Le vie del freddo
(recensione a Le vie del freddo di Max Leonard)
di Claudia Dellacasa *
(pubblicato su iltascabile.com il 20 giugno 2025)
Se volete capire perché le imminenti Olimpiadi Invernali di Milano Cortina sono un disastro concettuale, prima ancora che ecologico, politico e economico, leggete un libro sul ghiaccio. Leggete, anzi, il libro sul ghiaccio: Le vie del freddo (2025) di Max Leonard, traduzione di Simonetta Frediani. Un saggio che ripercorre la storia di come il ghiaccio abbia intersecato nel profondo l’evoluzione delle civiltà umane, influenzandone forme e direzioni – a dimostrazione di quanto fittizia sia la separazione tra “natura” e “cultura”. Leonard sceglie come proprio oggetto d’analisi una sostanza, o meglio uno stato fisico, che fa della contraddizione la propria caratteristica principale: simbolo di calma e grazia sotto pressione, ma anche di insensibilità e distacco; per millenni in bilico sul crinale medico tra il benefico e il dannoso; se toccato, genera sensazioni di congelamento oppure di bruciore. Dall’ultimo secolo in poi quest’ambiguità irriducibile è stata però, almeno apparentemente, irreggimentata: il ghiaccio è entrato a far parte dell’esperienza quotidiana di miliardi di persone in tutto il mondo e si è arrivati al costoso paradosso del freddo artificiale, quello appunto senza il quale i Giochi olimpici invernali del 2026 non sarebbero stati nemmeno pensabili.
«Le macchine per la neve consumano energia generata altrove e mentre producono neve rilasciano calore. […] Quanto più freddo innaturale produciamo, tanto più freddo naturale distruggiamo e più diventa scarso», scrive Leonard nell’ultimo capitolo, dedicato al ghiaccio nell’Antropocene. La sua è, in effetti, una parabola saggistico-narrativa che descrive una proporzionalità inversa: dai primi passi nella storia del freddo, quando di ghiaccio sulla Terra ce n’era tanto ma se ne sapeva poco, ai giorni d’oggi, in cui da perturbante il ghiaccio è stato reso domestico, con la progressiva diminuzione della sua presenza allo stato naturale, sui ghiacciai e ai poli. Eppure di avvilimento in questo libro se ne respira poco. Piuttosto, Leonard sembra prefiggersi lo scopo di restituire al ghiaccio l’aura di straordinarietà che a lungo lo ha contraddistinto, portando chi legge ad apprezzare la profondità storica e anche filosofica di qualcosa di ormai decisamente ordinario, ma proprio per questo valevole di un’attenzione più sfaccettata.
Ciascun capitolo è dedicato a un diverso gruppo umano i cui destini sono stati plasmati dall’incontro con il ghiaccio in una delle sue tante forme. Si va dai pittori delle caverne, seguendo i quali si ripercorrono gli effetti dell’Era glaciale sulle migrazioni umane e animali della preistoria, ai cosiddetti festaioli, protagonisti del risvolto carnevalesco della Piccola era glaciale del Seicento, fatto di feste popolari e fiere del gelo sul Tamigi, pattinaggio sul ghiaccio e colf (gioco che molti olandesi considerano all’origine del golf). Ci sono i filibustieri del Sedicesimo secolo, alla disperata ricerca di una rotta di navigazione settentrionale per raggiungere l’Asia, convinti dell’esistenza di un “mare polare aperto” al di là di un anello di iceberg.
Tantissimi poi gli scienziati che nel tempo hanno contribuito a districare i misteri più disorientanti legati al ghiaccio: la forma dei suoi cristalli; l’andamento dall’alto verso il basso del processo di congelamento (senza il quale la fauna marina si sarebbe estinta a ogni era glaciale); l’espansione nel passaggio allo stato solido; la sospensione sull’acqua liquida. Ma le storie sono anche quelle, mai del tutto ordinarie, dei gelatai e dei birrai che dal ghiaccio hanno estratto piaceri e ritualità ormai ineludibili, degli alpinisti e delle alpiniste che hanno esplorato la Mer de Glace e i ghiacciai più inaccessibili del pianeta, dei soldati combattenti per i confini e sui confini, spesso ghiacciati, dei neonati stati-nazione del Novecento.
Molto di quel che oggi siamo e sappiamo è dovuto al ghiaccio e alle discipline che intorno a questo si sono sviluppate. L’archeologia glaciale ci parla nel dettaglio di culture lontanissime del tempo, i cui resti sono stati preservati alla perfezione dal ghiaccio terrestre – almeno finché il suo scioglimento non ha iniziato a restituirceli a ritmi sempre più serrati. La geologia glaciale è stata in grado, attraverso la messa a sistema di “fossili indice” come quelli dei mammut, di ricostruire una cronologia universale ben più complessa e affascinante delle semplificazioni creazioniste (e negazioniste del clima) a lungo imperanti in Occidente.
Persino l’anatomia medica, al netto di dubbi morali e loschi commerci di cadaveri, è stata resa possibile dal congelamento dei corpi e dal loro sezionamento, molto prima che venissero scoperte la formalina e la plastinazione. Più recente, tra tutte, la branca della criopolitica, definita per la prima volta nel 2006 da Michael Bravo e Gareth Rees come termine ombrello che mette insieme «la sicurezza dell’Artico, la protezione ambientale delle popolazioni indigene, la storia del criosfruttamento, il lavoro scientifico sui ghiacciai, gli interventi governativi sul cambiamento climatico e le questioni culturali».
Questa storia della cultura mondiale sub specie gelus, attraversando ogni epoca e territorio, non manca di toccare anche aspetti problematici. Leonard sottolinea a più riprese il carattere intrinsecamente colonialista e razzista del capitalismo speculativo e di frontiera che ha promosso le spedizioni del ghiaccio – tanto in forma di incursioni territoriali quanto di imprese scientifiche. Molte delle cosiddette scoperte che hanno plasmato la conoscenza del ghiaccio in Occidente fanno parte da sempre della vita quotidiana delle popolazioni dell’Artico, il cui contributo scientifico è stato storicamente minimizzato o cancellato. Più a sud, la produzione del ghiaccio è stata praticata in Persia e in India da migliaia di anni, e spesso con modalità di accesso ben più democratiche di quelle della catena del freddo come espressione tecnica dell’imperialismo britannico. In Cina, poi, le ghiacciaie e i depositi di neve punteggiavano le coste già molto prima dell’industrializzazione della pesca operata dalla Compagnia britannica delle Indie Orientali, e la stessa morfologia esagonale dei cristalli di ghiaccio era nota agli scienziati cinesi sin dal 135 a.C. – solo diciassette secoli prima della “nascita” della cristallografia di Keplero.
A proposito di colonialismo dei tempi d’oggi, nel capitolo sul ghiaccio e la guerra Leonard rivela dettagli sulla presenza degli Stati Uniti in Groenlandia che meriterebbero le prime pagine dei giornali, a dimostrazione di quanto lo sguardo rapace di Donald Trump su questo territorio non sia nuovo né peggiore di quello di molti suoi predecessori. Già nel 1946 il governo statunitense cercò di acquistare la Groenlandia dalla Danimarca, vedendosi opporre un rifiuto. La reazione in quel caso fu la creazione da parte degli Stati Uniti del programma SIPRE (Snow, Ice and Permafrost Research Establishment) su suolo groenlandese, dedicato alla scienza militare applicata alle aree glaciali. L’“applicazione” fu però ben diversa da quella dichiarata:
“Il probabile segreto della base di ghiaccio è stato svelato soltanto nel 1996, quando documenti declassificati hanno confermato l’esistenza del Progetto Iceworm.
L’obiettivo del Progetto Iceworm era niente meno che la realizzazione di una rete mobile di siti di lancio di missili nucleari rivolti verso la Russia, distribuiti su un’area tre volte più grande della Danimarca, tutti situati a quasi 9 metri al di sotto della superficie della calotta glaciale della Groenlandia. […] Il governo danese non avrebbe mai approvato ufficialmente un’installazione offensiva statunitense in Groenlandia e aveva vietato la presenza di armi nucleari nei suoi territori e nel suo spazio aereo. Il che, suppongo, è in parte il motivo per cui gli Stati Uniti avevano pianificato di nasconderle tra i ghiacci”.
E pensare che proprio i ghiacci, ai tempi dell’ultimo massimo glaciale, univano quel che la storia politica avrebbe poi separato per sempre: attraverso un ponte ghiacciato tra la Siberia e l’Alaska, piccole popolazioni di esseri umani sono arrivate nelle Americhe per la prima volta proprio dalla Russia orientale.
Leonard non manca di evidenziare nemmeno gli elementi misogini legati all’alpinismo borghese dell’Ottocento, alimentato da una buona dose di vigore ipermascolino e desiderio machista di pericolo, oltre che di avidità territoriale. Nonostante i pregiudizi sociali e gli ostacoli più o meno materiali posti sul loro cammino, di donne alpiniste nella storia ce ne sono però state diverse. E se le loro scalate sono meno note è a causa delle minori opportunità da queste avute di pubblicare i propri resoconti e di essere riconosciute nelle proprie imprese, ma anche forse per via dell’equilibrio pacato con cui le hanno raccontate, scevre delle iperboli e delle millanterie di molti racconti maschili. Descrizioni come quelle di Margaret Jackson, che compì sette prime ascensioni di cime superiori ai 4000 metri, si soffermano poco sull’esperienza individuale della scalata, comunicando piuttosto la meraviglia matericamente spirituale dell’alta quota e un senso di comunione con l’ambiente circostante.
Se è vero che il razionalismo illuminista è riuscito a dare spazio a precisi calcoli barometrici, meteorologici e geodetici allontanando dal ghiaccio le streghe, gli spiriti e i demoni del folklore, è anche necessario riconoscere quanto sia andato perso o frainteso con la tendenza delle scienze a ignorare la meraviglia degli oggetti in esame. In altri termini, è più che mai necessaria una pratica femminista e postcoloniale della scienza (dei ghiacci e non solo), in grado di conciliare rigore dei calcoli e stupore dello sguardo: proprio quello stupore, quel misticismo più o meno laico, di cui sono intrise le pagine di Jackson e che attraversano molto del sapere indigeno. Il rischio insito nel privilegiare la razionalità a totale discapito di una certa spiritualità, e viceversa, è quello di cadere nello scientismo da un lato, nella superstizione dall’altro – due facce opposte della medesima chiusura mentale. Il libro di Leonard, con la sua miriade di dati tecnici tenuti insieme da una prosa cristallina e impreziositi da un ricco apparato fotografico, è lì a dimostrare che l’armonizzazione di scienza e arte, precisione e creatività, ricerca e ispirazione, non è affatto un’impresa impossibile.
Claudia Dellacasa * insegna letteratura italiana e comparata all’università di Glasgow. La sua pratica di ricerca e di insegnamento ruota intorno all’ecologia applicata ai testi letterari. È autrice della monografia Italo Calvino and Japan (2024) e fa parte della redazione della Balena Bianca.
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I due gradi in più sono circa quelli delle statistiche rappresentative del riscaldamento globale. Situazioni contingenti hanno altre realtà, ma non ci si puo’ riferire ad ogni singola località. In più tu non sei certo un 20-30enne, oggi. È a questi ultimi che mi riferisco quando parlo di lagnanze. Se nel 2050 ci saranno 50 gradi diurni da aprile a ottobre, i giovani (20-30 enni) di allora che faranno? Si rintaneranno in bunker sottoterranei per 6 mesi? e come mangeranno? si aspettano forse il reddito di cittadinanza “per il caldo”?… Speriamo che glielo pagheranno i cinesi, che lavorano 15 ore al giorno anche con 50 gradi… senno’… ciccia!
Rinnegare il riscaldamento globale oggi (nel 2025) è da irresponsabili.
Non attribuirlo all’attività umana è da conniventi
Carlo, io abito a Castelfranco Emilia (MO).
Negli anni Settanta le temperature massime estive raggiungevano i 31 °C, molto raramente i 32 °C.
Ora si toccano spesso i 36-37 °C, protratti per diversi giorni e per piú volte nel corso della stagione. Il primato locale è di 39 °C.
La differenza è addirittura di 5-7 °C. Altro che due gradi!
Si poteva dormire bene anche senza condizionatore. Ora no.
Si poteva vivere bene anche di pomeriggio all’aperto. Ora no.
Ho notato però che il mio organismo in parte si è adattato nel corso degli anni. Una volta a 37-39 °C sarei morto. Ora sopravvivo (seppure a stento).
P.S. Per informazioni piú precise esistono le statistiche.
Non hai capito. Se si prende la “fotografia” di una singola giornata di 40 anni fa (43 per l’esattezza) non c’è nessuna differenza con la “fotografia” di una singola giornata del 2025. Le temperature massime erano le stesse di oggi (così come la contemporaneità con fenomeni estremi come allagamenti trome d’aria ecc). Il riscaldamento climatico? Certo che c’è in termini statistici, ma non incide ancora sulla percezione umana. Se 40 anni fa, in un certo posto e a una certa ora c’erano (per es) 35 gradi e oggi, nello stesso posto e alla stessa ora, ce ne sono 36,5-37, e’ proprio quello specifico differenziale aggiuntivo (1,5-2 gradi) che rende “invivibile” la vita? Ma dai! Non è quella la causa delle lamentele attuali. Solo che i giovani sono più viziati. Lavorare all’esterno a 35 gradi o a 37 gradi non fa grande differenza oggettiva. La differenza è solo di mentalità. L’altro giorno ho sentito Landini reclamare la cassintegrazione per i cosiddetti rider (consegne) che “non possono lavorare” nelle ore centrali del giorno. Ale’, fa caldo e… paga pantalone! I giovani che si lamentano spostiamoci a Kiev e poi voglio vedere se preferiscono i missili russi al caldo italiano
Carlo, lo hai scritto tu stesso: riscaldamento climatico.
Nel 1982 le temperature erano inferiori a quelle attuali. È per tale motivo che ci si lamentava di meno.
Ora, se vorrai ribattere, dovrai farlo contro le tue stesse argomentazioni. Io non ho detto niente: hai fatto tutto tu.
Invece di fare il consulente aziendale, perchè non prendi in mano un bel badile e ti metti sulla strada alle due del pomeriggio a spargere asfalto bello fumante.
CON IL COMMENTO PRECEDENTE CHE COSA VOGLIO DIRE? DORSE CHE NEGO IL RISCALDAMENTO CLIMATICO? MA NO ASSOLUTAMENTE! IL RISCALDAMERNTO CLIMATICO ESSITE E SONO CONSCIO CHE LE RESPOSABILITA’ UMANE NE SIANO LA CAUSA. TUTTAVIA OGGI STIAMO FACENDO TUTTO “DIFFICILE” IN OGNI FRANGENTE DELL’ESISTENZA, GIUSTO PER FRIGNARE UN PO’ . LO SI FA PER ACCAMPARE DIRITTI E/O RIMBORSI.
LA SOPRACITATA PAGINA DE LA STAMPA (ripeto: 27.06.1982) RIPORTA NOTIZIE MOLTO SIMILI A QUANTO ACCADUTO DOMENICA SCORSA (06.07.2025), con temperature infuocate al Sud e violenti acquazzoni al Nord (una vittima a Milano). Ebbene nel 1982 sentivate tutte ‘ste lagne che sentiamo ora? Non era neppure così diffusa l’aria condizionata: si sudava e si stringevano i denti. ADESSO INVECE SI FRIGNA PERCHE’, in tutti questi decenni, SI E’ DIFFUSA LA PROPENSIONE A FRIGNARE. Non solo sulle temperature, su tutto. Intanto frigni e, se ti va bene, ti riduco/modificano l’orario di lavoro e/o ti danno un rimborsino per i lavori che fai nelle ore “calde”…
TITOLI Da La Stampa del 27 giugno 1982, pagina 6 (interamente dedicata alle problematiche meteo in essere)
Caldo soffocante e incendi nel Meridione, quaranta feriti per i nubifragi al Nord. Sottotitolo: A Catania il termometro ha toccato i 46 gradi – ingentissimi i danni provocati dalla tempeste di grandine (sottinteso al Nord); Due bambini morti in Sicilia, stroncati dalla grance calura; Morto un agente per il caldo in Sardegna; Milano, strade bloccate dalla pioggia, il vento ha spezzato decine di alberi; Novara allagata; Tromba d’aria sul lago d’iseo, giovane morto; Nel Vercellese in dodici minuiti caduti trenta centimetri di grandine
Luca Mercalli: “A Torino negli ultimi anni si sono registrate temperature massime intorno ai 41 gradi, entro metà secolo si raggiungeranno i 50″.
Antonio Guterres, segretario generale dell’ONU: “La Terra è passata dal riscaldamento a un’era di ebollizione globale“.
Girolamo Savonarola: “Sarà l’inferno. Pentitevi dei vostri peccati”.
https://radiogold.it/news-alessandria/cronaca/308501-siccita-cambiamenti-climatici-piemotne-intervista-luca-mercalli-climatologo/
https://stream24.ilsole24ore.com/video/italia/clima-guterres-e-arrivata-era-ebollizione-globale/AFSFgTN
non ti preoccupare per me, io sono ben abituato al caldo e al freddo, non sono un cittadino del minchia.
Ma… mi sa che il caldo ha bruciato il cervello proprio a te. Che c’entrano gli anziani? Un lettore attento capisce da solo che le mie riflessioni sono riferite alle proteste delle generazioni giovani e giovanissime. Per es l’altro giorno ho visto uno sui 30 anni che faceva jogging alle 13 e si lamentava con un amico perché faceva “tanto caldo”! E corri alle 7 del mattino, no? Il problema degli anziani è oggettivo, certo e chi ne ha deve preoccuparsi, ma tanto non credo che noi vedremo la regressione del riscaldamento climatico: i tempi sono molto lunghi. Tra l’altro preciso a Baccolo che io non sono un negazionista. Sono arci convinto che la colpa di questo riscaldamento climatico sia imputabile alle azioni umane, industriali in particolare: lo puoi verificare dai miliardi di articoli e interventi che ho fatto sul tema. Ma per prima cosa occorre che ciascuno nel suo piccolo contragga i consumi individuali, con.una vita più semplice e spartana. Poi che vengano prese misure a livello macro, ma in particolare nei paesi ad elevate emissioni (Cina, India, USA) perché tutto è collegato. Certo facciamo interventi anche qui da noi, ma se in quei paesi non fanno nulla, sarà tutto inutile. Cmq tornando alle beghe quotidiane, occorre mettersi il cuore in pace: per i prossimi decenni il periodo caldo di ogni anno sarà sempre più intenso e soprattutto sempre più lungo. Cito a memoria, ma mi pare che Mercalli preveda che si arriverà a un punto in cui nella pianura padana il semestre aprile-ottobre registrerà temperature diurne di 50 pressoche continuative. Cior” i 35-40 gradi di oggi corrisponderanno ai 50 mi pare del 2040. Che faremo, ci chiuderemo.in bunker sotterranei per 6 mesi? Piuttosto bisognerà modulare le proprie esistenze adeguandole alle condizioni oggettive e non pretendere che ci sia sempre qualcun altro ( lo Stato!) che ci fa trovare pronta la pappa.
in Italia ci sono tutta una serie di persone parecchio anziane , ottantenni e novantenni, con patologie.
Ad esempio mio padre a 91 anni e mia madre 92, che con questo caldo sono a rischio, o comunque per la loro situazione soffrono parecchio. Quindi prima di fare dei commenti del CAZZO metti in moto il cervello e abbi un po di rispetto!! Oppure come i palestinesi, vorresti fare fuori anche gli anziani? Sicuramente te lo auguri così il tuo governo risparmia sulle pensioni.
Beh… basta abituarsi. Per esempio cambiando orari di vita e soprattutto di lavoro. Dove possibile, sennò (con 9bbligho fissi di lavoro), almeno cambiare la parte non lavorativa della quotidiania’. Da ragazzo mi e’ capitato di lavorare in campagna d’estate (scuole chiuse). Da sempre d’estate i contadini si alzano alle 5, si va nei campi dalle 6 alle 10, si torna nelle cascine dai muri spessi e isolanti, si pranza frugalmente, si va a riposare in stanze semibuie e fresche. Si rimette il naso fuori casa non prima delle 16, si lavora nei campi dalle 17 (anche 18) fino alle 21 a volte 22, insomma nelle ore meno calde della giornata. Si torna, si cena, si dorme un po’, alle 5 suona di nuovo la sveglia ecc ecc. È la natura che comanda, tocca all’uomo adattarsi e non viceversa. Senza frignare. Gli stessi contadini, in pieno inverno (dicembre-gennaio), se hanno da lavorate all’aperto, es nelle vigne, cambiano completamente orari: lavorano dalle 10-11 fino alle 15,30-16. Poi cuccia in casa, con la stua visca’ (stufa accesa). Invece oggi si vuole fare tutto e il contrario di tutto e si reclamano i diritti a prescindere dall’andamento oggettivo della vita. Certo che sono aumentate le temperature! E’ oggettivo, lo capiscono anche i muri! Frignate di meno e modulate la vita, anche spicciola e quotidiana, di conseguenza. A sentite i capricci da bambini di questi giorni per un po’ di caldo, mi convinco sempre di più che 80 anni senza guerre hanno solo tirato su generazioni di rammollito viziati.
Carlo Crovella, credo tu non abbia mai fatto lavori manuali in estate. Magari nei campi, sulle impalcature di un palazzo o dentro a un capannone senza aria condizionata. Dico così perché se lo avessi fatto non penso avresti definito come vizi da bambini le lamentele per il caldo. E anche le tue considerazioni sulle temperature estive lasciano il tempo che trovano. La nostra testa è un pessimo registratore climatico. Ricordiamo poco e male. Senza il supporto di numeri e statistiche ogni discussione meteo-climatica ha il valore della chiacchiera da bar. Per rimanere nella tua Torino: dal 75 a oggi la media delle temperature massime estive è aumentata di oltre 4 gradi. Il numero di giornate di caldo intenso (con temperatura percepita superiore a 32 gradi) è passato da 2-3 all’anno a poco meno di venti. E questo considerando che Torino è una città climaticamente abbastanza favorita rispetto a tante altre città italiane. Se ci lamentiamo per il caldo non è perché siamo viziati, ma perché a questo caldo non è abituato nessuno.
Se il tempo non fosse così mutevole, molte persone non saprebbero di cosa parlare e scrivere.
In questi giorni non si sentono altro che diffuse “proteste” perché ci sono 35 gradi nelle città. E’ estate: che temperature dovrebbero esserci??? Il risvolto critico (strutturale) non è il caldo in sé, ma l’allungamento dell’arco temporale in cui fa “questo” caldo. Che d’estate faccia caldo è ovvio e perfino naturale: è un bene, come è un bene che d’inverno faccia freddo. Mi ricordo che il ciclista Felice Gimondi raccontava che, quando partecipava al Tour de France (che si svolge sempre nel mese di luglio), nelle tappe del sud della Francia, trascorreva le notti immerso nella vasca da bagno (acqua fredda, ovviamente) con le mani dentro a un secchiello con ghiaccio. Stiamo parlando di fine Anni Sessanta-primi Settanta. Quindi che, d’estate, faccia caldo è normale ed è sempre stato così. Altrettanto di può dire che dovrebbe fare freddo in pieno inverno. Ma freddo “vero” intendo. Quando ero ragazzo (alle medie), io andavo a scuola (inizio lezioni ore 8.00) con scarponcini da montagna e calzettoni di lana, perché alle 7,30 del mattino la temperatura (in città) ero ancora sottozero, al seguito di una notte magari a meno 5. Questo da metà dicembre a fine gennaio, cioè un mese e mezzo abbondante, certi anni quasi due. E, negli stessi anni, a luglio c’erano, anche allora, i 35 gradi. Quindi non è l’escursione termica il “vero” problema die giorni nostri, ma da un lato l’assenza di lunghi periodi con temperature rigide in inverno e, dall’altro, l’allungamento del periodo estivo dei 35 gradi. Per il resto tutte ‘ste lamentale di questi giorni (TV, giornali, social…) che “fa caldo” sono solo dei capricci da bambini viziati.
Con il progresso la differenza tra il freddo e il caldo è diventata artificiale perché la scienza e la tecnica consentono in estate di avere freddo quando è caldo e viceversa in inverno. Nei paradossi del pensiero dominante la propaganda del freddo convive con la propaganda del caldo e gli stessi turisti che scoprono la Groenlandia vanno anche in Namibia.