Le vie “minori” di Angelo Dibona

Tra le imprese del Messner d’inizio Novecento.

Le vie “minori” di Angelo Dibona
di Matteo Bertolotti
(pubblicato su La Rivista del CAI, n. 15, luglio 2025)

Qualunque sia il punto di vista da cui si osserva la carriera di Angelo Dibona, non può evitare di scolpirlo fortissimo, moderno, all’avanguardia (Giovanni Cenacchi, da Carlo Gandini, Angelo Dibona, alpinista e guida, Edizioni Ulda, 2006)”.

Angelo Dibona nacque il 7 aprile 1879 a Cadin di Cortina d’Ampezzo da Luigi Dibona e Veneranda Dimai (figlia del cacciatore Angelo Pizo Dimai, ingaggiato nel 1865 da Paul Grohmann per tentare di salire la Croda Rossa). Grazie alla sua importante attività alpinistica divenne ben presto una figura leggendaria, al punto da comparire in tutte le pubblicazioni dedicate alla storia dell’alpinismo, nonostante le cronache lo descrivano come un uomo schivo e poco incline alla fama.

La Parete Rossa della Roda di Vaèl

Dibona va annoverato tra i più forti scalatori del suo tempo, al pari di giganti come Hans Dülfer, Tita Piaz e Paul Preuss.

Negli anni ’30 prese le distanze dall’alpinismo di propaganda e continuò a vivere la sua attività in silenzio, così che nessuno poté utilizzare la sua figura come simbolo nazionalistico.

La sua attività cominciò a distinguersi già nei primi anni del Novecento. Nel 1903 aprì la sua prima via alla Torre Wundt, nei Cadini di Misurina, con Giovanni Siorpaes e A. Schubert. Pochi anni più tardi, nel 1907, ancora nel gruppo dei Cadini, è impegnato in altre due prime salite: alla Torre Leo e alla Punta Clementina. Per lungo tempo la salita alla Torre Leo venne considerata una delle scalate più impegnative dal punto di vista tecnico. Sempre nel 1907, accompagnò Re Alberto del Belgio sulla Punta Fiames e sulle cime Piccola e Ovest di Lavaredo.

Il 1908 fu un anno ricco di successi: firmò la prima salita della parete ovest della Roda di Vaèl e della parete nord della Torre Orientale del Latemar. In quell’anno anticipò anche la moda dei concatenamenti, scalando in un solo giorno le Tre Cime di Lavaredo (la Cima Piccola da nord e a seguire le vie normali della Cima Grande e Cima Ovest (impresa che ripeté quattro anni più tardi, il 5 luglio 1912, con un cliente di Vienna).

Sass de Mezdì, Via Dibona. Foto Alessandro Spinelli.

Le prime salite di inizio Novecento
Nel 1909 compare per la prima volta una cordata che negli anni a venire firmerà numerose prime salite: con Dibona si legano Luigi Rizzi, guida alpina della Val di Fassa, e i fratelli Guido e Max Mayer di Vienna. È un susseguirsi di prime ascensioni: alla Torre di Pietravecchia (Dolomiti di Sesto), al Campanile Dibona, sulla Guglia di Val Popena, sulla Torre Fanis, lungo la parete sud della Cima Falzarego. Il 10 agosto è la volta del Sass delle Undici nel gruppo della Marmolada e il 13 agosto sale in prima assoluta sulla Roda del Mulòn e poi percorre la cresta nord del Gran Vernèl. Il 24 agosto con Emil Stübler affronta lo spigolo nord-est della Cima Grande di Lavaredo, una via dove, ancora oggi nel periodo estivo, è facile trovare numerose cordate. Il 18 luglio 1910, sempre con Rizzi e i fratelli Mayer attacca la parete nord di Cima Una (già tentata nel 1909 ma la scalata non era andata a buon fine per maltempo).

Sass de Mezdì, via Dibona. Foto: Matteo Bertolotti.

Sepp Innerkofler, guida alpina di Sesto, dava per impossibile la parete e promise a Dibona 100 corone se fosse riuscito a riportargli il cordino-staffa che aveva abbandonato in corrispondenza di un passaggio chiave a circa 300 metri da terra. Dibona non solo recuperò il cordino, ma superò la gigantesca parete che oppose difficoltà fino all’ultimo metro. Uscirono in vetta alle dieci di sera sotto una pioggia torrenziale e solo alle tre del mattino raggiunsero il rifugio Zsigmondy. In quell’anno la cordata superò anche la parete ovest della Croda dei Toni (22 luglio), la parete sud della Punta Bamberg (3 agosto), la parete est del Daint de Mesdì, la parete ovest del Sass Pordoi (8 agosto) e la parete sud-ovest del Croz dell’Altissimo (16 agosto). A proposito di quest’ultima salita, Guido Mayer scrisse nel libretto guida di Dibona che la salita fu decisamente più impegnativa di quella alla Cima Una, mentre Dibona si limitò ad annotare solamente che “le difficoltà furono molto grandi”. Certo è che su entrambe le vie ci sono lunghi tratti di V+.

Dibona fu precursore nel portare le tecniche di arrampicata dolomitica nelle Alpi Occidentali, anticipando l’opera di Riccardo Cassin e di altri alpinisti che si erano formati nelle Alpi Orientali. Nel Delfinato francese realizzò salite memorabili come la parete sud della Meije (lungo la tragica linea tentata da Zsigmondy), la parete nord del Dôme des Neiges des Écrins e la prima salita della cresta est-nord-est della Dent du Requin. Lasciò il segno anche sulle Aiguilles di Chamonix, compiendo la prima ascensione dell’Aiguille du Plan da sud-est e delle Petites Jorasses da sud-ovest. In suo onore, una delle più eleganti vette del Delfinato oggi porta il suo nome: l’Aiguille Dibona.

Torre Grande di Falzarego, via Dibona, 9° tiro. Foto: Luca Galbiati.

Un pioniere internazionale
A differenza di molti contemporanei e successori, Dibona fu sempre fedele a un’etica dell’arrampicata che privilegiava la responsabilità e il rispetto per la montagna. Severino Casara sul numero di primavera-estate 1956 de Le Alpi Venete scrisse: “In cinquant’anni ininterrotti di alpinismo Dibona usò solo quindici chiodi di sicurezza, costretto dalla sua grave responsabilità di guida alpina“.

Nel giugno del 1951 la rivista Berge und Heimat pubblica il curriculum di Dibona (aggiornato al 1930) e alcune sue riflessioni. Tra le righe si legge: “Cosa penso io delle arrampicate nuove? Premetto che dalla fine della guerra il limite del possibile si è spostato solo di poco; poiché ciò che nel 1914 è stato vinto in arrampicata libera, non è ancor oggi (1930, NdR) superato. Mezzi artificiali, chiodi, manovre di pendolo, sono oggi troppo in uso, molto viene rischiato, e molto fatto con buona fortuna. Questo, per chi va senza guida, può avere la sua giustificazione. Nella mia lunga carriera di guida fu per me sempre principio fondamentale massimo, in ogni situazione, in ogni evenienza, anche la più sfavorevole, uscirne fuori con la più completa sicurezza del cliente; e questo, a mio parere, in molte delle moderne scalate, non è più possibile, perché troppo viene rischiato, e troppo viene anche richiesto a chi segue il capocordata. Molti buoni, anzi eccellenti alpinisti capocordata non fanno le scalate estreme, perché essi hanno il concetto completamente giusto che non sono cresciuti per esse. E chi è alpinista vero, deve sapere dove per lui cessa il godimento di una arrampicata e dove comincia la insana eccitazione di nervi“.

Dibona fu anche un pioniere internazionale. Nel 1924, si recò in Gran Bretagna e arrampicò nel Lake District (regione montuosa nel nord-ovest dell’isola), su quelle brevi ma difficili pareti che negli anni ’70 sarebbero diventate culla del free climbing, anticipando quell’idea moderna di “difficoltà per la difficoltà”.

Angelo Dibona morì a Cortina il 21 aprile 1956. La sua etica, la sua tecnica e la sua modestia continuano a essere una lezione per chi cerca nel frequentare la montagna qualcosa di più di un semplice itinerario da ripetere o una vetta da conquistare.

Da leggere
Severino Casara, Il libro d’oro delle Dolomiti, Longanesi, 1980;
Carlo Gandini, Angelo Dibona, alpinista e guida, Ulda, 2006;
Alessandro Gogna, Dolomiti e calcari di nord-est, CDA Vivalda, 2007;
Antonio Bernard, La nuova guida del Catinaccio, Edizioni Mediterranee, 2008;
Dante Colli, Gino Battisti, Catinaccio, Tamari, 1984;
Le Alpi Venete, annate varie;
Lo Scarpone, annate varie;
La Rivista del CAI, annate varie.

Angelo Dibona. Archivio Carlo Gandini.

Torre Grande di Falzarego, via Dibona
Itinerario aperto da Angelo Dibona con il figlio Ignazio il 16 settembre 1933. Erroneamente numerose guide riportano come apritori, oltre ai due Dibona anche Dina Stefani. I tre affrontarono la salita il 3 settembre 1934, compiendo così una ripetizione dell’itinerario. In via sono presenti diversi chiodi e clessidre. È una classica della zona, molto ripetuta, per cui non è raro trovare altre cordate all’attacco. Alcune vecchie soste sono state riviste e attrezzate con fittoni resinati.

Avvicinamento
Raggiungere il ristorante Strobel (ampio parcheggio gratuito dall’altro lato della strada), poco sotto Passo Falzarego (versante cortinese). Dal piazzale salire in direzione delle Torri di Falzarego seguendo il sentiero che inizia a fianco del ristorante (non numerato ma segnalato con bolli rossi e bianchi) per circa 15 minuti fino a incrociare una vecchia strada di guerra (oggi sentiero CAI n. 412). Seguirla verso destra per un centinaio di metri fino al vecchio ospedale militare. Da qui la parete è ben visibile: proseguire per traccia in salita lungo un ghiaione puntando alla base di un evidente diedro inciso da una fessura, alla cui base, sulla sinistra, c’è un anello cementato (a sinistra dell’attacco, su di una parete nera, c’è una via a fix).

Descrizione via
L1: salire il diedro fino al suo termine, poi proseguire superando i vari risalti di erba e roccia fino alla sommità di un pilastrino (1 anello cementato). 40 m, IV, III+, 3 anelli cementati.

L2: obliquare a sinistra in direzione del canale. Prima di raggiungerlo superare la paretina molto verticale (presenti 2 fix di un’altra via) e proseguire per una rampa che sale in obliquo verso destra fino alla sosta (2 anelli cementati). 25 m, IV, III, 1 anello cementato, 2 fix vicini.

L3: proseguire in verticale sopra la sosta puntando direttamente a un diedro, che si segue fino a quando sulla destra è possibile seguire delle facili rocce che conducono alla sosta (chiodo+anello cementato). 40 m, IV, III, 2 chiodi, 1 clessidra.

L4: la via originale a questo punto obliqua verso destra lungo un canalino che porta oltre uno spigolo oltrepassato il quale si sale dritti per erba e roccette fino alla sosta successiva (anello cementato). 25 m, III.

L5: superare una placca stando a sinistra dello spigolo. Dopo i primi metri più ripidi le difficoltà calano e si prosegue lungo rocce erbose sino a raggiungere la sosta (chiodo+clessidra). 35 m, IV, II.

L6: salire la stupenda placca lavorata sopra la sosta dapprima piegando verso destra e successivamente riportandosi verso sinistra in direzione dello spigolo. Puntare poi a un alberello secco, poco prima del quale si sosta (chiodo+clessidra). 30 m, V-, IV+, diverse clessidre.

L7: traversare a sinistra per 6 metri. Raggiunta la base di una fessura verticale si sale qualche metro (chiodo con cordone) e riprendere a traversare a sinistra. Superato lo spigolo, raggiungere una nicchia gialla (1 fix). Poco oltre si sosta (2 fittoni). 20 m, V-, 1 chiodo, 1 clessidra.

L8: salire a sinistra della sosta superando uno strapiombino. Poi per un canale aperto si punta direttamente alla base della parete gialla, che caratterizza gli ultimi metri prima della vetta. Quando il canale diviene più verticale, una netta lama conduce sotto l’opprimente salto giallo, dove si sosta (2 fittoni). 30 m, IV+, IV.

L9: salire la spaccatura (a tratti fessura e a tratti camino) formata dal pilastro giallo staccato sopra la sosta. Raggiunta la sommità con una spaccata ci si porta sulla parete principale e si supera la placca liscia raggiungendo così un piccolo ripiano dove si sosta (2 fittoni). 35 m, V, IV, V+ oppure V e A0, 2 chiodi, 2 fittoni (nel tratto di A0).

L10: proseguire stando a sinistra della profonda fessura. Di mano in mano che si sale le difficoltà calano. Sostare in cresta (anello cementato). 20 m, IV, II, 1 chiodo.

L11: per semplici rocce in direzione della vetta. Sosta da attrezzare. 50 m, I.

Discesa
La discesa avviene lungo la via normale. Scendere verso nord (in direzione della Cima di Falzarego) lungo un canalino che porta alla forcella che divide la Torre Grande dalla Cima di Falzarego (I e II, presente qualche ancoraggio cementato). Da qui scendere verso sinistra (viso a valle-ovest) seguendo una traccia di sentiero e qualche ometto (passi di II). Raggiunta la base dell’intaglio che divide te due torri seguire ancora il sentiero scendendo però a destra (ometto, viso a valle}. Da qui in breve si perviene alla strada militare (sentiero n. 412} per seguire a ritroso il percorso effettuato durante l’avvicinamento.

Sass de Mezdì, via Dibona
recinti e percorrere il sentiero 2b, che si sviluppa alla base delle Fermede e che prosegue in direzione est. Superata l’Odla de Cisles, salire il marcato canale che la divide dal Sass de Mezdì per poi prendere, verso destra, un piccolo canale ghiaioso che sale a una forcella (tracce di passaggio). L’attacco si trova pochi metri sotto la sella (sosta da attrezzare) in corrispondenza dell’inizio di una cengia che, se seguita verso sinistra, porta sotto la verticale di un evidente camino.

Descrizione via
L1: traversare a sinistra lungo la cengia e portarsi all’imbocco del camino. Salirlo e, dopo aver superato un grande masso incastrato, sostare (2 chiodi). 45 m, III, IV, 1 chiodo.

L2: alzarsi lungo il camino per pochi metri e uscire a sinistra. Proseguire In obliquo a sinistra fino alla base di un pilastro giallo dove si sosta (spuntone da attrezzare). A sinistra del pilastro è evidente il diedro dove corre la variante diretta dello spigolo. 50 m, IV-, II, 1 clessidra con cordone.

L3 – Variante Diretta dello Spigolo: salire il diedro a sinistra del pilastro e sostare poco dopo il suo termine (spuntone da attrezzare). La via originale, dalla sosta, doppia lo spigolo di sinistra e prosegue lungo la parete per tre lunghezze di corda. 30m, IV, IV+, 1chiodo, 1 clessidra con cordone.

L4: alzarsi lungo la placca e tendere verso destra puntando alla spaccatura (ben evidente dalla sosta). Superarla e sostare (2 chiodi) poco dopo. 30 m, IV+, V+, 1 chiodo, 1 sosta intermedia su 2 chiodi (alla base della spaccatura).

L5: proseguire a sinistra della sosta lungo un sistema di fessure e canalini fino a raggiungere una nicchia dove si sosta (da attrezzare). Il percorso non è obbligato ed è possibile attrezzare la sosta in diversi punti. 35 m, III, IV.

L6: alzarsi, senza percorso obbligato, sino a raggiungine la cengia soprastante. Qui termina la variante dello spigolo. Rimontare una grande lama e traversare verso destra (esposto -restare bassi) fino a raggiungere un vago diedrino oltre il quale si trova la sosta (2 clessidre di cui una con cordone). 40 m, III+, II, IV+, 1 clessidra con cordone, 2 chiodi.

L7 – Variante di Uscita Diretta: dalla sosta spostarsi verso destra e doppiare lo spigolo. Salire in verticale lungo rocce a volte disturbate dall’erba fino a raggiungere un grande masso, che si rimonta giungendo alla base di un camino. Qui si sosta (2 chiodi). La via originale, dalla sosta, effettua un lungo spostamento a destra per poi salire un camino e giungere in cresta. 25 m, I, III, IV-, 1 chiodo, 1 clessidra con cordone.

L8: salire il camino sino al suo termine e proseguire lungo la rampa erbosa a sinistra. Sosta da attrezzare su spuntone. 40 m, IV-, I.

L9: senza percorso obbligato salire le facili rocce fino a raggiungere l’Anticima. 40 m, II.

Discesa
Dal termine della via proseguire per facili rocce (I) fino a guadagnare la vetta. Da qui scendere verso destra (nord-est) seguendo la traccia e i numerosi ometti (I e II) in direzione del canale. Nella parte finale mantenersi sulla destra lungo una rampa che termina su prati. Poco oltre si incontra il sentiero 2b.

Roda di Vaèl, via Dibona
La Roda di Vaèl è rinomata nel mondo alpinistico soprattutto per la sua “Parete Rossa” (o parete ovest) teatro, nel corso degli anni, di importantissime imprese alpinistiche firmate da alcuni dei nomi più noti dell’ultimo secolo.

La via sale il lato destro dell’imponente parete ovest sfruttando un logico sistema di fessure e camini. Per descrivere l’itinerario riportiamo quanto pubblicato sulla Nuova Guida del Catinaccio di Antonio Bernard edita da Edizioni Mediterranee.

È sorprendente come su una muraglia gialla e strapiombante come questa possa esistere un itinerario di difficoltà classiche e, soprattutto, è quasi incredibile che un alpinista abbia osato affrontare un secolo fa un muro così repulsivo, senza usare alcun chiodo di assicurazione. La via viene ripetuta con una certa frequenza, per la soddisfazione, insolita per l’alpinista medio, di poter vincere una parete così verticale. Scorci spettacolari sulla Parete Rossa. Lo zoccolo (che non è poi tanto facile) presenta una roccia sgradevole; per il resto, l’arrampicata è ” ~ prevalentemente lungo fessure e camini, talvolta faticosi, talvolta tecnici, ripuliti dal passaggio“.

Avvicinamento
Raggiungere Carezza (Nova Levante/BZ, 1 km prima del Passo di Costalunga salendo da Bolzano) e salire al rifugio Paolina 2127 m (possibile utilizzare la seggiovia). Da qui imboccare II sentiero n. 552 verso sinistra e, dopo un lungo traverso, raggiungere il bivio con il sentiero n. 549. Imboccarlo e proseguire fino al successivo bivio con il sentiero n. 551 (indicazioni per il Passo di Vaiolon). Prima di raggiungere lo stretto canale che sale al passo, quando il sentiero si avvicina alla parete, prendere una traccia sulla destra (all’inizio poco marcata) che costeggia tutta la Parete Rossa della Roda (diversi saliscendi) fino al pilastro grigio che si trova sul suo bordo destro. E’ anche possibile, dal sentiero n. 552, salire direttamente per ripido ghiaione, con tracce poco marcate, fino alla base del pilastro.

L’attacco è nel punto in cui il pilastro si salda alla parete giallastra (comodo terrazzino, clessidra alta con cordone). Più a destra, più o meno al centro del pilastro, si trova l’attacco della via Casarotto.

Descrizione via
L1: salire le facili rocce verso destra senza percorso obbligato, stando sempre in prossimità della parete giallastra fino a raggiungere la sosta (2 chiodi con cordone), 50 m, lI, lll.

L2: salire a destra della sosta sfruttando un vago diedrino. Quando sulla sinistra si incontrano rocce più semplici (appena dopo il chiodo con anello) abbandonare il diedro e traversare a sinistra per rocce rotte sino alla sosta (2 chiodi con cordone e maglia rapida). 20 m, IV, III, 1 chiodo con anello.

L3: rimontare facili rocce a sinistra della sosta, sino a giungere alla base di un canale dove sulla destra si trova la sosta (spuntone con cordone e maglia rapida). 20 m, III, III+.

L4: salire il canale a sinistra della sosta, superare un risalto e raggiungere un ripiano dove si sosta (spuntone con cordini) sotto al diedro giallo della via Zentralfriedhof. 60 m, III, IV.

L5: spostarsi verso il sistema di fessure a destra del diedro. Salire la fessura tra il giallo e il nero finché questa si biforca. Spostarsi lievemente a destra e proseguire poi lungo la fessura di destra fino a raggiungere la sommità del pilastro. Qui sostare (spuntone) e ignorare la sosta (2 chiodi con cordino) più a sinistra (le protezioni lavorerebbero in posizione di estrazione). 45 m, IV+, V-, IV+, 1 chiodo.

L6: spostarsi a sinistra, salire la fessura sulla parete bianca e sostare (3 chiodi) poco dopo. Prestare attenzione a delle lame instabili. 20 m, V-, V, 2 chiodi, 1 clessidra con cordino.

L7: salire il camino, quando questo diviene diedro (roccia sporca di licheni) traversare a sinistra e sostare (2 chiodi con anelli e cordone). 30 m, V, 2 chiodi.

L8: salire il camino per poi sfruttare la lama. Continuare in verticale sino a quando è possibile uscire a destra su di una placca inclinata. Traversare poi in massima esposizione verso destra sfruttando un’esile cengia.
L’ultimo passo è protetto da uno spuntone con cordone. Attrezzare poco dopo la sosta su spuntone (si è alla base di un diedro/canale). 30 m, IV, 1 chiodo, 1 spuntone con cordone.

L9: salire il diedro/canale per poi spostarsi a destra (a sinistra parte la variante d’uscita Eisenstecken). Proseguire in obliquo fino a un umido camino all’interno del quale si trova la sosta (3 chiodi). 30 m, III, IV.

L10: salire lungo il camino portandosi poi nel fondo per riemergerne a superare un masso incastrato. Proseguire superando un secondo masso incastrato tenendosi sulla sinistra e continuare fino alla forcella. Sosta da attrezzare su di uno spuntone. 45 m, IV, IV+, V-, III.

L11: uscire a sinistra sulla cresta e attrezzare la sosta su spuntone. 15 m, III+. Da qui traversare per sfasciumi fino a raggiungere l’evidente sentiero che sale in direzione della vetta. Possibile raggiungerla con breve camminata oppure iniziare direttamente la discesa.

Discesa
Dal sentiero scendere verso destra (sud) lungo l’evidente traccia sino a raggiungere la ferrata. Seguirla in discesa, superare una scala metallica e raggiungere un intaglio. Da qui è possibile scendere Iungo il canalone di sinistra o salire la breve paretina che si ha di fronte. In entrambi i casi si raggiunge il rifugio Roda di Vaèl, dal quale si torna al rifugio Paolina (sentiero n. 549). È anche possibile, dalla vetta della Roda di Vaèl, scendere lungo la cresta nord-nord-ovest (anch’essa attrezzata con cavi metallici) fino al Passo del Vaiolon, dal quale si scende direttamente, percorrendo il canalone a sinistra, verso il rifugio Paolina.

Le vie “minori” di Angelo Dibona ultima modifica: 2025-10-18T05:34:00+02:00 da GognaBlog

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7 pensieri su “Le vie “minori” di Angelo Dibona”

  1. La storia o “le”tante storie legate con le tante corde che l hanno composta e continuano a prolungarla nel tempo sono davvero emblemi di protagonisti che non sapevano d esserlo o non lo volevano diventare , non solo  forza ,carattere e volontà molto altro.Dibona non è da meno,  l umiltà e la sua dimestichezza a non usare i modernismi lo pone su un piedistallo molto differente da quello posto in corso Italia,si cerchia e lo si evidenzia noi amanti dei fatti e delle cronache alpinistiche del passato mentre il suo essere semplice e puro credo aleggi altrove,anche nel(ora) trafficatissimo passo Falzarego e aspetta di vedere chi fa ombra (nel senso buono)alle sue amatissime crode.
    Grazie per queste cronache dal passato!

  2. Simpatico articolo.Una sola precisazione: malgrado le vecchie guide CAI-TCI riportino il V+ come grado della salita al Croz dell’Altissimo, il passaggio del masso squarciato presenta difficoltà che già Maurizio Giordani identifivò come VII-. Confermo che quel passo è veramente duro, anche a causa delle “verzure” che ne fanno contorno e non chiodabile, quindi i chiodi (si diceva due) piantati da Dibona non permettevano di scalare in aritficiale sul chiodo… Mistero sul come passò, in quanto come giustamente riporta l’articolo, Dibona non fu mai un gran chiacchierone. 

  3. Un Grandissimo! Pastore delle capre in Federa 1903/1904. C’è solo da imparare!

  4. Si dice che sulla Torre  Grande di Falzarego nel 1933 il capocordata fosse stato Ignazio, figlio ventiduenne di Angelo e già guida.

  5. Carlo esclusa qualche via più lunga molto nota,guglie famose e pareti vicino ai passi in dolomiti si scala fortunamente quasi sempre nella più totale pace,almeno questa è la mia esperienza, non c’è una gran voglia di uscire dalla zona di comfort ,la dibona alla torre di falzarego pur essendo una bella via è però presa d assalto visto la vicinanza al passo

  6. Articolo molto interessante, sia per lo spunto in sé (il personaggio) sia per il risvolto storico, sia infine per la segnalazione di itinerari che non sono notissimi, almeno per chi “guarda” le Dolomiti da distante. 
    A proposito: data la mia incurabile idiosincrasia per le vie iperaffollate (della serie che le altre cordate ti mettono i piedi sulla mani mentre arrampichi e poi, alle soste, si sta tutti appesi vicini a grappolo, che sembra di essere in un allevamento intensivo…), sono curioso di sapere se, al giorno d’oggi, in Dolomiti su itinerari del genere (non certo sulla cresta dell’onda del trend dominante) si riesce ancora ad arrampicare in pace, godendosi la via, il panorama, l’aria e il sole… 

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