci del giorno.
Mi torna a memoria che gli stambecchi erano associati al culto di Hermes-Mercurio, mentre i caproni a quello del dio germanico Thor. I Padri della Chiesa simbolizzavano nel caprone una sessualità degradante e brutale. Queste caratteristiche hanno colorato di una tonalità sinistra le leggende relative a questi animali della montagna. Si narra di stambecchi diabolici cui occorre dare la responsabilità di gravi sciagure naturali. Spesso (e in più regioni alpine) si narra di cacciatori che hanno incontrato sulla loro strada camosci che li hanno avvertiti di qualche tragedia prossima. Non avendoli ascoltati o, peggio, avendoli uccisi, la sciagura puntualmente si avverava. I camosci, nemici naturali dei cacciatori, diventano nella mente dei valligiani veri e propri guardiani dell’Eden, quindi caricati di energia protettiva (tabù). Vi erano superstizioni così forti da determinare il comportamento dei cacciatori, per poter non solo uccidere l’animale per il cibo ma anche non doverne subire l’insita maledizione. Una serie di scongiuri, sulla cui validità nessuno giurava ma che tutti facevano, era la necessaria premessa alla caccia: come il calciatore che prima di tirare il rigore si fa il segno della croce. Dall’altra parte del crinale alpino, sulle Prealpi Comasche e sul versante italiano della Mesolcina Meridionale son ben pochi gli animali rimasti. Un inquietante deserto rotto solo dal belare di qualche pecora. Una fotografia del nostro tempo per dirci che la caccia deve tornare ad essere magica, per poter alimentare il nostro spirito.
Vado a dormire presto con i miei pensieri. Nella notte nevischia, ma al mattino alle 4 si vedono le stelle. Parto immediatamente, sempre verso ovest, per un sentiero sempre più incerto che mi conduce in una vasta piana detritica intervallata da campi di neve: sono a circa 2400 metri, in località Ursprung (come dire “fonte antica), alla base del Paradies Gletscher e soprattutto del grande versante orientale del Rheinwaldhorn di cui non riesco a vedere la fine.
Dunque questa è una delle due sorgenti, il luogo mitico di nascita del grande fiume Reno. Tra questi sassi e questi nevai sarebbe bello meditare: questo è un posto magico, un luogo “forte” che imprime nell’animo del viandante una sorta di ricordo privilegiato. E il privilegio è tutto nell’aver intuito la specialità di questa solitudine.
Mi rivolgo invece ai pendii nevosi del versante nord-occidentale del Vogelberg, la mia meta della giornata: è una montagna secondaria, situata però in ottima posizione rispetto alla punta più alta del gruppo dell’Adula, il Rheinwaldhorn. La nebbia ora è fitta, fatico a seguire un percorso logico senza sfondare troppo nella neve; questo è il castigo per non aver temporeggiato in fondo alla conca detritica, quando tutto dentro di me voleva che mi fermassi almeno un poco. Dopo alcune centinaia di metri di dislivello, ormai nei pressi del cocuzzolo roccioso del Gemskanzel, l’azzurro del cielo torna a soccorrermi. Ma presto realizzo che non sarà una foto facile. L’azzurro è poca cosa rispetto alla massa di nebbie che dal Passo del San Bernardino a qui preclude ogni visuale organica. Continuo a salire fino a circa quota 3050 m, poi mi arrendo e preferisco aspettare seduto su un sasso e circondato da un deserto di ghiaccio e di nuvole.
Appollaiato lassù, passano le ore e presto arriva il freddo a scuotermi di brividi. Passo il tempo a sistemare e risistemare il cavalletto con la macchina fotografica pronta a scattare; non ho molto da coprirmi, per evitare di portare pesi, sono stato leggero in tutto.
Da una parte vorrei stare qui, nella speranza che il cielo si apra; dall’altra ho freddo, vorrei muovermi e, in fondo, sono attirato da quella meravigliosa conca che mi aspetta più in basso, in mezzo a milioni di sassi tutti uguali, dove sembra che ogni civiltà sia stata cancellata per poter appunto “rinascere”.
Finché sto quassù non perdo l’eventuale occasione, ma continuo a pensare ai fatti miei, soprattutto alle preoccupazioni di questi giorni, aggravate dal rischio di aver buttato via due giorni per niente. Se scendo, tutta questa macerazione svanirà nell’azione veloce del scendere e l’inizio stesso del muovermi coinciderà con l’archiviazione dei pensieri assillanti. Ripassando dall’Ursprung sarà bello rivivere le sensazioni della notte e dell’alba: mi convincerò che non sono stati due giorni gettati.
Più volte ho sentito dire che il professionismo rischia di soffocare lo spirito libero di chi cerca la montagna: credo ci sia molta verità in quest’affermazione. Ma penso anche che se si raggiunge la serenità, anche il professionismo non è più pericoloso per la genuinità dei nostri sentimenti; anzi, esso regala una visione matura delle cose e ci aiuta a penetrare con maggiore attenzione e scrupolosità dentro noi stessi, allorché diamo al nostro corpo l’ordine di muoversi in montagna, da soli o in compagnia.
Le nebbie non mi danno scelta: se per qualche secondo vedo il Rheinwaldhorn, il Güferhorn è nascosto, oppure viceversa. Alle 11 decido di scendere e di ritornare in fretta all’Ursprung. Questa mi si rivela sotto un cielo coperto ma abbagliante, un forno ottico. Qualche rumore in più che al mattino, c’è una maggiore quantità d’acqua che scorre. Vorrei buttarmi nel liquido trasparente che poi s’intorbida con l’acqua di fusione e risvegliarmi nel Mare del Nord, completamente rinato. Un sogno ad occhi aperti che mette un po’ di timore, forse si avvicina il momento di lasciare questa terra, forse ho ancora poco tempo. Mi riscuoto, per scendere definitivamente. La strada è lunga, anzi eterna.
Per un po’ di tempo ho vagheggiato di tornare lassù e di realizzare con tecniche adeguate una foto notturna, ma non proprio di quelle notturne con le stelle strisciate: avrei voluto una luce di pre-alba, una situazione di iper-crepuscolo, una madre di tutte le origini.
Poi ho pensato che non avrei più rivisto quel luogo. Ciò che ho vissuto una volta mi basta. Forse i luoghi di potere sono itineranti e quindi, dovessi tornare per maggiori dettagli, chissà che non troverei più nulla qui.
La prossima volta saliremo più saggiamente sullo Zapporthorn, una montagna più distante del Vogelberg, ma ugualmente panoramica. E comunque la ricchezza dell’Ursprung è infotografabile ed è un ricordo che a malapena tento di trasmettere con le sole parole.


Il 24 maggio, Marco ed io ci avviammo ancora verso la Svizzera, questa volta alla volta del Passo del Maloja. Era pomeriggio e, calzati gli sci, con calma c’inoltrammo nella Val Forno fino a raggiungere la chamanna dal Forno 2574 m. Eravamo soli e contenti d’esserlo. Ben prima dell’alba partimmo proseguendo verso sud e assistendo gradualmente all’esplosione di colori sulla testata della valle, con l’Ago di Cleopatra che la faceva da padrone, assieme alla Cima dal Cantun e ai Pizzi del Torrone. Gradualmente piegammo in salita più sensibile verso est e poi nord-est fino a raggiungere la vetta della Cima di Rosso 3369 m. Giornata spaziale per un ambiente straordinario di fronte alla Nord del Disgrazia.


Il 3 giugno 1995 stavamo risalendo di notte e con le lampade frontali il versante meridionale de I Mot. La carta non riportava sentieri e infatti non ce n’era traccia. L’obiettivo era di raggiungere la Quota 2056 m de I Mot giusto all’alba, per poter riprendere il primo sole sui versanti settentrionali del Pizzo Céngalo e del Pizzo Badile. Fu lotta abbastanza selvaggia su un terreno disagevole, ma alla fine riuscimmo a calcare la nostra insignificante vetta all’ora voluta. Il tempo di preparare il cavalletto e magicamente il granito e la neve che lo ricopriva cominciarono a tingersi di rosso.
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1989 in un punto non ben precisato del parco nazionale di Canyonlands in Utah . Notte con una stellata incredibile che sprigionava energia e metteva soggezione.
Quante giornate così, anche per me!
I nostri “posti delle fragole”…
“Poi ho pensato che non avrei più rivisto quel luogo”, scrivi.
A me successe per esempio sulla Torre dei Monachesi in Civetta, una cima a mo’ d’isolatissimo pianoro con due o tre rocchette che non si sa bene quale sia la più alta, la vera sommità. Avevamo pochissimo tempo, sarebbe presto diventato buio e dovevamo rinvenire almeno il primo ancoraggio delle doppie. Mangiammo in pochi minuti qualcosina e pensai, commosso, esattamente la stessa cosa: “Non avrei più rivisto quel luogo”.