Il 23-24 maggio 1996, Hans Kammerlander ha compiuto una storica discesa con gli sci dall’Everest, in solitaria e senza bombole di ossigeno supplementare.
La mia discesa in sci dall’Everest
di Hans Kammerlander
(tratto da Malato di montagna)
La vetta dell’Everest, rimisurata con precisione, nel 1992 è risultata più bassa di due metri. Fatto che quel giorno, il 24 maggio del 1996, mi rimane del tutto indifferente. Io penso soltanto: ‘Questa è la vetta’. Ancora due passi e raggiungo il treppiede. Guardo l’ora: sono le nove e quaranta di mattina. Con grande lentezza, mi giro su me stesso. I polmoni succhiano avidamente lo scarso ossigeno presente nell’aria e il cuore pompa con tenacia il sangue nelle arterie, svolgendo un compito difficile a questa quota. Il sangue è diventato denso, mi scorre nel corpo con la mollezza del caucciù. Eppure, mai prima d’ora ho sentito la vita scorrere così intensamente dentro di me.
Come ho fatto ad arrivare fin qui? E – soprattutto, come ripete confuso il mio cervello – dove volevo arrivare, in realtà?
Guardo verso il basso, e poi verso l’alto. Non mi resta più una sola stilla di forza: non sarei più in grado di muovere un solo passo, perlomeno in salita. Mi trovo a 8848 metri di quota sul punto più alto della terra e pian piano si fa spazio dentro di me una sensazione vagamente simile alla gioia: la felicità per il mio percorso di alpinista e di uomo supera anche l’emozione di essere qui, in vetta. La cima dell’Everest ha in sé qualcosa di sconsolatamente consolatorio.
Resto immobile inginocchiato sulla neve, lasciando a quella sensazione la possibilità di espandersi dentro di me. Le condizioni atmosferiche non potrebbero essere migliori oggi e ho a disposizione tutta la giornata per scendere. Camminando cautamente in cresta, faccio un altro giro della cima. A nord vedo i bruni altipiani del Tibet. Tiro fuori la macchina fotografica e faccio un paio di foto, poi inserisco l’autoscatto e mi sistemo vicino al treppiede d’alluminio, con gli sci bene in vista. Li ho portati con me sulla cima usando un piccolo zaino leggerissimo, lasciando invece ai piedi dell’ultimo salto di rocce il thermos del tè ormai vuoto.
Sono incredibilmente stanco e intorno a me regna un silenzio profondo. Sono solo. Non c’è nessuno che si congratula con me o che mi chiede come sto. Mi riprendo un po’ dalla fatica, per quanto sia possibile fare in cima all’Everest, infatti il respiro è sempre affannoso e il cuore continua a battere all’impazzata. In quei pochi minuti mi passano davanti agli occhi le tappe più importanti della mia vita da alpinista: Reinhold e il Cho Oyu, il mio primo Ottomila, che mi sta proprio di fronte in questo momento; le Dolomiti, Friedl Mutschlechner, il Cervino; Werner Beikircher con me su una parete di ghiaccio, Hans-Peter Eisendle. Sono ricordi nitidi, ma appaiono nella mia mente come in mezzo a una densa nube di vapore.
Infine mi decido a prendere la radio per stabilire il contatto e comunicare al campo base di essere arrivato in cima. Sento il sollievo nelle parole degli amici, anche per loro è la fine di un’enorme tensione. Nelle settimane passate abbiamo avuto modo di diventare una squadra magnifica e ora il mio successo è anche il loro. Comunico di voler cominciare presto la discesa e dopo una buona mezz’ora mi decido a scendere. Devo farlo a piedi, accontentandomi di aver stabilito un record di velocità nella salita alla vetta? Oppure devo andare fino in fondo con il mio progetto e scendere da questa gigantesca montagna con gli sci? Era questa la mia idea iniziale, sono partito due mesi e mezzo fa dall’Alto Adige con il desiderio di voler sciare dalla vetta. Gli sci sono per me quello che per altri è un talismano che si tiene in tasca. Li ho portati con me fin sulla cima, mentre avrei potuto più comodamente lasciarli più in basso qualche ora fa, ma mi sarei sentito nudo senza averli. Gli sci mi danno anzitutto la sensazione di velocità. Dopo una salita fulminea, mettendomi gli sci ai piedi potrei forse, adesso, compiere un’altrettanto rapida discesa. In realtà, non so quanto tempo potrei risparmiare, esattamente.
Con lo sguardo scruto la discesa: quello che dal basso pareva un pendio roccioso e non indicato per una discesa sugli sci, dall’alto rivela tutto un altro aspetto. Ora vedo fianchi coperti di neve, che erano invisibili dal campo base. Cerco di immaginare una linea ideale di discesa, collegando con la mente i vari tratti tra loro, come se infilassi su un filo una serie di perle per formare una collana.
Preparo gli sci e mi appresto a indossarli. Si va. Mi viene un colpo, perché mi accorgo che gli sci sono stati sciolinati di recente. Per una gara sarebbero l’ideale, ma l’ultima cosa di cui sento la necessità ora sono proprio degli sci veloci, che scorrono in fretta. Dopo aver tentato senza grande successo di grattare via lo strato di sciolina, appoggio nuovamente gli sci sulla neve e chiudo gli attacchi. Sotto di me guardo i 2500 metri della parete nord, dalla quale sale un vento gelido. Faccio muovere gli sci e comincio a scivolare in diagonale con estrema prudenza, cercando soprattutto di sciogliere i nodi che restano nella mia testa. Ci sono un paio di fattori dei quali ormai ho preso coscienza e che so saranno decisivi per la mia sopravvivenza: sono consapevole della mia stanchezza e della mia diminuita capacità di reazione, e so che non posso permettermi errori e soprattutto cadute. La prima caduta, qui dove mi trovo, si rivelerebbe anche l’ultima. D’altra parte, sono abituato ad affrontare simili pendenze e sugli sci mi sono allenato a lungo.
Scendere, comunque, mi costa molta più fatica di più di quanto avessi immaginato. Da un lato mi sento forte, perché sono arrivato fino in cima relativamente senza problemi, dall’altro mi blocca il fatto di sentirmi così piccolo e solo su una montagna così pazzescamente grande.
Scendo per un tratto, poi mi appoggio sugli spigoli degli sci e mi appoggio sui bastoncini a riposare. È una fortuna che non ci sia nessuno ad osservare i primi metri del mio tentativo maldestro e angosciato di sciare. D’altra parte il primo pezzo, quello immediatamente sotto la cima, è ormai superato. Dopo i primi metri stentati mi sento un po’ più sicuro e sento di poter proseguire, in un modo o nell’altro. D’altra parte, però, quello che sto facendo non è sciare nel vero senso della parola: si tratta piuttosto di una «scivolata» estrema verso il basso, nella quale procedo derapando, raschiando il terreno con gli spigoli degli sci agganciati sul pendio ripidissimo, prima di curvare con un salto acrobatico e pericoloso. Le mie spalle e le anche finiscono sempre pericolosamente per sfiorare il pendio e la neve accumulata dalla tempesta, dura ma non ghiacciata, richiede la massima attenzione.
Dopo ogni curva devo fermarmi, concentrarmi di nuovo, ricominciare con una diagonale e al momento giusto saltare e poi frenare di nuovo spigolando sugli sci. Dal punto di vista strettamente tecnico, sciare qui non è molto diverso che affrontare un pendio ripido sulle Alpi: sono entrambe situazioni rischiose, anche per chi ha dimestichezza con la tecnica della curva saltata. Il problema è che sull’Everest non sono in grado di fare più di un salto alla volta, tanto è faticoso muoversi.
Centocinquanta metri sotto la cima incontro Yuri e Hector, i due messicani, che salgono respirando faticosamente dentro alla maschera dell’ossigeno. Si congratulano brevemente con me prima di riprendere la loro salita. Sembrano molto stanchi, ma poi riusciranno a raggiungere la cima. Li seguo per un momento con lo sguardo, prima di riprendere la mia poco elegante discesa verso il Gran Couloir. Già al campo base ho scartato il piano originario di percorrere questo canale fino ai piedi della parete, perché c’è troppa poca neve. Devo inventarmi un’altra possibilità. Intanto alcune gigantesche lastre di roccia nera ghiacciate mi impediscono di proseguire. Devo spostarmi di quasi quattrocento metri per raggiungere degli stretti nevai e traversare a destra verso il risalto, dove sono costretto ancora una volta a fermarmi di fronte a un gradino di roccia. Qui la discesa con gli sci finisce.
Davanti a me è appesa una sbiadita corda fissa di cui non riesco a valutare l’età; aderisce a una lastra di roccia quasi verticale e deve avere permesso a una delle spedizioni precedenti di superarla. La situazione in cui mi trovo non consente esperimenti: devo usare ogni mezzo, senza curarmi del lato estetico. Mi tolgo gli sci, agganciandoli con un moschettone alla cintura d’arrampicata, afferro la corda di nylon e comincio a traversare verso destra. Non ho fatto ancora quattro metri che scivolo col piede destro. Perdendo l’equilibrio, mi appendo con tutto il peso alla corda e per qualche secondo mi assale il terrore che la corda si rompa e di precipitare nell’abisso. Contemporaneamente si sfila anche il chiodo che fungeva da ancoraggio all’altro capo della traversata, per cui comincio a penzolare nel vuoto, tornando sulla verticale del punto da cui sono partito.
Con i guanti di piumino che sono di un tessuto liscio e con poco grip, non sono in grado di tenere saldamente la corda e continuo a scivolare verso il basso. Per fortuna, in un lampo di presenza di spirito, mi avvolgo alla fune con una gamba com’ero solito fare da bambino quando mi calavo dai fienili, ma il panico mi assale e riprendo a scivolare. Allora mi libero di un guanto tirandolo via con i denti e lo metto sotto il braccio per afferrare più saldamente la corda. A fatica riguadagno il punto di partenza più in alto. Una volta tornato al sicuro, ho il cuore in gola e la vista mi si oscura: ho un velo nero davanti agli occhi e devo sedermi. Ho sprecato delle forze preziose.
La traversata non promette nulla di buono: mi trovo nello stesso punto di prima, con la differenza che adesso la corda non c’è più. Mi alzo in piedi rassegnato, dicendo a me stesso: «Non ce la farai mai a traversare». Poi lo sguardo mi cade – per puro caso – sui ramponi che porto agganciati di lato alla cintura. Sulle Alpi, o su qualsiasi altra montagna, il mio primo pensiero sarebbe stato quello di infilarmi i ramponi ai piedi per attraversare la lastra ghiacciata. Invece sull’Everest decisioni che altrove sarebbero normalità diventano macchinose e dipendono più dal caso che da una riflessione logica o da degli automatismi. Impartisco a me stesso degli ordini elementari e rigorosi: prendi i ramponi, fai attenzione a non farli cadere, calzali. Prima il sinistro, poi il destro. Allaccia le cinghie. Alzati. Girati faccia a monte e attraversa. Non c’è nessun gesto che mi viene fuori automaticamente: devo pensare coscientemente ad ogni azione. Quando alla fine riesco nel traverso, provo un grande sollievo.
Guardo la mia mano e ci metto del tempo a realizzare che durante quell’azione ho perso il guanto in piumino. Senza quel guanto non ho la minima speranza di arrivare sano e salvo a valle. La mano si congelerà presto, a cominciare dalle punte delle dita. Poi il freddo si prenderà anche il resto della mia mano e poi del mio corpo. Nel frattempo si è alzato un vento gelido e la temperatura è precipitata, credo ci saranno almeno – 25°C. Il mio cervello, però, per via della brutale frustata dell’adrenalina, ha ripreso a lavorare. Circa cento metri più in basso so che c’è il cadavere dell’indiano che ho incontrato sulla via di salita e che portava un paio di guanti blu. Me lo ricordo. Tenendo la mano infilata nella manica, scendo con prudenza camminando sulle rocce e supero un paio di nevai con gli sci ai piedi. Quando raggiungo il cadavere dell’indiano ho in mente un solo pensiero: i guanti. Gli sfilo il sinistro e lo infilo sulle mie dita ghiacciate.
Poi apro il suo zaino per cercare i documenti o qualcosa che al ritorno vorrei consegnare a qualcuno dei suoi cari, ma non trovo niente del genere. Ci sono soltanto oggetti superflui, a mio modo di vedere: una grande quantità di cibo, una lunga corda, una seconda lampada frontale, una maschera dell’ossigeno di riserva e un pesante apparecchio radio, tutte cose che pesano e danno l’illusione della sicurezza, senza garantirla affatto.
Cerco di mettermi in contatto con il campo base della spedizione indiana, ma le batterie della radio sono scariche. Facendo frequenti soste, continuo allora il mio cammino lungo gradini di roccia, cenge nevose e canalini, fino a scendere sotto gli ottomila metri di quota. Infine, mi imbatto in un nevaio che mi consente di scendere risparmiandomi il faticoso lavoro di togliere e rimettere gli sci continuamente. Arrivo alla tenda degli sherpa, che mi hanno preparato una gran quantità di tè, e mi metto un paio di guanti di riserva, abbandonando quello del morto.
Proseguo poi fino a raggiungere gli amici operatori della troupe cinematografica, che mi seguono già da un po’ con un potente teleobiettivo. Dove sono loro ho un paio di scarponi più robusti e un paio di sci più lunghi. Questo materiale lasciato in precedenza mi faciliterà per il resto della discesa, dato che il primo paio di sci che ho usato fin qui si è rovinato sulle rocce vicino alla vetta.

Smontiamo la tenda e, con un paio di interruzioni per le riprese, scendiamo al campo base, dove appena arrivati il cuoco ci mette in mano un grosso thermos di tè appena preparato. Mi levo gli sci e mi siedo su una roccia. Sono tornato finalmente al punto di partenza e mi assale una inesorabile stanchezza. Sono sfinito e guardo l’orologio: sono le sedici e trenta.
Sono stato in movimento esattamente per ventitré ore e mezza. Heini fa il calcolo esatto: sono arrivato in vetta in sedici ore e quaranta minuti, con cinque ore d’anticipo rispetto all’alpinista più veloce che sia mai salito sull’Everest, e sono ridisceso con gli sci in sei ore e cinquanta minuti. Ho ragione di essere orgoglioso di un’impresa insensata che nessuno ha mai compiuto? Di questo non mi importa. Per me è molto più importante essere riuscito a scalare una montagna che avevo in mente fin dall’infanzia e che ho desiderato come nessun’altra.
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…tutte cose che pesano e danno l’illusione della sicurezza, senza garantirla affatto.